Accadde tre anni fa

Ieri sera, tornando a casa, c’erano sull’autobus due anziani che parlavano tra loro:  uno scende, ne prendo il posto.
Ho così davanti a me una signora coi capelli bianchi, che mi dice ” Che giro dell’oca fa la 61″. Io dico, “ma no, perchè”, e lei mi dice di venire dal capolinea.
“effettivamente allora sì, è una linea lunghissima” rispondo.
Mi dice che era stata a tenere la nipotina, ma la figlia non capisce il suo disagio ad attraversare tutta Milano per essere lì in tempo perchè vada in ufficio. Sarebbe arrivata ora a casa (erano le 20 passate) e certo non cucinava, è vedova. Poi mi dice
“Lei è stanca. Lo vedo, ero dottoressa, sa? Ma non stanca di oggi, è stanca da un po’.”
credo di agitare le sopracciglia
” Mi raccomando, abbia cura di sè, perchè poi quando ha bisogno non c’è mai nessuno, non c’è figlio che tenga.”

LETTERE DA BERLINO

Sottotitolo: Quando Twitter non esisteva ancora.
Otto e Anna Quangel, berlinesi,  hanno perso il figlio sul fronte franco-tedesco;  nel padre , meccanico, matura l’idea di spargere granellini di sabbia, ma tanti, per far fermare la macchina tritatutto del nazismo (tritatutto l’ho aggiunto io).
Una cosa che ai tempi di twitter sembra una bazzecola – no, non penso sia una bazzecola mandare messaggi dai paesi dove la libertà non abita più – bazzecola perchè per la maggioranza di noi è un gesto familiare quotidiano che si fa senza pensarci troppo su.
Non ho letto il libro di Hans Fallada da cui è stato tratto, Ognuno muore solo – di Fallada lessi da bambina il romanzo Fridolino tasso birichino, lo lessi rilessi e lessi ancora, tanto mi piaceva  per cui non so dire quanto il film segua il romanzo, che comunque è stato ispirato dalla storia dei coniugi Otto e Elise Hampel.
I granellini di sabbia sono cartoline, accurate come piccoli capolavori,  dove marito e moglie riportano brutali crude verità sul nazismo, e che poi rischiosamente disseminano nei luoghi più frequentati della città, perchè vengano raccolte e lette, perchè  sveglino le coscienze dei concittadini narcotizzate dalla paura.  Solo,  la maggioranza dei biglietti viene raccolto da persone  terrorizzate dalla sola vista dello scritto,  e da questi consegnati alla polizia hitleriana, che ovviamente indaga e noi,  sostenuti da una consona colonna sonora, si fa il tifo perchè i coniugi non vengano scoperti.
E’ sempre opportuno non smettere di raccontare quel buio alle nuove generazioni, ma mi chiedevo cosa avesse da offrire l’ennesimo film sul periodo nazista,  e credo sia il quotidiano dei cittadini sotto il nazismo.  La vecchia signora Rosenthal rifugiatasi in soffitto e foraggiata dalla postina, il giudice Fromm che si offre di nasconderla, il ladro sciacallo, la fila di donne ebree costrette a raccogliere mattoni in mezzo a delle macerie,  i lavoratori che devono incrementare la produzione per obbedire a Hitler, chi si mutila le mani per non partire militare, chi si terrorizza per aver solo toccato e letto le cartoline dei Quangel, l’investigatore in gamba che lotta col suo senso dell’onore e la sua coscienza.
Comune denominatore la paura.
Ripenso all’altro film visto recentemente sull’argomento, Frantz, collocato invece alla fine della guerra, dove i genitori apparivano invece  più rassegnati, in attesa di qualcosa, di qualche segnale che non poteva più arrivare.
La cosa più bella qui è l’amore della coppia protagonista, un amore intenso e di poche parole, timido e dolce, che arriva e commuove.
Non conosco il regista Vincent Perez, non ricordo  Brendan Gleeson che avrei già visto in Suffragette (era anche  nella serie di Harry Potter) e qui bravissimo, non ricordo in altri film anche se ne ha girati parecchi di rilievo che non ho visto l’investigatore Daniel Bruhl, ma ricordavo  benissimo la grande Emma Thompson, già amata in Casa Howard, Quel che resta del giorno, Ragione e sentimento.
Curiosamente, se penso a Jane Austen, l’inglesità che amo, la vedo con i tratti di Emma Thompson, anche se in realtà la scrittrice era tutta diversa.

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FILOVIA 90-91

Alla fermata mi sono seduta sulla panca tra un giovane di colore e una coppia di anziani invece di incolore.
Ha suonato un cellulare, non era il mio, il ragazzo, pulito e ben vestito, uno studente, risponde al suo imponente Samsung .
L’anziano scuotendo il capo ha bisbigliato alla moglie: “Guarda che telefono che ha!! …visto?”
Eccerto! Sono i nostri 35 euri che lo mantengono così bene. Sono certa che hanno  pensato quello, e nero è nero,  quel lavavetri con la t-short rigata che stava facendo la gimcana tra le macchine della circonvallazione, era evidente che dei 35 euri se ne faceva un baffo, quello no, non lo guardavano.
Sono poi salita sull’autobus, una signora col capo coperto, musulmana direi, in buon italiano mi ha indicato un posto a sedere, ho ringraziato, sto su poco, sto in piedi.
L’ho poi sentita, alle mie spalle, parlare con qualcuno… o da sola, non so. “Cose da pazzi. Ci sono i posti per gli invalidi e quel ragazzo sta seduto,  non si muove, che gente, che mondo,  non si capisce più niente”
L’ho vista andare dal ragazzo di incolore, farlo alzare, e far sedere una signora di incolore con le stampelle.
Poi, poi basta, sono scesa.

CAFE’ SOCIETY pensierini sul film

L’ennesimo film di Allen, detto senza quel senso di noia  spesso incluso in  questo aggettivo, ennesimo.  Ne ha fatti davvero tanti, e debbo dire che non troppi sono indimenticabili,  o mi hanno lasciata altra traccia oltre la piacevole visione e l’ascolto delle inconfondibili colonne 21c20fb88a238353c939cb3897590c2asonore. Cioè, film come Provaci ancora Sam, Prendi i soldi e scappa, per dirne solo due,  sono ormai storici, imperdibili, dubito che  di questa sua ultima generazione di film alcuni lo diventino.
Cafè Society per me  esce un po’ da questo filone, vi ho ritrovato un po’ della passata verve caricaturale, e mi ha fatto  molto sorridere.
La vicenda non ha un vero inizio e una fine, la vita scorre su un nastro, abbiamo visto al cinema lo scorrere di una parte di questo nastro… le vite delle persone che abbiamo seguito per un po’, continuavano, solo, siamo usciti dal cinema.
Come tanti film di Allen, l’amore fa da padrone, l’amore con le sue assurdità, che  scherzi ci  combina.
Anche questo film, come in quello visto la settimana scorsa, Frantz, è come diviso in due “vite”, qui Los Angeles e New York.
Il film è divertente,  gli attori giusti, la musica straripante, la fotografia bellissima – la prima inquadratura della piscina mi ha ricordato le luci di Hopper – le vicende non coinvolgono visceralmente, cioè, così devono essere le cose, anche l’amore è così che funziona, i gangster fanno così, nei night la gente nel 1930 era così…e tu guardi lo spettacolo.  Così si viveva a Los Angeles e a New York, questo succedeva.
Cioè, non ti asciughi  lacrime per l’amore deluso, così doveva andare… forse sono stata una spettatrice un filino cinica,  ma molto molto soddisfatta.

FRANTZ

frantz-mit-pierre-nineyCitandolo ad un amico, da poco uscita dal cinema, ho bollato questo film come molto lento e mediocre.  Ripensandoci, lento è lento, ma non è così banale.
Non intendo accennare alla trama,  perchè l’aspettativa è necessaria al film e non voglio rovinarne la visione.

Non conoscevo nessuno degli attori del cast, nemmeno  la luminosa Paula Beer, la protagonista Anna, che ha vinto il premio Mastroianni alla 73ma Mostra di Venezia,  nè Pierre Niney, il coprotagonista Adrien, dai dilaganti padiglioni auricolari, dai  tratti che ben si adattano alla fragilità psichica del personaggio che interpreta. Il film è girato in bianco e nero, salvo i momenti dei ricordi dei  sogni e dei racconti, immagino sia il contrasto con la realtà non troppo allegra dell’immediato dopoguerra.  Una cosa curiosa: ripensando ad alcune scene, mi chiedo, era in bianco e nero o a colori? Tipo le ultime inquadrature, per me doveva essere a colori, la realtà non più grigia perchè la vita riprende, ma non lo so, forse era in bianco e nero:
La fotografia è ottima, a causa di tale Pascal Marti, a me sconosciuto (e scopro sul web che, col suo zampino,  avevo visto secoli or sono Le fate ignoranti)  come mi è sconosciuto l’autore della colonna sonora, Philippe Rombi (con lui avevo visto Nella Casa, sempre di Ozon): in alcuni film (tra cui questo) non mi accorgo della colonna sonora, mentre in altri  la distinguo, come nei film di Allen, per esempio, che spesso introduce motivi già noti, li riconosco. Vabbè, Barry Lindon, Lawrence d’Arabia, Giù la testa, erano musicone.Non so dire se sia un  demerito del musicista o un merito:  non la distinguo semplicemente perchè è  ben amalgamata con il film, o  sono concentratissima sulla vicenda, ovvero il film mi ha preso, nel suo insieme, con buona soddisfazione del regista Francois Ozon e i suoi collaboratori.
D’altra parte, quando scrivo di un film,  mi piace annotare le mie impressioni di spettatrice qualunque, non da professionista, ce ne sono già tanti più preparati di me, per farlo:
Correggo, meglio: quando scrivo, in generale, che sia di un film o di altro.
Non penso di possedere la Conoscenza, e l’Infallibilità.
Dicevo, questo film non è poi una così banale storia d’amore,  porta a riflettere sulla menzogna e sulla verità, l’amore semplice e l’amore complesso, la fiducia ed il perdono.
Come sembri a volte  inutile la verità,  addirittura importuna, quando vogliamo imporla ad altri per far stare bene noi stessi, anche se non ci è richiesta..anzi, le menzogne fanno stare così bene, perchè ferire, quanto siamo egoisti, per sottrarre momenti di vita a colori agli altri?
Il perdono anche, è una faccenda complicata, bisogna stabilire una graduatoria dei nostri valori, quali siano ovviabili e quali no, un subbuglio dentro di noi, quindi.
Nota a margine, la vicenda si svolge nel 1919, e nel paese tedesco dove arriva,  Adrien è malvisto in quanto francese,  i francesi sono gli  assassini dei giovani morti al fronte…questo nazionalismo, questa diffidenza a guerra finita.  tu sei francese, io tedesco, abituata all’idea di Europa, fa un po’ effetto, ma viene il pensiero: ci torneremo? visto che anche i muri, pare,  “a volte ritornano”.

SMS

​Vincenzo era così solo che faceva frequenti piccoli pagamenti col bancomat per ricevere  gi sms. Se il messaggio arrivava mentre c’era qualcuno che lo poteva vedere, estraeva lentamente  il cellulare dalla tasca della giacca, e dopo avergli dato un’occhiata annoiata lo riponeva, alzando gli occhi al cielo.

Brevi appunti su WOODY di Federico Baccomo, ed.Giunti, pagg 91

600woodySembra un libretto, perchè  è scritto grande, spaziato, un numero modesto di pagine, ha addirittura le figure, eppure e un libro completo, che ti fa vibrare, leggi e vuoi andare avanti… una cosa che mica capita sempre.
Il mondo visto con gli occhi di un basenij… come mai un basenji, mi chiedo, è un cane non comunissimo in Italia,  mi documento, è un cane di origine africana, molto dolce ma determinato.
I ragionamenti canini ci stanno, possono essere pensieri e  ragionamenti che un cane fa davvero. Mi è piaciuto quel riportare i nostri comportamenti umani  come in un sistema binario, 0-1 del bene e del male, tutte le nostre sovrastrutture mentali, ridotte a un Padrona felice, o Padrona non felice,  concetti semplici, che poi quello sono, elementari, veri, senza tanti giri di parole.
Insomma attraverso quello che il cane ascolta, o vede, o deduce, si delinea una storia, una storia di affetto dedizione e anche di violenze.
Per giudicare un film di solito mi chiedo se esco dal cinema portandomi dentro qualcosa del film… ecco, con la lettura di questo libro è successo.

 

The Danish Girl

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Un capolavoro…
Quando esci dal cinema portando dentro di te i personaggi,  lo è.
La musica avvolgente, ogni fotogramma un quadro, splendido per colori e suggestioni…
Ho vissuto con Gerda e Lili/Einar la loro storia, ho trattenuto a fatica le lacrime:
Una coppia felice, giovane, in cerca di un figlio che non arriva… il caso, ed Einar accarezza delle vesti di raso, indossa una calza femminile… viene alla luce una sofferenza interiore, una sofferenza  liberazione, e questo non può che creare uno scompenso nella coppia, che il profondo affetto riesce a superare,  Gerda non abbandonerà mai Lili, la seguirà nella sua trasformazione.
Lili è il primo uomo che ha affrontato un intervento chirurgico per diventare donna…desiderava addirittura diventare madre.
150px-man_into_woman_an_authentic_record_of_a_cha_wellcome_l0031868Nel 1930 questa possibilità non veniva neanche in mente ai medici che avevano interpellato prima del chirurgo… schizofrenico, interventi coi raggi, operazioni alla testa, camicia di forza…solo il chirurgo tedesco capisce che la malattia è il corpo maschile che  riveste  una donna.
Voglio parlare con Einar, dice Gerda a Lili… ma Einar non c’è più, Einar si sforza di tornare, ma non ce la fa, confessa che anche quando dorme, sono i sogni di Lili:
Eddie Redmayne e Alicia Vikander sono riusciti a comunicarmi il disorientamento la scoperta la sofferenza la liberazione l’intensità dell’amore…anche la durezza.
Non so perchè mi venissero le lacrime, sicuramente avvertivo tutto questo, ed anche il pensiero dell’incomprensione dei più, lo scherno, cui queste persone – come accade anche in tanti altri tipi di diversità – sono destinate, e mi viene una sorta di rabbia..
Soprattutto in questo periodo di discussioni per la legge delle unioni civili, delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, ecco, chi denigra, che deride, chi si indigna, si mettesse nei panni di questi “diversi”…e vengano a dirci  se è natura, o contro natura.

qui il trailer del film

Good Kill all’ ucci ucci cinema.

Ieri sera alle ore 22 circa facevo il mio ingresso piovoso nel mondo dei cinema multisala, quelli grandi grandi che in genere non stanno in centro città, hanno il loro parcheggio, cattedrali a  misura dello spettatore d’allevamento. 0
Come in tutti i cinema, dove c’è la cassa c’è un tabellone qui altissimo, con il titolo del film, le sale (qui in numero di otto), l’orario, i posti disponibili.  La coda scorre  veloce, per fortuna.. quando arrivi in prossimità della cassa, si palesa un cartello ad altezza umana:
I film hanno inizio 25 minuti dopo l’orario indicato, i biglietti si vendono fino a 20 minuti successivi ” .Glab, il film cominciava alle 22.40, quindi….alle 22.65, ovvero alle 23.05.
Ottenuti i biglietti, ci si dirige alla sala, al piano superiore.  Ci si accede, pare, solo con una scala mobile, custodita  da due omini del cinema, quelle che una volta si chiamavano maschere, ora sembrano mastini. Non si sale fino a che non cominciano i film. L’atrio è infatti pieno di gente vagante.  Ci sono bar, ristoranti, pizzerie, pochi sedili indipendenti. Ci si dirige a prendere un caffè. Per forza, la ggente in qualche modo deve passare il tempo di attesa. Poi cosa c’è di più comodo che cenare direttamente lì?  Chissà quanti amori sono nati nei fast food, quante dita unte fried chicken si sono sfiorate, strette, durante la visione del film.
Dopo il caffè, ecco, è l’ora, possiamo accedere alla suprema scala mobile, passiamo, ma la piccola sala 7 è al secondo piano.  Ci sono le scale, dal primo al secondo. Quelle mobili non le vedo, c’è un ascensore che puoi prendere solo per scendere.
Quindi, ascendo al secondo piano per le scale  immobili.
Insomma, il compito assegnatoci è chiaro.

good-kill_rq15Il film. Good Kill, sembrava interessante, parlava di guerra coi droni, interventi mirati da migliaia di chilometri di distanza, ed il disagio di un aviatore passato dalle azioni in volo a quelle seduto davanti a un monitor, problemi che si riversavano sulla vita di coppia etc.
Nella prima parte del film mi sono anche un attimo addormentata, le continue riprese dal drone non erano il massimo, e tutto il ritmo del film è assai lento.
Il sottotitolo del film spiega tutto: Se tu non vedi in faccia il tuo nemico come puoi vedere in faccia te stesso?
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Ci si sente un poì vigliacchi a eliminare vite umane,  non sempre tutti combattenti, dalla propria sedia, obbedendo agli ordini di una voce che arriva da un altoparlante…è un videogioco fatto realtà. Thomas Egan non riesce più, ed anche una volontaria in team con lui si svolontarizza, ma tant’è, non è un film denuncia, non ha smosso le acque, e i droni partiranno infatti anche da una base italiana, verso il Nordafrica, a scopo solo di difesa… speriamo lo scopo non cambi.
Ci si pone un dilemma, nel film, a cui non viene data risposta, una risposta che non viene data neanche nella vita fuori dal film : “loro ci uccidono, noi li uccidiamo, i loro figli sopravvissuti si vendicheranno uccidendoci, non è la soluzione” .  Se gli USA usano i droni, loro usano i bambini bomba, e fanno attentati uccidendo consapevolmente nostri civili, e sono ovunque, non in una casetta vigilata da un drone e bombardabile.
Un film che può piacere agli appassionati del genere, quale io non sono.
Tra l’altro, mi ha colpito  la forte presenza della geometria nel film. Dal taglio di capelli a spazzola dell’ex pilota, alle casetta afghane, alle inquadrature per sganciare le bombe (oh, ma qualcuno che mette la benzina e le bombe nei droni, e da dove partivano. questo non lo ho visto, se c’ero dormivo, forse), ai quartieri dei militari in Las Vegas, sembravano le casette del gioco SIMS1, tutte in fila, tutte uguali, e anche la moglie del protagonista, Molly, sembrava una Barbie.
Impatto empatico pari a zero.Io, magari per voi tantissimo.
Mah!

noticine su IL CASO SPOTLIGHT

Non dirò nulla della colonna sonora perchè non la ricordo.
Vuole dire che non si staccava dal film. Non strideva, e non brillava di luce  propria, quindi si amalgamava. Mi capita assai di rado, di distinguerla dal filme ricordarla a parte.
spotlightLa vicenda è nota, in quanto realmente accaduta. Il gruppo Spotlight, che al Boston Globe si occupava di approfondimenti di notizie delicate,  viene incaricato di andare a fondo su quella di un caso di pedofilia.
Le indagini si allargano a macchia d’olio, i prelati interessati  sono moltissimi, e la Chiesa ha fatto di tutto per mettere a tacere le cose, facendo trattative private con le parti lese, trasferendo i preti etc.
I giornalisti vincono le resistenze della città omertosa – non vedo non sento non parlo – riuscendo a ricostruire il sistema che ha interessato più di 1000 ragazzini e ragazzine, e un’ottantina di preti.
Il film, candidato a molti premi Oscar (miglior attore e attrice non protagonista, sceneggiatura, miglior film, regia, e credo basta, e basti) è senza dubbio da vedere e molto interessante, anche per chi non è giornalista, perchè mostra come si fa giornalismo, ovvero come si cercano le fonti, e le prove, si rispetti la privacy e le corse per non farsi soffiare le notizie dalle altre testate.
Il primo pensiero: Quando i giornalisti sono davvero utili.
Il secondo pensiero: Non è intervenuta alcuna forza politica, solo la direzione del Globe che voleva aumentare/mantenere il numero dei lettori e aveva spinto all’indagine.
Il terzo pensiero che forse doveva essere il primo: la notizia l’avevano sottomano anni e anni prima, un altro caso, ma l’avevano sottovalutata.
Dicevo il film è interessante, e coinvolgente, però lo stavo guardando io, che marginalmente conosco l’ambiente di chi scrive, io stessa nel mio piccolo scrivo qui e sul social e nello scrivere mi faccio delle domande:   è in grado di coinvolgere anche chi da questo ambiente è lontano, al di là del problema ripugnante emerso  nella Chiesa?
Perchè questo non è un film sulla pedofilia, è un film sul giornalismo.
Certo, le emozioni che spingono il gruppo Spotlight sono abbastanza contagiose, forse alla storia manca quel pizzico che fa film,  che rende i protagonisti un po’ più eroi agli occhi dei non addetti ai lavori… ovvero qualcuno che contrasti i giornalisti, li minacci, li diffidi.
Tipo, Rezendes è al telefono e la telefonata si interrompe bruscamente, e bussano alla sua porta di casa. Brrr… che arrivi la nominata pallottola, che entri qualcuno che lo fa nero? Chiede chi è, L’arcivescovo di Canterbury, risponde la voce del capo redattore Bradlee che entra con una pizza.
E comunque, per me che amo i puzzle, è un bel film.

 

 

FUOCHI D’ARTIFICIO IN PIENO GIORNO (Black Coal, Thin Ice)

Un film giallo cinese (o noir, o poliziesco) vincitore dell’Orso d’oro e d’argento al Festival di Berlino del 2014…  per me, semplice spettatrice non cinemologa, è un film invedibile, almeno per i miei canoni armonici, meritevole tutt’al più di un orsetto caramella gommosa verde.
Si salva la vicenda, la trama, il filo, che si evolve  evolve, parola grossa – a balzi e brandelli che si stenta a collegare, salvo che non ci si  sia documentati sul film prima di andare a vederlo, e ogni tipo di suspence si perde, mancano i passaggio, sono sottintesi.
I dialoghi sono cinesemente ridotti al minimo, per cui non aiutano, come non aiuta la segnaletica  stradale in sinogrammi:  il protagonista Zang ritrova foglietti indicazioni etc, che solo lui sa che cosa diavolo c’è scritto, è soddisfatto del ritrovamento?  gli crediamo.
Il film inizia con l’apparizione di una mano su un carico di carbone, poi si vede uno in stazione (non sai ancora che è Zang), che cerca di saltare addosso a una donna, alla quale si spalanca un ombrello, e gli dà un documento, pieno di sinogrammi rossi, che chissà cos’è, una patente, dicendo “eravamo d’accordo che era l’ultima volta” prima di salire su un treno.
Questa è la scena in cui lui viene lasciato dalla sua donna, dopo di che resterà inconsolabile. Poi il caso irresolubile della mano sul carbone e una sparatoria dal parrucchiere cinese in cui perdono la vita dei poliziotti lo portano all’alcolismo,  esce dalla polizia e fa la guardia privata (lo si capisce bene leggendo le schede del film sul web) così  gli rubano la moto nella neve lasciandogli un motorino, tanto era ubriaco,  riverso a lato della strada.
Questa città della Cina del Nord (si sa sempre dalla scheda film) non ha niente di cinese se non le luminarie led, e i cinesi sono vestiti da occidentali, sono anche ciccioni, che qui  li vedo sempre magri, e non è vero che si somigliano tutti come si dice.
Le biciclette sembrano aver lasciato il posto ai motorini, efficientissimi nella neve, non lo avrei detto.
Musica: occidentale Sensualità: zero. Sesso: animale. Fotografia: pessima. Pathos: zero.  Humour: zero  Fuochi artificiali: cinesi.
Temperatura della sala del cinema: glaciale.
Peccato, la storia era anche bella.

PITZA E DATTERI

Un film portatore di messaggi,  secondo me destinato a restare privo di autorevolezza, salvo  un Salvini o una Santanchè che si mettano a deprecarlo pubblicamente.
Il titolo, purtroppo, per quanto motivato, sembra quello di un filmetto qualunque che fa un po’ ridere, con questi personaggi un po’ ingenui e pasticcioni.
A Venezia uno sparuto  gruppetto di musulmani, i cui membri provengono da etnie tutte diverse, cerca una moschea per pregare insieme, invece di riunirsi genuflessi verso la Mecca nei luoghi più imponderabili di Venezia.  Arriva un giovane Imam afgano a cercare di risolvere il problema, ma il suo integralismo viene messo a dura prova dal fascino di Venezia, di una parrucchiera turca progressista, ma il problema della moschea verrà risolto.

Sicuramente il fil rouge del film è l’integrazione. Bepi/Mustafà (Giuseppe Battiston) è un voluminoso veneziano decaduto che si è convertito all’Islam, ed è irriducibilmente propenso alla violenza nei confronti di quella civiltà occidentale che lo ha bistrattato, pur di tornare in possesso della moschea ora diventato un negozio di parrucchiere. Gli altri componenti del gruppo, gli stranieri, sono invece molto riguardosi: il curdo, davanti all’ipotesi di usare esplosivi,  obietta che gli italiani sono molto affezionati ai muri vecchi, così come l’arabo fa presente  che la lapidazione in Italia non si usa… perchè alla fine nessuno di loro è veramente violento, e la moschea si può aprire anche alle donne, e sono orgogliosi che il sindaco di Venezia la inauguri.  E il problema della moschea viene risolto da una persona da cui non se lo sarebbero mai aspettato…
Pitza, con tanti datteri, viene ordinata dal  giovane Imam in un bar, dove si siede per provare a fare l’occidentale,  quando si è smussata la diffidenza verso questa nostra civiltà, ed ha subito il fascino di Venezia, del mare, dei fuochi artificiali… Pitza e datteri, ovvero, l’integrazione.
Insomma, il messaggio di un Islam non violento,  del desiderio di convivere in pace, passa facendo sorridere lo spettatore. Buona cosa gettare questi semi…  solo il film di Fariborz Kamkari nel suo insieme, per quanto aiutato da una Venezia sempre meravigliosa, dalla musica dell’Orchestra di Piazza Vittorio – orchestra eterogenea quanto il nostro gruppetto –  non è abbastanza incisivo, rischia di passare inosservato.
Insomma, un film godibile.

Un film in orizzontale.

Youth, la giovinezza.
Nelle Alpi Svizzere, anche le mucche al pascolo assurgono alla gloria cinematografica…tant’è che l’apatico direttore d’orchestra  sorride dirigendo il suono dei campanacci.  Perchè lui dice d’essere apatico, e poi si guarda dal di fuori,  e si chiede conferma della sua apatia.  Così apatico che non perde una sfumatura di quello che gli accade intorno, o di ciò che dovrebbe invece accadere.
Nel centro  benessere nella Alpi Svizzere gli ospiti sono un po’ di tutte le età,  certo per la maggior parte anziani, sempre meno anziani dei due bambini che li ascolti e son già vissuti e disincantati, pratici.
In questa sorta di casa di riposo per super ricchi  dialogano concisamente tra loro gli amici e consuoceri Fred e Mick, ovvero l’apatico e il sognatore,  il regista che sta scrivendo le scene del suo ultimo film, la figlia di Fred abbandonata di punto in bianco dal figlio di Mick, Jmmy attore di successo che deve immedesimarsi nella nuova parte,  la tosta musa di Mick  Brenda Morel,  gli sceneggiatori , la massaggiatrice, il medico, Sua repellenza la controfigura di Maradona,  e Miss Universo, che tenta di cogliere tutti di sopresa, esprimendo concetti probabilmente arguti.
Gli altri personaggi son tutti silenziosi, si muovono ieratici , anche la coppia che non si parla mai al tavolo del pranzo  è ieratica,  eccezion fatta per l’ululato che erompe dalla signora durante un  coito, diciamo furtivo ma spiato per caso dai nostri due protagonisti, contro il tronco di un abete nel bosco, ma state sereni, la coppia riprende subito la sua ieraticità.
E’ un film  prevalentemente orizzontale perchè molti dialoghi, pensieri, sogni  nascono in posizione supina, il musicista mentre dorme con la figlia piangente vicina, o mentre  le sue carni invecchiate vengono massaggiate con esperienza, il regista Mick con i giovani sceneggiatori pensano il finale del film sdraiati sui lettoni prima di dormire, o gli ospiti si avviano in fila silenziosa ed ordinata per sdraiarsi negli  idromassaggi.
La storia è fatta di niente,  ma come spesso capita, a Sorrentino e ad altri,  il filo esile di narrazione serve a presentare affreschi e personaggi, momenti, come si avessero in mente prima le scene, e poi si sia pensato a collegarle in modo più o meno plausibile.
Caine e Keitel stupendi nella loro familiarità, ingombrante il Maradona (sarà che è un personaggio che mi ispira disgusto, non me ne vogliano lui o i tifosi napoletani)  curiosa la figlia del musicista infatuata dallo scalatore svizzero, al quale avrei imposto “vuoi avere una storia con me? tagliati metà del materasso che hai per barba” e sì che mi piacciono barba e baffi) e dai con ‘sta cosa della piscina dove si immerge miss Universo tutta nuda, e i due vecchi amici la guardano, come una visione…questa foto in locandina, e ovunque, certo vistosa, si nota, attira, come ormai sederi perfetti e seni di tutte le forme non siano in mostra ovunque…forse è il momento top della loro vecchiezza, potrebbe avere questo significato. Banale, però, d’altra parte è un film pieno di luoghi comuni e dialoghi comuni. Comunque bello, bello per le musiche di Lang, bello per la fotografia minuziosa di Bigazzi, bello per la bravura degli attori. Un film che non ti scompone. Non è immediato trovarvi un senso, un messaggio, ma non è obbligatorio trovarlo, o riceverlo, e ci si accontenta della piacevolezza, del godimento nell’immediato, e già non è poco.

prossimi da vedere, Il racconto dei racconti, e  Taxi Teheran.

Un paese sperduto

Lorenzo mi aveva scritto in sms, è un paese sperduto, di quattro o cinque case, una è caduta quest’inverno.
22587_10206822128540200_4898488285298768796_nEra vero.  Uscita dall’autostrada ad Arquata, giri a destra e praticamente vai sempre dritto costeggiando lo Scrivia, che non ricordo di aver mai visto con più acqua che il rivolo che scorre anche oggi in quel letto ampio.  Eppure, vedo anche un cartello, Pesca Sportiva.
Vai sempre dritto, costeggi lo Scrivia, e il mondo sparisce, si diradano le case, le macchine, si corre tra le montagne ancora brulle, un leggero accenno di verde, le immagino verdissime tra un paio di settimane. Dobbiamo arrivare a un tale ristorante, fare uno squillo all’anfitrione, che ci verrà incontro sulla strada. Così facciamo, ristorante, sosta, squillo, si riparte.
Terrore, per me… strada in salita – che dopo sarà in discesa – ripidissima strettissima, con curve a gomito, sgarrupata, che sembra di fare la curva e non trovare magari l’asfalto sotto la ruota anteriore a valle… Il mio  supplizio è durato per un po’ di curve, fino a quando non abbiamo visto Lorenzo  e le due bimbe che ci aspettavano.  Ho anche ringraziato il cielo di aver costretto il capofamiglia ai soli fini anagrafici a far benzina, non lo sapevamo ancora , ma eravamo all’ultimo distributore sulla strada che dovevamo fare, e quasi in riserva.
Ci siamo avviati, noi cinque ospiti e il cane Boris,  dietro  Lorenzo… la casa in rovina, era in vendita per ben cinquemila euro, prima di accasciarsi.  Andiamo ancora poco oltre, ecco, la casa di Lorenzo, acquistata da suo padre poco tempo prima di morire.
Forse ho un po’ perso lo spirito da pioniere…   non so perchè una persona di una certa età si vada a cacciare in un posto così… il negozio di alimentari più vicino è a mezz’ora di macchina- compresa la strada tutta a curve di cui dicevo prima – non andiamo a pensare a medici, farmacie, o addirittura a un mercato.  Non è che neanche puoi dire, in cinque minuti sono al mare, che in linea d’aria non sarebbe lontanissimo.
Ora non voglio parlare del piacevolissimo pranzo di Pasqua, del piacere degli affetti familiari, dei tre cuginetti affiatatissimi o del cane Boris che si rotolava nell’erba ed ha potuto passare una giornata senza guinzaglio, ma del silenzio e della solitudine.
Le famiglie delle altre case non c’erano, non abita nessuno lì. C’erano, nella casa più in alto,  Renato e Laura, Renato abita a Novi Ligure e viene nel fine settimana a lavorare la sua terra.
Tra queste case, tu  esci e per non perderle lasci le chiavi nella serratura,  tanto non c’è nessuno, quando torni  dalla passeggiata.
11133714_10206822152380796_8131098375541657609_nFuori è tutto silenzio.  Puoi vedere i daini, nelle ore giuste, e quando fai la diabolica strada, devi fermarti perchè la famiglia di cinghialini sta attraversando la strada. Di lupi, diceva Lorenzo, qualcuno ce ne è,  ma lontano da lì.
Si è talmente soli, che anche i vicini, d’estate, quando ci sono, sono simpaticissimi, dice la moglie di Lorenzo, e magari se tu li conoscessi in un contesto affollato, non lo sarebbero. Non puoi scegliere, quindi scavi il meglio dalle presenze che ci sono, e ci si aiuta tutti.
Forse, la sera, qualche puntino di altre case illuminate, sparse lontano nella valle, lo si vede.
Il Renato tiene uno spaventapasseri elegantissimo, forse più una presenza, che uno spaventapasseri, di primo acchito, mi aveva spaventato un po’.