MY NAME IS ADIL

Alcuni pensieri dal  film che ho visto ieri, qui il trailer con la splendida voce di Alessandra Ravizza, alla Biblioteca di Baggio; il regista Adil Azzab era presente alla proiezione del film, la sala era piena.
adilIl film narra la vicenda di Adil, ovvero il regista del film, rimasto in Marocco con la madre e i fratellini mentre il padre si era avventurato in Italia.  Il ragazzino è costretto dallo zio, piuttosto violento ed amante del gioco e delle scommesse, a custodire il gregge di pecore e a fare combattimenti con un coetaneo, per ottenere in premio due scatolette di tonno.
Nonostante il forte  legame affettivo con i nonni e la madre, Adil sogna di andare altrove, avendo compreso il futuro che lo attende, finite le elementari, pastore di pecore in eterno  in una terra  piana e assolata. La madre lo capisce e fa avere un messaggio al padre, che impegna i propri risparmi per far portare Adil in  Italia.
Siamo nei primi anni 2000. Il ragazzino, che  sogna di fare l’elettricista, approda a Milano, dove aiuta il padre al mercato, riesce ad avere il permesso di soggiorno, va  a scuola,  e imparando la lingua riesce anche a stringere amicizia coi compagni di scuola,  a studiare e poi lavorare come elettrotecnico.  Quando la ditta chiude, un’associazione che si occupa di aggregazione sociale lo include nei suoi programmi insegnandogli la comunicazione mediale, e il videomaking.  Adil,  diventato collaboratore volontario nella nella medesima associazione, riesce così a raccontare la sua storia in un film, con i pochi mezzi a disposizione raggranellati con un crowdfunding, e girato con la funzionalità video di una macchina fotografica  Canon.
Un fratello  impersona Adil ragazzo nel film,  gli attori sono infatti gli amici e i parenti stessi.
Agli inizi del secolo  – ora, nel 2018, possiamo scrivere così – veniva emanata la legge Bossi Fini, ma se torno indietro con la memoria, il problema immigrazione non ricordo fosse sentito come ora, o meglio non lo si sentiva nel modo esacerbato e strumentalizzato e sfruttato come ce lo fanno sentire ora. E’ di oggi l’arresto in Francia di un uomo che aiutava una coppia di immigrati a valicare il confine nella neve, lei incinta. E la morte di una gestante ammalata di tumore, bloccata alla frontiera nella neve col compagno, portata davanti a un centro di assistenza, salvato il bambino col cesareo, nato orfano di madre e ora ricoverato a Torino.  Lei si chiamava Beauty, il suo compagno si chiama Destiny.  Sì, certo, di storie così ce ne sono tante, e di miseria quotidiana, anche nel nostro paese, anche di italiani. Ma sempre miseria è.  Miseria d’animo versus miseria di fatto.
Pensavo, ascoltando Adil regista che raccontava della nascita del film, “cosa è riuscito a fare, nonostante noi” .  Il ragazzo arriva a Milano, e resta sconcertato, così tanta gente, e nessuno sembrava vederlo.
Chissà se ora, adulto, avrà modo di progredire nel suo percorso.
Uno dei punti portanti del film è il senso di estraneità… sentirsi straniero in Italia, tornare nel proprio paese per ritrovare le proprie radici, e allo stesso tempo sentirsi cambiato. Non essere nè carne nè pesce.
Dalle conversazioni con il pubblico, è emerso che la stessa sensazione la prova chi è migrato al Nord dal Sud Italia.  Forse è una cosa che tutti noi italiani dobbiamo tenere presente.
Alla domanda “ma ora che qui hai studiato,  fatto esperienze, non provi il desiderio di tornare al tuo paese ed insegnare quello che hai imparato, aiutarli ad ampliare le prospettive di futuro lì?”  una forma velata di aiutiamoli a casa loro. Adil vorrebbe che tutti potessero studiare, perchè in Marocco chi sta lontano dalle città fa solo le elementari.
Ho solo voluto appuntare alcuni pensieri, senza nè arte nè parte, al mio solito.
Anche perchè l’argomento è smisurato, soggettivo, sfaccettato, mondiale.

Annunci

Lontani, per sempre

Romanzo di Stefano Cafaggi, godibilissimo,  con un ottimo ritmo e una certa suspence.
Inoltre, con un bel finale: mi è capitato spesso
41mWNiQbVuL._SX311_BO1,204,203,200_di trovarmi all’ultimo capitolo e leggere conclusioni frettolose come se fosse finito l’inchiostro o la carta, cosicchè  resta un senso di delusione, di incompletezza.
Invece qui si legge fino alla fine, con soddisfazione, e non è che mi capiti sempre.
La narrazione di un ragazzino, senza nome ma con un soprannome, Ragno, Ragnetto, Spiddeman, appena trasferito in un paese senza nome nell’estate tra la fine delle medie e l’inizio delle superiori, dove non conosce nessuno, compie la sua muta da ragazzino a ragazzo, andando incontro a esperienze che non sono da tutti, ma plausibili, tra  casolari vie poco frequentate e personaggi misteriosi nelle campagne padaned’agosto.

E l’amore guardò il tempo e rise

E l’amore guardò il tempo e rise,
perchè sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.
(Luigi Pirandello)

 

 

 

Dentro Caravaggio

-Oggi sono andata a vedere la mostra su Caravaggio
-E’ bella?
-E come no, ci sono i quadri di Caravaggio!
Come si potrebbe dire che non è interessante? sono rimasta affascinata dalla sua pittura secoli fa, in San Luigi dei Francesi, a Roma.. mi pare così speciale, così  diverso da tutti gli altri pittori, per la forza e l’intensità delle sue figure, la sua luce, i dettagli.
Giustamente, la mostra si intitola Dentro Caravaggio, e tramite gli esami radiografici delle sue opere,  messi a disposizione del pubblico nei tratti essenziali, possiamo scoprire parte della tecnica pittorica, sono stati scoperti inaspettati tratti di matita, incisioni, angeli spostati, mani ripensate, quadri dipinti sopra ad altri quadri, descritti i colori scelti per la preparazione delle tele.
Nel mio piccolo, sono perplessa circa l’attribuzione a Caravaggio del San Giovanni Battista custodito a Roma, mi sembra piuttosto spento, privo della luce lucente e della possenza caravaggesca… non ho altri argomenti a supporto della mia tesi, se non che, entrando nella stanza della mostra, subito ho avuto l’impressione “ma quello non è Caravaggio”.
Ci parla del personaggio Caravaggio, ombroso, impetuoso, direi, degli ambienti che amava frequentare, delle sue risse, dei suoi protettori…
Poco, quasi niente, circa la collocazione dell’opera pittorica di Caravaggio nel suo tempo, e insomma, questa parte mi mancava un po’, per sentire completo il discorso su Caravaggio.
Un collegamento che la professoressa di storia dell’Arte ci aveva insegnato a cercare.

Cose che hai capito quando era troppo tardi…
alla mattina Maria Luisa Gengaro arrivava sulla sua bicicletta pieghevole grigia, col suo foulard che non toglieva mai (c’era chi diceva fosse senza capelli perchè ferita da partigiana, e può essere, è sepolta a Premosello Chiovenda, nell’Ossolano), sollevava la bicicletta e la portava su per la scalinata  del liceo Beccaria.
Non ci interrogava,  valutava gli interventi che facevamo, per me molto schiva era una cosa terribile. Presi un 7 balbettando “sono tutti  templi” a proposito dell’arte greca,  alla domanda  su cosa vedevamo sfogliando il libro.
Non ricordo come sono sopravvissuta gli anni successivi.
Anni dopo, mi sono resa conto della sua grandezza, e avrei voluto averlo capito prima per goderne di più.
Che poi non mi sono mai capacitata che al liceo classico la storia dell’arte  si studi solo nel triennio, quando è una materia che in Italia dovrebbero propinarci quanto la lingua e la matematica. Anche musica, è sempre lasciata nell’angolo, perchè?

 

Qual è il senso?

E’ un periodo di insoddisfazione, che non mi sento di definire come una soglia di depressione, perchè non sono passiva,  arresa, continuo anzi a guardarmi in giro, pensare, arruffarmi in cerca di soluzioni e strade
Il fatto è, che da quando ho smesso di lavorare, la casa mi va stretta.
Non amo  le faccende domestiche, non mi dispiacciono, preferisco però quelle dove si può esercitare un po’ di creatività,  come cucinare, riordinare,   mi piacevano ricamo uncinetto ferri… mi piacciono ancora, ma non ci provo neanche, fino a che non avrò ripassato tutta casa per svuotarla di cose, è grandina ma piena di cose, e fino a che avrò urgenze che mi chiamano fuori; per fortuna,  non  mi annoio mai, e una vita anche intellettuale non mi manca.
La casa mi  va  stretta perchè vorrei avere un panorama, magari d’acqua, meglio di tutto il mare, o almeno uno stagno con una famiglia di paperelle.. un panorama che si muova. Vorrei avere un fazzoletto di giardino, non troppo grande, invecchio, non ringiovanisco, non mi vedo a dissodare zolle, ma a tagliare l’erba sì,  seminare,  togliere qualche erbaccia, seguire la crescita delle piante, lo sbocciare dei fiori, la farfalla, e Zampi e Frecciarossa felici che puntano lucertole e uccellini, senza acchiapparli,  e il Boris che invecchia al sole roteando le orecchie. Magari far colazione fuori invece che in cucina. Mi andrebbe bene anche una terrazza, una veranda, non il piccolo balconcino di cucina, non la casa in oltrepo piena di crepe, che è là, ma io vivo qua, non il parchetto pubblico sotto casa.
Non so bene dove lo voglio, questo. Vorrei stare al mare, ma il nucleo della famiglia sembra aver bisogno che stia qua, e poi là, sarei troppo sola forse..invecchio, non ringiovanisco.
Ho bisogno un po’ di vita naturale, fatta di cose semplici, non il naturale dei preparati che vendono in erboristeria, di prodotti biologici.
Guardo la vita come si vive adesso,  migranti migranti deficit tasse bilanci clima animali in estinzione incendi siccità, mi chiedo, ma era quello che voleva Dio quando ci ha creato? non so,  non credo che ci volesse tutti all’inferno.
Quale è il senso? la terra si evolve, le specie  scompaiono, gli uomini infestano,  noi da agricoltori pastori ci stiamo robotizzando, sempre più persone pare scelgano di inserirsi microchip, tra un po’ sarà una moda come tatuarsi, certo scelgo di restare s-tatuata e s-microchippata, resiste il più  forte, il diritto a esistere e respirare sta diventando un privilegio…
che sia una grande gara, l’ultimo che rimane  su una briciola di pianeta Terra galleggiante nello spazio – uomo o topo che sia –  ha vinto? vinto cosa? forse, lo attendono  a giocare su un altro pianeta per le finali?

 

Tempo di Libri, Milano 2017

Premetto che non sono un’addetta ai lavori, sono solo una che bazzica.
Lascio stare tutte le questioni economiche, i perchè della nascita dell’esposizione a Milano, non li conosco approfonditamente, mi interessano poco, son giochi sopra le nostre teste.
Mi interessa cosa trovano le persone, i potenziali lettori, che vanno a queste manifestazioni.
In attesa di tornare al Salone di Torino, che sarà dal 18 al 22 maggio 2017, per vedere cosa ne sarà –  da un’occhiata al sito sembra lì bello e robusto – scrivo qualcosa sull’evento  di Milano, il mio consueto mucchietto di pensieri.
Il confronto è inevitabile, dovuto anche alle macroscopiche somiglianze.
Un primo pensiero è che occorre valutare Milano (li  chiamerò uno Milano e l’altro Torino, per brevità) con una certa oggettività, non con dispetto,  gelosia,  prevenzione, perchè il nuovo non lo conosciamo e siamo affezionati al vecchio: questo atteggiamento non giova al libro e alla cultura… vediamola come un’occasione in più.
Consideriamo il periodo… non è certo favorevole scegliere un ponte vacanziero, un solo mese distante da  Torino… ma in  marzo c’è Book Pride, e in novembre c’è Book City, a settembre il festival della Letteratura di Mantova, e mettiamoci Roma nel periodo dell’Immacolata.
Il logo e il sito di Torino sono un passo avanti rispetto Milano: il programma online era inguardabile, con i riquadri che non contenevano i nomi completi degli eventi, e bisognava aprirli per leggerli,  e pochi riquadri per pagina… una consultazione, online, che richiedeva  un sacco di tempo, tutt’altro che visivo.
E anche non mi pare si sia martellato abbastanza, per fare sapere della novità milanese.
Anche nel metrò non  c’erano indicazioni palesi per il libro, per chi arrivava per la prima volta, come la sottoscritta.
Nei padiglioni la numerazione degli stand non so bene che criterio seguisse, a me sembra che siano riusciti a rendere inutili lettere e numeri, non devono aver mai giocato a battaglia navale:  perchè chiamarlo G02 se non lo trovi tra G01 e G03, anzi si passa dal G2 al G9?   neanche si poteva dire che i pari sono in un padiglione e i dispari in un altro.
Il nome, Tempo di Libri, non è un granchè, e se per Torino c’era il Fuori Salone, o Salone Off,  Fuori tempo di Libri è un filo penoso, anche Tempo di libri off non suona meglio.
Occorre dire che è difficile trovare una qualche denominazione  che riguardi il libro e non sia stata usata…  LiveBook? EveryBook?per state in assonanza con Book City e BookPride.
I due saloni si assomigliano parecchio, per quando riguarda gli stand e le sale per gli eventi: a parte il fortilizio del Libraccio, e alcune editrici grandi che avevano dato una parvenza di arredo al loro spazio, i piccoli, con minori mezzi economici, cosa possono fare se non impilare i loro libri sul banco?  Una cosa, a Milano rispetto a Torino i nomi degli editori non erano tutti visibilissimi.
In ogni caso penso che i libri radunati in uno spazio unico siano meglio usufruibili da famiglie con membri di ogni età, ci si muovono  agevolmente carrozzine passeggini e carrozzelle e stampelle.
Presentazioni e conferenze ce ne sono per tutti i gusti.
Mentre per Book City devi correre per tutta la città, bella come idea di distribuzione capillare della cultura, magari di fianco a casa tua,  ma non bisogna essere pigri, e bisogna scegliere bene,  che se poi scopri che non ti piace…gambe in spalla e corri da un’altra parte riattraversando la città, che non è piccola, mica è Mantova.
Quanto alla raggiungibilità, sia Milano che Torino sono servite da metropolitana e da posteggio, c’è lo sportello bancario, a Milano ho notato in più una edicola tabacchi e una  defibrillatore… oddio, magari c’erano  anche a Torino, e non li ho visti.
Affluenza… Torino 2016, ci sono tornata dopo un paio di anni di assenza, era parecchio dimagrita,  come stand, ma l’affluenza era comunque maggiore rispetto questa prima edizione milanese. Ma appunto per Milano è la prima… spero non l’ultima, come spero di continuare ad andare a Torino col mio trenino, e vedere gli aironi nelle risaie all’andata, e non vedere più niente al ritorno, per la stanchezza.

 

 

Accadde tre anni fa

Ieri sera, tornando a casa, c’erano sull’autobus due anziani che parlavano tra loro:  uno scende, ne prendo il posto.
Ho così davanti a me una signora coi capelli bianchi, che mi dice ” Che giro dell’oca fa la 61″. Io dico, “ma no, perchè”, e lei mi dice di venire dal capolinea.
“effettivamente allora sì, è una linea lunghissima” rispondo.
Mi dice che era stata a tenere la nipotina, ma la figlia non capisce il suo disagio ad attraversare tutta Milano per essere lì in tempo perchè vada in ufficio. Sarebbe arrivata ora a casa (erano le 20 passate) e certo non cucinava, è vedova. Poi mi dice
“Lei è stanca. Lo vedo, ero dottoressa, sa? Ma non stanca di oggi, è stanca da un po’.”
credo di agitare le sopracciglia
” Mi raccomando, abbia cura di sè, perchè poi quando ha bisogno non c’è mai nessuno, non c’è figlio che tenga.”

LETTERE DA BERLINO

Sottotitolo: Quando Twitter non esisteva ancora.
Otto e Anna Quangel, berlinesi,  hanno perso il figlio sul fronte franco-tedesco;  nel padre , meccanico, matura l’idea di spargere granellini di sabbia, ma tanti, per far fermare la macchina tritatutto del nazismo (tritatutto l’ho aggiunto io).
Una cosa che ai tempi di twitter sembra una bazzecola – no, non penso sia una bazzecola mandare messaggi dai paesi dove la libertà non abita più – bazzecola perchè per la maggioranza di noi è un gesto familiare quotidiano che si fa senza pensarci troppo su.
Non ho letto il libro di Hans Fallada da cui è stato tratto, Ognuno muore solo – di Fallada lessi da bambina il romanzo Fridolino tasso birichino, lo lessi rilessi e lessi ancora, tanto mi piaceva  per cui non so dire quanto il film segua il romanzo, che comunque è stato ispirato dalla storia dei coniugi Otto e Elise Hampel.
I granellini di sabbia sono cartoline, accurate come piccoli capolavori,  dove marito e moglie riportano brutali crude verità sul nazismo, e che poi rischiosamente disseminano nei luoghi più frequentati della città, perchè vengano raccolte e lette, perchè  sveglino le coscienze dei concittadini narcotizzate dalla paura.  Solo,  la maggioranza dei biglietti viene raccolto da persone  terrorizzate dalla sola vista dello scritto,  e da questi consegnati alla polizia hitleriana, che ovviamente indaga e noi,  sostenuti da una consona colonna sonora, si fa il tifo perchè i coniugi non vengano scoperti.
E’ sempre opportuno non smettere di raccontare quel buio alle nuove generazioni, ma mi chiedevo cosa avesse da offrire l’ennesimo film sul periodo nazista,  e credo sia il quotidiano dei cittadini sotto il nazismo.  La vecchia signora Rosenthal rifugiatasi in soffitto e foraggiata dalla postina, il giudice Fromm che si offre di nasconderla, il ladro sciacallo, la fila di donne ebree costrette a raccogliere mattoni in mezzo a delle macerie,  i lavoratori che devono incrementare la produzione per obbedire a Hitler, chi si mutila le mani per non partire militare, chi si terrorizza per aver solo toccato e letto le cartoline dei Quangel, l’investigatore in gamba che lotta col suo senso dell’onore e la sua coscienza.
Comune denominatore la paura.
Ripenso all’altro film visto recentemente sull’argomento, Frantz, collocato invece alla fine della guerra, dove i genitori apparivano invece  più rassegnati, in attesa di qualcosa, di qualche segnale che non poteva più arrivare.
La cosa più bella qui è l’amore della coppia protagonista, un amore intenso e di poche parole, timido e dolce, che arriva e commuove.
Non conosco il regista Vincent Perez, non ricordo  Brendan Gleeson che avrei già visto in Suffragette (era anche  nella serie di Harry Potter) e qui bravissimo, non ricordo in altri film anche se ne ha girati parecchi di rilievo che non ho visto l’investigatore Daniel Bruhl, ma ricordavo  benissimo la grande Emma Thompson, già amata in Casa Howard, Quel che resta del giorno, Ragione e sentimento.
Curiosamente, se penso a Jane Austen, l’inglesità che amo, la vedo con i tratti di Emma Thompson, anche se in realtà la scrittrice era tutta diversa.

800px-gedenktafel_amsterdamer_str_10_28wedd29_elise_und_otto_hampel

FILOVIA 90-91

Alla fermata mi sono seduta sulla panca tra un giovane di colore e una coppia di anziani invece di incolore.
Ha suonato un cellulare, non era il mio, il ragazzo, pulito e ben vestito, uno studente, risponde al suo imponente Samsung .
L’anziano scuotendo il capo ha bisbigliato alla moglie: “Guarda che telefono che ha!! …visto?”
Eccerto! Sono i nostri 35 euri che lo mantengono così bene. Sono certa che hanno  pensato quello, e nero è nero,  quel lavavetri con la t-short rigata che stava facendo la gimcana tra le macchine della circonvallazione, era evidente che dei 35 euri se ne faceva un baffo, quello no, non lo guardavano.
Sono poi salita sull’autobus, una signora col capo coperto, musulmana direi, in buon italiano mi ha indicato un posto a sedere, ho ringraziato, sto su poco, sto in piedi.
L’ho poi sentita, alle mie spalle, parlare con qualcuno… o da sola, non so. “Cose da pazzi. Ci sono i posti per gli invalidi e quel ragazzo sta seduto,  non si muove, che gente, che mondo,  non si capisce più niente”
L’ho vista andare dal ragazzo di incolore, farlo alzare, e far sedere una signora di incolore con le stampelle.
Poi, poi basta, sono scesa.

CAFE’ SOCIETY pensierini sul film

L’ennesimo film di Allen, detto senza quel senso di noia  spesso incluso in  questo aggettivo, ennesimo.  Ne ha fatti davvero tanti, e debbo dire che non troppi sono indimenticabili,  o mi hanno lasciata altra traccia oltre la piacevole visione e l’ascolto delle inconfondibili colonne 21c20fb88a238353c939cb3897590c2asonore. Cioè, film come Provaci ancora Sam, Prendi i soldi e scappa, per dirne solo due,  sono ormai storici, imperdibili, dubito che  di questa sua ultima generazione di film alcuni lo diventino.
Cafè Society per me  esce un po’ da questo filone, vi ho ritrovato un po’ della passata verve caricaturale, e mi ha fatto  molto sorridere.
La vicenda non ha un vero inizio e una fine, la vita scorre su un nastro, abbiamo visto al cinema lo scorrere di una parte di questo nastro… le vite delle persone che abbiamo seguito per un po’, continuavano, solo, siamo usciti dal cinema.
Come tanti film di Allen, l’amore fa da padrone, l’amore con le sue assurdità, che  scherzi ci  combina.
Anche questo film, come in quello visto la settimana scorsa, Frantz, è come diviso in due “vite”, qui Los Angeles e New York.
Il film è divertente,  gli attori giusti, la musica straripante, la fotografia bellissima – la prima inquadratura della piscina mi ha ricordato le luci di Hopper – le vicende non coinvolgono visceralmente, cioè, così devono essere le cose, anche l’amore è così che funziona, i gangster fanno così, nei night la gente nel 1930 era così…e tu guardi lo spettacolo.  Così si viveva a Los Angeles e a New York, questo succedeva.
Cioè, non ti asciughi  lacrime per l’amore deluso, così doveva andare… forse sono stata una spettatrice un filino cinica,  ma molto molto soddisfatta.

FRANTZ

frantz-mit-pierre-nineyCitandolo ad un amico, da poco uscita dal cinema, ho bollato questo film come molto lento e mediocre.  Ripensandoci, lento è lento, ma non è così banale.
Non intendo accennare alla trama,  perchè l’aspettativa è necessaria al film e non voglio rovinarne la visione.

Non conoscevo nessuno degli attori del cast, nemmeno  la luminosa Paula Beer, la protagonista Anna, che ha vinto il premio Mastroianni alla 73ma Mostra di Venezia,  nè Pierre Niney, il coprotagonista Adrien, dai dilaganti padiglioni auricolari, dai  tratti che ben si adattano alla fragilità psichica del personaggio che interpreta. Il film è girato in bianco e nero, salvo i momenti dei ricordi dei  sogni e dei racconti, immagino sia il contrasto con la realtà non troppo allegra dell’immediato dopoguerra.  Una cosa curiosa: ripensando ad alcune scene, mi chiedo, era in bianco e nero o a colori? Tipo le ultime inquadrature, per me doveva essere a colori, la realtà non più grigia perchè la vita riprende, ma non lo so, forse era in bianco e nero:
La fotografia è ottima, a causa di tale Pascal Marti, a me sconosciuto (e scopro sul web che, col suo zampino,  avevo visto secoli or sono Le fate ignoranti)  come mi è sconosciuto l’autore della colonna sonora, Philippe Rombi (con lui avevo visto Nella Casa, sempre di Ozon): in alcuni film (tra cui questo) non mi accorgo della colonna sonora, mentre in altri  la distinguo, come nei film di Allen, per esempio, che spesso introduce motivi già noti, li riconosco. Vabbè, Barry Lindon, Lawrence d’Arabia, Giù la testa, erano musicone.Non so dire se sia un  demerito del musicista o un merito:  non la distinguo semplicemente perchè è  ben amalgamata con il film, o  sono concentratissima sulla vicenda, ovvero il film mi ha preso, nel suo insieme, con buona soddisfazione del regista Francois Ozon e i suoi collaboratori.
D’altra parte, quando scrivo di un film,  mi piace annotare le mie impressioni di spettatrice qualunque, non da professionista, ce ne sono già tanti più preparati di me, per farlo:
Correggo, meglio: quando scrivo, in generale, che sia di un film o di altro.
Non penso di possedere la Conoscenza, e l’Infallibilità.
Dicevo, questo film non è poi una così banale storia d’amore,  porta a riflettere sulla menzogna e sulla verità, l’amore semplice e l’amore complesso, la fiducia ed il perdono.
Come sembri a volte  inutile la verità,  addirittura importuna, quando vogliamo imporla ad altri per far stare bene noi stessi, anche se non ci è richiesta..anzi, le menzogne fanno stare così bene, perchè ferire, quanto siamo egoisti, per sottrarre momenti di vita a colori agli altri?
Il perdono anche, è una faccenda complicata, bisogna stabilire una graduatoria dei nostri valori, quali siano ovviabili e quali no, un subbuglio dentro di noi, quindi.
Nota a margine, la vicenda si svolge nel 1919, e nel paese tedesco dove arriva,  Adrien è malvisto in quanto francese,  i francesi sono gli  assassini dei giovani morti al fronte…questo nazionalismo, questa diffidenza a guerra finita.  tu sei francese, io tedesco, abituata all’idea di Europa, fa un po’ effetto, ma viene il pensiero: ci torneremo? visto che anche i muri, pare,  “a volte ritornano”.

SMS

​Vincenzo era così solo che faceva frequenti piccoli pagamenti col bancomat per ricevere  gi sms. Se il messaggio arrivava mentre c’era qualcuno che lo poteva vedere, estraeva lentamente  il cellulare dalla tasca della giacca, e dopo avergli dato un’occhiata annoiata lo riponeva, alzando gli occhi al cielo.

Brevi appunti su WOODY di Federico Baccomo, ed.Giunti, pagg 91

600woodySembra un libretto, perchè  è scritto grande, spaziato, un numero modesto di pagine, ha addirittura le figure, eppure e un libro completo, che ti fa vibrare, leggi e vuoi andare avanti… una cosa che mica capita sempre.
Il mondo visto con gli occhi di un basenij… come mai un basenji, mi chiedo, è un cane non comunissimo in Italia,  mi documento, è un cane di origine africana, molto dolce ma determinato.
I ragionamenti canini ci stanno, possono essere pensieri e  ragionamenti che un cane fa davvero. Mi è piaciuto quel riportare i nostri comportamenti umani  come in un sistema binario, 0-1 del bene e del male, tutte le nostre sovrastrutture mentali, ridotte a un Padrona felice, o Padrona non felice,  concetti semplici, che poi quello sono, elementari, veri, senza tanti giri di parole.
Insomma attraverso quello che il cane ascolta, o vede, o deduce, si delinea una storia, una storia di affetto dedizione e anche di violenze.
Per giudicare un film di solito mi chiedo se esco dal cinema portandomi dentro qualcosa del film… ecco, con la lettura di questo libro è successo.

 

The Danish Girl

e4f31217ae649129a2629593371139bfa1c90108

Un capolavoro…
Quando esci dal cinema portando dentro di te i personaggi,  lo è.
La musica avvolgente, ogni fotogramma un quadro, splendido per colori e suggestioni…
Ho vissuto con Gerda e Lili/Einar la loro storia, ho trattenuto a fatica le lacrime:
Una coppia felice, giovane, in cerca di un figlio che non arriva… il caso, ed Einar accarezza delle vesti di raso, indossa una calza femminile… viene alla luce una sofferenza interiore, una sofferenza  liberazione, e questo non può che creare uno scompenso nella coppia, che il profondo affetto riesce a superare,  Gerda non abbandonerà mai Lili, la seguirà nella sua trasformazione.
Lili è il primo uomo che ha affrontato un intervento chirurgico per diventare donna…desiderava addirittura diventare madre.
150px-man_into_woman_an_authentic_record_of_a_cha_wellcome_l0031868Nel 1930 questa possibilità non veniva neanche in mente ai medici che avevano interpellato prima del chirurgo… schizofrenico, interventi coi raggi, operazioni alla testa, camicia di forza…solo il chirurgo tedesco capisce che la malattia è il corpo maschile che  riveste  una donna.
Voglio parlare con Einar, dice Gerda a Lili… ma Einar non c’è più, Einar si sforza di tornare, ma non ce la fa, confessa che anche quando dorme, sono i sogni di Lili:
Eddie Redmayne e Alicia Vikander sono riusciti a comunicarmi il disorientamento la scoperta la sofferenza la liberazione l’intensità dell’amore…anche la durezza.
Non so perchè mi venissero le lacrime, sicuramente avvertivo tutto questo, ed anche il pensiero dell’incomprensione dei più, lo scherno, cui queste persone – come accade anche in tanti altri tipi di diversità – sono destinate, e mi viene una sorta di rabbia..
Soprattutto in questo periodo di discussioni per la legge delle unioni civili, delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, ecco, chi denigra, che deride, chi si indigna, si mettesse nei panni di questi “diversi”…e vengano a dirci  se è natura, o contro natura.

qui il trailer del film

Good Kill all’ ucci ucci cinema.

Ieri sera alle ore 22 circa facevo il mio ingresso piovoso nel mondo dei cinema multisala, quelli grandi grandi che in genere non stanno in centro città, hanno il loro parcheggio, cattedrali a  misura dello spettatore d’allevamento. 0
Come in tutti i cinema, dove c’è la cassa c’è un tabellone qui altissimo, con il titolo del film, le sale (qui in numero di otto), l’orario, i posti disponibili.  La coda scorre  veloce, per fortuna.. quando arrivi in prossimità della cassa, si palesa un cartello ad altezza umana:
I film hanno inizio 25 minuti dopo l’orario indicato, i biglietti si vendono fino a 20 minuti successivi ” .Glab, il film cominciava alle 22.40, quindi….alle 22.65, ovvero alle 23.05.
Ottenuti i biglietti, ci si dirige alla sala, al piano superiore.  Ci si accede, pare, solo con una scala mobile, custodita  da due omini del cinema, quelle che una volta si chiamavano maschere, ora sembrano mastini. Non si sale fino a che non cominciano i film. L’atrio è infatti pieno di gente vagante.  Ci sono bar, ristoranti, pizzerie, pochi sedili indipendenti. Ci si dirige a prendere un caffè. Per forza, la ggente in qualche modo deve passare il tempo di attesa. Poi cosa c’è di più comodo che cenare direttamente lì?  Chissà quanti amori sono nati nei fast food, quante dita unte fried chicken si sono sfiorate, strette, durante la visione del film.
Dopo il caffè, ecco, è l’ora, possiamo accedere alla suprema scala mobile, passiamo, ma la piccola sala 7 è al secondo piano.  Ci sono le scale, dal primo al secondo. Quelle mobili non le vedo, c’è un ascensore che puoi prendere solo per scendere.
Quindi, ascendo al secondo piano per le scale  immobili.
Insomma, il compito assegnatoci è chiaro.

good-kill_rq15Il film. Good Kill, sembrava interessante, parlava di guerra coi droni, interventi mirati da migliaia di chilometri di distanza, ed il disagio di un aviatore passato dalle azioni in volo a quelle seduto davanti a un monitor, problemi che si riversavano sulla vita di coppia etc.
Nella prima parte del film mi sono anche un attimo addormentata, le continue riprese dal drone non erano il massimo, e tutto il ritmo del film è assai lento.
Il sottotitolo del film spiega tutto: Se tu non vedi in faccia il tuo nemico come puoi vedere in faccia te stesso?
39670-good-kill-trailer
Ci si sente un poì vigliacchi a eliminare vite umane,  non sempre tutti combattenti, dalla propria sedia, obbedendo agli ordini di una voce che arriva da un altoparlante…è un videogioco fatto realtà. Thomas Egan non riesce più, ed anche una volontaria in team con lui si svolontarizza, ma tant’è, non è un film denuncia, non ha smosso le acque, e i droni partiranno infatti anche da una base italiana, verso il Nordafrica, a scopo solo di difesa… speriamo lo scopo non cambi.
Ci si pone un dilemma, nel film, a cui non viene data risposta, una risposta che non viene data neanche nella vita fuori dal film : “loro ci uccidono, noi li uccidiamo, i loro figli sopravvissuti si vendicheranno uccidendoci, non è la soluzione” .  Se gli USA usano i droni, loro usano i bambini bomba, e fanno attentati uccidendo consapevolmente nostri civili, e sono ovunque, non in una casetta vigilata da un drone e bombardabile.
Un film che può piacere agli appassionati del genere, quale io non sono.
Tra l’altro, mi ha colpito  la forte presenza della geometria nel film. Dal taglio di capelli a spazzola dell’ex pilota, alle casetta afghane, alle inquadrature per sganciare le bombe (oh, ma qualcuno che mette la benzina e le bombe nei droni, e da dove partivano. questo non lo ho visto, se c’ero dormivo, forse), ai quartieri dei militari in Las Vegas, sembravano le casette del gioco SIMS1, tutte in fila, tutte uguali, e anche la moglie del protagonista, Molly, sembrava una Barbie.
Impatto empatico pari a zero.Io, magari per voi tantissimo.
Mah!