noticine su IL CASO SPOTLIGHT

Non dirò nulla della colonna sonora perchè non la ricordo.
Vuole dire che non si staccava dal film. Non strideva, e non brillava di luce  propria, quindi si amalgamava. Mi capita assai di rado, di distinguerla dal filme ricordarla a parte.
spotlightLa vicenda è nota, in quanto realmente accaduta. Il gruppo Spotlight, che al Boston Globe si occupava di approfondimenti di notizie delicate,  viene incaricato di andare a fondo su quella di un caso di pedofilia.
Le indagini si allargano a macchia d’olio, i prelati interessati  sono moltissimi, e la Chiesa ha fatto di tutto per mettere a tacere le cose, facendo trattative private con le parti lese, trasferendo i preti etc.
I giornalisti vincono le resistenze della città omertosa – non vedo non sento non parlo – riuscendo a ricostruire il sistema che ha interessato più di 1000 ragazzini e ragazzine, e un’ottantina di preti.
Il film, candidato a molti premi Oscar (miglior attore e attrice non protagonista, sceneggiatura, miglior film, regia, e credo basta, e basti) è senza dubbio da vedere e molto interessante, anche per chi non è giornalista, perchè mostra come si fa giornalismo, ovvero come si cercano le fonti, e le prove, si rispetti la privacy e le corse per non farsi soffiare le notizie dalle altre testate.
Il primo pensiero: Quando i giornalisti sono davvero utili.
Il secondo pensiero: Non è intervenuta alcuna forza politica, solo la direzione del Globe che voleva aumentare/mantenere il numero dei lettori e aveva spinto all’indagine.
Il terzo pensiero che forse doveva essere il primo: la notizia l’avevano sottomano anni e anni prima, un altro caso, ma l’avevano sottovalutata.
Dicevo il film è interessante, e coinvolgente, però lo stavo guardando io, che marginalmente conosco l’ambiente di chi scrive, io stessa nel mio piccolo scrivo qui e sul social e nello scrivere mi faccio delle domande:   è in grado di coinvolgere anche chi da questo ambiente è lontano, al di là del problema ripugnante emerso  nella Chiesa?
Perchè questo non è un film sulla pedofilia, è un film sul giornalismo.
Certo, le emozioni che spingono il gruppo Spotlight sono abbastanza contagiose, forse alla storia manca quel pizzico che fa film,  che rende i protagonisti un po’ più eroi agli occhi dei non addetti ai lavori… ovvero qualcuno che contrasti i giornalisti, li minacci, li diffidi.
Tipo, Rezendes è al telefono e la telefonata si interrompe bruscamente, e bussano alla sua porta di casa. Brrr… che arrivi la nominata pallottola, che entri qualcuno che lo fa nero? Chiede chi è, L’arcivescovo di Canterbury, risponde la voce del capo redattore Bradlee che entra con una pizza.
E comunque, per me che amo i puzzle, è un bel film.

 

 

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FUOCHI D’ARTIFICIO IN PIENO GIORNO (Black Coal, Thin Ice)

Un film giallo cinese (o noir, o poliziesco) vincitore dell’Orso d’oro e d’argento al Festival di Berlino del 2014…  per me, semplice spettatrice non cinemologa, è un film invedibile, almeno per i miei canoni armonici, meritevole tutt’al più di un orsetto caramella gommosa verde.
Si salva la vicenda, la trama, il filo, che si evolve  evolve, parola grossa – a balzi e brandelli che si stenta a collegare, salvo che non ci si  sia documentati sul film prima di andare a vederlo, e ogni tipo di suspence si perde, mancano i passaggio, sono sottintesi.
I dialoghi sono cinesemente ridotti al minimo, per cui non aiutano, come non aiuta la segnaletica  stradale in sinogrammi:  il protagonista Zang ritrova foglietti indicazioni etc, che solo lui sa che cosa diavolo c’è scritto, è soddisfatto del ritrovamento?  gli crediamo.
Il film inizia con l’apparizione di una mano su un carico di carbone, poi si vede uno in stazione (non sai ancora che è Zang), che cerca di saltare addosso a una donna, alla quale si spalanca un ombrello, e gli dà un documento, pieno di sinogrammi rossi, che chissà cos’è, una patente, dicendo “eravamo d’accordo che era l’ultima volta” prima di salire su un treno.
Questa è la scena in cui lui viene lasciato dalla sua donna, dopo di che resterà inconsolabile. Poi il caso irresolubile della mano sul carbone e una sparatoria dal parrucchiere cinese in cui perdono la vita dei poliziotti lo portano all’alcolismo,  esce dalla polizia e fa la guardia privata (lo si capisce bene leggendo le schede del film sul web) così  gli rubano la moto nella neve lasciandogli un motorino, tanto era ubriaco,  riverso a lato della strada.
Questa città della Cina del Nord (si sa sempre dalla scheda film) non ha niente di cinese se non le luminarie led, e i cinesi sono vestiti da occidentali, sono anche ciccioni, che qui  li vedo sempre magri, e non è vero che si somigliano tutti come si dice.
Le biciclette sembrano aver lasciato il posto ai motorini, efficientissimi nella neve, non lo avrei detto.
Musica: occidentale Sensualità: zero. Sesso: animale. Fotografia: pessima. Pathos: zero.  Humour: zero  Fuochi artificiali: cinesi.
Temperatura della sala del cinema: glaciale.
Peccato, la storia era anche bella.

PITZA E DATTERI

Un film portatore di messaggi,  secondo me destinato a restare privo di autorevolezza, salvo  un Salvini o una Santanchè che si mettano a deprecarlo pubblicamente.
Il titolo, purtroppo, per quanto motivato, sembra quello di un filmetto qualunque che fa un po’ ridere, con questi personaggi un po’ ingenui e pasticcioni.
A Venezia uno sparuto  gruppetto di musulmani, i cui membri provengono da etnie tutte diverse, cerca una moschea per pregare insieme, invece di riunirsi genuflessi verso la Mecca nei luoghi più imponderabili di Venezia.  Arriva un giovane Imam afgano a cercare di risolvere il problema, ma il suo integralismo viene messo a dura prova dal fascino di Venezia, di una parrucchiera turca progressista, ma il problema della moschea verrà risolto.

Sicuramente il fil rouge del film è l’integrazione. Bepi/Mustafà (Giuseppe Battiston) è un voluminoso veneziano decaduto che si è convertito all’Islam, ed è irriducibilmente propenso alla violenza nei confronti di quella civiltà occidentale che lo ha bistrattato, pur di tornare in possesso della moschea ora diventato un negozio di parrucchiere. Gli altri componenti del gruppo, gli stranieri, sono invece molto riguardosi: il curdo, davanti all’ipotesi di usare esplosivi,  obietta che gli italiani sono molto affezionati ai muri vecchi, così come l’arabo fa presente  che la lapidazione in Italia non si usa… perchè alla fine nessuno di loro è veramente violento, e la moschea si può aprire anche alle donne, e sono orgogliosi che il sindaco di Venezia la inauguri.  E il problema della moschea viene risolto da una persona da cui non se lo sarebbero mai aspettato…
Pitza, con tanti datteri, viene ordinata dal  giovane Imam in un bar, dove si siede per provare a fare l’occidentale,  quando si è smussata la diffidenza verso questa nostra civiltà, ed ha subito il fascino di Venezia, del mare, dei fuochi artificiali… Pitza e datteri, ovvero, l’integrazione.
Insomma, il messaggio di un Islam non violento,  del desiderio di convivere in pace, passa facendo sorridere lo spettatore. Buona cosa gettare questi semi…  solo il film di Fariborz Kamkari nel suo insieme, per quanto aiutato da una Venezia sempre meravigliosa, dalla musica dell’Orchestra di Piazza Vittorio – orchestra eterogenea quanto il nostro gruppetto –  non è abbastanza incisivo, rischia di passare inosservato.
Insomma, un film godibile.

Un film in orizzontale.

Youth, la giovinezza.
Nelle Alpi Svizzere, anche le mucche al pascolo assurgono alla gloria cinematografica…tant’è che l’apatico direttore d’orchestra  sorride dirigendo il suono dei campanacci.  Perchè lui dice d’essere apatico, e poi si guarda dal di fuori,  e si chiede conferma della sua apatia.  Così apatico che non perde una sfumatura di quello che gli accade intorno, o di ciò che dovrebbe invece accadere.
Nel centro  benessere nella Alpi Svizzere gli ospiti sono un po’ di tutte le età,  certo per la maggior parte anziani, sempre meno anziani dei due bambini che li ascolti e son già vissuti e disincantati, pratici.
In questa sorta di casa di riposo per super ricchi  dialogano concisamente tra loro gli amici e consuoceri Fred e Mick, ovvero l’apatico e il sognatore,  il regista che sta scrivendo le scene del suo ultimo film, la figlia di Fred abbandonata di punto in bianco dal figlio di Mick, Jmmy attore di successo che deve immedesimarsi nella nuova parte,  la tosta musa di Mick  Brenda Morel,  gli sceneggiatori , la massaggiatrice, il medico, Sua repellenza la controfigura di Maradona,  e Miss Universo, che tenta di cogliere tutti di sopresa, esprimendo concetti probabilmente arguti.
Gli altri personaggi son tutti silenziosi, si muovono ieratici , anche la coppia che non si parla mai al tavolo del pranzo  è ieratica,  eccezion fatta per l’ululato che erompe dalla signora durante un  coito, diciamo furtivo ma spiato per caso dai nostri due protagonisti, contro il tronco di un abete nel bosco, ma state sereni, la coppia riprende subito la sua ieraticità.
E’ un film  prevalentemente orizzontale perchè molti dialoghi, pensieri, sogni  nascono in posizione supina, il musicista mentre dorme con la figlia piangente vicina, o mentre  le sue carni invecchiate vengono massaggiate con esperienza, il regista Mick con i giovani sceneggiatori pensano il finale del film sdraiati sui lettoni prima di dormire, o gli ospiti si avviano in fila silenziosa ed ordinata per sdraiarsi negli  idromassaggi.
La storia è fatta di niente,  ma come spesso capita, a Sorrentino e ad altri,  il filo esile di narrazione serve a presentare affreschi e personaggi, momenti, come si avessero in mente prima le scene, e poi si sia pensato a collegarle in modo più o meno plausibile.
Caine e Keitel stupendi nella loro familiarità, ingombrante il Maradona (sarà che è un personaggio che mi ispira disgusto, non me ne vogliano lui o i tifosi napoletani)  curiosa la figlia del musicista infatuata dallo scalatore svizzero, al quale avrei imposto “vuoi avere una storia con me? tagliati metà del materasso che hai per barba” e sì che mi piacciono barba e baffi) e dai con ‘sta cosa della piscina dove si immerge miss Universo tutta nuda, e i due vecchi amici la guardano, come una visione…questa foto in locandina, e ovunque, certo vistosa, si nota, attira, come ormai sederi perfetti e seni di tutte le forme non siano in mostra ovunque…forse è il momento top della loro vecchiezza, potrebbe avere questo significato. Banale, però, d’altra parte è un film pieno di luoghi comuni e dialoghi comuni. Comunque bello, bello per le musiche di Lang, bello per la fotografia minuziosa di Bigazzi, bello per la bravura degli attori. Un film che non ti scompone. Non è immediato trovarvi un senso, un messaggio, ma non è obbligatorio trovarlo, o riceverlo, e ci si accontenta della piacevolezza, del godimento nell’immediato, e già non è poco.

prossimi da vedere, Il racconto dei racconti, e  Taxi Teheran.

Un paese sperduto

Lorenzo mi aveva scritto in sms, è un paese sperduto, di quattro o cinque case, una è caduta quest’inverno.
22587_10206822128540200_4898488285298768796_nEra vero.  Uscita dall’autostrada ad Arquata, giri a destra e praticamente vai sempre dritto costeggiando lo Scrivia, che non ricordo di aver mai visto con più acqua che il rivolo che scorre anche oggi in quel letto ampio.  Eppure, vedo anche un cartello, Pesca Sportiva.
Vai sempre dritto, costeggi lo Scrivia, e il mondo sparisce, si diradano le case, le macchine, si corre tra le montagne ancora brulle, un leggero accenno di verde, le immagino verdissime tra un paio di settimane. Dobbiamo arrivare a un tale ristorante, fare uno squillo all’anfitrione, che ci verrà incontro sulla strada. Così facciamo, ristorante, sosta, squillo, si riparte.
Terrore, per me… strada in salita – che dopo sarà in discesa – ripidissima strettissima, con curve a gomito, sgarrupata, che sembra di fare la curva e non trovare magari l’asfalto sotto la ruota anteriore a valle… Il mio  supplizio è durato per un po’ di curve, fino a quando non abbiamo visto Lorenzo  e le due bimbe che ci aspettavano.  Ho anche ringraziato il cielo di aver costretto il capofamiglia ai soli fini anagrafici a far benzina, non lo sapevamo ancora , ma eravamo all’ultimo distributore sulla strada che dovevamo fare, e quasi in riserva.
Ci siamo avviati, noi cinque ospiti e il cane Boris,  dietro  Lorenzo… la casa in rovina, era in vendita per ben cinquemila euro, prima di accasciarsi.  Andiamo ancora poco oltre, ecco, la casa di Lorenzo, acquistata da suo padre poco tempo prima di morire.
Forse ho un po’ perso lo spirito da pioniere…   non so perchè una persona di una certa età si vada a cacciare in un posto così… il negozio di alimentari più vicino è a mezz’ora di macchina- compresa la strada tutta a curve di cui dicevo prima – non andiamo a pensare a medici, farmacie, o addirittura a un mercato.  Non è che neanche puoi dire, in cinque minuti sono al mare, che in linea d’aria non sarebbe lontanissimo.
Ora non voglio parlare del piacevolissimo pranzo di Pasqua, del piacere degli affetti familiari, dei tre cuginetti affiatatissimi o del cane Boris che si rotolava nell’erba ed ha potuto passare una giornata senza guinzaglio, ma del silenzio e della solitudine.
Le famiglie delle altre case non c’erano, non abita nessuno lì. C’erano, nella casa più in alto,  Renato e Laura, Renato abita a Novi Ligure e viene nel fine settimana a lavorare la sua terra.
Tra queste case, tu  esci e per non perderle lasci le chiavi nella serratura,  tanto non c’è nessuno, quando torni  dalla passeggiata.
11133714_10206822152380796_8131098375541657609_nFuori è tutto silenzio.  Puoi vedere i daini, nelle ore giuste, e quando fai la diabolica strada, devi fermarti perchè la famiglia di cinghialini sta attraversando la strada. Di lupi, diceva Lorenzo, qualcuno ce ne è,  ma lontano da lì.
Si è talmente soli, che anche i vicini, d’estate, quando ci sono, sono simpaticissimi, dice la moglie di Lorenzo, e magari se tu li conoscessi in un contesto affollato, non lo sarebbero. Non puoi scegliere, quindi scavi il meglio dalle presenze che ci sono, e ci si aiuta tutti.
Forse, la sera, qualche puntino di altre case illuminate, sparse lontano nella valle, lo si vede.
Il Renato tiene uno spaventapasseri elegantissimo, forse più una presenza, che uno spaventapasseri, di primo acchito, mi aveva spaventato un po’.

En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

Il negozio più affollato in via Torino alle 19 di sera, è Amsterdam Chips. Però non è bello starci seduta davanti a leggere un libro, sul marciapiede di fronte, alla fermata del tram in attesa che cominci il film, perchè arrivano le zaffate di fritto, e poi, per star ferme così, fa ancora un po’ freddo. E allora mi sposto nella galleria del cinema, e tanto per passare il tempo pensi, ” Quasi faccio una foto alla locandona” del film che ha vinto il leone d’oro  come film dal titolo più lungo, e non c’è come pensarlo perchè cinque persone ci si fermino davanti a parlarsi. Ma è più lungo
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza
o forse
Cosa è successo tra mio padre e tua madre?
Il piccione vince.
Il piccione si vede solo nella prima sequenza, per giunta impagliato, che viene il dubbio sia impagliato anche l’uomo che rimane imbambolato a guardarlo.  Poi il piccione non lo vediamo più perchè è lui che ci guarda.
Qualcuno si è anche sentito piccione ad essere andato a vedere il film,   sentivo una uscendo che diceva una boiata pazzesca, mentre la aspettava fuori dal cinema un vecchietto a metà tra Nosferatu e i personaggi del film.
Non è un film facile, se si può dire che ha un filo conduttore, non si può dire che ci sia una vera e propria trama.
Goteborg, o qualunque altra città non importa. Goteborg perchè ci sono i marinai del 1943nella trattoria di Lotta la Zoppa, e  i centomila soldati di Carlo  XII diretti  in Russia che passano davanti al bar dove Sem e Jonathan si sono rifugiati perdendosi e nel quale il re entra a cavallo e beve acqua minerale gassata. Sem e Jonathan sono i due mal messi piazzisti di scherzi di carnevale, personaggi  dal colorito pallido come si fossero salvati da un film sui vampiri, che cercano di vendere denti di Dracula coi canini allungati – quasi come quelli della tigre con i denti a sciabola  e il sacchettino che fa la risata “Vogliamo far divertire la gente” è il ritornello con cui mostrano la loro merce. Davanti  allo stesso bar ripassa l’esercito sconfitto a Poltava, colpa dei russi che si sono armati di nascosto, consolano il re sfatto.
Il tizio alla fermata dell’autobus che sente dire dal negoziante che apre la bottega ” E’ di nuovo mercoledì” e  rimane sconcertato, e chiede conferma agli altri che aspettano con lui, e tutti concordano sul mercoledì, scandalizzati  che costui potesse sentirsi come fosse un giovedì.
I quadri nel film sono innumerevoli, in molti ci finiscono i due tristissimi piazzisti, ci sono altri personaggi che si vedono nei momenti in cui inseguono la loro vita, non sto a dirli tutti, perchè poi il film lo si deve andare a vedere e a scoprire.
Mi sento di parlare più di quadri che di episodi… sono quadri a colori tenui, grigioverdi, e i personaggi sono in genere pallidi, e stanchi, e sono la gente normale, quella che nessuno vede, di cui non ci si accorge che esistono,  sono quelli che fanno numero, stentano ad essere protagonisti financo della loro vita.  Quadri, perchè i movimenti sono ridotti al minimo, come i dialoghi. Un po’ come capita nelle esistenze solitarie. In certi momenti mi ricordavano un po’ scene della tragedia greca,  col coro.
A noi spettatori viene da sorridere, non certo risate grasse e flaccide, mentre pochi dei personaggi   trovano un motivo per farlo.  E viene il dubbio se si tratti di esistenza o sopravvivenza, su questo riflette il piccione, credo, e come sia difficile a volte trovare  un senso, uno scopo, cioè rispondere alla domanda “che ci faccio qui sulla terra”.
La qualità tecnica del film mi sembra parecchio buona, e curata… se si guardano i titoli di coda, sembra che abbia collaborato al film,   una co.produzione francese, tedesca, norvegese e svedese, mi pare (4 erano) , l’esercito di centomila soldati di Carlo XII.
Regia di Roy Andersson, attori per me sconosciutissimi.
Un film da vedere? Direi di sì, ma certo non … nazional popolare.

Why Whiplash?

C’è un’infornata di film belli, non so come andare a vederli tutti. Intanto ho catturato American Sniper prima che esca dalle sale – se guardo i film o la tele dal divano di casa, non resisto sveglia davanti a nulla –  Birdman e stasera fresco fresco Whiplash, e devo correre per Mr Turner che è già in giro da un po’.
Whiplash perchè all’Apollo Turner aveva gli orari sbagliati. Certo che all’Apollo sono bei bricconi, l’unica consolazione dell’annoso compleanno erano gli sconti al cine, e lì li hanno appena spostati a 65 anni, insomma, mi fanno lo stesso dispetto dell’INPS.
Premesso che per un film o un libro che non sia I Promessi sposi, l’Iliade e l’Odissea e Via col vento  non racconto mai la trama. E’ un bellissimo film… esistono ancora cose di cui parlare che non siano deja vu.  Un po’ assurdo  nella sola scena dell’incidente di macchina (vi renderete conto vedendolo)  può ricordare i film americani con istruttori militari un po’ sopra i toni,  può ricordare i film sulle abnegazioni sportive, battere il record a tutti i costi.
Senz’altro l’eccellenza è protagonista, la cercano l’allievo ed il maestro.  La cercano odiandosi, sfidandosi, facendosi gli agguati, usando altri allievi come pedine. La trovano. Credo non sia solo nella maestria nell’uso dello strumento musicale quanto nel loro rapporto, entrambi hanno trovato nell’altro quello che cercavano. Perchè se si vuole eccellere, bisogna lasciare sul percorso gli affetti familiari, anzi, gli affetti,  e si resta soli, anche un po’ odiati,  puoi accettare solo le persone che ti permettono di andare avanti, in questo dicevo  Neyman allievo e Fletcher insegnante si sono trovati.
Non so giudicare la musica, non essendo musicista, non conoscendo pressochè nulla della sua scienza, ma non credo si debba suonare  nella tensione che creava l’insegnante nei suoi sottoposti, penso che la precisione  sia necessaria suonando in un ensemble,  il jazz così rigido non me lo immaginavo… però questa rigidezza è un’arma  necessaria allo svolgimento della vicenda.
Un pensiero in soldoni… sono contenta che sia uscito un film del genere, che racconti di una vicenda legata alla musica, all’eccellenza  nel campo della musica. Che  diano un quadro della musica come di solito lo danno dello sport.  Ecco, vogliamo smetterla di pagare gli artisti in visibilità? L’arte, non è un dono che cade dal cielo. Cioè, non solo quello, al dono si accompagna  un lavoro, dietro, e passione e sacrificio e tecnica.  Forse non tutti si rendono conto, di cosa ci sta dietro.
Il film è candidato a soli 5 Oscar,  si fa per dire, miglior attore non protagonista, miglior film, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior sonoro –
Del sonoro, mi sono accorta persino io… come avrei potuto non accorgermi?
Fantastici primi piani, che abbondavano però anche sulle scene di Birdman: qui, non si deve perdere  lo sguardo scambiato tra gli occhi fieri del ragazzo, e quelli  da rettile del maestro, a suggellare il momento della resa reciproca, la fine delle ostilità.
Chazelle, regista a me sconosciuto, giovanissimo, anche Miles Teller, Neyman, ha partecipato a tanti film che non ho visto, come JK Simmons,  perfetto per la parte, non sembrava neanche recitasse tanto incarnava il personaggio alla perfezione… con eccellenza, infernale quanto basta.
L’importanza di non porsi limiti: l’effetto nefasto delle altrui parole “Bel lavoro” che ti inducono a rallentare nella tua ricerca della perfezione, alla quale non si arriverà comunque mai, c’è sempre un qualcosa che si può fare di più per migliorare ancora… No, io non sono fatta di questa pasta, ma capisco che a qualcuno gli capita un fuoco dentro…
Però apprezzo quando non mi si dice “bel lavoro” e mi si danno consigli per migliorarmi.

Tu sei bella

Giocando stasera col nipotino ho scherzato  sulla nonna brutta, lui mi ha però detto “no tu sei bella”.
Una di quelle frasi che ti riempiono di immenso.
I bambini vedono al di là dell’apparenza.
Oggettivamente, non sono bella,  probabilmente lo pensa perchè lo faccio ridere, perchè andiamo abbastanza d’accordo., e perchè sono la sua nonna.

Nota sulla nota della spesa

Mi è venuto in mente, scrivendo la nota della spesa, quando andavo a farla con un a amica.
Tipo, se guardavamo un prodotto e lei me lo consigliava, mi fidavo, e lo mettevo nel carrello per provarlo.
“Questo è ottimo” dicevo indicando un altro prodotto all’amica, che lo guardava, sembrava indecisa,  poi lo riappoggiava sullo scaffale  e ne prendeva uno di altra marca.
Era tutta speciale, mi ricordo che il marito ingegnere voleva solo i biscotti del Mulino Bianco e lei teneva il sacchetto vuoto del Mulino e ci metteva i biscotti di altra marca con la stessa forma.

 

Su, più gentili!

 Stavo scendendo le scale della metrò di Brenta quando sento la voce di una bambina di circa quattro anni, dietro di me:
– Mamma, non sono gentili con me, non mi trattano bene, mamma –  drizzo le orecchie, la bambina credo fosse sudamericana, stavo per scoprire gravi ingiustizie? la soldina di cacio continua
– Mamma le cose me le possono dire gentili.
La madre si preoccupa un  po’ – Ma cosa ti dicono?
– Continuano a dirmi scrivi qui, colora lì… potrebbero essere gentili, no?

IL LUOGO COMUNE

 Ormai è certo, sentir parlare in un certo modo di Milano mi infastidisce assai. Premessa d’obbligo, non penso che Milano sia esente da difetti, storture, insufficienze, sarebbe folle pensarlo, una tesi insostenibile.
Milano è grigia.
Oggi, per esempio, c’è un cielo azzurro limpidissimo, e non è infrequente, neanche d’inverno.  Capita di girare in bicicletta, e sentire il profumo dei gelsomini, oppure di erba tagliata. Grazie forse all’apposito reparto dei supermercati, i balconi e i davanzali si sono riempiti di piante e di fiori, procurarseli è diventato più facile, un po’ come i ravioli, che una volta erano piatto della festa, oggi sono un primo veloce e sostanzioso.
Quando rientro a casa verso sera attraversando i giardinetti, i grilli mi accompagnano per un tratto. Al Parco Sempione ci sono gli scoiattoli, e i gabbiani nel Naviglio, nelle risaie alle porte di Milano gli aironi cinerini. A Trenno c’è una fattoria dove si insegna equitazione circense, ed oltre a cavalli di ogni misura, ci sono animali di varie specie, e vendono prodotti biologici, ed ospitano scolaresche. Poi non so, quante altre cose che altri sanno, ed  io non conosco.
E Milano non è certo grigia per la mente, piena di iniziative culturali, e sportive: credo che ci sia la possibilità di fare quasi qualunque cosa  ginnica o culturale desideri fare.  Con i suoi negozi offre la possibilità di acquisto per ogni tasca, dal superlusso al tutto a un euro.
Mi è capitato di provare una sorta di risentimento un sabato pomeriggio sotto i portici di piazza del Duomo,  quando  cercando di procedere a gomitate verso un cinema, ho sentito una signora accanto a me esclamare “Ah, io a Milano non ci vivrei, meglio mille volte Garbagnate”.
Mi son ritrovata a difendere mentalmente Milano.
” E brava, però venite tutti qui, per i cinema, le mostre, i negozi e per lavorare… e l’economia gira, anche grazie a questo, non lo nego. L’altro modo di vedere le cose è: venite qui tutti, affollate, inquinate, trovate tutto quello volete, e poi dite che brutto che casino che sporco meno male che vivo da un’altra parte” .
Mi sono vista Milano come assaltata dalle cavallette, che se ne vanno lasciando desolazione e mi sono accorta di apprezzare la mia città, nella quale sono cresciuta e ho vissuto sognando anche io la casa col giardinetto, e un altro tipo di vita meno brulicante.
Un’altra cosa che ho scoperto irritarmi. è quel disprezzo della  vita impiegatizia (tanto milanese…)  che chi ha velleità intellettuali, atteggiamenti da “alterntivo” manifesta… o si sente costretto a disprezzare, guardare dall’alto in basso.  Come se una vita ripetitiva, dedita alla famiglia e al lavoro, attenta alla gestione del tempo e del denaro, per evitare disguidi e imprevisti, sia meno meritevole di rispetto della vita vissuta a “genio e sregolatezza”, i vestiti stirati meno di quelli sdruciti.
Come sempre, non vivo le cose in modo alternativo, l’aut aut, il bianco o il nero, i Beatles o i Rolling Stones, ma come coesistenti, come due modi di essere diversi, ognuno con le sue prerogative, non uno migliore e uno peggiore, spesso complementari.  E non è detto che un travet non sia più aperto di mente di un alternativo… alle volte la cocciutaggine di voler essere diverso, di cercare il diverso, ti impedisce di accorgerti, o ti induce a rinunciare, a piccole bellezze a portata di mano.
Penso a me irrequieta e scontenta…alle volte, il luogo comune è una riscoperta.

 

186 e non dimostrarli.

Cercavo qualcosa per celebrare Tolstoj, dapprima mi stavo perdendo rileggendo qua e là  Guerra e Pace, e l’incipit in francese e la tosse della Pavlovna, e l’epilogo,  e la descrizione di Bolkonskij… poi mi son detta, no, una foto, e poi la tentazione del suo motto sull’uomo indifferente alle mostruosità più mostruose (quanto è vero) e poi ne ho trovata una in cui era in posa. Lo scultore era Troubetzkoy… che a me è familiare perchè avevamo delle sue sculture, e anche un paio di quadri nella villona del nonno a Baveno (quella della mia infanzia sul lago, fino ai 12 anni)  e non ultimo lui poi ha vissuto a Suna, a un passo da Pallanza, c’è quella che era  la sua villa, e gli è dedicato un viale lunghissimo. Leggevo Tolstoj adolescente,  mi sembrava di conoscerlo e gli volevo bene,  con la sua barba così, era una specie di persona ruvida e buona, tra un nonno di Heidi e un Santa Klaus. La mia immagine… poco letteraria.

Beh, postare Tolstoj e Troubetzkoy per me ha un significato, tutto mio.

DRAGON TRAINER 2 evvabè, lo so che c’è appena stata “Venezia”

Sono andata a vedere questo film solo per far felice il nipotino… non amo molto il fantasy, e neanche la nuova generazione di cartoni animati, ovvero quelli con personaggi mostri, e storie violente, sono rimasta agli orsi Baloo e alle principesse di Disney… non che le fiabe scherzino, quanto a cattiverie di ogni tipo.
Solo, i personaggi, i colori erano più soft, armonici di tanti cartoni propinati ora e che mi attirano poco, pur non avendo nulla contro il genere, non lo trovo necessariamente riservato ai bambini.
Così, sono rimasta piacevolmente sorpresa, non solo il film mi è piaciuto, ma me lo sto portando dietro,  cioè, ancora oggi ci sto pensando su.  O la bambina che è in me, ci sta sognando su.
La sensazione come se fosse stato tutto vero, ed è evidente che no: indubbiamente mi sono sentita partecipe della vicenda e della sorte dei draghi e del villaggio vighingo di Berk.
Naturalmente nulla sapevo del film Dragon Trainer, il primo, e che i due film  sono tratti,  a regia e sceneggiatura di Daniel Des Bois,  da una trilogia di romanzi scritti da tale Cressidra Cowell, il terzo seguirà nel 2016 o 2017.
Nel primo film i Vichinghi erano in lotta con i draghi acerrimi nemici, poi tramite il figlio del capo Hiccup, che aveva fatto amicizia (in questi film non si parla di contatti FB)  con un drago della specie “furiabuia” arrivò la pace e la convivenza: anzi, i draghi diventarono i destrieri onnipotenti degli abitanti del villaggio.
In questo secondo episodio la pace viene minata dal solito cattivo che vuole impossessarsi e dominare tutti i draghi, e tra situazioni comiche, dolori e gioie, si svolge l’abituale conflitto tra il bene e il male, e naturalmente vince il bene.  Correggo, che vinca il bene sta diventando sempre meno cosa naturale.
Un film piacevolissimo da vedere, una storia ben articolata, personaggi umani dai sentimenti veri, i draghi stessi ricordano i nostri animali domestici,  il furiabuia protagonista, Sdentato, non si discosta molto dai miei due gattonibui.
Il film  manda molti messaggi – messaggi, non chissà che di originale, ma messaggi positivi, un sollievo, ogni tanto – ai ragazzini, e forse anche agli adulti che amano il genere.
Il ragazzo eroe, Hiccup,  è privo di un piede,  ha un animo grande e un grande coraggio, e compie la sua impresa.  La madre, ritrovata dopo venti anni, si scopre che è una donna che voleva la pace  ma restava inascoltata anche dall’adorato marito capo del villaggio, e trasportata lontano da una draga che le si era affezionata, ha realizzato i suoi ideali pacifici  nel nido di draghi: felice di ricongiungersi alla famiglia visto che il dialogo ora era possibile, e che quello in cui lei credeva, e propugnava inascoltata, era ora una realtà nel villaggio.
L’apparenza, la diversità, l’amicizia, e il perdono, il furiabuia soggiogato dal drago cattivo Alfa che ha questo potere sugli altri, uccide il padre al posto del giovane eroe Hiccup, e rinsavito capisce  cosa ha fatto, asuo modo chiede perdono, ma Hiccup addolorato lo respinge, e al drago amico non resta che andarsene con gli altri, comandati dal drago Alfa cattivo. Poi Hiccup capisce che Sdentato ha agito non in sè,  riesce a recuperarlo e a far pace, nonostante il dolore grosso per il padre, e insieme affrontano il drago Alfa… Sdentato, sconfiggendolo, diventa a sua volta drago Alfa, e tutti i draghi vivono felici e contenti.
Ora, qui si aspetta il terzo episodio.