Un paese sperduto

Lorenzo mi aveva scritto in sms, è un paese sperduto, di quattro o cinque case, una è caduta quest’inverno.
22587_10206822128540200_4898488285298768796_nEra vero.  Uscita dall’autostrada ad Arquata, giri a destra e praticamente vai sempre dritto costeggiando lo Scrivia, che non ricordo di aver mai visto con più acqua che il rivolo che scorre anche oggi in quel letto ampio.  Eppure, vedo anche un cartello, Pesca Sportiva.
Vai sempre dritto, costeggi lo Scrivia, e il mondo sparisce, si diradano le case, le macchine, si corre tra le montagne ancora brulle, un leggero accenno di verde, le immagino verdissime tra un paio di settimane. Dobbiamo arrivare a un tale ristorante, fare uno squillo all’anfitrione, che ci verrà incontro sulla strada. Così facciamo, ristorante, sosta, squillo, si riparte.
Terrore, per me… strada in salita – che dopo sarà in discesa – ripidissima strettissima, con curve a gomito, sgarrupata, che sembra di fare la curva e non trovare magari l’asfalto sotto la ruota anteriore a valle… Il mio  supplizio è durato per un po’ di curve, fino a quando non abbiamo visto Lorenzo  e le due bimbe che ci aspettavano.  Ho anche ringraziato il cielo di aver costretto il capofamiglia ai soli fini anagrafici a far benzina, non lo sapevamo ancora , ma eravamo all’ultimo distributore sulla strada che dovevamo fare, e quasi in riserva.
Ci siamo avviati, noi cinque ospiti e il cane Boris,  dietro  Lorenzo… la casa in rovina, era in vendita per ben cinquemila euro, prima di accasciarsi.  Andiamo ancora poco oltre, ecco, la casa di Lorenzo, acquistata da suo padre poco tempo prima di morire.
Forse ho un po’ perso lo spirito da pioniere…   non so perchè una persona di una certa età si vada a cacciare in un posto così… il negozio di alimentari più vicino è a mezz’ora di macchina- compresa la strada tutta a curve di cui dicevo prima – non andiamo a pensare a medici, farmacie, o addirittura a un mercato.  Non è che neanche puoi dire, in cinque minuti sono al mare, che in linea d’aria non sarebbe lontanissimo.
Ora non voglio parlare del piacevolissimo pranzo di Pasqua, del piacere degli affetti familiari, dei tre cuginetti affiatatissimi o del cane Boris che si rotolava nell’erba ed ha potuto passare una giornata senza guinzaglio, ma del silenzio e della solitudine.
Le famiglie delle altre case non c’erano, non abita nessuno lì. C’erano, nella casa più in alto,  Renato e Laura, Renato abita a Novi Ligure e viene nel fine settimana a lavorare la sua terra.
Tra queste case, tu  esci e per non perderle lasci le chiavi nella serratura,  tanto non c’è nessuno, quando torni  dalla passeggiata.
11133714_10206822152380796_8131098375541657609_nFuori è tutto silenzio.  Puoi vedere i daini, nelle ore giuste, e quando fai la diabolica strada, devi fermarti perchè la famiglia di cinghialini sta attraversando la strada. Di lupi, diceva Lorenzo, qualcuno ce ne è,  ma lontano da lì.
Si è talmente soli, che anche i vicini, d’estate, quando ci sono, sono simpaticissimi, dice la moglie di Lorenzo, e magari se tu li conoscessi in un contesto affollato, non lo sarebbero. Non puoi scegliere, quindi scavi il meglio dalle presenze che ci sono, e ci si aiuta tutti.
Forse, la sera, qualche puntino di altre case illuminate, sparse lontano nella valle, lo si vede.
Il Renato tiene uno spaventapasseri elegantissimo, forse più una presenza, che uno spaventapasseri, di primo acchito, mi aveva spaventato un po’.

En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

Il negozio più affollato in via Torino alle 19 di sera, è Amsterdam Chips. Però non è bello starci seduta davanti a leggere un libro, sul marciapiede di fronte, alla fermata del tram in attesa che cominci il film, perchè arrivano le zaffate di fritto, e poi, per star ferme così, fa ancora un po’ freddo. E allora mi sposto nella galleria del cinema, e tanto per passare il tempo pensi, ” Quasi faccio una foto alla locandona” del film che ha vinto il leone d’oro  come film dal titolo più lungo, e non c’è come pensarlo perchè cinque persone ci si fermino davanti a parlarsi. Ma è più lungo
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza
o forse
Cosa è successo tra mio padre e tua madre?
Il piccione vince.
Il piccione si vede solo nella prima sequenza, per giunta impagliato, che viene il dubbio sia impagliato anche l’uomo che rimane imbambolato a guardarlo.  Poi il piccione non lo vediamo più perchè è lui che ci guarda.
Qualcuno si è anche sentito piccione ad essere andato a vedere il film,   sentivo una uscendo che diceva una boiata pazzesca, mentre la aspettava fuori dal cinema un vecchietto a metà tra Nosferatu e i personaggi del film.
Non è un film facile, se si può dire che ha un filo conduttore, non si può dire che ci sia una vera e propria trama.
Goteborg, o qualunque altra città non importa. Goteborg perchè ci sono i marinai del 1943nella trattoria di Lotta la Zoppa, e  i centomila soldati di Carlo  XII diretti  in Russia che passano davanti al bar dove Sem e Jonathan si sono rifugiati perdendosi e nel quale il re entra a cavallo e beve acqua minerale gassata. Sem e Jonathan sono i due mal messi piazzisti di scherzi di carnevale, personaggi  dal colorito pallido come si fossero salvati da un film sui vampiri, che cercano di vendere denti di Dracula coi canini allungati – quasi come quelli della tigre con i denti a sciabola  e il sacchettino che fa la risata “Vogliamo far divertire la gente” è il ritornello con cui mostrano la loro merce. Davanti  allo stesso bar ripassa l’esercito sconfitto a Poltava, colpa dei russi che si sono armati di nascosto, consolano il re sfatto.
Il tizio alla fermata dell’autobus che sente dire dal negoziante che apre la bottega ” E’ di nuovo mercoledì” e  rimane sconcertato, e chiede conferma agli altri che aspettano con lui, e tutti concordano sul mercoledì, scandalizzati  che costui potesse sentirsi come fosse un giovedì.
I quadri nel film sono innumerevoli, in molti ci finiscono i due tristissimi piazzisti, ci sono altri personaggi che si vedono nei momenti in cui inseguono la loro vita, non sto a dirli tutti, perchè poi il film lo si deve andare a vedere e a scoprire.
Mi sento di parlare più di quadri che di episodi… sono quadri a colori tenui, grigioverdi, e i personaggi sono in genere pallidi, e stanchi, e sono la gente normale, quella che nessuno vede, di cui non ci si accorge che esistono,  sono quelli che fanno numero, stentano ad essere protagonisti financo della loro vita.  Quadri, perchè i movimenti sono ridotti al minimo, come i dialoghi. Un po’ come capita nelle esistenze solitarie. In certi momenti mi ricordavano un po’ scene della tragedia greca,  col coro.
A noi spettatori viene da sorridere, non certo risate grasse e flaccide, mentre pochi dei personaggi   trovano un motivo per farlo.  E viene il dubbio se si tratti di esistenza o sopravvivenza, su questo riflette il piccione, credo, e come sia difficile a volte trovare  un senso, uno scopo, cioè rispondere alla domanda “che ci faccio qui sulla terra”.
La qualità tecnica del film mi sembra parecchio buona, e curata… se si guardano i titoli di coda, sembra che abbia collaborato al film,   una co.produzione francese, tedesca, norvegese e svedese, mi pare (4 erano) , l’esercito di centomila soldati di Carlo XII.
Regia di Roy Andersson, attori per me sconosciutissimi.
Un film da vedere? Direi di sì, ma certo non … nazional popolare.

Why Whiplash?

C’è un’infornata di film belli, non so come andare a vederli tutti. Intanto ho catturato American Sniper prima che esca dalle sale – se guardo i film o la tele dal divano di casa, non resisto sveglia davanti a nulla –  Birdman e stasera fresco fresco Whiplash, e devo correre per Mr Turner che è già in giro da un po’.
Whiplash perchè all’Apollo Turner aveva gli orari sbagliati. Certo che all’Apollo sono bei bricconi, l’unica consolazione dell’annoso compleanno erano gli sconti al cine, e lì li hanno appena spostati a 65 anni, insomma, mi fanno lo stesso dispetto dell’INPS.
Premesso che per un film o un libro che non sia I Promessi sposi, l’Iliade e l’Odissea e Via col vento  non racconto mai la trama. E’ un bellissimo film… esistono ancora cose di cui parlare che non siano deja vu.  Un po’ assurdo  nella sola scena dell’incidente di macchina (vi renderete conto vedendolo)  può ricordare i film americani con istruttori militari un po’ sopra i toni,  può ricordare i film sulle abnegazioni sportive, battere il record a tutti i costi.
Senz’altro l’eccellenza è protagonista, la cercano l’allievo ed il maestro.  La cercano odiandosi, sfidandosi, facendosi gli agguati, usando altri allievi come pedine. La trovano. Credo non sia solo nella maestria nell’uso dello strumento musicale quanto nel loro rapporto, entrambi hanno trovato nell’altro quello che cercavano. Perchè se si vuole eccellere, bisogna lasciare sul percorso gli affetti familiari, anzi, gli affetti,  e si resta soli, anche un po’ odiati,  puoi accettare solo le persone che ti permettono di andare avanti, in questo dicevo  Neyman allievo e Fletcher insegnante si sono trovati.
Non so giudicare la musica, non essendo musicista, non conoscendo pressochè nulla della sua scienza, ma non credo si debba suonare  nella tensione che creava l’insegnante nei suoi sottoposti, penso che la precisione  sia necessaria suonando in un ensemble,  il jazz così rigido non me lo immaginavo… però questa rigidezza è un’arma  necessaria allo svolgimento della vicenda.
Un pensiero in soldoni… sono contenta che sia uscito un film del genere, che racconti di una vicenda legata alla musica, all’eccellenza  nel campo della musica. Che  diano un quadro della musica come di solito lo danno dello sport.  Ecco, vogliamo smetterla di pagare gli artisti in visibilità? L’arte, non è un dono che cade dal cielo. Cioè, non solo quello, al dono si accompagna  un lavoro, dietro, e passione e sacrificio e tecnica.  Forse non tutti si rendono conto, di cosa ci sta dietro.
Il film è candidato a soli 5 Oscar,  si fa per dire, miglior attore non protagonista, miglior film, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior sonoro –
Del sonoro, mi sono accorta persino io… come avrei potuto non accorgermi?
Fantastici primi piani, che abbondavano però anche sulle scene di Birdman: qui, non si deve perdere  lo sguardo scambiato tra gli occhi fieri del ragazzo, e quelli  da rettile del maestro, a suggellare il momento della resa reciproca, la fine delle ostilità.
Chazelle, regista a me sconosciuto, giovanissimo, anche Miles Teller, Neyman, ha partecipato a tanti film che non ho visto, come JK Simmons,  perfetto per la parte, non sembrava neanche recitasse tanto incarnava il personaggio alla perfezione… con eccellenza, infernale quanto basta.
L’importanza di non porsi limiti: l’effetto nefasto delle altrui parole “Bel lavoro” che ti inducono a rallentare nella tua ricerca della perfezione, alla quale non si arriverà comunque mai, c’è sempre un qualcosa che si può fare di più per migliorare ancora… No, io non sono fatta di questa pasta, ma capisco che a qualcuno gli capita un fuoco dentro…
Però apprezzo quando non mi si dice “bel lavoro” e mi si danno consigli per migliorarmi.

Tu sei bella

Giocando stasera col nipotino ho scherzato  sulla nonna brutta, lui mi ha però detto “no tu sei bella”.
Una di quelle frasi che ti riempiono di immenso.
I bambini vedono al di là dell’apparenza.
Oggettivamente, non sono bella,  probabilmente lo pensa perchè lo faccio ridere, perchè andiamo abbastanza d’accordo., e perchè sono la sua nonna.

Nota sulla nota della spesa

Mi è venuto in mente, scrivendo la nota della spesa, quando andavo a farla con un a amica.
Tipo, se guardavamo un prodotto e lei me lo consigliava, mi fidavo, e lo mettevo nel carrello per provarlo.
“Questo è ottimo” dicevo indicando un altro prodotto all’amica, che lo guardava, sembrava indecisa,  poi lo riappoggiava sullo scaffale  e ne prendeva uno di altra marca.
Era tutta speciale, mi ricordo che il marito ingegnere voleva solo i biscotti del Mulino Bianco e lei teneva il sacchetto vuoto del Mulino e ci metteva i biscotti di altra marca con la stessa forma.

 

Su, più gentili!

 Stavo scendendo le scale della metrò di Brenta quando sento la voce di una bambina di circa quattro anni, dietro di me:
– Mamma, non sono gentili con me, non mi trattano bene, mamma –  drizzo le orecchie, la bambina credo fosse sudamericana, stavo per scoprire gravi ingiustizie? la soldina di cacio continua
– Mamma le cose me le possono dire gentili.
La madre si preoccupa un  po’ – Ma cosa ti dicono?
– Continuano a dirmi scrivi qui, colora lì… potrebbero essere gentili, no?

IL LUOGO COMUNE

 Ormai è certo, sentir parlare in un certo modo di Milano mi infastidisce assai. Premessa d’obbligo, non penso che Milano sia esente da difetti, storture, insufficienze, sarebbe folle pensarlo, una tesi insostenibile.
Milano è grigia.
Oggi, per esempio, c’è un cielo azzurro limpidissimo, e non è infrequente, neanche d’inverno.  Capita di girare in bicicletta, e sentire il profumo dei gelsomini, oppure di erba tagliata. Grazie forse all’apposito reparto dei supermercati, i balconi e i davanzali si sono riempiti di piante e di fiori, procurarseli è diventato più facile, un po’ come i ravioli, che una volta erano piatto della festa, oggi sono un primo veloce e sostanzioso.
Quando rientro a casa verso sera attraversando i giardinetti, i grilli mi accompagnano per un tratto. Al Parco Sempione ci sono gli scoiattoli, e i gabbiani nel Naviglio, nelle risaie alle porte di Milano gli aironi cinerini. A Trenno c’è una fattoria dove si insegna equitazione circense, ed oltre a cavalli di ogni misura, ci sono animali di varie specie, e vendono prodotti biologici, ed ospitano scolaresche. Poi non so, quante altre cose che altri sanno, ed  io non conosco.
E Milano non è certo grigia per la mente, piena di iniziative culturali, e sportive: credo che ci sia la possibilità di fare quasi qualunque cosa  ginnica o culturale desideri fare.  Con i suoi negozi offre la possibilità di acquisto per ogni tasca, dal superlusso al tutto a un euro.
Mi è capitato di provare una sorta di risentimento un sabato pomeriggio sotto i portici di piazza del Duomo,  quando  cercando di procedere a gomitate verso un cinema, ho sentito una signora accanto a me esclamare “Ah, io a Milano non ci vivrei, meglio mille volte Garbagnate”.
Mi son ritrovata a difendere mentalmente Milano.
” E brava, però venite tutti qui, per i cinema, le mostre, i negozi e per lavorare… e l’economia gira, anche grazie a questo, non lo nego. L’altro modo di vedere le cose è: venite qui tutti, affollate, inquinate, trovate tutto quello volete, e poi dite che brutto che casino che sporco meno male che vivo da un’altra parte” .
Mi sono vista Milano come assaltata dalle cavallette, che se ne vanno lasciando desolazione e mi sono accorta di apprezzare la mia città, nella quale sono cresciuta e ho vissuto sognando anche io la casa col giardinetto, e un altro tipo di vita meno brulicante.
Un’altra cosa che ho scoperto irritarmi. è quel disprezzo della  vita impiegatizia (tanto milanese…)  che chi ha velleità intellettuali, atteggiamenti da “alterntivo” manifesta… o si sente costretto a disprezzare, guardare dall’alto in basso.  Come se una vita ripetitiva, dedita alla famiglia e al lavoro, attenta alla gestione del tempo e del denaro, per evitare disguidi e imprevisti, sia meno meritevole di rispetto della vita vissuta a “genio e sregolatezza”, i vestiti stirati meno di quelli sdruciti.
Come sempre, non vivo le cose in modo alternativo, l’aut aut, il bianco o il nero, i Beatles o i Rolling Stones, ma come coesistenti, come due modi di essere diversi, ognuno con le sue prerogative, non uno migliore e uno peggiore, spesso complementari.  E non è detto che un travet non sia più aperto di mente di un alternativo… alle volte la cocciutaggine di voler essere diverso, di cercare il diverso, ti impedisce di accorgerti, o ti induce a rinunciare, a piccole bellezze a portata di mano.
Penso a me irrequieta e scontenta…alle volte, il luogo comune è una riscoperta.

 

186 e non dimostrarli.

Cercavo qualcosa per celebrare Tolstoj, dapprima mi stavo perdendo rileggendo qua e là  Guerra e Pace, e l’incipit in francese e la tosse della Pavlovna, e l’epilogo,  e la descrizione di Bolkonskij… poi mi son detta, no, una foto, e poi la tentazione del suo motto sull’uomo indifferente alle mostruosità più mostruose (quanto è vero) e poi ne ho trovata una in cui era in posa. Lo scultore era Troubetzkoy… che a me è familiare perchè avevamo delle sue sculture, e anche un paio di quadri nella villona del nonno a Baveno (quella della mia infanzia sul lago, fino ai 12 anni)  e non ultimo lui poi ha vissuto a Suna, a un passo da Pallanza, c’è quella che era  la sua villa, e gli è dedicato un viale lunghissimo. Leggevo Tolstoj adolescente,  mi sembrava di conoscerlo e gli volevo bene,  con la sua barba così, era una specie di persona ruvida e buona, tra un nonno di Heidi e un Santa Klaus. La mia immagine… poco letteraria.

Beh, postare Tolstoj e Troubetzkoy per me ha un significato, tutto mio.

DRAGON TRAINER 2 evvabè, lo so che c’è appena stata “Venezia”

Sono andata a vedere questo film solo per far felice il nipotino… non amo molto il fantasy, e neanche la nuova generazione di cartoni animati, ovvero quelli con personaggi mostri, e storie violente, sono rimasta agli orsi Baloo e alle principesse di Disney… non che le fiabe scherzino, quanto a cattiverie di ogni tipo.
Solo, i personaggi, i colori erano più soft, armonici di tanti cartoni propinati ora e che mi attirano poco, pur non avendo nulla contro il genere, non lo trovo necessariamente riservato ai bambini.
Così, sono rimasta piacevolmente sorpresa, non solo il film mi è piaciuto, ma me lo sto portando dietro,  cioè, ancora oggi ci sto pensando su.  O la bambina che è in me, ci sta sognando su.
La sensazione come se fosse stato tutto vero, ed è evidente che no: indubbiamente mi sono sentita partecipe della vicenda e della sorte dei draghi e del villaggio vighingo di Berk.
Naturalmente nulla sapevo del film Dragon Trainer, il primo, e che i due film  sono tratti,  a regia e sceneggiatura di Daniel Des Bois,  da una trilogia di romanzi scritti da tale Cressidra Cowell, il terzo seguirà nel 2016 o 2017.
Nel primo film i Vichinghi erano in lotta con i draghi acerrimi nemici, poi tramite il figlio del capo Hiccup, che aveva fatto amicizia (in questi film non si parla di contatti FB)  con un drago della specie “furiabuia” arrivò la pace e la convivenza: anzi, i draghi diventarono i destrieri onnipotenti degli abitanti del villaggio.
In questo secondo episodio la pace viene minata dal solito cattivo che vuole impossessarsi e dominare tutti i draghi, e tra situazioni comiche, dolori e gioie, si svolge l’abituale conflitto tra il bene e il male, e naturalmente vince il bene.  Correggo, che vinca il bene sta diventando sempre meno cosa naturale.
Un film piacevolissimo da vedere, una storia ben articolata, personaggi umani dai sentimenti veri, i draghi stessi ricordano i nostri animali domestici,  il furiabuia protagonista, Sdentato, non si discosta molto dai miei due gattonibui.
Il film  manda molti messaggi – messaggi, non chissà che di originale, ma messaggi positivi, un sollievo, ogni tanto – ai ragazzini, e forse anche agli adulti che amano il genere.
Il ragazzo eroe, Hiccup,  è privo di un piede,  ha un animo grande e un grande coraggio, e compie la sua impresa.  La madre, ritrovata dopo venti anni, si scopre che è una donna che voleva la pace  ma restava inascoltata anche dall’adorato marito capo del villaggio, e trasportata lontano da una draga che le si era affezionata, ha realizzato i suoi ideali pacifici  nel nido di draghi: felice di ricongiungersi alla famiglia visto che il dialogo ora era possibile, e che quello in cui lei credeva, e propugnava inascoltata, era ora una realtà nel villaggio.
L’apparenza, la diversità, l’amicizia, e il perdono, il furiabuia soggiogato dal drago cattivo Alfa che ha questo potere sugli altri, uccide il padre al posto del giovane eroe Hiccup, e rinsavito capisce  cosa ha fatto, asuo modo chiede perdono, ma Hiccup addolorato lo respinge, e al drago amico non resta che andarsene con gli altri, comandati dal drago Alfa cattivo. Poi Hiccup capisce che Sdentato ha agito non in sè,  riesce a recuperarlo e a far pace, nonostante il dolore grosso per il padre, e insieme affrontano il drago Alfa… Sdentato, sconfiggendolo, diventa a sua volta drago Alfa, e tutti i draghi vivono felici e contenti.
Ora, qui si aspetta il terzo episodio.

BIGLIE

 

 

 

(Un racconto che avevo pubblicato sul blog nel  2008 ma non ritrovo qui in WP)

 

La donna stende sulla riva del mare il telo di spugna con i colori del sole e vi si adagia, sdraiandosi sul ventre.
Le onde sfiorano le punte dei piedi, i ciottoli scolpiscono la pelle attraverso l’asciugamano, il viso appoggiato alle braccia allacciate: finalmente il sole, il salato, un sospiro di sollievo, gli occhi chiusi.
Dopo il primo momento di godimento, in fondo è un po’ noioso star lì così. Appoggiata la testa al pugno, cincischia nella sabbia ghiaiosa, scava un po’. Qualcosa di liscio…una biglia, di quelle di vetro, con il dentro giallo.

Sotto i pini marittimi nella sabbia riportata, tre ragazzini stanno costruendo una pista per le biglie.
Hanno il loro daffare. Il fratellino minore di uno dei tre fa apposta a camminarci dentro.
“Mammmaaaaaaa” si lamenta il maggiore.“Guarda Enrico cosa ci fa!”
“Enrico, lascia stare Filippo, vieni qui a fare le formine con la mamma.”
Filippo è biondissimo e parla con la erre molto pronunciata.
Una bambina appare accanto ai tre, ha il costume intero rosso e due occhi azzurrissimi.
“Posso giocare anch’io?”
I tre si guardano perplessi, una femmina.
“Ma tu non hai le biglie”
“Si che ce le ho, ne ho tante.”
La bambina scappa via e torna con un sacchetto colorato.
E i ragazzini con un cenno di intesa:
“Sai giocare, vero?”
“Certo, e so fare anche le gallerie “
“Come ti chiami?”
“Elisabetta”
Elisabetta ci sa fare. Una bella impastata alla sabbia bagnata nel secchiello che capovolge e sfila, e pian piano con le dita inizia a scavare le aperture della galleria, una di qua e una di là, delicatamente ne liscia le pareti finchè le due mani si incontrano.
“Visto? Prova a tirarci una biglia”
“Però sei brava!” dice Filippo.
I ragazzi hanno un’idea, far girare la pista in modo che ci sia anche una sopraelevata che passa sopra la montagna.
“Ma il rettilineo è troppo lungo, si va fuori!”
“Qui c’è la curva parabolica”
Le mamme chiamano, bisogna andare a casa. Quando torneranno al pomeriggio, della pista sarà rimasto poco, di sicuro qualcuno con noncuranza ci avrà camminato dentro, e il sole avrà sgretolato la galleria.

La donna riapre gli occhi, poco più avanti di lei un uomo, dal viso un po’ allungato e dai capelli che sembrano precocemente sbiancati, chiama un ragazzino.
“Edoardo, forza, vieni ad asciugarti”
La sua erre pronunciata fa effetto in un adulto: il papà? il nonno?
Edoardo… che nome da dare a un bambino. Come fai con uno appena nato, piccino piccino, a guardarlo e dire: lo chiamerò Edoardo, è roboante, sembra un ringhio, più che un nome.

La donna si guarda le mani. Adora le sue mani abbronzate,  lo smalto trasparente con riflessi madreperlati appena accennati. Sfiora sull’anulare sinistro un segno circolare e pallido, un solco lasciato  da anni di pressione, un solco coi bordi induriti. Chissà in quanto tempo sarebbe andato via. Pensò a se stessa ed al dito, destinati alla stessa attesa.

Elisabetta cammina col retino lungo il pontile affollato di sdraio di ombrelloni scrutando l’acqua.
Nei cespugli di alghe cresciuti sulla parete del molo si nascondono i gamberetti trasparenti, a volte perfino i pesci ago.
Sogna di catturare un cavalluccio marino, ma non ne passano mai.
Dalle crepe del muro si affaccia qualche chela di granchio, ogni tanto un pesciolino solitario, lungo un paio di centimetri, passa scodinzolando sul pelo dell’acqua.
Una volta si era spaventata un po’ perché camminando sotto il pontile, nella penombra, aveva visto nuotare una specie di anguilla che era riuscita a catturare, ma un pezzo di coda era rimasto fuori dal retino e si era liberata.
I gamberetti erano i più facili, bastava passare la rete sulle alghe e qualcuno restava sempre dentro.
I pesci ago erano tutt’altra faccenda, erano sottili e agitati, bisognava essere veloci a passare dal retino al secchiello, un po’ come per i pesciolini.
I granchi invece non le piacevano, magari pinzavano, mentre i paguri no, erano timidi, si nascondevano subito, funzionavano proprio come le chiocciole. Però per prenderli bisognava andare verso riva, camminavano per terra, sott’acqua, ma per terra.
Un bambino le chiede se può provare a pescare, ed Elisabetta acconsente porgendogli il retino.
“Però solo cinque minuti.”
Ma è antipatico e dispettoso, non glielo vuole più ridare, e non è neanche capace di prendere niente, li spaventa e basta.
Elisabetta è irritata, e non sa più che fare.
“Adesso vado a chiamare il bagnino”
“E io gli dico che il retino è mio”, dice l’altro.
Con i piedi nudi sul cemento arriva Filippo.
“Filippo, quello non mi ridà il retino”
“Perché non le ridai il retino?” Filippo si para davanti al prepotente.
“Ma glielo ho detto, ancora due minuti e glielo rendo”.
Elisabetta ora è felice, sta pescando con Filippo, fanno tre tentativi per uno.
Non le importa se non si sta prendendo niente, ma almeno si va d’accordo.
“Sai che domani parto?” dice lui
“Ma dove abiti? Mi dai il tuo indirizzo che ti scrivo?
“Va bene, ma a me non piace scrivere.
“A me si… ti scrivo io.
Elisabetta corre in cabina a riporre il pezzetto di carta con l’indirizzo di Filippo. Lo legge, lo rilegge e lo bacia:
“Io da grande sposerò Filippo!”

Non aveva sposato Filippo.
Poi, aveva avuto una storia.
E poi un’altra.
Aveva continuato a prestare il retino.
E a dire “scrivo io”.
Ora invece vuole solo che il sole faccia sparire il solco lasciato dall’anello.
Vede due piedini fermi accanto a lei, alza il viso.
“Edoardo, ho sentito che ti chiami Edoardo, la vuoi tu questa biglia? L’ho trovata adesso qui, in riva al mare”.

Oh bella adesso se l’Italia è così, è colpa mia.

(dedicato a Marco)

E’ successa una cosa inimmaginabile, in casa non si trova più la carta Fidaty Oro con un sacco di punti Fragola,  proprio non c’è più: manca solo fare la radiografia al cane, gli altri posti li abbiamo pensati tutti.  Neanche all’Esselunga l’hanno trovata, così l’ho bloccata, è pur sempre una carta di credito, e poi per averne un’altra occorre fare la denuncia di smarrimento, si sa.  Dove?
I Carabinieri in via Egadi, dove ero comoda,  non ci sono più, non mi ricordo dove si sono trasferiti, e vabbè nessun problema, c’è internet, no? così, ieri sera,  trovo il sito www. carabinieri. it .
Meraviglia delle meraviglie, c’è scritto che si può fare la denuncia online, prendendo appuntamento per andare  di persona per apporre firme e timbri con la dichiarazione già fatta: intanto la invii e ti mandano una mail di conferma.
Comincio col cercare il comando di zona, e la mia via non esiste a Milano, col nome e cognome del pittore, coll’iniziale del nome, solo col cognome, con via privata, con via priv.: se non  fosse perchè ci abito, mi avrebbero anche convinto della sua inesistenza. Digito il nome della via con cui fa angolo, evvai! Scelgo la mia caserma,  da piccola ci abitavo vicino e seguivo dalla finestra l’abbeverata dei cavalli, che adoravo, un appuntamento quotidiano.
Digito la mia denuncia, mi arrabatto per la stampa, mi ricopio i codicini, ecco, pronta, domattina vado, sono pronta.
Stamattina sono andata.  Intanto, danno un indirizzo e si entra da un’altra via: tipico. Davanti al portone chiuso ci sono passata davanti una vita, andavo alle medie e dopo al liceo, allora era in funzione,  c’era la garitta col soldato di guardia, non so perchè lo trovavo imbarazzante. Star lì così ore, e poi non sapevo che faccia fare, magari sembravo sospetta.
Entro, il carabinierino allo sbarramento, per la denuncia, mi manda in una saletta con qualche sedile, una madre e una figlia, e una signora anziana col cappellino.  Le prime due dovevano incontrare un militare, l’altra doveva ritirare  la denuncia perchè aveva ritrovato la carta di identità.
Ma quella stanzina mica prelude a un ufficio, la sola porta è l’ingresso… torno fuori, e dico ” devo aspettare lì anche se ho fatto la denuncia via internet? ” mi assicurano che sì,  poi mi chiamano.
Insomma, passa quasi un’ora, arriva una carabinieressa, alla quale dico che ho fatto la denuncia online, che però non mi era arrivata la mail di conferma da ieri sera. Gentilmente risponde che il servizio online non funziona quasi mai e facciamo prima a farla di nuovo.  Ecco appunto.
La carabiniera è venuta come un Caronte a traghettarci agli uffici, non possiamo noi pubblico girare da soli per la caserma. Mi sembra un sistema di comodità spaziale, davvero.
Mentre accadono questi accadimenti,  una tipa in bicicletta,  un filo irruente, irrompe sulla scena “Ho assolutamente bisogno del permesso di guida se no non mi fanno il duplicato della patente, sono cinque volte che cerco di farlo”  e si piazza davanti alla carabiniera. Al che le faccio presente che c’eravamo noi. Mi guarda sprezzante: “lavoro fino alle sei e mezza, è da novembre che devo fare il duplicato”  al che le dico ” non penserà mica di passare avanti?  prima c’è la signora, poi io, aspettiamo da un’ora, ed anch’io debbo andare al lavoro, è tardi” Penso che lo pensasse, di passarci davanti, infatti acida dice: “Ah sì vorrei proprio seguirla, per vedere come va al lavoro”  al che le rispondo ” bastava arrivasse cinque minuti prima di me stamattina  e non c’era problema”:
La tipa si rivolge alla carabiniera: “le spiace se aspetto qui? Non sopporto di entrare in una stanza  con una persona così negativa.  Finchè ci sono persone così,  senza comprensione per gli altri, per forza l’Italia andrà  male”
“No, mi spiace, non è permesso che lei stia qui.”  Intanto, la mandano a farsi due foto tessera, per necessità suppongo, non per evitarle di venire contaminata da me, dalla mia negatività.
La signora anziana divertita scuoteva la testa, e poi mi dice “Ha visto,  i giovani?”
Una quarantina di minuti dopo, avevo terminato, avevo la mia bella denuncia riscritta e la tizia era stata “evasa” da un altro carabinieretto sopraggiunto all’altra scrivania.

Appunti sulla delusione.

“Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione.
Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono”.  Oriana Fallaci

Quante volte ho provato questo miscuglio di sentimenti?  la  Fallaci li esprime benissimo come li stesse vivendo  nel momento in cui  scrive, o si fossero appena  quietati.
Certo che, rilette con attenzione dopo il primo entusiasmo, queste parole che ho pescato nel web  e che credo rispecchino anche stati d’animo di molti,   diventano in realtà  un po’… deludenti,   quasi bambinesche, “E’ stato lui!” indichi col ditino tra le lascrime.  Cioè, il malessere  c’è,  ma quanto giustificato sia, è da vedere, certo la sensazione  dolorosa arriva  senza chiederti il permesso,  però poi ci si può e  ci si deve ragionar sopra, agire su di noi, elaborarla, come si dice.
Già  il pensiero che per una delusione potresti perdonare o vendicarti,  non ha sempre ‘sto gran senso,  non bisogna confondere il sentimento con il risentimento.
La delusione spesso nasce da un’aspettativa, non necessariamente nei confronti di una persona ma anche di eventi e successi, e non è necessariamente colpa o responsabilità altrui o del mondo del  malinteso, se ci si aspettava cose che non potevano essere o che altri non sono in grado o non intendevano darci,  cosicchè della delusione possiamo esser noi stessi la causa, se ci si trova a viverla non è detto che sia per forza  subìta.  Anche,  una persona di cui si ha un’idea,  nel tempo si dimostra diversa da quel che pensavi… ti ha deluso lei, o semplicemente tu l’hai conosciuta? Cioè, la delusione, se può starci come sentimento,  come risentimento non è sempre giustificato.
La vendetta   mi è sempre sembrata una sciocchezza, una piccineria,  la sento lontana,  poi  per vendicarsi bisogna pensarsi importanti,  ed è un pensiero che non riesco ad avere,  di me:  meglio che la delusione sfoci nella rassegnazione, più rispettosa degli altri e di se stessi,  e questo non è perdonare.  Si perdona quando si è ricevuto un torto… ma  deve esser perdonato  qualcuno qualcosa perchè non è come pensavi?
Certo la delusione sembra essere diventata  virale, per usare un termine tanto di moda,  quasi facesse parte dell’aria che respiriamo, non so se sia la “crisi” economica, o la difficoltà di muoversi,  collocarsi in un mondo che sembra sempre più complicato ed affollato.

Feuilleton du Paris (2)

Dicevo, che a Parigi vivrei di solo pane, perchè è vero, ovunque Marco ed io ci siamo alimentati, il pane mi è parso buonissimo, golosamente buono.  Certo, nutrirsi da turista non appare faccenda a bon marchè, nutrirsi da indigeno non ho idea, ma devo dire una cosa, anche il vino è sempre stato buono, e tutto sommato anche la cucina, non siamo cascati male: perfino il simil fast-food della Gare de Lyon si dava il suo da fare con accattivanti carpacci,  carpaccio perfino d’ananas, con fragole e gelato al frutto della passione, che non è un bambino, e ha un sapore mica male,  avevo assaggiato lo yogurth nella macchinetta distributrice dell’ufficio, era l’unico gusto rimasto.
Poulet avec legumes, assiette avec jambon chevre concombres: assodato che il concombre era sottaceto,  un’altra volta mi sono azzardata a ordinarla e sono stata sommersa da un profluvio di concombres freschi, che non digerisco.  Poco male, ci sono disavventure peggiori, nelle alimentazioni turistiche, a noi ci è andata benino.   Mi sono anche azzardata in un risotto al Trocadero, il colmo per una padana,  Trocadero è il museo e il suo bar, con terrazza panoramica, non la ricetta o l’ingrediente. Era un risotto con funghi e anche dell’altro non tradotto in italiano, e  quindi non lo saprò mai, servito con la forma di un secchiello rovesciato, non era comunque male.
Prerogativa del bistrot è avere un tavolino rotondo, con la base  tripè metallica pesante nera,  e il tendone color bordeaux scuro e la scritta color crema. Le boulangerie vogliono assomigliare ai bistrot.  A Beauborg abbiamo trovato posto in uno bleu, ed è stato infatti il meno buono, la Tarte Tatin non ha passato l’esame. Viva viva la tarte tatin del Bistrot Valois! col glace, naturellement. (che anche il Valois non aveva l’insegna rossiccia, però)