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PITZA E DATTERI

Un film portatore di messaggi,  secondo me destinato a restare privo di autorevolezza, salvo  un Salvini o una Santanchè che si mettano a deprecarlo pubblicamente.
Il titolo, purtroppo, per quanto motivato, sembra quello di un filmetto qualunque che fa un po’ ridere, con questi personaggi un po’ ingenui e pasticcioni.
A Venezia uno sparuto  gruppetto di musulmani, i cui membri provengono da etnie tutte diverse, cerca una moschea per pregare insieme, invece di riunirsi genuflessi verso la Mecca nei luoghi più imponderabili di Venezia.  Arriva un giovane Imam afgano a cercare di risolvere il problema, ma il suo integralismo viene messo a dura prova dal fascino di Venezia, di una parrucchiera turca progressista, ma il problema della moschea verrà risolto.

Sicuramente il fil rouge del film è l’integrazione. Bepi/Mustafà (Giuseppe Battiston) è un voluminoso veneziano decaduto che si è convertito all’Islam, ed è irriducibilmente propenso alla violenza nei confronti di quella civiltà occidentale che lo ha bistrattato, pur di tornare in possesso della moschea ora diventato un negozio di parrucchiere. Gli altri componenti del gruppo, gli stranieri, sono invece molto riguardosi: il curdo, davanti all’ipotesi di usare esplosivi,  obietta che gli italiani sono molto affezionati ai muri vecchi, così come l’arabo fa presente  che la lapidazione in Italia non si usa… perchè alla fine nessuno di loro è veramente violento, e la moschea si può aprire anche alle donne, e sono orgogliosi che il sindaco di Venezia la inauguri.  E il problema della moschea viene risolto da una persona da cui non se lo sarebbero mai aspettato…
Pitza, con tanti datteri, viene ordinata dal  giovane Imam in un bar, dove si siede per provare a fare l’occidentale,  quando si è smussata la diffidenza verso questa nostra civiltà, ed ha subito il fascino di Venezia, del mare, dei fuochi artificiali… Pitza e datteri, ovvero, l’integrazione.
Insomma, il messaggio di un Islam non violento,  del desiderio di convivere in pace, passa facendo sorridere lo spettatore. Buona cosa gettare questi semi…  solo il film di Fariborz Kamkari nel suo insieme, per quanto aiutato da una Venezia sempre meravigliosa, dalla musica dell’Orchestra di Piazza Vittorio – orchestra eterogenea quanto il nostro gruppetto –  non è abbastanza incisivo, rischia di passare inosservato.
Insomma, un film godibile.

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En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

Il negozio più affollato in via Torino alle 19 di sera, è Amsterdam Chips. Però non è bello starci seduta davanti a leggere un libro, sul marciapiede di fronte, alla fermata del tram in attesa che cominci il film, perchè arrivano le zaffate di fritto, e poi, per star ferme così, fa ancora un po’ freddo. E allora mi sposto nella galleria del cinema, e tanto per passare il tempo pensi, ” Quasi faccio una foto alla locandona” del film che ha vinto il leone d’oro  come film dal titolo più lungo, e non c’è come pensarlo perchè cinque persone ci si fermino davanti a parlarsi. Ma è più lungo
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza
o forse
Cosa è successo tra mio padre e tua madre?
Il piccione vince.
Il piccione si vede solo nella prima sequenza, per giunta impagliato, che viene il dubbio sia impagliato anche l’uomo che rimane imbambolato a guardarlo.  Poi il piccione non lo vediamo più perchè è lui che ci guarda.
Qualcuno si è anche sentito piccione ad essere andato a vedere il film,   sentivo una uscendo che diceva una boiata pazzesca, mentre la aspettava fuori dal cinema un vecchietto a metà tra Nosferatu e i personaggi del film.
Non è un film facile, se si può dire che ha un filo conduttore, non si può dire che ci sia una vera e propria trama.
Goteborg, o qualunque altra città non importa. Goteborg perchè ci sono i marinai del 1943nella trattoria di Lotta la Zoppa, e  i centomila soldati di Carlo  XII diretti  in Russia che passano davanti al bar dove Sem e Jonathan si sono rifugiati perdendosi e nel quale il re entra a cavallo e beve acqua minerale gassata. Sem e Jonathan sono i due mal messi piazzisti di scherzi di carnevale, personaggi  dal colorito pallido come si fossero salvati da un film sui vampiri, che cercano di vendere denti di Dracula coi canini allungati – quasi come quelli della tigre con i denti a sciabola  e il sacchettino che fa la risata “Vogliamo far divertire la gente” è il ritornello con cui mostrano la loro merce. Davanti  allo stesso bar ripassa l’esercito sconfitto a Poltava, colpa dei russi che si sono armati di nascosto, consolano il re sfatto.
Il tizio alla fermata dell’autobus che sente dire dal negoziante che apre la bottega ” E’ di nuovo mercoledì” e  rimane sconcertato, e chiede conferma agli altri che aspettano con lui, e tutti concordano sul mercoledì, scandalizzati  che costui potesse sentirsi come fosse un giovedì.
I quadri nel film sono innumerevoli, in molti ci finiscono i due tristissimi piazzisti, ci sono altri personaggi che si vedono nei momenti in cui inseguono la loro vita, non sto a dirli tutti, perchè poi il film lo si deve andare a vedere e a scoprire.
Mi sento di parlare più di quadri che di episodi… sono quadri a colori tenui, grigioverdi, e i personaggi sono in genere pallidi, e stanchi, e sono la gente normale, quella che nessuno vede, di cui non ci si accorge che esistono,  sono quelli che fanno numero, stentano ad essere protagonisti financo della loro vita.  Quadri, perchè i movimenti sono ridotti al minimo, come i dialoghi. Un po’ come capita nelle esistenze solitarie. In certi momenti mi ricordavano un po’ scene della tragedia greca,  col coro.
A noi spettatori viene da sorridere, non certo risate grasse e flaccide, mentre pochi dei personaggi   trovano un motivo per farlo.  E viene il dubbio se si tratti di esistenza o sopravvivenza, su questo riflette il piccione, credo, e come sia difficile a volte trovare  un senso, uno scopo, cioè rispondere alla domanda “che ci faccio qui sulla terra”.
La qualità tecnica del film mi sembra parecchio buona, e curata… se si guardano i titoli di coda, sembra che abbia collaborato al film,   una co.produzione francese, tedesca, norvegese e svedese, mi pare (4 erano) , l’esercito di centomila soldati di Carlo XII.
Regia di Roy Andersson, attori per me sconosciutissimi.
Un film da vedere? Direi di sì, ma certo non … nazional popolare.

186 e non dimostrarli.

Cercavo qualcosa per celebrare Tolstoj, dapprima mi stavo perdendo rileggendo qua e là  Guerra e Pace, e l’incipit in francese e la tosse della Pavlovna, e l’epilogo,  e la descrizione di Bolkonskij… poi mi son detta, no, una foto, e poi la tentazione del suo motto sull’uomo indifferente alle mostruosità più mostruose (quanto è vero) e poi ne ho trovata una in cui era in posa. Lo scultore era Troubetzkoy… che a me è familiare perchè avevamo delle sue sculture, e anche un paio di quadri nella villona del nonno a Baveno (quella della mia infanzia sul lago, fino ai 12 anni)  e non ultimo lui poi ha vissuto a Suna, a un passo da Pallanza, c’è quella che era  la sua villa, e gli è dedicato un viale lunghissimo. Leggevo Tolstoj adolescente,  mi sembrava di conoscerlo e gli volevo bene,  con la sua barba così, era una specie di persona ruvida e buona, tra un nonno di Heidi e un Santa Klaus. La mia immagine… poco letteraria.

Beh, postare Tolstoj e Troubetzkoy per me ha un significato, tutto mio.

Feuilleton du Paris (1)


Giovedì notte.  Alla Gare de Lyon scendo con Marco  da puntuale treno svizzero nell’esatto momento in cui l’altoparlante annuncia  che il treno proveniente da Milano via Torino viagga con tre ore di ritardo.  Fuori, una macchinona allegata al servizio TGV ci aspetta per accompagnarci nella notte fino a casa, indossando nel tragitto canzoni di Frank Sinatra.  Guardo fuori dal finestrino pensando “Parigi, Parigi! La Ville Lumiere!  sono a Parigi”
Avenue du Suffren.  Dalle nostre finestre, nostre per tre notti,  si vede la torre Eiffel illuminata.  Non basta, a mezzanotte sberluccica di brillantini. Ma non mi freghi, sai, Torre?  soffro di vertigini. Mi sono già sentita morire sulla ruota panoramica di Gardaland che si era bloccata. Non mi avrai, lo so che perdo il panorama,  che ci vuoi fare?  Diventerò famosa, sarò additata,  come quella che andò a Parigi e non salì in cima alla Eiffel.  Guarda, Torre, che in questo breve soggiorno ti ho ammirata in tutte le maniere, luminosa, brillantante, ferrea,  enorme, con la palla del Roland Garros, con un cavallo bianco che pascolava dimenticato in una aiuola alle tue pendici. Si dice pendici, per una torre di ferro? o radici, come quelle dei denti? Comunque sia, sbucavi ovunque, e tutti i turisti ti indicavano.
Venerdì mattina, colazione nella appetitosa boulangerie sottocasa, a Parigi potrei vivere di solo pane. Marco ordina un cappuccino, mi chiedono se voglio qualcosa, sì grande, rispondo, indendo il cappuccino. Marco aveva un bel cappuccino cremoso con il cacao, io una cosa pallida, grande come il suo. Credo abbiano capito caffè grande, con poco latte, pazienza, intanto ci puccio il panino con l’uva.  Andiamo in Rue dell’Opera, al coso del Turismo per ritirare i pass per musei, mezzi pubblici. Fatto. Andiamo al Louvre che è a un passo da lì, è talmente grande che è  sempre a un passo da moltissimi luoghi.  Ci presentano, Louvre, piacere, Cristina. Puoi passare, hai il pass “niente coda alla biglietteria”.  Quadri, quadri e quadri.  Quisquilie come  Bruegel in una stanzetta laterale.  Anche Vermeer messo lì così, cioè, tutti questi pittoroni,  lì, con nonchalance, come se niente fosse, ci sono anche i copiatori di Caravaggio.  Vuoi una manciata di Raffaelli? guarda sono lì.  Ma che importa alla gente di Botticelli, o della Vergine delle Rocce? Bisogna guardare la Gioconda. Guardare, è una parola grossa.  Fotografare, filmare. Un film della Gioconda, quante volte lo riguardi una volta che torni a casa? Ecco, forse Amore e Psiche, insomma, vedi in 3D un’immagine solitamente piatta in un libro, è tutta un’altro effetto.  Però tu Louvre mi hai  distrutto, nel fisico e nel morale,  sei invalicabile, sei troppo. Però sei bravo, che ci custodisci le nostre opere italiane, le curi bene e il mondo viene a godersele, per conto mio te le affido e volentieri.

Un film di poche parole

dove un gatto newyorkese nel 1961 ritrova la strada di casa e alla fine si scopre che si chiama Ulisse.
Le parole non sono molte, le canzoni un bel po’, il giusto.  Troppe parole non servono, infatti, a Bud Grossman per dire a Llewyn Davis, apripista di Bob Dylan,  che con la sua musica non si fanno soldi, ne bastano tre scritte  su un foglietto per annunciare una gravidanza, una parola di un medico per venire a sapere di essere padre da due anni. Basta uno sguardo per tradire affetti e comprensioni quando le parole sembrano dire il contrario,  poche parole lasciano anche spazio a equivoci e ad arrabbiature, che poi passano.
Davis – sciocchissima la traduzione italiana  A proposito di Davis del titolo Inside Llewyn Davis – è un personaggio sofferto, eppure forte, perchè nonostante abbia compreso che non ha un posto dove fermarsi, non c’è un suo posto al mondo,  all’uomo col cappello e la cravatta che alla fine del film lo percuote come nella stessa scena dell’inizio,  dice arrivederci  e non addio.  E con lui, restiamo tesi chiedendoci dove sia finito il gatto, e speriamo con lui, adesso Grossman lo ascolta e lo scrittura, e l’attesa resta lì,  sospesa, perchè comunque non è arreso. In quanto film di poche parole, è film di molti primi piani, perchè parlino i volti, e la fotografia è molto nitida e reale.
Questi miei vogliono essere non una rece, ma solo degli appunti, delle noticine segnate così.

Qualche pensiero dopo L’Avaro.

Quand’ero ragazza l’andare a teatro era un avvenimento,  non era  cosa che si potesse improvvisare, o si potesse andare vestiti come capita: ai tempi erano i grandi teatri, il Manzoni, il Nazionale, il Piccolo… perfino la Boheme alla Scala, non avevo assolutamente idea che ne potessero esistere di piccoli, piccoli davvero,  o piccole compagnie, nè mi sfiorava il pensiero che gli Strehler non nascessero già Strehler,  e gli autori non fossero Brecht, Shakespeare, o Goldoni.
Era comunque un’emozione speciale.
In ufficio un giorno arrivò Silvio, un collega con cui feci buona amicizia, diverso dal bancario tipo – e quando mai non andavo d’accordo con le persone più bizzose?  Lo accompagnai un pomeriggio dopo l’ufficio a iscriversi al corso di mimo di Quelli di Grock, all’epoca erano in via de Togni, a Milano, a un passo da casa dei miei zii.  Un periodo di prova di tre mesi,  un piccolo esame per decidere se continuare o no.  insomma, Silvio riuscì a convincermi ad iscrivermi: mi sentivo già allora incapace di stare in pubblico, il fatto che i mimi per lo meno stessero zitti mi era sembrato rassicurante.   Ma non era cosa per me, mi sentivo strana, e inadatta: una ragazza che già si sentiva strana nell’atteggiamento necessario per fumare una Muratti, figuriamoci a far finta di tirare funi e cose così.

C’è da dire che continuai a cercare il teatro, come spettatrice, fino a quando diventai madre, quando cioè verificai sul campo l’efficacia delle leggi di Murphy:  qualunque cosa tu organizzi prima, e soprattutto se ti vincoli con una prenotazione, ecco, per quel giorno o sera che sia,  i tuoi figli hanno, minimo, o l’otite o l’acetone.
Ora, quasi vecchietta ma non ancora pensionanda,  mi ritrovo a dare una mano con incombenze varie  in un’associazione e in uno spazio dove si respira teatro, teatro ed espressione artistica, e penso che non vorrei  occuparmi d’altro. Vorrei, ma non posso, non posso ancora, non posso fare a meno del lavoro nè di  continuare a sperare che il lavoro non possa fare a meno di me.
Sto imparando a conoscere questo mondo, anzi, universo,  e il mio sguardo ora è molto cambiato,  è mutato in mezzo  a visi,  persone,  idee,  ascolti.
A riprova della ciclicità della vita,  oggi sono andata a vedere uno spettacolo al teatro LeonardoL’ Avaro di Moliere, di Quelli di Grock (ehilà, nel 2014 quarant’anni di vita della compagnia!)  un classico rivisitato, nel quale si mescolava la commedia  e la vita degli attori: se non avessi letto della commedia sul sito del teatro, non avrei saputo  che si trattava della commistione con un’altra opera di Moliere, meno nota, L’improvvisazione di Versailles, un’idea  allegra e ben venuta.
La vicenda credo sia nota al mondo, e non sto a raccontarla… guardavo lo spettacolo e volevo cogliere cosa mi piaceva tanto del teatro.
Una cosa l’hanno detta gli attori alla fine dello spettacolo. “Accade tutto qui”.
Infatti.  Tutto si svolge sotto ai tuoi occhi. Un po’ come i giochi dei bambini, “facciamo che questo è un castello, tu sei il coccodrillo ed io il cavaliere”…  sineddoche, simboli. Una poltrona e un tavolino sono un salotto, e non ti accorgi che non ha le finestre, non ci sono ma è come le vedessi.  Sei attivo, completi le parti che mancano,  e parimenti ridi per cose per cui, a freddo, probabilmente non rideresti, rideresti solo per compiacere  chi le racconta.  Qui… allora, scatta un legame con l’attore, direi.   Parlo del ridere perchè quella di oggi era una commedia.
E poi resto affascinata dai movimenti, che sono un linguaggio ulteriore, i linguaggi sono costituiti da simboli, segni, no?  Movimenti che son spesso come una danza, come una ginnastica, appunto,  artistica.
E infine i costumi. Camiciola beige, culotte a righe, e sono i guitti, gli inservienti. Con un cappello diverso sei cuoco o cocchiere.   Con un giacchino di velluto diventi il segretario, con un giacchino dorato il figlio dell’avaro, con una gonna lunga e una cuffia la modesta Mariana, con un cappello vistoso e due gote rosse  la combinatrice di matrimoni Frosina.
Credo sia questa magia qui che mi piace tanto, questa alchimia così semplice e vitale.

La mafia uccide solo d’estate.

Il piccolo Arturo non impara a parlare, nonostante la pazienza della mamma, che gli ripete continuamente le magiche sillabe mam-ma mam-ma:  la prima parola che dirà, qualche tempo dopo, sarà ma-fia.
Ragazzino e innamorato perso della compagna di classe Flora, trova risposte ai suoi interrogativi in alcune frasi di Andreotti alla TV, e concepisce una passione per il politico, il quale, da giovane, si era dichiarato alla moglie in un cimitero. Inutile dire che i successivi sforzi di Arturo  per conquistare Flora saranno diretti a condurla in un cimitero.
Arturo, che fin da bambino voleva fare il giornalista, ha modo di incontrare alcune persone che gli dimostrano simpatia, e tutte queste vengono man mano ammazzate, Giuliano, Chinnici, Dalla Chiesa, e le altre varie stragi mafiose lambiscono la sua vita. L’assenza di Andreotti al funerale di Dalla Chiesa comincia a instillargli qualche dubbio… fino a mescolarsi nella folla incontenibile al funerale di Borsellino.
L’opera prima di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è un film gradevole, fluido, i momenti leggeri e di sorriso della storia d’amore del bambino,  e le tragedie che la città di Palermo si trova a vivere, sono abilmente mescolati, con filmati autentici, quasi una sorta di documentario.  Non ci sono spiegazioni, non ci sono perchè, ci sono solo i fatti, e le reazioni, una sorta di documentario,  per rammentare.  Ci si rende anche conto, cosa che i servizi televisivi non sempre riescono a rendere, di quanto la vita della gente comune sia messa a repentaglio dalle vicende di mafia, come non si sappia mai cosa aspettarsi e da chi.
“E’ meglio se il bambino non parla, chi tace vive più a lungo – così Padre Giacinto tranquillizza la mamma di Arturo. Bravissimo Alex Bisconti che fa la parte del leone nel film, interpretando Arturo ragazzino.

Il Grande Gatsby di Luhrmann

Come per Anna Karenina, film visto di recente, la visione è stata inizialmente traumatica: memore della versione cinematografica del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, mi aspettavo una trattazione più soft, soffusa, pacata e allo stesso tempo incalzante. Le due locandine, coloristicamente, mi sembrano rendere l’idea della differenza tra le due trasposizioni.
Il libro, l’ho letto più di quarant’anni fa… il film ha quasi quarant’anni, andando a vedere il remake – che  non è un remake , però – di Baz Luhrmann pensavo, però, cavolo, forse era meglio se davo una rilettura al libro prima. Insomma, al cinema mica sempre si deve andare improvvisati,  qui per esempio potevano fiorire paragoni a tutto spiano.  Quarant’anni fa… mamma mia ma quanti anni ha Redford? nato nel 1937… 76… Di Caprio 39.
Ho guardato questo film inizialmente cercandovi il romanzo e la precedente versione cinematografica,  poi mi sono accorta che era sbagliato, ” non si replica il passato” dice Nick Carraway  nel film , risponde Gatsby  “Certo che si replica”, per forza lo dice,  è abituato a dominare, ma questa seconda affermazione non mi serve.
Se la locandina antica può baluginare emozioni non dette, la locandina dell’ultimo Gatsby ha invece colori decisi, e la povera Daisy vi appare come soverchiata dalle figure che la circondano: è voluto, o casuale? questo personaggio centrale – secondo me Daisy lo è, non meno di Gatsby –  sembra in balia di ciò che le accade intorno, e di chi le sta intorno, tra collane di perle che si rompono… la sua, quando riceve una lettera di Gatsby poco prima del matrimonio, e la collana di Myrtle nel litigio col marito, che la spingerà a correre nella strada e morire. Fatica Daisy a distinguere tra i suoi sentimenti e quelli che gi altri vogliono che lei provi,  e mi pare, Carey Mulligan, sia assai più viva della fantasmica Mia Farrow, per come me la ricordo, lo pensavo  guardando gli occhi brillanti  e contagiosi di questa ragazza, questo suo sorriso irresistibile.
Anche  Tom Buchanan è reso benissimo, nel suo senso animalesco, da Joel Edgerton ricco arricchito da generazioni che detesta gli arricchiti freschi, e Tobey Maguire ha interpretato magnificamente l’essere nè carne nè pesce  di Nick Carraway – se fossi uno scrittore  mi piacerebbe senz’altro chiamarmi così – quell’aria un po’ osservatrice e smarrita, quel cercare di essere all’altezza – sempre che sia un’altezza – delle circostanze.  Dolenti note per quanto riguarda l’osannato Leonardo Di Caprio, che a parer mio continua ad avere un viso da eterno ragazzo ed un fare da studente di college che vuole sembrare già uomo, ed in questo ruolo secondo me non ci stava proprio,  non mi pareva credibile.   Cioè, non gli leggo nel volto che nasconde segreti, una sofferenza, trascorsi bui, ha il suo bel facciottino rotondo, gli occhi celesti, i capelli biondi… non è del tutto vero che l’abito non fa il monaco, un po’ si sembra quello che si è… o no?
Mi hanno lasciato un po’ interdetta le feste di Gatsby,  che per un effetto certamente  voluto non erano propriamente stile anni ’20,  musiche,  e anche atteggiamenti, sembravano più una sarabanda da discoteca, cioè, la descrizione di Francis Scott Fitgerald ma giusto giusto un filino esasperata… stelle filanti d’argento, fuochi artificiali.  La connivenza dela polizia, il cui capo compartecipava ai divertissement offerti da Gatsby, la folta schiera di imbucati, il fatto stesso che Gatsby possa essere un gangster, direi che ai giorni nostri non ci sorprendono  più, ne leggiamo tutti i giorni sui giornali.
Un particolare gradito, le inquadrature di un trombettista, che suonava sulle scale di sicurezza di un palazzo di New York, a scandire i momenti della festicciola orgiastica ordita da Tom Buchanan con l’amante,  nella quale aveva coinvolto il perplesso Nick.
Insomma, il film è piacevole nel complesso, anche se lo sento lontano dalla traccia rimastami dalla lettura del romanzo, come dicevo molto lontana nel tempo: la stessa impressione che avevo avuto per Anna Karenina, di una mia lettura, di un mio ricordo diverso del libro, solo che  mi era parso inguardabile proprio il film , anche considerato a sè stante.

Dove osano le idee…

Quest’anno al Salone del Libro di Torino sono arrivata senza aver fatto i compiti. Non avevo dato neanche un’ occhiata al programma, non avevo sbirciato tra i social network  quando chi era dove. Ho pensato  “vedo gente, faccio cose” , non avevo punto voglia di applicarmi, tanto ci sono i corridoi che ti portano.  Un po’ ho fatto male, perchè dando una scorsa al programma sul treno del ritorno – non c’è da stupirsi, io sono quella che rllegge le mail sempre dopo che le ha inviate –  effettivamente ho scoperto presenze che mi sarebbe piaciuto pescare nel mare magnum.  D’altra parte  è il quarto anno che visito il Salone, e dall’esperienza avevo tratto  alcuni comandamenti.
Il primo è: salta tutti gli eventi con i grandi nomi, nelle sale Azzurra, Rossa, Gialla e quant’altro, tanto non ci entrerai mai, salvo che non ti pianti in attesa impalata un’ora prima, in coda.
Il secondo: se vuoi farti una scaletta degli eventi abbordabili, falla, ma non puntare su un unico cavallo, tieni le alternative, quelle  sempre interessanti che cominciano un quarto d’ora dopo, anche mezz’ora. Infatti, quando l’ora è vicina ti troverai sicuramente all’estremo opposto della location interessata. Arrivarci non sarà facile, devi attraversare i vasconi, e in quel mentre incontrerai tutte le persone della tua vita, tutte quelle che non puoi non fermarti a salutare, per cui calcolare i tempi delle percorrenze è impossibile.
“Ci vediamo dopo” è una cosa assai improbabile, non si può sapere se la marea di gente restituirà quel corpo.  Se cerchi qualcuno in uno stand, c’era fino a cinque minuti fa, mentre i più irritabili se ne sono appena andati perchè non ne potevano più del Salone.
Posso dire quindi che la mia visione del Salone è stata piuttosto ridotta, gli ho dedicato solo una parte del pomeriggio di sabato e della domenica che sembrano volate,  non tre giorni come l’anno scorso, niente grandi eventi, niente “fuori salone”, però  l’aria della manifestazione si respira comunque…  Respiravo stanchezza. L’anno scorso c’era stato forse meno pubblico, però un filo di entusiasmo serpeggiava.  Forse sono io che attribuisco al Salone il mio stato d’animo, o semplicemente il Salone rispecchia l’umore italiano in periodo di crisi. Non ho visto scolaresche nè ho percepito molti sorrisi in giro. Al padiglione 1 non ho visto la consueta esposizione di strumenti musicali, salvo non fosse nascosta altrove, peccato perchè era bella, e i bambini ci impazzavano, a provare gli strumenti: forse è stata sostituita dall’equipe di chef dal vivo del padiglione 3,  cucina, libri sui cioccolati e così via. Però, la Cucina teorico pratica  di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, libro curiosissimo e ho scoperto anche miliare,  mi ha costretto alla resa e l’ho regalato all’amica che mi ha ospitato. D’altra parte i programmi di cucina imperano anche in TV, quasi i cervelli abbiano abdicato in favore del tubo digerente: ma non voglio accanirmi, anche la cucina è una forma di cultura, e una scienza, ma in pochi la vedono così.
Assente Giulio Mozzi, incontro ormai quasi istituzionale nei corridoi del Salone, nessuna manifestazione di San Precario, mi pare, il serpentone che si era snodato l’anno scorso nei padiglioni…libri libri, e e anche stand che non mostravano “nulla”, quelli degli e-book, impediti a impilare il loro prodotto, a organizzare firma-copie, qualcuno ha messo sdraio, sabbia secchielli e palette. Coda inevitabile al firma-copie di Zerocalcare, che invece dell’autografo fa disegnini. Libri e giochi, e videogiochi, e giochi di ruolo. Le conferenze Rai.  Il giovane Federico Libero Bassini detto Cico che non voleva più andar via dall’angolo giochi, sacchi su cui gettarsi e saltare,  e mucchi di pennarelli.
Sembrava un salone in attesa di qualcosa, certo, come per ogni cosa che si ripete ogni anno, c’è chi dice che occorre cambiare, rinnovare, come si dice sempre per il Natale, il Capodanno, che tutti disdegnano poi nessuno ne fa a meno. Non credo vada cambiato, perchè è uno specchio… così pieno, confuso e a suo modo ordinato, è il salone che ci segue, segue l’editoria, che si chiede Ora che facciamo, da che parte andiamo? Forse, il salone specchio qualche indicazione la può dare, delle tendenze, dei gusti del pubblico. Però, il pubblico va anche educato, al buon gusto, ai sapori sani, non puoi tener conto solo del mercato, quando fai cultura, lo dice la parola stessa, è insegnamento, fede, crescita, e diventa sacrificio, perchè quando la vivi così è sempre più difficile conciliarla con la sopravvivenza economica, purtroppo, occorrerebbe modificare questo, non il Salone.  Penso alla cultura quella calda, vitale, che avvolge le nostre giornate, non a quella sorta di cose  asettiche  che ci piomba dall’alto,  calata da qualche sedicente intellettuale astruso in nome del progresso delle idee… vabbè, ma io sono vecchia, e tradizionalista.

Devianze

C’è qualcosa di bacato nel modo di diffondere, leggere le notizie, e di conseguenza nel loro diffondersi, come si procedesse per sineddoche, per slogan.
Per quanto dove arrivi la mia memoria, in fatto di giornali e di notizie, mi ricordo seriosi telegiornali, seriosi quotidiani e settimanali da una parte, e  la stampa scandalistica e pettegola dall’altra  che allora era per me incarnata, o meglio incartata, da settimanali tipo Stop e Novella 2000, dove un bacio faceva notizia, dapprima in foto in bianco e nero,  gli interessati si celavano sotto occhialoni scuri, poi via via  a colori fino al cliché della foto in acqua fino alla cintola e a seno nudo, anche in inverno.
Ora ci sono anche i social network, a fare da bollitore, e anche da termometro,  delle notizie, e la comunicazione va veloce, non ci si può fermare a leggere tutto, ovunque, ed allora si cerca il cavillo, o la cosa ridicola, e si batte su quello, quasi una gara a trovare  il brontolamento  e che non abbia ancora rilevato nessuno.
E’ così che si perdono i concetti, i ragionamenti, quelli che dovrebbero magari essere illustrati e propalati  e potrebbero, chessò,  arrivare ad aprire le menti, arrivare a chi non ha avuto la fortuna di studiare. Ci si ferma sull’inezia, sul gesto, cosicchè un’inezia, un gesto possono così rovinare un personaggio pubblico, o esaltarlo, quest’inezia offusca passato presente e futuro.
Insomma, mi sembra che la divulgazione si sia come allineata al livello delle foto a colori di cui sopra, scatti magari concordati col fotografo.
Guardo le “onde” su Facebook,  l’indignazione o l’ilarità,  dura un giorno, per far posto ad un’altra onda il giorno dopo, e vi sento come uno spirito di gara, a chi sarà l’arguto più arguto…. ma a cosa serve, se non a inacidire l’animo e far sentire tutti scontenti di tutto, in un modo assolutamente non costruttivo… non c’è tempo per pensare, per fare,  e anche la stampa pare adeguarsi, noi perdiamo,  la gente sta su FB, allora è così che si deve fare.
Non so, mi pare che quello che una volta era giornalismo, ora sia diventato come una branca del marketing.
Sono concetti ancora un po’ disordinati, chiedo venia.

Lo zoo di vetro

Domenica scorsa ho conosciuto il Teatro Frigia 5, che si trova in via Frigia 5, nella zona di Precotto, a Milano.  Una porzione di fabbricato industriale, una porticina, predomina il bianco e il nero.  Nero il teatro, pareti, pavimenti, sedie, la porta di ingresso,  e la porta di uscita su una terrazza dove ci hanno offerto, a noi spettatori, un aperitivo. Nessuna finestra, e tutto nero, per un’ aspirante claustrofoba par mio non era il massimo.  Sufficiente senz’altro a creare quella sensazione di muta angoscia richiesta dall’opera di Tennessee Williams, suona così bene, Tennessee Williams, che non si può non scrivere,  un nome che dà quel tot di culturale, ma senza strafare… di Tennessee Williams, sì, buttato lì con nonchalance.
La famiglia Wingfield ricordata da Tom Wingfield adulto e fuori campo veste di bianco, il mondo esterno a colori. La scena è al minimo, molto elegante, il nero, le sedie trasparenti, lo zoo di vetro rappresentato da calici, alcuni dei quali illuminati da un  led, il candeliere, lo specchio in fondo che rappresenta il ritratto del padre che se ne è andato senza far sapere più nulla di sè, sarà un caso che sia uno specchio, e non un ritratto di un qualunque volto maschile?  Una leggera intelaiatura li divide dal mondo esterno.
La vicenda,  sospetto sia molto nota, tratta di Amanda, una madre frustrata dall’abbandono del marito e dalla mancanza di prospettive  della sua attuale esistenza, persa nel ricordo della vita dorata di un tempo si preoccupa in modo tanto assillante per i figli, da diventarne la persecutrice. Laura, la figlia, leggermente claudicante, si è rifugiata nella collezione di animaletti di vetro e nell’ascolto di vecchi dischi, il figlio Tom scrive poesie di nascosto durante il suo lavoro al magazzino di calzature, e sogna le avventure che vede al cinematografo. Dietro le insistenze della madre,che vorrebbe un marito per la figlia,  porta a casa un collega di lavoro  che, coincidenza  Laura conosceva dal liceo, era l’amore segreto che portava dentro… Laura si lascia un po’ andare, gli regala l’animaletto preferito, l’unicorno, che il ragazzo romperà, ma Laura non se la prende, l’unicorno senza il corno starà meglio con gli altri cavallini, e non si sentirà più solo. Jim le rivela che sta per sposarsi, Laura piange, Jim si congeda,  Amanda si infuria con Tom, Tom questa volta se ne va davvero, e sarò per sempre perseguitato dal rimorso di questa azione.
Quale sia stata la sorte delle due donne, Tom non la dice.
Bravi tutti, il regista Stefano Fiorentino, gli attori, Stefania Carcupino, alla sua prima esperienza in un ruolo drammatico,  Federico Lapo, Paola De Gregorio, Luca Levi e Davide Soncini.

Live after Live for Van Ghè

The show must go on. “ho dimenticato il plettro, tu ne hai uno? ” no non fumo e non suono la chitarra  “quando arrivi fammi uno squillo” , “sei lì?  chiedi al bar di fianco se ci possono dare del ghiaccio, solo se possono, poi arriviamo noi” “sì possono” “siamo in ritardissimo, riesci a fare andare la lavapiatti per spolverare i bicchieri?” No, non riuscivo, tasto “eco”, manopola, ma “on”? La manopola non faceva scattare nulla, il contatore era sul rosso, le spine erano dentro…  Un pensiero, all’inizio le poesie,  le poesie recitate su rumore di lavapiatti dietro il sipario,  siamo troppo avanti qui al Van Ghè… Per fortuna l’intervento del primo uomo arrivato  – una ragazza pisolava sul soppalco, si era svegliata, ma non avevamo risolto-  schiaccia il tasto giusto, di fianco a quello “eco”. Poi arrivano gli strumenti… tutto pieno di strumenti. Laura si allunga sul trabattello a orientare le luci, i leggii sbocciano come fiori in primavera, si allungano i gambi. Perfetto, siamo pronti, peccato che le cibarie son bloccate in tangenziale. Comincia ad arrivare gente, e poi ancora gente, tutti che si salutano, si riconoscono, si abbracciano … ma ci guardo:  siamo tutti noi, ma dico, uno di pubblico, uno? Arrivano le cibarie, e il buon vino, e il registratore di cassa a riempire la tavola decorata con fiori, origami colorati creati dalla ragazza che non pisolava più. E del meccanismo dei  buoni e tagliandini, si capisce nulla, è la prima volta che proviamo a far così per le consumazioni. La scaletta, il mio memo degli artisti scritto su un pezzo di carta, poco più che un francobollo, tutta rigirata che nessuno ci capiva più niente.
Ma alla fine ci siamo stati tutti, e il pubblico, e il violoncello, e l’insolito piattino di taleggio e cachi della Divinacomida, e grazie alla poesia di Francesca Genti,  Manuela Dago e Paolo Gentiluomo, a Roberto Deangelis, a Patrizio Luigi Belloli, alla recitazione di Camilla Barbarito   e di Pasquale Conti, alla musica di Giangilberto Monti, Alessio Lega, Balen’ Arrubia, Matteo Passante, Cesare Livrizzi, agli accompagnamenti di Fabio Marconi e Guido Baldoni, e il gruppo Monteforte, Tripodi, Viganò,  Minguzzi sempre disponibile a coccolarci  mirabilmente con le loro note. Ma grazie davvero!

Verso il Carroponte

Laura passa a prendermi sotto casa, l’aspetto al semaforo, così salto su e via, verso il Carroponte, dove Guido Catalano declamerà poesie – o farà il cabarettista, a seconda che lo ascolti un cabarettista, o un poeta.
Come decido che è meglio aspettarla dall’altro lato del semaforo, Laura arriva e si ferma giusto dov’ero due minuti prima, si ferma anche perchè c’è il semaforo rosso, e questa è già una buona cosa che non è detto si ripeterà sempre. La vedo, ma lei agita le mani e spiaccica i palmi contro il vetro,  le faccio un segno, riattraverso, la raggiungo, mi siedo in macchina  e lei mi dice ridendo: “ti stavo facendo segno di aspettarmi l! “…” e io ho capito di venire lì, vedevo segni strani”  Il finestrino è completamente giù, no, non mi dà fastidio, solo che Laura mi caccia in mano un navigatore, che non so come riesco a far sì che prediliga la direzione Sesto S.Giovanni, probabilmente era già impostata,dall’ultimo utilizzo, invece dei WXZ che mi scappavano digitati.  L’aggeggio parla, ma mica si sente molto quello che dice coi finestrini aperti, e così comincia il viaggio, con me che faccio la ripetitrice  del navigatore, ci dice sempre dove andare, ma tante volte ci sembra che sbagli, e allora facciamo qualche altra strada, in conflitto  con lo strumento, che non si arrabbia mai. E’ incredibile! Siamo arrivate! “Il Carroponte,  lo vedi? ” Mi dice Laura. Vedo infatti una strisciolina di rosso dietro  a delle costruzioni. Postaggiata l’auto, ci entriamo, ci sono delle aiuole e queste gigantesche impalcature, nel mio immaginario carroponte mi faceva pensare a una specie di nave petroliera, ed invece dicasi carroponte un argano installato su un carrello o un paranco, ed un ponte costituito da una trave,  i cui usi più comuni .sono all’interno delle fabbriche e dei magazzini per il trasferimento di semilavorati e di prodotti finiti tra un reparto e l’altro o verso l’area di carico e scarico; vi sono anche carriponte destinati all’uso siderurgico con funzioni di parco rottami, carroponte da carica o per movimentazione billette: così in sintesi da  Wikipedia.   Lì effettivamente c’era la Breda. Un attimo di commemorazione compunta. Gli operai, la fabbrica, le considerazioni sull’adesso.C’è una prima parte coperta, escono voci e musica, ma costeggiando la costruzione color infuocato, si arriva al prato, a un gazebo dove si sta esibendo Andrea Cola, e alla base di un pilone è seduto solitario il Poeta, con fogli bianchi tra le mani, che aspetta le ore 22.00, che sono anche passate. Il prato è occupato da tavolini e da divanetti fatti con  pallets, e assi per schienali.  Non ce ne è uno libero.  Laura segnala la panca lontana, occupata da un solo individuo. Che però si alza. La panca è libera! con passo felpato e velocissimo ce ne appropriamo.  La spostiamo in centro, sul  fondo. No, meglio che andiamo un po’ più avanti.
Ci sediamo. No, un po’ più a destra adesso. Ora c’è Catalano nel gazebo, implora che la gente vada più vicino al palco, obbediscono in tantissimi, il prato si è riempito, e noi.. zac, là vicino con la panca. E poi che dire? l’aria era fresca, si stava bene, Guido Catalano ha dato il suo meglio tra foglietti svolazzanti , e, per il veloce ritorno nella notte,  come  cavalli verso la stalla, il navigatore l’abbiamo lasciato dormire nel suo angolo