Archivio mensile:gennaio 2012

Norme di comportamento per i passeggeri

Secondo la legge di Murphy che governa la mia vita – non voglio essere egoista, le nostre vite – mentre attraversavo la strada, ho visto passare il tram 14 discretamente vuoto: ovvio che quello a me destinato fosse strapieno.
Entro, ed a malapena riesco ad attaccarmi ad una sbarra: la porta si chiude tra innumerevoli pigolii per avvisare i non udenti e rendere sordi i senzienti, e ringrazio la natura che non mi ha dato la coda, e  la sciarpa che mi cade sul davanti così non finirò come Isadora Duncan.
A lato della porta, un cartello: “Norme per il comportamento dei passeggeri sui mezzi di trasporto pubblico” mi fa pensare quanto si possano comportare dei passeggeri così compressi.
Lasciati a casa i pesci rossi in apposito contenitore (guai a portarli liberi e senza museruola), ed anche i pulcini, c’è un sacco di gente che gira con massimo due pulcini per Milano,  in piedi impalati come si è costretti a stare, si potrebbero giusto fare pernacchie, e non si deve, non si fa, non è bello.
In mezzo a questi pensieri, non poteva che mettersi a pizzicarmi il naso… ma se mollavo la presa dove mi tenevo, mi portavano via il posto della mano.

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Ho avuto paura, davvero.

Non c’è posteggio sotto casa, tanto vale che faccia il giro e vada al di là della circonvallazione. Non è tardi, sono circa le 22,30: posteggio  poco prima del Tagiura, dove c’è una cassetta delle lettere, e mi viene da pensare, “Ah, eccone una vicina a casa, non me la ricordavo più”. E’ un po’ nascosta dal tendone del locale.
Mi avvio, giro l’angolo, debbo solo attraversare la circonvallazione, cioè, due carreggiate separate da quella per i filobus: sono al semaforo, sento ragazzi urlare da una finestra alle mie spalle,  non capisco le parole, mi chiedo che partita c’era, e non me lo ricordo.
Le grida continuano, e si fanno un po” più distinte. “Troia, zoccola” e ridono, e lo ripetono:
Mi guardo in giro, e sono solo io, debbon essere matti, o fatti, penso, intabarrata come sono e con le scarpe pure basse, certo non ne ho l’aspetto, della troia. Almeno, non come io penso che siano.
Accelero il passo senza aspettare i verdi, tanto non arrivano  macchine,  non faccio come la moglie di Lot, rimanere una statua di sale all’altezza della fermata del filobus per guardare indietro chi sono quei cretini, non mi sembra una bella idea.
E qui mi ha preso la paura…. giusto, sono dei cretini, e magari chissà cosa non hanno sniffato e bevuto…e poi sono in branco, si caricano a vicenda… e se uno di loro fosse armato? E se volessero divertirsi al tiro a segno, e io morissi in un modo così stupido?
Ho accelerato ancora, senza correre… momenti che sembravano non finire mai, finalmente, approdata all’ultimo marciapiede, svoltata nella via dove abito, ero fuori traiettoria.

Sogno.

Ho deciso di svegliarmi perchè mi stavo innervosendo, avevo partecipato ad un viaggio organizzato a Roma, stavo leggendo in un salotto, e una mia collega d’ufficio che timbrava cambiali si è messa a cercare dei piatti, ed ho scoperto che c’era una presentazione di Vicolo del Precipizio con Remo Bassini  a sorpresa e mica posso mancare. Faccio per andare nella camera d’albergo per cambiarmi, e non ricordo il numero, chiedo, e non risulto, il portiere mi dice che Solza è un cognome complicato e non sempre i computer lo “prendono”. Morale sono senza stanza, mi incavolo e allora cerca un posto dove posso dormire, e usciamo dall’albergo, e si camminava tra edicole e fiorai, per giunta senza la borsa con le mie cose. E’terribile camminare con le mani libere. Insomma, situazione incresciosa, meglio svegliarsi.

Lo zio Ulisse.

Oggi, guardando una vignetta dei Peanuts, dopo tanto tempo ho ripensato allo zio Ulisse,  a quei magici libretti che mi prestava da leggere quando andavo a trovare lui e la zia Bianca,  con  i disegni tutti in bianco e nero, nell’epoca in cui Topolino progrediva colorando tutte le pagine di fumetti, ma non l’Almanacco o i minuscoli Albi della Rosa, che mantenevano le pagine alternate, a colori e no, e quelle no, a volte  ci pensavo io con le matite, a colorare la divisa di Basettoni e i fiocchi di Minni e Paperina.
Lo zio non c’è più da tantissimo tempo, mi pare dal mio ginnasio, ho un vago ricordo di contrasti interiori tra le aspirazioni sessantottine e il rito borghese del funerale, ma dovevano avere prevalso i ricordi cari dell’infanzia perchè mi rivedo nel corteo con i miei pensieri confusi sulla concretezza della morte,  forse era la prima volta che si avvicinava così tanto al mio mondo.
Innanzitutto, lo zio, che non era molto alto nè molto bello, era però Conte, e non ho mai  conosciuto nessun altro che usasse il monocolo,  ed è superfluo dire quanto questa cosa mi sembrasse  affascinante, e quante volte avessi cercato di guardare anch’io attraverso quella lente, ricordo delle gran smorfie per trattenerla tra la guancia e il sopracciglio, ma sgusciava sempre via.
Non ricordo assolutamente che lavoro facesse, forse aveva a che fare con assicurazioni, e forse era ingegnere…ora che ci penso ero spessissimo a casa degli zii, che abitavano al piano di sopra, chissà, forse ero sbolognata lì dalla mamma che andava a giocare a carte… a me, però, andava benissimo!  Lo zio lavorava con l’argilla, con abilità, bastoncini appuntiti, spatoline…ricordo come dei vasetti, e fisionomie e costumi d’epoca, poi li colorava, poi la cottura… non ho imparato nulla, ma pasticciato tantissimo, con gusto e fantasia.
Una delle altre sue passioni era l’archeologia, lunghe passeggiate nei campi arati vicino a Bologna, dov’era la sua dimora avita, con lui ed i suoi nipoti, quasi miei coetanei ma figli dei suoi figli, a cercare cocci di ceramica e pezzi di vetro: io non so se contasse balle, quando mi diceva che  quello che avevo trovato forse era un pezzo  romano, però qualche moncone di piatto era riuscito a ricostruirlo.  E intanto raccontava le storie dei romani, degli insediamenti, delle case dei romani, ed io lo ascoltavo, e sognavo di trovare anfore e statue, che nessuno ancora aveva visto passando di lì.  E sempre vicino a Bologna, c’erano dei monticelli dove ci portava a fare camminate, e si trovavano le pietre focaie, diceva,  ed io ne avevo trovata una giallina screziata,  piccola e liscia, ma non riuscivo a trovarne un’altra, per poter accendere il fuoco, perchè a questo punto, se si parlava  di pietre focaie, una bambina bionda dagli occhi celesti sognava le  caverne e i fuochi e i mammuth.
La “terapia zio Ulisse”, passeggiate e natura,  credo sia stata applicata alla maggior parte dei cugini della mia generazione:; le mie sorelle mi avevano anche raccontato che quando erano piccoli loro (io sono arrivata in solitario un bel po’ dopo) loro cugini, ragazzini, giocavano con lo zio nel prato grande della villa di Baveno, inizialmente ripido – lo stesso prato che noi ultimi arrivati si sarebbe fatti a capriole o rotolandosi sul fianco sino a quando si arrivava alla parte pianeggiante – e lo zio Ulisse li metteva in una vecchia carrozzina e li lasciava andare in discesa… !  Ecco, per non dire le volte che dalla villa  si partiva per raccogliere funghi. Lo zio conosceva tutte le piante, gli insetti, le pietre…
Forse, se mi piace “fare”, se sono curiosa, se amo la natura e conosco piante e animali e spio gli insetti, e sogno, lo devo a lui…e sono sicura che se in questo momento nominassi a mio fratello lo zio Ulisse, mi domanderebbe distratto ” ma tu lo hai conosciuto?”.

E’ cheap, dice la futura suocera, e scuote la testa.

Midnight in Paris è un film che non ha certo portato elementi di novità nei miei pensieri e nelle mie conoscenze, ma mi ha regalato senza dubbio un’oretta e mezzo piacevole, che non è poco in questi tempi (miei) affannosi e concitati.
C’è questo “povero” Gil, che non è che sia uno spiantato incapace, scrive sceneggiature di successo a Hollywood ma a Parigi veste i panni dell’aspirante scrittore –  scrivere sceneggiature è più facile, dice nel film. Quest’uomo, che  nel gesticolare e nel modo di esprimersi ricorda assai il suo regista Woody Allen,  con la promessa sposa Inez, è a Parigi in visita ai genitori di lei che si trovano lì per lavoro e dei quali, data la preponderanza del bianco delle ambientazioni e degli abiti che li riguardano, capisci subito che sono molto americani e molto ricchi.
Fin dal primo momento ci si chiede cosa possa legare la giovane coppia, e la risposta “nulla” si snoda lungo il film. Questa ricca famiglia americana sembra occupata a crearsi mete e muoversi affannosamente di qui e di là, non apprezzando il gusto di Gil nel camminare per le vie di Parigi,  ed ancor più se piove.
Trovatosi  dunque solo a passeggiare, una notte  si perde e stanco si siede su una gradinata: una macchina d’epoca si ferma, gli occupanti lo convincono a salire, e comincia l’avventura delle mezzanotti parigine tra i protagonisti  della vita artistica degli anni venti. Dalla coppia Fitzgerald, a Hemingway, Picasso, Gertrude Stein, Cole Porter, a Bunuel perplesso circa la trama suggerita da Gil de l’Angelo Sterminatore, insomma Gil  interagisce con questi “grandi” accantonando l’iniziale perplessità, che credo legittima quando ci si trova proiettati un’ottantina di anni indietro nel tempo.
Non c’è come fare un riassunto per accorgersi della miriade di episodi e di particolari che ti tornano alla memoria mentre scrivi, e che ti spiace tralasciare…non hai fatto grasse risate, ma vedendo il film hai continuamente sorriso..
Ovviamente  cerca di parlare di questi incontri con la fidanzata non venendo preso sul serio, ed anzi i futuri suoceri, che lo considerano strambo, comunista e con gusti “cheap”,  gli mettono alle calcagna un detective per capire dove si rechi da solo tutte le sere.
Ovviamente finchè la fidanzata aspetta con lui sulla gradinata non si vedrà nessuno, ovviamente negli anni venti prova, ricambiato,  attrazione per la giovane amante di Picasso, con la quale atterrerà nella BelleEpoque, dove lei deciderà di restare, ovviamente lascerà la fidanzata, ovviamente passeggerà per le strade di Parigi dove  ovviamente reincontrerà  un sorriso femminile che lo accompagnerà anche sotto la pioggia.
Quanti ovviamente… ma chi se ne importa? qui ci stanno, e l’ovvietà, se ben presentata, della trama di una  storia d’amore non è necessariamente una cosa negativa: anzi, a volte è rassicurante,  a volte si ha bisogno di rassicurazioni. E forse l’ovvietà della trama equilibra la peculiarità del suo sviluppo, tra il passato ed il presente (ma il modo usato è sempre l’indicativo presente), e quel “quid” indefinibile che magicamente scocca tra due persone (un altro argomento amato da Allen) … tipo  il’incontro della ragazze del mercatino delle pulci che gli dice di aver  pensato a lui quando ha visto un nuovo vecchio disco di Cole Porter, e Gil si stupisce, non dell’incontro, non dell’oggetto,  ma di essere considerato.
Nel  film (nella vita ) sembra che ci siano come due fazioni, quelli immersi nella propria epoca, sicuri di tutto,  e le persone dotate del sentire e di molteplici punti di domanda… a queste persone che sanno amarla,  è permesso entrare nella magia di Parigi, di questo passato che non muore.  Come tanto spesso si dice “sono nato nel secolo sbagliato”.. quando ci si accorge magari che il mondo intorno avanza ad una velocità che non è la tua, ed assume valori che non saranno mai tuoi, ed il passato, già lo conosci, ritieni  che possa essere il tuo antro.
Come in ogni pellicola di Allen, i particolari sono curatissimi,  le musiche si adeguano  e sottolineano  perfettamente ogni momento del film, gli attori sono  fisicamente perfetti per il loro ruolo: degli artisti del passato, viene fatta  una amichevole caricatura,  una sfilata di personaggi,  una sorta di gioco.
Ad Hemingway è stato dato molto spazio,  ed ha tra l’altro avvertito Gil che gli scrittori sono molto competitivi, non far mai leggere un tuo romanzo ad un altro scrittore, se fosse bello ti odierebbe, e se fosse brutto ti odierebbe lo stesso perchè ha perso del tempo. Sarei curiosa di sapere, se dopo questo film, siano aumentate le vendite dei suoi libri…

Ti

Ti vedevo spesso da bambina, da grande poco. Veniva Marisa a prendermi nella villa di Baveno, o qualcuno mi accompagnava da voi, a Stresa. Non sapevo che eri una persona importante, eri il papà di Camillo e Marella, i miei cuginetti di secondo grado, e avevate case bellissime, sulla riva del lago, e a Milano, con il terrazzo grande, e la Ciunga, il boxer di Marisa che voleva sempre farmi giocare con la sua palla mezza sgonfia e sbausciata, e i mastini napoletani di tua mamma, e mi sembra ci fosse un merlo indiano, e a Stresa addirittura la stanza delle scimmie…
Nella villa “piccola” di Stresa giravano anche i bulldog di Madina, con il loro muso piatto ed il corpo da wurstel tracagnotto, mi facevano soggezione, più dei mastini che sarebbero arrivati dopo.
Ti ricordo leggere sul prato di Stresa, era il periodo della sinistra intensa, tomi e tomi, e ti ricordo ridere.
Ti ricordo nella villa di Cortina, ero proprio bambinissima, e si muovevano  anche queste persone che erano cantanti, ma non so bene, non ci facevo caso. Mi piaceva il camino, ma non potevo stare lì,  dovevo stare con gli altri bambini, i tuoi figli e gli altri cuginetti, c’era la bambinaia mi pare, o qualcuno che ci sorvegliava. La Carolina… c’era una tata Carolina… ora sto andando a pescare nella memoria,  trovo solo brandelli….
Capitava che mi ammalassi, qualche volta, mi ricordo che stavo sola in una stanza, e fuori nevicava, era tutto bianco, e giocavo nel letto con le bamboline di carta da ritagliare. Con le forbici senza punta. Erano gli anni della Coccoina, la colla che aveva il pennellino nei barattoli grandi, in mezzo, ed una spatolina in quelli piccini, colorati, contro il bordo. Le calde, immense trapunte di Cortina, della zia Bruna, Brontolo, la chiamava Camillo.
Ricordo la fila di scarponi da sci con la neve impigliata nelle stringhe che si scioglieva,  nella stanza appena entrati, a sinistra, col pavimento di legno grezzo, e forse una stufa in ceramica. Era su questo pavimento che Titi ballava il flamenco, per dimagrire, diceva, credo scherzasse.
Ricordo i viali bianchi di neve nel giardino, e i pupazzi di neve, e le case nel ghiaccio che ci scavavamo, pensando a chissà quali storie, e la  terrazza, solarium, e che quella casa  di Cortina in estate non l’ho mai vista, forse dava ragione al nome, Villa La Smeraldina.
Non ricordo grandi discorsi, però mi ricordo che qualche volta ti ho fatto ridere, e sicuramente so poco o niente  dei tuoi pensieri,   ma credo che ci stessimo silenziosamente simpatici. L’ultima volta che ti ho visto, camminavi a fatica, era  un compleanno di mia madre, forse i suoi 90, o 91.  Ogni tanto mi arrivavano tue notizie dal Piemonte, ma quando venivano a trovarti Giorgio e la mamma, non lo sapevo mai prima, che avrei potuto aggiungermi, forse.
Il ricordo di te ha sempre nello sfondo luoghi di bellezza e di arte…ora il mio sguardo da adulta vede un uomo che tutto quello che di bello la vita gli ha dato, lo ha accolto con semplicità, e non se ne è accontentato, per annegarcisi come tanti al suo posto avrebbero fatto,  ma è passato per la vita con passione e con forza… la forza che l’ha sorretto sino all’ultimo.

Appropriazione indebita di compleanni altrui.

Una vera calamità si abbatte  sulla nostra famiglia, subito dopo le feste natalizie, comprese Befane e Capodanni: la serie dei compleanni.
Mio figlio nacque un 9 gennaio, mia madre un 20 gennaio, un mio nipote figlio di una sorella il 22.
Ora, quella che tiene a festeggiare, è comprensibilmente mia madre, che sta giungendo al  98° compleanno, e nonostante siano così tanti, ancora non si è stufata delle torte con le candeline, senza pensare che a mettercele tutte, una torta di calibro normale si sfracella, e  come fossero un falò, alzano di un grado almeno la temperatura della stanza.
Insomma, non stavo ancora mettendo il piede fuori dal Capodanno che arriva la domanda della mamma: “Cristina poi dobbiamo pensare cosa fare per il compleanno mio e di Lorenzo, che tanto vale che lo facciamo insieme”
Come postulato, abbiamo dunque che Lorenzo desidera festeggiare il compleanno con quello della nonna.
“Pensavo che potevamo affittare una saletta al Tagiura come un tempo” personalmente odio le celebrazioni in ristoranti e affini, con tre bambini piccoli in famiglia, per loro è una tortura e poi lo diventa per i genitori. E anche per me fare la forzata della tavola.
La mia risposta è stata diplomatica “Non so mamma, devi sentire non me ma l’altro interessato, cosa gli piacerebbe fare, poi si vede”
E me la sono data a gambe, tre giorni a Pallanza, finalmente un po’ di pace e di tempo per me, che tra lavoro, famiglia e pranzi, il periodo di Natale era stato, come spesso è, uno stress e basta.
Nel frattempo arriva una mail del nipote, che mi dice che, costretto a festeggiare suo malgrado, gli andava bene, anche per le bambine, il sabato 21 mezzogiorno, e propone un paio di posti: scoperto casualmente che mio figlio era arrivato a Milano mentre ero al lago, Marco mi dice che non sa se ci sarà, che però nel caso gli andrebbe benissimo il sabato o la domenica  mezzogiorno,  suggerisce un altro posto.
Mentre sono occupatissima a lanciare il pane alle papere del lungolago, mi telefona mia madre, piangente perchè il suo compleanno lo vuole alla sera e al mezzogiorno allora non invita nessuno; quando torno a casa trovo una mail di mio nipote che mi chiede come mai non ho scritto anche a mio fratello, e gli spiego che ho risposto alla sua, di mail, e che lui non aveva scritto a  mio fratello, suo zio, e gli rispondo allargando allo zio.
Lo zio, simulando lo zio d’America, risponde:  ditemi solo quanti siamo, e ci penso io a organizzare; i nipoti accettano il sacrifizio del sabato sera. Ha detto organizzare, non ha detto pagare, e tremo un po’, ma solo un pochino.
Tralasciamo il ballo dei numeri dei partecipanti, e veniamo agi ultimi fatti.
Apprendo domenica sera da mia figlia, poco prima di ripartire per Milano, che mia madre sua nonna è furente con me che sono una madre degenere: domenica lei ha deciso di festeggiare il compleanno di Marco, che non voleva festeggiarlo, ha comprato una torta, ed io non c’ero!!!!! Mancavo al compleanno di mio figlio! quel mio figlio ch avevo sentito il giorno prima e non voleva festeggiarlo, e che per quanto ne sapevo quando sono partita  per il lago, avrebbe dovuto restare a Ginevra, mica venire a Milano.
Lunedì, mentre ero al lavoro, sento mia madre al telefono: acida e rancorosa, mi dice “Avrai assaggiato la torta avanzata che ho comprato io ieri, che tu non c’eri, a casa,  per il compleanno di  tuo figlio”; in tarda serata  sento invece mio fratello,  e tra le altre cose gli ho chiesto se gli era venuta qualche idea su dove fare ‘sti compleanni della nonna e del Lorenzo, e lui tutto incazzoso ” Della mamma,  di Lorenzo e di Marco, a me è stato detto di tutti e tre dalla mamma, e si festeggiano tutti e tre”.

Ma a me, questa storia, mi sembra una tortura…anche una s-tortura, a dire il vero.

anche questo non voglio dimenticare

Partenze per Vienna

Sono in coda al supermercato, quello prima di me e quello dopo si conoscono, io non li conosco ma non posso fare a meno di ascoltare il loro dialogo.

“Lunedì si ricomincia”  aria finto-rassegnata di quello dietro di me
“Io invece vado a Vienna” dice l’altro, quello davanti a me, una spruzzata di bianco sui capelli, sopracciglioni,  un brutto naso aquilato, più che aquilino.
“Ma i mercatini di Natale saranno finiti, è finito il Natale” che il Natale sia finito son quasi d’accordo
“Ma vado con la morosa” ah, ecco, a Vienna ci si va o per i mercatini di Natale, o con la morosa
“Dev’essere una bella città ” già… (sob)

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Filatelia

Mio figlio era partito, e riordinando ho trovato abbandonata sulla scrivania  la busta  con il contratto firmato che doveva inviare all’assicuratore: l’ho trasferita nella mia borsa, avrei provveduto: era difficile che se ne ricordasse in quei pochi giorni natalizi caotici, che ti coprono il tavolo con carte di regali lacerate, e nastri disfatti.
Poco dopo arriva la sua telefonata, sì, la busta da spedire l’ho già vista, ora comincia una nuova caccia al tesoro, in giro  per la camera ci deve essere qualche scontrino ginevrino per un regalo che deve cambiare. Ne trovo uno, preparo una busta.
Ho finito la mia scorta di francobolli! Nel portafoglio ne trovo solo uno, lo sorteggio, la busta con lo scontrino forse è più urgente, può essere che se passano troppi giorni non cambiano più l’oggetto.  Però 60 cents forse è poco per la Svizzera, chiederò in tabaccheria.
La prima tabaccheria non vende valori bollati, la seconda li vende ma non ce li ha, bisogna andare in posta, ma è venerdì ora tramonto, ci rinuncio.
La mattina dopo li procura il capofamiglia, per la Svizzera l’affrancatura è 75 cents, ha trovato  in un’altra tabaccheria la differenza di 15 cent, e la scorta che gli avevo chiesto me l’ha fatta di francobolli da 75 cents, non da 60, tariffa italiana. Quasi affranco la busta dell’assicuratore con 75 lo stesso. Ma no, lunedì debbo andare in posta per consegnare il censimento e spedire una raccomandata, prenderò lì i francobolli giusti.
Per lo meno è un’ipotesi, una speranza, visto che nell’ufficio postale una volta ho venduto io un francobollo a un tizio, allo sportello erano finiti.
Il lunedì raggiungo le Poste sotto il diluvio, estraggo le mie buste, e chiedo anche 10 francobolli da 60: sono finiti. “Vabbè, è sera, domani debbo tornare con un pacco da spedire, mi dia intanto l’accompagnatoria”
Oggi, che era il domani che dicevo ieri, mi ripresento all’ufficio postale con l’enorme pacco – avevo trovato posteggio lontanissimo, ovviamente.  Per spedire il pacco, nessun problema, ma chiedo all’omino, diverso dall’impiegato della sera prima,  dieci francobolli da 60 cents.  Apre il raccoglitore e constata “Sono finiti, ma li vado a prendere di là” e chiede alla sua collega come si fa per i francobolli. “Fai una vendita, no?” risponde quella.  Già, in effetti, lui me li dà ed io li pago.
Il gentile impiegato – mentre attendevo con 15 persone davanti mi sembrava avere  un aspetto scorbutico, forse sarò  stata io a esalare insofferenza – torna con un foglione svolazzante, variopinto quanto bucherellato, lo inserisce nella apposita pagina del raccoglitore, e stacca dieci francobolli, forse ce la stiamo facendo! No! manca un codice, IL codice. Scuote la testa “Son francobolli vecchi” , “Ah pure raffermi me li dà? ” sorride, la sua vicina non sa niente di codici di francobolli raffigurativi della Valle d’Aosta, deve ricorrere alla capa, alla quale viene in mente che era stato annotato nel Gran Libro dei Francobolli, ed infatti, un appunto incellophanato si rivela come il codice del francobollo valdostano. Finalmente divento proprietaria a tutti gli effetti di due strisce di francobolli con ameno paesaggio montano e castello.
E nessuno se ne abbia a male se chiedendomi “Oh, non è che hai un francobollo che son senza?”  zufolerò fingendo indifferenza.

Non penso ci sarà davvero la fine del mondo, il 21 dicembre 2012,

la morte del mondo potrebbe avvenire in un qualunque giorno, come la nostra, e potrebbe essere preceduta da una lunga agonia, e qui forse ci siamo.
Leggendo qua e là, la fine del mondo profetizzata dai Maya consisterebbe solo nella fine di un ciclo del loro calendario, sicuramente più corposo del nostro Capodanno, e parimenti  festeggiabile.
Quello che potrebbe in realtà accadere, il prossimo 21 dicembre, è che forse si potrà andare tranquillamente in centro città senza la consueta ressa pre-natalizia: pare infatti che ci siano i soliti furbi che affittano o vendano posti in bunker e i soliti furbi che si premuniscono,  quindi  potrebbe darsi che il prossimo anno il Natale venga da molti festeggiato insieme alle talpe, Tegucigalpa nomen omen.
Se entri in un bunker temendo la fine del mondo, e pensi alla legge di Murphy, non ne uscirai più, neanche se ti giurano, da fuori, che non è successo niente.
Io, che sono per di più un ciccinino claustrofoba, non penso di dar retta alle dicerie: la fine del mondo, non me la immagino come potrebbe essere…  forse le acque irromperanno,  le montagne si sgretoleranno, e le forme viventi verranno  travolte, tranne i grattacieli in bambù?
Ma questa non sarebbe la fine, sarebbe un cambio di geografia, per finire davvero il mondo dovrebbe dissolversi, e io non vorrei viaggiare per sempre nello spazio (sempre che non finisca anche quello, fine del mondo, inteso come Terra o come Universo?) nella mia indistruttibile bomboniera  bunker, magari autoasfissiandomi con fagioli in scatola.