Archivio mensile:aprile 2011

non è che siamo bambini

La macroscopica prova del rispetto che Berlusconi non ha per il popolo governa, e delle sue manipolazioni comunicative… se ha manovrato qui, lo avrà fatto anche nel resto, no?

"Siamo assolutamente convinti che l'energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo". Poi ammette senza giri di parole il bluff dell'esecutivo: "La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare".

che poi, c'è già chi ci aspetta (cioè, i nostri soldi)
"Rispettiamo la decisione dell'Italia ma se gli italiani decideranno di tornare al nucleare, la Francia sarà un partner accogliente e amico – dice Sarkozy –  siamo pronti a lavorare con voi e a rispondere a tutte le vostre domande sulla sicurezza delle nostre centrali".

(virgolettati da La Repubblica)

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Habemus Papam

Spesso,  quando  di un film si parla molto, troppo, mi ritraggo: non voglio stare al gioco, se ne parla perchè vale, o si monta il caso perchè si vuole che se ne parli? Ma Moretti fa pochi film, quindi ci si può fidare. Devo dire anche che la mia simpatia per lui è soggetta a sbalzi, però in questo momento socio-politico, rifugiarsi per un paio d’ore in un suo film può fare bene.

Da dove cominciare? In pochi giorni dacchè è uscito, credo che la vicenda  narrata sia ormai nota ai più: viene eletto un Pontefice che non si sente all’altezza del compito assegnatogli da Dio, egli stesso, dice urbis et orbis,  è tra quelli che sentono il bisogno di essere guidati. La sensazione che ho avuto sin dall’inizio è che il fulcro del film non fosse il dramma umano e religioso del neonominato, bensì il corpo della Chiesa ai giorni nostri, e questa sensazione me l’ha confermata anche la scelta della canzone che ad un certo punto pervade l’aria nel film, nel Vaticano e per le vie di Roma, “Todo Cambia”, di Mercedes Sosa. Si parla dello psicanalista, ma nel film non esiste una cura psicoanalitica per il nuovo Papa, la cura infine è l’immersione nella  vita al di là del muro, e rendersi conto di desiderare di farne parte, scomparirvi.
Protagonista del film a me è sembrata invece la ragion di stato, l’immobilismo della Chiesa, legata alle sue tradizioni ed ai suoi regolamenti, di cui il Portavoce (fantastico Jerzy Stuhr) è un esemplare tutore. Vero che il Papa non era stato ancora ufficialmente proclamato al di fuori delle mura Vaticane, e che per i Cardinali valevano ancora le regole del Conclave, restavano sottochiave, ma  questo trattamento  viene esteso al valente psicoanalista chiamato a curare il Papa:  non potrà tornare a casa e curare i suoi pazienti, anzi deve consegnare il cellulare, gli assegnano la “cella” e gli portano un tot di camicie pulite. Esilarante la scena della psicoanalisi, che si svolge con Moretti e Piccoli seduti di fronte, e tutti i Cardinali lungo le pareti intorno: Moretti non potrà parlare col Papa, giammai, di sesso, potrà riportarlo con la mente ai ricordi di infanzia, ma con moderazione, e i sogni? i sogni sì, ma non tutti. Moretti col suo fare  a volta stralunato sottolinea la rigidità di certe regole. Quando il portavoce fa credere che l’illustre paziente sia nelle sue stanze, mentre in realtà sta vagando per Roma, Moretti viene lasciato disoccupato tra i Cardinali anzianotti, dediti allo scopone scientifico ed ai puzzle, e li istruisce sulla corretta gestione di pillole e goccine  sedative (ognuno di loro ne era fornito, avevano  il patema di essere eletto, al contrario di quel che pare avvenga nella realtà), li aggiorna sulla loro graduatoria nelle scommesse per il toto-Papa,  ed alla fine li convince a partecipare ad un torneo di pallavolo, purchè si escludesse l’eventualità di  una squadra composta dalle onnipresenti aitanti guardie svizzere. Un’atmosfera medioevale, nel Vaticano. Todo cambia. Ci vuole  qualcuno in grado di operare il cambiamento nella Chiesa, o meglio, l’adeguamento: il film, nel frattempo, ci regala risate esilaranti, sorrisi di comprensione e un po’ di riflessioni.

Habemus Papam

Spesso,  quando  di un film si parla molto, troppo, mi ritraggo: non voglio stare al gioco, se ne parla perchè vale, o si monta il caso perchè si vuole che se ne parli? Ma Moretti fa pochi film, quindi ci si può fidare. Devo dire anche che la mia simpatia per lui è soggetta a sbalzi, però in questo momento socio-politico, rifugiarsi per un paio d’ore in un suo film può fare bene.

Da dove cominciare? In pochi giorni dacchè è uscito, credo che la vicenda  narrata sia ormai nota ai più: viene eletto un Pontefice che non si sente all’altezza del compito assegnatogli da Dio, egli stesso, dice urbis et orbis,  è tra quelli che sentono il bisogno di essere guidati. La sensazione che ho avuto sin dall’inizio è che il fulcro del film non fosse il dramma umano e religioso del neonominato, bensì il corpo della Chiesa ai giorni nostri, e questa sensazione me l’ha confermata anche la scelta della canzone che ad un certo punto pervade l’aria nel film, nel Vaticano e per le vie di Roma, “Todo Cambia”, di Mercedes Sosa. Si parla dello psicanalista, ma nel film non esiste una cura psicoanalitica per il nuovo Papa, la cura infine è l’immersione nella  vita al di là del muro, e rendersi conto di desiderare di farne parte, scomparirvi.
Protagonista del film a me è sembrata invece la ragion di stato, l’immobilismo della Chiesa, legata alle sue tradizioni ed ai suoi regolamenti, di cui il Portavoce (fantastico Jerzy Stuhr) è un esemplare tutore. Vero che il Papa non era stato ancora ufficialmente proclamato al di fuori delle mura Vaticane, e che per i Cardinali valevano ancora le regole del Conclave, restavano sottochiave, ma  questo trattamento  viene esteso al valente psicoanalista chiamato a curare il Papa:  non potrà tornare a casa e curare i suoi pazienti, anzi deve consegnare il cellulare, gli assegnano la “cella” e gli portano un tot di camicie pulite. Esilarante la scena della psicoanalisi, che si svolge con Moretti e Piccoli seduti di fronte, e tutti i Cardinali lungo le pareti intorno: Moretti non potrà parlare col Papa, giammai, di sesso, potrà riportarlo con la mente ai ricordi di infanzia, ma con moderazione, e i sogni? i sogni sì, ma non tutti. Moretti col suo fare  a volta stralunato sottolinea la rigidità di certe regole. Quando il portavoce fa credere che l’illustre paziente sia nelle sue stanze, mentre in realtà sta vagando per Roma, Moretti viene lasciato disoccupato tra i Cardinali anzianotti, dediti allo scopone scientifico ed ai puzzle, e li istruisce sulla corretta gestione di pillole e goccine  sedative (ognuno di loro ne era fornito, avevano  il patema di essere eletto, al contrario di quel che pare avvenga nella realtà), li aggiorna sulla loro graduatoria nelle scommesse per il toto-Papa,  ed alla fine li convince a partecipare ad un torneo di pallavolo, purchè si escludesse l’eventualità di  una squadra composta dalle onnipresenti aitanti guardie svizzere. Un’atmosfera medioevale, nel Vaticano. Todo cambia. Ci vuole  qualcuno in grado di operare il cambiamento nella Chiesa, o meglio, l’adeguamento: il film, nel frattempo, ci regala risate esilaranti, sorrisi di comprensione e un po’ di riflessioni.

Il momento della psicoanalisi.

GIULIANO PISAPIA

Sembrava che l'Amministrazione Moratti non intendesse rinnovare la convenzione con Italia Nostra, bensì indire un concorso (per giardinieri o per palazzinari?).Ora, sotto elezioni, ha concesso una proroga di qualche mese.
Per me stessa, ed anche in memoria di mia sorella che ci ha lavorato con passione, e per i miei figli che vi hanno passato settimane di vacanze "speciali" quando le scuole erano chiuse ed il Comune non prevedeva alcuna attività,  il Bosco è intoccabile, è intoccabile anche per i coniglietti che ci vedi scorrazzare, e le volpi, e le tartarughe del laghetto ed un sacco di animaletti che non ti immagini possano esserci dentro Milano.

m’ama, non m’ama

Passo davanti ad una cancellata, nella pausa pranzo, al di là c’è un prato, ed un ritrovo per gli anziani del quartiere.
D’estate, al martedì pomeriggio, attraverso le finestre aperte mi  arrivano le loro musiche da ballo.
Il prato non è ancora stato tagliato, e vicino alle sbarre ho visto delle pratoline corpulente… m’ama non m’ama, ma no, mi son detta, tanto stavolta so come va a finire, non c’è più la suspence.
Quanti ne ho spiumati, di quei poveri fiorellini.
Bambina, con la Gloria e la sua mamma al Parco Sempione  ne raccoglievo mazzolini da portare a casa alla mia, di mamma, che, non lo sapevo allora, era fuori, con ogni probabilità seduta a  qualche tavolo di ramino.
Le pratoline diventavano anche il riso con lo zafferano, quando si cucinava per le bambole.
Crescendo, il gioco con le pratoline si era fatto più complicato… m’ama non m’ama… non m’ama, per forza, ho preso due petali insieme, ‘spetta che rifaccio.

(29 marzo 2011)

C'è chi dice no (il film)

Altro titolo plausibile, ” Non c’è più scampo”.

Una signora ha commentato, all’uscita dal cinema Sociale di Pallanza “Meno male che era umoristico se no chissà che spatafiata era.” Effettivamente il tema non era da poco: I raccomandati (i segnalati sono uguali) non rubano solo il lavoro, ma il futuro, la famiglia, i figli”.

Tre compagni di scuola, laureati anche con sacrificio delle famiglie, da una vita precari, si vedono soffiare l’assunzione, presso un giornale, un’università e un ospedale da figli generi e nuore di importanti personalità “intrallazzate”.  I tre, che si erano persi di vista, si ritrovano ad una cena di classe, e decidono di fare in modo di riavere il posto che spettava loro di diritto fondando il movimento “Pirati del merito” e dedicandosi allo stalking, con situazioni tragicomiche. Riescono perfino a  filmare i baroni universitari che,  informati di una prossima  (fasulla) ispezione,  si affannano a rivedere tutti gli ultimi concorsi, sistemando i curriculum  degli “indegni” vincitori  (tra i quali uno bravo, e definito da loro stessi un caso). La loro vicenda si intreccia con quella di due carabinieri incaricati di indagare su queste “intimidazioni”, che riescono ad arrivare ai colpevoli quando ormai il caso è superato, e li minacciano di smettere, stonatamente, visto che erano  anch’essi vittime sulla stessa barca.

L’opera,  ho intravisto nei titoli di coda,  è di interesse nazionale e patrocinata dal Ministero della Cultura. Che ci sia un regista, non me ne sono accorta, il film scorre  anonimamente, senza alcun tocco di personalità. La Cortellesi in ruolo semiserio non è credibile, e  nulla  viene trasmesso alla sottoscritta spettatrice del dirompente amore, con l’Argentero; più  comunicativo il loro compagno topo Ruffini, che ha l’ufficio di ricercatore nel w.c. universitario  (con la scritta “fuori servizio” sulle porte dei cessi),  empatici  i carabinieri, affannati a far indagini  con limitati mezzi informatici, col meccanico che non ripara la  loro auto perchè hanno raggiunto il budget, cosicchè devono fare gli inseguimenti andando piano, e con muratori, muniti di sacchi di cemento e mattoni,  che transitano per il loro  ufficio.

Dunque,  due dei tre protagonisti riescono ad avere il loro posto, e decidono, per aiutare il  terzo, il ricercatore, di andare fino in fondo rendendo pubblico il  predetto filmato, ma non otterranno nulla: il posto sarà defintivamente perso per tutti e tre, che  verranno  condannati agli arresti domiciliari per sei mesi,  mentre i vecchi  baroni saranno  semplicemente sostituiti,  sotto la maschera “largo ai giovani”, dalla loro stessa genìa.  Forse  il seme è gettato: nelle ultime inquadrature del  film,  ombre nere li seguiranno, come dicevano i volantini con il proclama dei Pirati del Merito.

L’argomento è senz’altro pesante, in un’Italia a corruzione endemica (definizione  emersa  da una delle rivelazioni “Wikileaks”): non lascia speranze. D’altra parte le raccomandazioni sono sempre esistite, e non si possono giudicare aprioristicamente immorali, se io dovessi assumere qualcuno preferirei qualcuno che conosco, o di cui persone che apprezzo mi parlano bene.  Certo non è legittimo dare incarichi a persone incompetenti a scapito della comunità, che ne  sostiene gli oneri e subisce gli effetti nefasti dell’incompetenza e immoralità. E non è legittimo manomettere i risultati dei concorsi, calpestando anni di sacrifici e le speranze di persone valide, probailmente le migliori in quel campo.

C’è chi dice no (il film)

Altro titolo plausibile, ” Non c’è più scampo”.

Una signora ha commentato, all’uscita dal cinema Sociale di Pallanza “Meno male che era umoristico se no chissà che spatafiata era.” Effettivamente il tema non era da poco: I raccomandati (i segnalati sono uguali) non rubano solo il lavoro, ma il futuro, la famiglia, i figli”.

Tre compagni di scuola, laureati anche con sacrificio delle famiglie, da una vita precari, si vedono soffiare l’assunzione, presso un giornale, un’università e un ospedale da figli generi e nuore di importanti personalità “intrallazzate”.  I tre, che si erano persi di vista, si ritrovano ad una cena di classe, e decidono di fare in modo di riavere il posto che spettava loro di diritto fondando il movimento “Pirati del merito” e dedicandosi allo stalking, con situazioni tragicomiche. Riescono perfino a  filmare i baroni universitari che,  informati di una prossima  (fasulla) ispezione,  si affannano a rivedere tutti gli ultimi concorsi, sistemando i curriculum  degli “indegni” vincitori  (tra i quali uno bravo, e definito da loro stessi un caso). La loro vicenda si intreccia con quella di due carabinieri incaricati di indagare su queste “intimidazioni”, che riescono ad arrivare ai colpevoli quando ormai il caso è superato, e li minacciano di smettere, stonatamente, visto che erano  anch’essi vittime sulla stessa barca.

L’opera,  ho intravisto nei titoli di coda,  è di interesse nazionale e patrocinata dal Ministero della Cultura. Che ci sia un regista, non me ne sono accorta, il film scorre  anonimamente, senza alcun tocco di personalità. La Cortellesi in ruolo semiserio non è credibile, e  nulla  viene trasmesso alla sottoscritta spettatrice del dirompente amore, con l’Argentero; più  comunicativo il loro compagno topo Ruffini, che ha l’ufficio di ricercatore nel w.c. universitario  (con la scritta “fuori servizio” sulle porte dei cessi),  empatici  i carabinieri, affannati a far indagini  con limitati mezzi informatici, col meccanico che non ripara la  loro auto perchè hanno raggiunto il budget, cosicchè devono fare gli inseguimenti andando piano, e con muratori, muniti di sacchi di cemento e mattoni,  che transitano per il loro  ufficio.

Dunque,  due dei tre protagonisti riescono ad avere il loro posto, e decidono, per aiutare il  terzo, il ricercatore, di andare fino in fondo rendendo pubblico il  predetto filmato, ma non otterranno nulla: il posto sarà defintivamente perso per tutti e tre, che  verranno  condannati agli arresti domiciliari per sei mesi,  mentre i vecchi  baroni saranno  semplicemente sostituiti,  sotto la maschera “largo ai giovani”, dalla loro stessa genìa.  Forse  il seme è gettato: nelle ultime inquadrature del  film,  ombre nere li seguiranno, come dicevano i volantini con il proclama dei Pirati del Merito.

L’argomento è senz’altro pesante, in un’Italia a corruzione endemica (definizione  emersa  da una delle rivelazioni “Wikileaks”): non lascia speranze. D’altra parte le raccomandazioni sono sempre esistite, e non si possono giudicare aprioristicamente immorali, se io dovessi assumere qualcuno preferirei qualcuno che conosco, o di cui persone che apprezzo mi parlano bene.  Certo non è legittimo dare incarichi a persone incompetenti a scapito della comunità, che ne  sostiene gli oneri e subisce gli effetti nefasti dell’incompetenza e immoralità. E non è legittimo manomettere i risultati dei concorsi, calpestando anni di sacrifici e le speranze di persone valide, probailmente le migliori in quel campo.

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La passione del calcio.

Non è certo mia, ma funziona un po' come le sigarette: non fumo, ma respiro il fumo degli altri. In cambio, non credo che mi abbia mai fatto male nè contagiato.
Beh comunque stasera, nei fondali della Libreria dello Sport di Milano, via Carducci, il giornalista Gianni De Felice presentava il libro di Franz Krauspenhaar, quello con la copertina  con l'alieno spettinato, che uno prima pensa alla fantascienza, poi guarda meglio  e  vede che è una zolla erbosa (mica qualunque, sicuramente di San Siro). Edito da PerdisaPop
In un'atmosfera semplice e cordiale, De Felice ha preso spunto da questo libro  comodamente tascabile (un punto a favore, per me che leggo sui mezzi pubblici) per parlare di sport e di società.  Dunque, non è un romanzo, bensi sono i ricordi calcistici di Franz, ed ogni capitolo fa a sè (secondo punto a favore per i lettori in bus).
Essendo ricordi, non sono sempre attanagliati al calcio  e questo è uno dei motivi per cui sono convinta che lo leggerò con piacere e senza sforzo, nonostante l'argomento principe.
De Felice evoca la ritualità domenicale della partita, come c'era la Messa così c'era la partita, e Franz scrive del rumore del pallone nella rete, e le grida dei giocatori. Di mio, ho ripensato  a mio padre che ascoltava alla radio "Tutto il calcio minuto per minuto", schedina alla mano, matita con  gommino per cancellare gli 1,2,  X  sbagliati, anneriva coscienziosamente il quadratino colpevole (anzi, i numerosi quadratini colpevoli, perchè non ho ricordi di vittorie al Totocalcio.  Ho ripensato anche alle domeniche al Parco Sempione, io con i pattini a rotelle, e le famiglie a spasso, i "lui" tutti  con la radiolina vicina all'orecchio.
Franz scrive della passione che cala, e De Felice si chiede e ci chiede perchè le cose siano così cambiate da un tempo, come non ci siano più gli uomini bandiera delle squadre, come potevano essere Rivera, Riva, Mazzola, ma anche negli altri sport non emergono, forseValentino Rossi.  Oggi, anche i nostri miti sono a tempo. 
Non ho ancora letto il libro, ma per quello che ho ascoltato oggi e conosco della scrittura di Franz, dagli episodi legati al calcio spazierà ai suoi ricordi di ragazzo  e racconterà le cose come le viveva, o le sognava, confrontando il passato e presente, cosa che se uno ci pensa dice "ma anch'io lo faccio": certo, ma non con la sua intensità narrativa.

casse-noisettes

 
Mi è capitato ultimamente, durante un film, di venir assalita da un brano di musica classica, sì sì, assalita.
Mi ha preso come una sensazione di mancanza.  
Da tanto tempo non mi fermo ad ascoltarne.
Non sono una conoscitrice, e mi sono sempre persa nei numerini e nelle sigle che compongono i titoli, come la Bibbia.
Mi piace, o non mi piace.
Mi piace l'armonia, la leggerezza, l'impeto…
Ma non è solo questo tipo di mancanza, non ascoltarla da tempo.
E' la sensazione di ritrovarmi in  un mondo sincero, la stessa sensazione che riprovo in riva al lago coi lampioni liberty, e le camelie  e le azelee, che non tutto è perso, non tutto ancora è volgarità e grettezza. 
Sono brandelli della mia vita passata, che posso ritrovare, di quando di anni ne avevo pochi, e le cose mi sembravano oneste, e non sempre il doppio gioco di qualcosa, che ogni cosa è fatta per un guadagno di qualcuno. Non so se sono riuscita a spiegarmi.
Forse l'arte ancora come espressione dell'anima, e non una, per distinguersi, per stupire.
Forse semplicemente una sensazione di bello, ed il bello fa bene, lo dico sempre.

La La gente felice non ha nè età nè memoria, non ha bisogno del passato

Una delle frasi introduttive del libro di Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio.
Un libretto – libretto perchè la mia letteratura ha un comune denominatore, la dimensione del libro che, pervicacemente  cartaceo, deve starmi in borsa – che su anobii ho definito piacevole sfizioso gustoso come un gelato in estate.
Anche un romanzo che ho adorato, La scomparsa di Patò, di Camilleri, è costruito attraverso "reportage" in varia modalità,  dalle lettere anonime ai verbali di polizia.
Anche qui c'è un'analoga costruzione, e non a caso alcuni capitoli si intitolano "La verità di…"
Una piazza, un condominio, un morto inviso a tutti in vita, un ascensore, ed il personaggio centrale di Amedeo, che quasi tutti credevano italiano,  amichevole, pronto a correre in soccorso, e che non voleva avere un passato. Viene creduto dalla polizia colpevole dell'omicidio, ma nessuno dei frequentatori del condominio lo ritiene possibile. Così tra pizze,  cagnolini scomparsi e portiere napoletane, ognuno dice la sua, a modo suo, ed i capitoletti dedicati agli ululati di Amedeo fanno da contrappeso, come in un diario a sua volta descrive gli incontri con i condomini. E tutto ruota intorno all'ascensore, che è la civiltà, e la differenza tra  i civilizzati ed i barbari consiste in primo luogo nella salvaguardia dell'ascensore, lo dice il Prof. Marini.
Il sorriso accompagna la lettura, dalla quale non possono non nascere alcune riflessioni, la più elementare delle quali è anche la regola più importante per la convivenza. Magari se gli altri ci sembrano strani o diversi, non è che non abbiano le loro ragioni,  sono solo cresciuti con credenze diverse,  non dobbiamo per forza vederci il male.  Un po' come il gatto scontento scodizola, ed il cane contento scodinzola, sono linguaggi diversi, eppure all'occorrenza convivono benissimo.
Si fa per dire, il libro che possiedo è della 15esima edizione, e l'anno scorso ne hanno fatto un film (di questo però non me ne sono accorta, il che non depone bene).

Il Discorso del Re. (Un re psicosomatico)

Già cercare un’immagine che per me rappresenti il film non è facile. Con titolo così, la gran parte delle immagini presenti nel web non fanno che riportare bocche espressioni e volti, e soprattutto il volto del Re davanti a microfoni radiofonici quasi primordiali; io cercavo qualcosa più.. ambientale.
Il film non è che sia stupefacente, e non mi piace neanche Colin Firth, ha un viso privo di connotati, mentre guadagna un sacco di punti Helena Bonham Carter, che vista in altri film mi era  sempre parsa antipatichina. 
L’impalcatura del film non è granchè originale, ma d’altra parte per raccontare una vicenda non è sempre obbligatorio esserlo, anzi,  facendolo, spesso e volentieri capita di  andare incontro a sforzature.
Il clichè: un personaggio importante ha un problema fisico, i dottoroni non funzionano,  arriva il guaritore diverso dagli schemi  cui  è abituato, dapprima entra in conflitto con lui,  poi si lascia domare e tutto finisce per il meglio. 
Alla fine, la cura consiste in iniezioni di fiducia in sè.Che poi nei modi questo Lionel Logue – chiamatelo Lionel – mi ricordava alla lontana il sig. Hulot: so che non c’entra nulla, ma nulla posso contro le mie associazioni mentali (e nulla intendo fare, mi piace che mi vengano).
Ma allora cos’ha di bello questo film?
La storia e la Storia. Per esempio, scopri che da bambina la Regina Elisabetta non portava cappellini,  curava una scuderia di cavallini a dondolo e con le rotelle, ed indossava già quei cagnetti corgi che non ha mai dismesso.
Scopri che Giorgio VI e sua moglie Duchessa di York si amavano molto, mentre invece avevi sempre sentito parlare  del grande amore di Edoardo VIII per  Wallis Simpson, che lo ha portato ad abdicare: ecco, nel  film non hanno un  grande spazio, ma sufficiente per rendersi mondanamente  odiosi.
Mentre il logopedista Logue (un nome, un programma) intuisce che la balbuzie dell’imprevisto Re  tragga origini da episodi della sua infanzia, rifletti  come la famiglia, ancorchè regale, non sia solo un rifugio sicuro  ma anche un luogo dove vengono perpetrate  volontarie ed involontarie piccole crudeltà, di quelle che ti lasciano il segno senza che tu te ne accorga. Per non parlare di quello che gli altri si aspettano da te, malgrado te.  
Lo so che si parla dell’inizio della guerra e cose così, ma io sono quella che trova i quadrifogli nel prato, il prato è lì verde che si vede già così.