MY NAME IS ADIL

Alcuni pensieri dal  film che ho visto ieri, qui il trailer con la splendida voce di Alessandra Ravizza, alla Biblioteca di Baggio; il regista Adil Azzab era presente alla proiezione del film, la sala era piena.
adilIl film narra la vicenda di Adil, ovvero il regista del film, rimasto in Marocco con la madre e i fratellini mentre il padre si era avventurato in Italia.  Il ragazzino è costretto dallo zio, piuttosto violento ed amante del gioco e delle scommesse, a custodire il gregge di pecore e a fare combattimenti con un coetaneo, per ottenere in premio due scatolette di tonno.
Nonostante il forte  legame affettivo con i nonni e la madre, Adil sogna di andare altrove, avendo compreso il futuro che lo attende, finite le elementari, pastore di pecore in eterno  in una terra  piana e assolata. La madre lo capisce e fa avere un messaggio al padre, che impegna i propri risparmi per far portare Adil in  Italia.
Siamo nei primi anni 2000. Il ragazzino, che  sogna di fare l’elettricista, approda a Milano, dove aiuta il padre al mercato, riesce ad avere il permesso di soggiorno, va  a scuola,  e imparando la lingua riesce anche a stringere amicizia coi compagni di scuola,  a studiare e poi lavorare come elettrotecnico.  Quando la ditta chiude, un’associazione che si occupa di aggregazione sociale lo include nei suoi programmi insegnandogli la comunicazione mediale, e il videomaking.  Adil,  diventato collaboratore volontario nella nella medesima associazione, riesce così a raccontare la sua storia in un film, con i pochi mezzi a disposizione raggranellati con un crowdfunding, e girato con la funzionalità video di una macchina fotografica  Canon.
Un fratello  impersona Adil ragazzo nel film,  gli attori sono infatti gli amici e i parenti stessi.
Agli inizi del secolo  – ora, nel 2018, possiamo scrivere così – veniva emanata la legge Bossi Fini, ma se torno indietro con la memoria, il problema immigrazione non ricordo fosse sentito come ora, o meglio non lo si sentiva nel modo esacerbato e strumentalizzato e sfruttato come ce lo fanno sentire ora. E’ di oggi l’arresto in Francia di un uomo che aiutava una coppia di immigrati a valicare il confine nella neve, lei incinta. E la morte di una gestante ammalata di tumore, bloccata alla frontiera nella neve col compagno, portata davanti a un centro di assistenza, salvato il bambino col cesareo, nato orfano di madre e ora ricoverato a Torino.  Lei si chiamava Beauty, il suo compagno si chiama Destiny.  Sì, certo, di storie così ce ne sono tante, e di miseria quotidiana, anche nel nostro paese, anche di italiani. Ma sempre miseria è.  Miseria d’animo versus miseria di fatto.
Pensavo, ascoltando Adil regista che raccontava della nascita del film, “cosa è riuscito a fare, nonostante noi” .  Il ragazzo arriva a Milano, e resta sconcertato, così tanta gente, e nessuno sembrava vederlo.
Chissà se ora, adulto, avrà modo di progredire nel suo percorso.
Uno dei punti portanti del film è il senso di estraneità… sentirsi straniero in Italia, tornare nel proprio paese per ritrovare le proprie radici, e allo stesso tempo sentirsi cambiato. Non essere nè carne nè pesce.
Dalle conversazioni con il pubblico, è emerso che la stessa sensazione la prova chi è migrato al Nord dal Sud Italia.  Forse è una cosa che tutti noi italiani dobbiamo tenere presente.
Alla domanda “ma ora che qui hai studiato,  fatto esperienze, non provi il desiderio di tornare al tuo paese ed insegnare quello che hai imparato, aiutarli ad ampliare le prospettive di futuro lì?”  una forma velata di aiutiamoli a casa loro. Adil vorrebbe che tutti potessero studiare, perchè in Marocco chi sta lontano dalle città fa solo le elementari.
Ho solo voluto appuntare alcuni pensieri, senza nè arte nè parte, al mio solito.
Anche perchè l’argomento è smisurato, soggettivo, sfaccettato, mondiale.

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