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Un paese sperduto

Lorenzo mi aveva scritto in sms, è un paese sperduto, di quattro o cinque case, una è caduta quest’inverno.
22587_10206822128540200_4898488285298768796_nEra vero.  Uscita dall’autostrada ad Arquata, giri a destra e praticamente vai sempre dritto costeggiando lo Scrivia, che non ricordo di aver mai visto con più acqua che il rivolo che scorre anche oggi in quel letto ampio.  Eppure, vedo anche un cartello, Pesca Sportiva.
Vai sempre dritto, costeggi lo Scrivia, e il mondo sparisce, si diradano le case, le macchine, si corre tra le montagne ancora brulle, un leggero accenno di verde, le immagino verdissime tra un paio di settimane. Dobbiamo arrivare a un tale ristorante, fare uno squillo all’anfitrione, che ci verrà incontro sulla strada. Così facciamo, ristorante, sosta, squillo, si riparte.
Terrore, per me… strada in salita – che dopo sarà in discesa – ripidissima strettissima, con curve a gomito, sgarrupata, che sembra di fare la curva e non trovare magari l’asfalto sotto la ruota anteriore a valle… Il mio  supplizio è durato per un po’ di curve, fino a quando non abbiamo visto Lorenzo  e le due bimbe che ci aspettavano.  Ho anche ringraziato il cielo di aver costretto il capofamiglia ai soli fini anagrafici a far benzina, non lo sapevamo ancora , ma eravamo all’ultimo distributore sulla strada che dovevamo fare, e quasi in riserva.
Ci siamo avviati, noi cinque ospiti e il cane Boris,  dietro  Lorenzo… la casa in rovina, era in vendita per ben cinquemila euro, prima di accasciarsi.  Andiamo ancora poco oltre, ecco, la casa di Lorenzo, acquistata da suo padre poco tempo prima di morire.
Forse ho un po’ perso lo spirito da pioniere…   non so perchè una persona di una certa età si vada a cacciare in un posto così… il negozio di alimentari più vicino è a mezz’ora di macchina- compresa la strada tutta a curve di cui dicevo prima – non andiamo a pensare a medici, farmacie, o addirittura a un mercato.  Non è che neanche puoi dire, in cinque minuti sono al mare, che in linea d’aria non sarebbe lontanissimo.
Ora non voglio parlare del piacevolissimo pranzo di Pasqua, del piacere degli affetti familiari, dei tre cuginetti affiatatissimi o del cane Boris che si rotolava nell’erba ed ha potuto passare una giornata senza guinzaglio, ma del silenzio e della solitudine.
Le famiglie delle altre case non c’erano, non abita nessuno lì. C’erano, nella casa più in alto,  Renato e Laura, Renato abita a Novi Ligure e viene nel fine settimana a lavorare la sua terra.
Tra queste case, tu  esci e per non perderle lasci le chiavi nella serratura,  tanto non c’è nessuno, quando torni  dalla passeggiata.
11133714_10206822152380796_8131098375541657609_nFuori è tutto silenzio.  Puoi vedere i daini, nelle ore giuste, e quando fai la diabolica strada, devi fermarti perchè la famiglia di cinghialini sta attraversando la strada. Di lupi, diceva Lorenzo, qualcuno ce ne è,  ma lontano da lì.
Si è talmente soli, che anche i vicini, d’estate, quando ci sono, sono simpaticissimi, dice la moglie di Lorenzo, e magari se tu li conoscessi in un contesto affollato, non lo sarebbero. Non puoi scegliere, quindi scavi il meglio dalle presenze che ci sono, e ci si aiuta tutti.
Forse, la sera, qualche puntino di altre case illuminate, sparse lontano nella valle, lo si vede.
Il Renato tiene uno spaventapasseri elegantissimo, forse più una presenza, che uno spaventapasseri, di primo acchito, mi aveva spaventato un po’.

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Tombolo

Stasera, scegliendo i gusti del gelato, mi è tornato in mente il Paciugo, un gelato che adoravo nella mia infanzia, assaggiato più volte nella sua patria di origine,  Portofino,  accontentandomi in seguito della sua interpretazione rapallese, nel locale dove giocava a carte mia madre.
Per associazione di idee, sempre un po’ svagate, le mie associazioni, sono andata oltre, nel ricordare:  un viaggio in yacht con amici di mia zia e il loro figlio mio coetaneo, e  mia madre, per l’occasione le dovevano aver strappato il mazzo di carte dalle mani, o le avevano promesso di rientrare in  tempo, nel pomeriggio.
Doveva essere intorno al 1962.  Si partiva dal porticciolo di Rapallo, lo yacht si raggiungeva con la scialuppa.  Possibile che non ricordi mia madre in costume, però ho in mente un foulard?
La partenza, il vento, le onde, la speranza di vedere delfini,  il Claudio mi faceva esplorare l’imbarcazione, e la cabina col timoniere:  ero preparatissima, tutto  quello che sapevo sulla navigazione  lo avevo imparato leggendo Topolino.  Sosta, si fa il bagno, il marinaio ci sorveglia: nessun pescecane.
Si riprende la navigazione, e quando si naviga  poi isi finisce con  l’approdare, e  pranzare dentro un ristorante: mi ricordo un paese, una piazza, e negozietti con vecchie sedute fuori che lavoravano al tombolo.
Io questa parte qui non so mai se l’ho sognata o no.  Sono sicura che fosse Portofino… ma possibile che questi negozietti, siano tutti spariti in  cinque o sei anni? Perchè tornata in loco adolescente, Portofino era già carissima, e  quei negozietti mi parevano spariti.
Certo, il viaggio mi era sembrato lungo ed emozionante,  Rapallo-Portofino non sono così distanti, è percorribile anche a piedi,  ma da bambini si ha una percezione diversa, delle distanze e del tempo,

Ritornando al solito mare nell’ anno 2012

Quando mi sono seduta al ristorante dell’albergo per pranzare, mi è parso subito di conoscere l’uomo seduto al tavolo di fianco, ma aveva un aspetto più maturo, più pieno di come lo ricordassi, aveva anche una sua bellezza, e bello prima non mi era parso mai.  Era seduto su una sedia a rotelle, ero sicura fosse lui, ma allora, perchè non mi riconosceva?
Di fronte a lui, di fianco a me, un giovane, sicuramente il suo assistente, mangiava tranquillo. Lui no, lasciava degli avanzi.  Mi sembrava strano, trovarlo in una pensione, ero sicura che avesse una casa di proprietà, la famiglia sembrava villeggiare lì da secoli.
In spiaggia, reincontrando gli amici d’epoca, molto ben conservati, mi confermano che è lui, che ha subito una difficile operazione dalla quale era uscito per il rotto della cuffia, e non sempre è presente, è forse anche un po’ depresso.
E’ difficile non essere depressi quando la sclerosi ti agguanta a neanche vent’anni,  ma lui non mi era mai sembrato che lo fosse, anzi, dipingeva, e lo ricordo portato in mare in braccio dai bagnini, solo tre anni prima.
Alla sera gli parlo, si illumina, mi riconosce. Forse mi riconosce davvero, forse no, forse è semplicemente contento che qualcuno gli rivolga la parola, rompendo la routine dei soliti visi.  Non dipinge più, mi dice, si è arenato. Non dipinge più, mi dirà poi il suo assistente, che cerca di spingerlo a riprendere, “Non dipingo più perchè non sono innamorato” gli aveva detto.
E’ molto preoccupato di un altro amico della spiaggia, che si è ammalato della stessa malattia a quarant’anni, e non l’accetta. “Fa male – mi dice- così si rovina, deve accettarla, deve seguire le cure, non deve vergognarsi di essere così, come me”,  e poi mi chiede se ho visto altri amici dello stabilimento balneare, e mi racconta di quando il nonno era proprietario del terreno limitrofo, e che insomma, ogni ciottolo della spiaggia fa parte del suo passato.
“Carissima – mi dice il giorno dopo al mio arrivo – volevo avvisarti che stasera non ceno qui”
“Te l’ho detto che stasera sono fuori a cena?” mi ripete al bar, e gli sorrido, perchè è contento di questa variante, e sorrido anche perchè fino a due giorni prima non esistevo, ed ora deve rassicurarmi, e comunque è una premura piacevole, è una persona educata.  Lo ricordo da ragazzino saltellante, molto minuto, un contafrottole bonarie, tendeva a volersi rendere interessante, a darsi importanza.
Mi ritrovo ad osservarlo spesso a tavola, lui sembra non accorgersene, mi turba il suo sguardo, lo guardo che guarda, vi leggo dentro il film, quel filmetto che commovente che faceva anche ridere, Quasi Amici, mi sembra di vedere il protagonista. Ne ho scherzato, con l’assistente, non dico il parapendio,  dovrebbe far venire le donnine, secondo me lui sarebbe felice, l’ assistente ha riso, ma secondo me davvero, io spero che lo faccia. Magari non lo dichiarano e lo fanno.  Dipingeva quadri belli di una solitudine immensa un ombrellone chiuso sulla spiaggia, una pergola senza foglie, ed una barca evanescente che sembra attenderlo, ormeggiata. Io penso che lui farebbe anche il parapendio, perchè, appena può, sorride e vorrebbe anche ridere spesso, ne sono certa.

Angelini Manfredi Nahum Spiccio Vanghè, in ordine alfabetico, che se no non saprei come fare

Ordunque, quelle sere in cui mi capita di andare  VanGhè, se appena riesco mi piace portare qualcosa da mettere sul tavolo dell’aperitivo, e così il sabato pomeriggio 28 aprile ho preparato il mio cavallo di battaglia, una torta salata   seguendo la ricetta “apri il frigo e guarda cosa c’è” ed è toccato a spinaci, zola e brie.
E feci bene, perchè a me non piace molto il pesce, perchè quella sera, in cui andavo a sentir musica di  sicuro pregio,  che in Sanremout mica si parla di fole,  il cantautore ligure si sarebbe dato  alla cucina: indossato il grembiulone maitre Angelini si è ritirato dietro le quinte a preparare il sugo di muscoli,  ad affettar patate e aringhe, ed a e tritare prezzemolo, in quantità industriale. Dovevamo essere in venticinque, infatti, e si era ignari che il numero sarebbe più che raddoppiato, chè siamo italiani, e a nulla puote  scrivere nella locandina di  prenotare.
E poi l’acqua non bolliva mai, e come accade nelle cose compartecipate occorreva rintracciare chi avesse riempito il pentolone formato naja per sapere quanto sale ci avesse messo.
L’acqua non bolliva, e dopo anche la pasta era lunga a cuocere,  Marco Spiccio si è messo al piano e suonava in modo tale, e anche diceva cose che facevano un po’ ridere, ma anche sorridere,  che insomma l’acqua poteva anche non bollire mai, andava bene così:  però  non capisco la platea milanese, cioè, proprio milanese dura…  Con la facoltà di scegliere cantautori, di dove li poteva mai scegliere, la platea? di Milano, e tè giù una canzone di Jannacci. Ma io mi dico, questi musicisti son tutti liguri, son qua a Milano che di solito sono i milanesi che vanno in Liguria, e gli chiedi Jannacci? E Conte no, per dirne uno*? Ma è andata lo stesso, gli spartiti sul piano di Spiccio hanno la dimensione di una Bibbia.
Così mentre vai a sentir musica dai una mano ad apparecchiar la tavola, e cerchi di scattare qualche foto in giro, che un po’ ti senti anche rompiballe con la macchina fotografica  in mano, col teleobiettivino, che sembreresti una gran fotografa e invece  il libretto di istruzioni della Lumix Panasonic non sei mai stata in grado di decifrarlo, ti manca la laurea in fisica. Però quando volevi fare fotografie allo chef che rimestava pasta e sugo, che ci volevano muscoli anche nelle braccia e non solo nel sugo, da tanta era, e vedevi che occorrevano altri piatti e altri cucchiai, hai anche appoggiato la macchina e lavato i piatti e i cucchiai delle portate di patate e aringhe, e le mani avrebbero saputo di aringa per tutta la sera, che poi andandosene  in fine di serata, al saluto del maestro Angelini  con tanto di baciamano, ti sei scusata, “Ma so di pesce” , “anch’io!” ha risposto ridendo lui.  Beh, tanto è a me che il pesce non piace. Ma anche al ragazzo seduto a tavola davanti a me, non piaceva il pesce, e dopo aver assaggiato le patate prezzemolate con l’aringa, e la pasta con i muscoli, si è circonfuso di luce “mangerò pesce tutta la vita!”. Quindi al Van Ghè capitano anche miracoli, ma non mi stupisce più di tanto, in un posto dove si sta tanto bene.
Sono giusto riuscita a perdere l’inizio del concerto perhè ho dato un passaggio alla metropolitana verde ad un amico che veniva da fuori, poi vedrò  se mi sono presa anche un paio di multe lungo la strada del ritorno al Vanghè. Così ho potuto ascoltare un paio di canzoni ancora dell’Angelini, e non chiedetemi mai un titolo, non li saprò mai, non me li ricordo,  ed allo Spiccio pianista si  era aggiunto il Nahum chitarrista, che ho scoperto essere quel signore, già seduto piuttosto vicino a tavola, e che si metteva sempre tra me e lo Spiccio quando volevo fotografarlo dal mio posto, ma anche egregio compositore, come si è accertato in loco, con testo di Angelini.
All’Angelini è subentrato Max Manfredi, con chioma garibaldina per sua stessa ammissione, e la serata si è chiusa con Angelini, e insomma, si capisce che quei quattro lì sono amici e fanno le cose divertendosi, questa era l’atmosfera che si sentiva,  senza quel dualismo io sono l’artista e te sei il pubblico, buono lì.

*mi hanno giustamente segnalato che Conte è piemontese, ed infatti è nato ad Asti, non mi sono neanche mai sognata di controllare, perchè per me è genovese, come fosse una di quelle cose che nasci e le sai. Chiedo quindi venia. E pare che il nome sia stato proposto, ma mica ho sentito dal mio angolo!

L’epoca del flipper.

Abbandonate le spiagge di Forte dei Marmi, Rapallo era diventata la località abituale delle vacanze marine di luglio, ogni estate la mamma affittava una casa, quasi mai capitava la stessa, ci veniva Angela, ci venivo io, ed i miei fratelli ormai un po’ grandi andavano per i fatti loro, ogni tanto piombavano da noi. Mio padre tendeva invece a venirci poco, la mamma mi diceva che non gli piaceva il mare, ma ora penso fosse per la passione per il gioco di mia madre, che non ci voleva venire, non voleva mangiarsi il fegato, nè che lei pensasse che lui accondiscendesse al suo vizio.
Avevo  circa undici anni, e la mamma andava alla sera a giocare a carte in un posto in fondo al lungomare, verso il castello con le mostre di quadri, poi si girava a sinistra, aveva la veranda in legno,  e non riesco a ricordarmi come si chiamava, aveva un’insegna con una caravella blu, e non si chiamava nè Colombo, nè Nina, Pinta o Santamaria, e neanche Tre Caravelle, nè Capitan Uncino. Insomma, mia mamma andava lì a giocare a una specie di ramino, il tacca tacca, e mi portava dietro. Io come al solito dovevo occuparmi di come far passare il tempo, e forse questi continui esercizi hanno maturato in me l’incapacità di annoiarmi. Essenzialmente, giocavo col flipper presente in quel locale, correttamente, senza troppi TILT, senza tentare troppo di ribaltare la macchina, da mite ragazzina qual ero. Ero anche diventata abbastanza brava, riuscivo a calibrare un po’ il lancio, aspettare che la pallina arrivasse sulla punta della molla, e… zac, su a colpire il 100 e il 1000, volutamente, in un frastuono di tintinnii e carillon e luci, che in un elipper sono rumorose anche le luci, e questi suoni me li sentivo anche quando chiudevo gli occhi per dormire, poi a casa. Poi quando facevo mille punti guadagnavo una pallina, e di pallina in pallina le partite  non finivano più. Partite… meglio dire solitari.
Una sera nel bar c’era anche un ragazzotto, che  conoscevo già da qualche tempo, nello stabilimento balneare giocavamo con le biglie, ed a calciobalilla, era lì anche lui al seguito della madre, seppure fosse un po’ più grande di me, un’età in cui poteva anche star solo a casa, o andarsi a fare un giro. Ma erano altri tempi, aveva ancora da venire il ’68, che non era però tanto lontano. Sua madre era anche un po’ più tirchia della mia – alla mia bastava che non la interrompessi – insomma, io avevo tanti 50 lire per il flipper e lui no… così, giocavamo una pallina per uno. Doveva essere l’inizio di luglio, perchè c’erano i fuochi artificiali per la festa della Madonna di Montallegro, tre serate di fuochi, ricordo, ogni estate, e li attendevo. Allora le mamme ci hanno lasciato andare sul lungomare, per  vederli, e quando siamo stati là, ci si teneva per mano per non perderci in mezzo alla folla, e siamo stati lì, appoggiati alla balaustra a guardare in su, e mi ricordo di aver pensato che magari mi baciava, e mi vergognavo un po’ di questo pensiero. Non ci siamo baciati, ma sono andata avanti a pensarlo per un paio d’anni almeno, come sarebbe stato se lo avesse fatto, e la sensazione di tenersi per mano. Per scoprire, chiacchierando e scherzando, qualche anno dopo, che anche lui lo aveva pensato quella sera lì, ma non aveva avuto il coraggio. Non era bello, però era brutto come lo è Serge Gainsbourg, quindi come fosse bello.

All’Albergo Vittoria di Rapallo.

Da bambina pare fossi piuttosto cagionevole ed allora capitavano questi soggiorni al mare all’inizio della primavera, per rimettermi in sesto. A guardare la foto sembro affatto sofferente, ed ora che sono più grande mi chiedo se non fosse una coincidenza che la moglie del mio dottore  fosse una delle compagne di tavolo da gioco di mia madre, una di quelle per cui mio padre si arrabbiava tanto. E questa moglie del dottore disponeva di una casa a Rapallo, e, combinazione, mia madre sceglieva Rapallo per passare le vacanze al mare.
Allora si saliva sul treno in tre, per il mare. la mamma, l’Angela ed io, e veniva spedito un baule a parte.
La meta era l’Albergo Vittoria, vicino ad una piazza con una Chiesa, ed al Cinema Augustus, dove poi sarei andata con Angela a vedere Cenerentola, in un pomeriggio piovoso.  Mi sembra avessimo due stanze, io con  l’Angela, e la mamma da sola, sicuramente sarà stato così, perchè la mamma non credo avrebbe mai diviso la stanza con lei.  D’altra parte, stavo sempre con Angela, e non ricordo assolutamente  come passassi le mattine.
L’albergo ai tempi era abbastanza noto, anche se ora, cercandone qualche foto sul web, lìho trovato in disarmo e ci sono liti nel Comune per il suo riutilizzo. Mentre ho un ricordo vago delle sale interne dell’albergo, e dei tovaglioli inamidati  – senz’altro avrò passato i tempi di attesa a tavola arrotolando i sacchettini vuoti dei grissini – mi ricordo meglio della nostra stanza,  a due letti, con una scrivania, dove giocavo con l’Angela a tras in camisa o a rubamazzetto. L’Angela poi aveva una vera dedizione al risparmio, le pensava tutte – chissà come soffriva a stare in un albergo, dove tutto costava qualcosa – ed allora per la merenda teneva in un cassetto della scrivania una torta margherita, tutta coperta di zucchero a velo, e mi diceva  “Senti che buona, è buonissima” ma a me – glomp – non scivolava giù manco per niente.  Più avanti negli anni, in casa di riposo, le suore mi dicevano che diventavano matte con Angela perchè voleva conservare la crescenza nell’armadio, e ci metteva via anche tutto quello che avanzava dal pranzo, non so se la torta margherita potesse essere un primo sintomo.
Si facevano grandi passeggiate, e mi piaceva in particolar modo andare ai giardini del Porticciolo, dove si trovavano altri bambini ed io ero l’unica senza la bicicletta. Le alternative erano la passeggiata lungo il Boate, ed a ogni ponte dovevo fermarmi a guardare giù se si vedevano i pesci, abitudine che ho tuttora, o la spiaggia con la sabbia, alla foce, dove un giorno sarebbero sorti i bagni Lido, con le cabine celesti, mentre sulla riva opposta del Boate i bagni Flora le avevano verdoline e verde scuro i Nettuno.
Angela si sedeva su un muretto, ed io gironzolavo, cercavo di avvicinarmi al mare senza bagnare le scarpe per cercare le conchiglie, abitudine che ho tuttora, non di andare nel mare con le scarpe ma guardare se ci sono conchiglie. Andava a finire che mi sedevo sul muretto anch’io, allora ci si alzava e si camminava per  il lungomare. Ogni tanto la mamma dava il permesso che andassi sul calessino coi cavalli, erano all’inizio della passeggiata. Alla sera, si usciva tutte e tre e si andava a prendere un gelato, venti lire, il cono con fragola e pistacchio, e la mamma proseguiva per conto suo sul lungomare, ed io con Angela tornavo all’Albergo, a giocare a tras in camisa, e qualche volta scopa, se non c’era niente che potessi guardare in televisione nella saletta, film come La Primula Rossa, tipo. La mamma andava a giocare a carte al Bar Nettuno, un cafè chantant, c’era una  con una torre di capelli cotonati  e vestita tutta stretta che cantava al microfono,  ed un pianista,  l’ho visto perchè qualche volta la mamma mi portava con lei. Io stavo seduta, ma ogni tanto mi alzavo e gironzolavo, e questa cantante mi sorrideva, ero evidentemente una cliente giovanissima. Io ero orgogliosa di esser lì con la mamma, la cantante e tutto, e la signora moglie del dottore. Quello che non sapevo era quanto era capace di perdere al gioco mia madre senza batter ciglio, e forse lì mi sorridevano pensando che quella madre pur di giocare si portava dietro perfino la bambina, ed ancora che non conoscevano il precedente in famiglia del Costantino, che però riguardava il ramo paterno.