Archivio mensile:ottobre 2013

Trance

Sono salite credo in Piazza Trento,  erano quasi le dieci di sera, ero soprappensiero,  le ho viste lì,  vicino all’autista.  Impossibile non notarle, giovanissime, il loro profumo ha riempito il filobus.
Una parrucca di capelli lisci, biondo platino, nascondeva un po’ il viso della più minuta. Quella alta, con la giacca e la coda di cavallo, i capelli di un colore più naturale,  sembrava la meno convinta.  Ma la bruna, scollatissima e scosciata, era truccata magistralmente. Le labbra carnose rosso brillante, l’ombretto sino agli zigomi cosparso di brillantini. Il seno era florido e sodo, lo spacco del vestito lasciava intravedere la fine della calza a rete nera. Scarpe rosse, ovviamente con tacco da vertigini.
Sono sempre le mani e i piedi che le tradiscono.
La signora davanti a me le fissava con aria smarrita, tenendosi il bavero della giacca, aggrappata,  che non le sfuggisse la mano a farsi un segno della croce.  Non riusciva a non guardarle, e la invidiavo moltissimo, perchè invece io non le guardavo, ma avrei voluto osservarle bene.
Sono momenti in cui non sai bene cosa fare, vorresti essere naturale, in realtà sei curiosissima, se fai finta di niente temi che pensino che fai apposta a far finta di niente, se le osservi,  temi che pensino  “ma cosa hanno tutti da fissarci? andatevene un po’ a….”

Ma non è facile restare indifferenti… ricordo la metamorfosi del ragazzo del negozio di animali, le unghie colorate, i capelli, l’abbigliamento …. poi era lei.
Mi piacerebbe avere la sfacciataggine di fissarle, osservarne i movimenti, la mimica, carpire gli sguardi.  La felicità e l’infelicità, i  loro perchè. La loro famiglia, il loro divenire, le scelte e le vie obbligate.  Che magari non sono tanto diverse dalle nostre che appaiono all’esterno meno colorate, meno disperate, più normali, come se fosse possibile supporre che esista un concetto assoluto di normalità.
Io sono scesa, loro erano ancora su, mi ero chiesta dove andassero… forse,  non andavano ma tornavano.

marcobesana.com PHOTOGRAPHY

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Il mostro delle scale mobili

Le scale mobili per me bambina erano quelle della Rinascente, o della Stazione Centrale, poi sono arrivate quelle della Metropolitana, Linea Rossa.
Erano emozionanti, quasi magiche, ma… c’era un ma.  Quel mostro coi denti che ti aspettava alla fine della scala, era pronto a farti male, perchè tutti mi dicevano attenta, salta… ancora oggi lo guardo con apprensione, io arrivo, il mostro mi aspetta, sinora non mi ha avuto.

“Miguel fermati” grida la mamma sulla scala mobile della metropolitana gialla di Brenta, ma il bambino non l’ascolta, saltella, sempre più lontano dalla madre, la madre lo minaccia, “dopo vedi cosa ti faccio” ma Miguel è sempre più in basso. Poi si ferma, si volta e guarda la mamma, resto col fiato sospeso, si sta avvicinando al mostro coi denti,  non torna indietro,  gira le spalle al mostro, non lo vede… eccolo sul mostro, Miguel barcolla, non cade, la mamma lo raggiunge, lo prende per il braccio “Devi stare vicino alla mamma” e gli allunga uno scapellotto.

Dopo anni di attesa, oggi ho visto cosa può fare il terribile mostro coi denti.