Archivio mensile:dicembre 2010

gli auguri, quest'anno…

non so se farli, o è più prudente che mi limiti a riceverli…

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Parco Serengeti

Ogni tanto quando sono nel mio angolo al pc arriva il piccolo Tsunami, si arrampica sulla libreria tenendosi allo schienale di una seggiola e così pericolante mi sorride, e lo prendo con me sulle ginocchia.
Guarda lo schermo e col ditino cicciotto, che ingolosirebbe la strega di Hansel e Gretel,  indica delle figure e dice "io voglio questo".
Allora gli dico "guardiamo questo" e vado a cercare qualche filmato su You Tube… ora invece dei cartoni animati scelgo per lui documentari sugli animali, risparmiandogli per ora quelli cruenti, la lotta per la sopravvivenza per ora la limito ad un inseguimento.
"Gatti pazzi" lo fa morire dal ridere.
Oggi gli ho fatto vedere un filmato sui lupi, il lupo per i bambini è sempre quello cattivo delle fiabe, mentre questi erano bei cagnoloni che correvano sulla neve.
Trovo particolarmente bello quello che ho riportato qui, della serie  del parco Serengeti, anche se la voce che accompagna le immagini  è piuttosto antipatica.
Mentre Tsunami mi indica gli animali che riconosce, gli dico il nome di quelli che non sa, e  mi rendo conto di quanto questa visione rilassi me, forse ci dimentichiamo troppo spesso della natura, che pure fa parte di noi, del nostro far parte del regno animale. 
La danza dei fenicotteri, la luna nella foresta, gli animali al bagno, i leoni addormentati a pancia in su come i gattoni.
Penso al titolo del filmato: Parco Serengeti. Una volta questo era il  loro mondo, non era un parco. Mi sembra una cosa così orribile.

Una giornata tranquilla (però non è ancora finita)

Considero chiuse, con ieri, le abboffate pantragrueliche, devo affrontare con serietà il problema dieta.
Infatti scrivo e  ho una fame pazzesca, a onor del vero ieri mi sono tenuta e non ho esagerato.
E' conclusa anche la battaglia dei regali, quella dove gli opposti schieramenti scrutano  nella sporta  altrui per vedere quanti pachetti ci sono,  col panico di aver dimenticato qualcuno, o di non essere stato avvisato di un ospite in più, e di ritrovarsi disarmato.
Una battaglia che lascia sul campo lenzuoli di carta sbrindellata, plastiche dilaniate, nastri  adesivi divelti: le coccarde giacciono esanimi. coi loro filamenti arricciolati.
Collocati gli avanti, si sono superate anche le incertezze  del riciclo tra sacchi gialli e neri, bidoni bianchi e verdi, carte plasitificate dorate  e cellophanate.
Ho fatto voto di non ucire di casa sino a martedì, e di riuscire a raggiungere la soglia del relax, che non vuol dire non far nulla, ma riuscire a smaltire una buona parte dei propositi di casalinghitudine, quelle cose che vuoi fare e non riesci mai, e ti restano sempre lì in sospeso, inevase, a far la spada di Damocle.
Così ho rammendato un buchino di un golf e attaccato un paio di bottoni, mentre la Princess chiedeva al piccolo Tsunami "vuoi fare i biscotti con la mamma?" "No" "Dai che poi facciamo le formine" "No" "dai che facciamo le moto col biscotto" "Si", e Tsunami mi ha fatto vedere la sua moto gialla, e quella rossa.
"Mamy abbiamo il bicarbonato d'ammonio?"la Princess leggeva il quadernino delle ricette della nonna che avvo copiato tanto tempo fa.
"Prova a guardare il libro della cucina regionale, le ricette sono fatte bene" le dico.
"Mamy, cosa sono i cobelletti?"
"Mamy, cos'è la barbajada?"
"Senti, prova a guardare il Cucchiaio d'Argento".

Ornitologia intorno a zero gradi C.


 

La luce invernale è certamente diversa da quella estiva, i contorni sono netti,
l'acqua sembra uno specchio. 
Sotto, un qualche uccello – fortemente sospettato un piccione-  si dirige, poi cambia idea
e torna indietro, le sue impronte nella neve sembrano  una decorazione con le stelline…
in fondo Natale è vicino. 

Dare il cibo alle papere questa volta è stata un'impresa, i gabbiani affamatissimi si lanciavano sui pezzi di pane e di grissino, beccando le anatre. Un'anatra nocciola che si era impadronita di un pezzetto di pane fuggiva nuotando veloce lontana dal gruppo, ma è stata inseguita da un gruppo di gabbiani. Qui sembra che si siano rassegnate, e stanno a guardare. Poi, incamminandomi sul lungolago, vedevo gabbiani col mio pane nel becco che dovevano ancora difenderlo dai colleghi.

Questo è una new entry, credo che sia un gabbiano reale, ha un verso meno stridulo degli altri, un'aria pacioccotta, ma non è che sia meno affamato.

Stanno aspettando me, mi hanno visto arrivare con un sacchetto e sono usciti dall'acqua.
Con mio stupore Oco, il diverso, ha camminato verso di me, si è fermato aprendo il becco, insomma, ho dovuto dargli i pezzettini di pane così, direttamente. Mica scemo,  così non doveva competere.

Nel porticciolo, c'erano le solite oche sornione, qualche papera, e la folaga non era più single: una appena arrivata, credo, perchè non era  ancora abile come l'altra nel dribblare le papere per prendere il tuchelin di pane. I gabbiani non si sono accorti di quello che avveniva silenziosamente tra le barche ormeggiate e almeno queste paperelle hanno mangiato qualcosa.

Il display segnala 4 minuti.

Quando esco dalla metropolitana ho l'abitudine di ripassare sul lettore del tornello la tessera dell'abbonamento, una specie di dare e avere, sono entrata e ora esco, così non ho problemi se dovessi rientrare cinque minuti dopo. Non si può mai sapere nella vita, ma lo  si sa un po' di più utilizzando la filovia 90-91.
E comunque, nella stazione della metrò gialla di Piazzale Lodi, c'è sempre qualcuno che mi avvisa: guardi signora che non importa, può uscire lo stesso. Ma perchè me lo dicono? Io mica vado a dirgli che gli conviene ripassare il badge, agli altri.
Di questi tempi quando devo ritornare a casa, con la 90, bisogna attendere un sacco, per esempio lunedì 6 dicembre, c'era scritto che  i mezzi pubblici funzionavano con l'orario del sabato… guardo, alle ore 19 un passaggio  ogni 7 minuti. Guardo sul display il tempo di attesa: 19 minuti…. sembra più l'orario delle 23, però.
Stasera esco dal metrò, è un tratto di strada che odio, pochi metri a dire il vero: sulla sinistra il gabbiotto degli uomini ATM, il semaforo per l'attraversamento della corsia preferenziale, cronico rosso quando arrivo, situato in curva, con punto di approdo in prossimità di aiuola, concava , e priva di albero: quasi una trappola.
E poi un marciapiede a cubetti, bello rettilineo, fatto apposta per veder partire l'autobus quando sei quasi arrivata vicino: per me gli autisti sono dei grandi mattacchioni, una mattina ce ne era uno che chiudeva le porte quando qualcuno arrivava di corsa, e rideva, tutto da solo.
Stasera c'era un sacco di gente, ed il tempo di attesa previsto erano 9 minuti: non si ha idea di quanta gente ancora possa arrivare, in dieci minuti. Mi siedo sulla panca alla fermata,  con molta attenzione perchè sotto la panca la capra crepa, e  risoluta ad attendere pur avere un posto a sedere, e poter leggere in pace. Arriva una coppia, lei magra magra, con un maxi paletot aperto, lui intabarrato, con una voce da pechinese rauco, una sigaretta ciascuno, un'esperienza tremenda di fumo passivo, mi chiedevo se all'aperto avevo diritto di ribellarmi o no.
Arriva un filobus, finalmente, con il cartello "Fuori servizio", si ferma, ed è l'assalto. Li guardo affrettarsi, salire, stare lì in posa, e poi qualcuno comincia a scendere, visto che l'autista era nel frattempo sceso allontanandosi. Qualcuno scende e si accende una sigaretta. Mi immagino gli altri, pigiati dentro, che si guardano e si bisbigliano, rosi dal dubbio.
Arriva un altro filobus, si ferma a notevole distanza dell'altro davanti. La gente che era ancora a terra vi si precipita,  ma il filobus sta immobile. Quelli del primo bus cominciano a scendere, diretti verso questo, che da più fiducia,  in quanto portatore di autista. Alcuni del secondo bus invece scendono, non capiscono perchè non partano.
A sorpresa, parte il primo dei due bus. Poco dopo, il secondo. Rimango a terra io, ed un'altra signora.
Il display segnala 2 minuti, poi  In arrivo, e c'è qualche altro viaggiatore. L'autobus effettivamente arriva, apre le porte, si sente il tepore, si vedono giornali sparpagliati per terra, faccio per sedermi, ma il guidatore dice "Signori a  terra, la corsa è terminata. Prendete quello dietro."
Dietro, non ci sono autobus, forse ho frainteso.
Questo, In arrivo, è arrivato e non serviva arrivasse… meglio della 61, comunque, quella volta in cui segnalava  In transito, e non si vedeva nulla all'orizzonte.
Riparte, vuoto ed illuminato, due ragazze che volevano salirci avevano corso con i loro stivali coi tacchi, ed   si rammaricavano per aver perso il filobus, ah la sfiga. Non mi va di deluderle, di dir loro che aveva finito la corsa, e che il loro periglioso affrettarsi sarebbe stato comunque inutile.
Tempo d'attesa previsto sul display,  3 minuti. Mi risiedo sula panca, mi guardo un po' in giro, lo spicchiio di luna nel cielo blu e freddo, mi sporgo e guardo all'insù, la scritta luminosa ora dice 4 minuti. Credevo di trovare un due… ma che strana cognizione del tempo. Un tempo che non passa mai, perchè un po' dopo è ancora 4 minuti. Ripenso ad un "pensierino" di mio figlio alle elementari, sull'argomento "quando il tempo non passa mai", svolgimento: "quando devo aspettare cinque minuti".

…panico!

Stamattina mi sono svegliata in preda all'ansia, capitano quei sogni che ti sembrano veri, vissuti intensamente, sono quelli che mi ricordo, gli altri no, svaniscono… o forse non li sogno neanche.
Ero al mare e dovevo tornare a Milano, ma non era propriamente estate.
Guido la macchina, nel sogno era proprio la mia, lungo una strada alberata che ricorda effettivamente certe strade della Liguria, senza però la segnaletica dell'autostrada, anche se tutte le auto andavano nello stesso senso.
Ho una sensazione di freddo, e decido di fare una sosta per vestirmi con qualcosa di più caldo.
Fermo la macchina sulla sinistra, prima di una curva sulla destra a largo raggio, ragionando che è meglio, perchè le macchine curvando stringono.
C'è della ghiaia sul bordo asfaltato della strada, dietro a me sono già ferme altre due macchine, vuote, chiuse.
Indossavo calzoni corti, che già con quelli dovevo essere uno spettacolo (osceno), e per ripararmi dal freddo cosa trovo?
Due calzette di cotone: le infilo ai piedi stando seduta in macchina,  e mi accorgo che una è lunga e l'altra corta. Scendo dall'auto per guardarmi le calze, mi giro e non vedo più la macchina. Oh bella… che fosse più indietro?  Mi giro di nuovo, e non c'è proprio, non c'è più!  Ci sono le due macchine,  ma non la mia.
Me l'hanno rubata?  avevo lasciato la chiave dentro…  ma  non mi ero allontanata, non ho sentito nessuno,  non c'è nessuno qui intorno, ma adesso cosa posso fare? chiamo qualcuno.
Accidenti, ma era tutto nella macchina… io sono lì, coi calzini spaiati, orrenda coi  calzoni corti, senza auto, senza soldi, senza documenti, senza telefoni… e non c'è neanche nessuno, e mi rendo conto che per la strada è da un po' che  non passa più nessuno…
Sono i momenti in cui è un sollievo svegliarsi, e sei in un letto, e c'è la micia che si struscia…ero così agitata, non fa bene al cuore, fare questi sogni, mi stava battendo ancora forte!