Archivio mensile:marzo 2013

senza titolo

La solitudine è un sentimento strano e contradditorio, non a caso ti coglie quando sei in compagnia, o sei in mezzo a una folla, e poi esser soli, proprio soli non è facilissimo. Perchè quando ti senti solo, tu non lo sai, ma c’è magari qualche affetto in giro che tu non hai mai immaginato, e sbuca che tu non lo aspetti.  Ma la solitudine non c’entra neanche con l’affetto. Forse c’entra con la paura. Io ho paura. So anche che le cose le affronto, ma non è che non le tema. La solitudine peggiore, forse, è sapere che nessuno può aiutarti,  e tu non sai da che parte andare. Di là c’è la paura, di qua, un muro.
Mi ritrovo al buio, con la luce del pc e una lampadina fioca, perchè andandosene a dormire il capofamiglia ha spento lo spegnibile. Me no, non c’è ancora riuscito, qualche volta ci va vicino.
Sento lontano rintocchi leggeri, di una campanella, guardo l’ora, 0.01. Un pizzico di paura ce l’ho, il paranormale è sempre stato affascinante, forse un po’ ci credo.  Poi mi ricordo, sono i riti buddistici del capofamiglia, seguirà la litania, il cane chiuso fuori dalla porta della camera.
Vorrei ci fosse ancora mio padre, la sua esperienza… la certezza che penserebbe il meglio per me. Mi protegge. E’ via dal mondo da quasi trent’anni, ma sono sicura che mi darebbe i consigli giusti. Sono sicura che non si stupirebbe di Facebook e degli immigrati e di Moody’s.
Il meccanismo è sempre lo stesso, è inutile che ce lo nascondiamo, che appaiano i Grilli e così. Adamo ed Eva, Caino e Abele, Esaù e Giacobbe e i mercanti nel Tempio  si ripeteranno all’infinito.
Così, scherzando su Facebook ho riascoltato Elettrochoc, suonata da Mauro Sabbione, e mi son trovata a desiderare che non finisse mai, avrei voluto esser di nuovo immersa nel concerto di sabato scorso. La musica a volte questi scherzi li fa, che ti commuovi. Un po’ come quando vedo il mio lago.

Annunci

che storie…

Chiacchiero al bancone della reception, c’è la ragazza alta con gli occhiali e la coda di cavallo.
-Chissà da vecchia che fine farò, certo non mi potrò permettere questo – dico, guardando il salone.
-A chi lo dice!
-Dai, ma lei è giovanissima… io un po’ meno!
-Si, anch’io, un giorno, ma ora penso a mia madre.
-Certo che qui ci devono essere delle belle storie, a me piace scrivere, per esempio quei due vecchietti là, che si sono conosciuti qui, la mamma mi bisbiglia con aria carbonara “hanno anche la stanza vicino!”.
-Quei due?
– Si quei due che sono sempre insieme, chiacchierano ed escono anche a fare un giretto  fuori!
-Ma sa che lei non si ricorda di lui da un giorno con l’altro, e quando lui si alza e si allontana mi chiede ” ma chi è quel signore lì che si è seduto qui e mi parla?”
-Ma lui si ricorda di lei, la conosce.
-Si si lui si, ha altri problemi ma non quello.
Non so che problemi abbia, è sempre col giornale in mano e parla di economia, mentre lei sferruzza o ci dà di uncinetto.
E invece quella coppia, lui viene a trovarla, ma non sembra vecchia, e stanno lì a sentire la musica dall’ipod, e poi lui torna a casa… lei non vuole uscire da qui.
– Cristina, guarda, quella lavorava nelle pubbliche relazioni, la vedi che parla con tutti? conosce  tutti, lavora nelle pubbliche relazioni – mi dice la mamma.
Effettivamente la vivace signora sembra parlare con tutti. Anche con me, ha voluto sapere il mio nome, mi ha detto il suo, e diamoci del tu. Mi ha detto che scrive, che si porta sempre dietro l’ipad, e che in camera ha il portatile con la chiavetta della Tre, che però si scarica troppo in fretta, mentre con l’Ipad non ha problemi. Oggi mi ha detto che hanno nominato la Boldrini, e abbiamo cercato il suo discorso in google, trovato, e lo abbiamo letto insieme.
Un mondo che sto scoprendo.

Puo’ intitolarsi Anna Karenina un film dove non viene citato il meraviglioso incipit?

Che si possa o non si possa, l’hanno intitolato. “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” non si dice.
Però nel film capisci che una famiglia è felice fino a quando non sa di essere infelice, cioè, ci si sente contenti di quel che si ha e non si sa ancora che ci può essere dell’altro che non si può avere.

E’ da un po’ che ho voglia di rileggermi Tolstoi, e non ho la sufficiente pace, son sempre in guerra, e l’apparire di questo film è sembrato una risposta alle mie preghiere.
Mal me ne incolse, volevo abbandonarmi nel mondo antico coi suoi tempi placidi, mi son ritrovata a rincorrere la narrazione attraverso spazi teatrali che si susseguivano attraverso porte che si aprivano sulle scene nuove, un ritmo contemporaneissimo a me ben noto.
Se considero gli attori, non  ne salvo uno, non ce ne è uno del quale si possa dire che la sua parte gli calza a pennello, forse Oblonsky. Vedi i protagonisti, e non comprendi perchè si debbano amare così ineluttabilmente, la Keira sembra una saccentina e l’Aaron un pirletta, quello che mi è rimasto dentro del libro son due personaggi adulti, la passione è un sentimento maturo, mica frivoletto.   I due non si dicono mai niente che non potresti aver già sentito in una fiction qualunque, chessò, Centovetrine,  e per trovare qualche considerazione degna di nota devi andare dai braccianti di Konstantin Levin, costantino di nome e di fatto, che apprezzano che il loro datore di lavoro li abbia liberati,  però adesso  non hanno più il lavoro e cibo assicurato.
Dopo il primo sconcerto, si apprezza la scena teatrale,  certo è un modo  funzionale  per  sintetizzare un romanzo immenso,   e magari ci si può chiedere dei perchè di questa scelta, la Karenina e il palcoscenico su cui si svolge la vita?
Sicuramente questa Anna Karenina di Joe Wright e Tom Stoppard non è la mia, ma neanche tanto quella di Tolstoi, che i suoi perchè ti dava modo di trovarli.  Qui una scena si svolge nell’altra, senza approfondimenti sentimentali o sociali, sono proposti come dati di fatto, “guardali, all’epoca era così” “vedi, Kitty rifiuta Levin ma poi cambia idea” cosa sia successo nel mezzo non si sa, ci avrà ripensato tenendo in braccio l’ennesimo nipotino Oblonsky.
Ovvio che quando vai a vedere un film tratto da un libro, e hai letto il libro, seppure tanti tanti anni prima, cerchi di ritrovarcelo… ma questo film è una carrellata su Anna Karenina. Insomma, il mio Tolstoi c’era solo un po’, e poi si chiama Leone  o Lev, mica tradotto americanamente Leo come nei titoli del film.
Lo rivedrei? no. Rivoglio i soldi del biglietto? No, nel complesso non è un brutto film, solo, non era la mia Anna Karenina. Questa è  Anna Karenina in versione coreografica.
Ora posto un video sulla corsa di Frou Frou, perchè si possa confrontare con la pagina di  Tolstoi, e si possa avere un’idea dell’ambientazione teatrale del film che ho cercato di descrivere, e anche della cura dei particolari, come  il gioco del ventaglio e degli sguardi attraverso i binocoli.

Pensieri senza titolo.

Questo video debbo averlo già postato nel blog, anche se non lo trovo.
Mi rifugio qui, quando mi sento un po’ con le orecchie basse: nel 1969 si voleva cambiare il mondo, si pensava a un futuro. Oggi questa vitalità, questo slancio mi sembra smorzato assai, tutt’intorno, perfino l’uso delle droghe ha cambiato significato,  da esaltante, ora mi pare solo un sintomo di frustrazione.
Nel 1969 avevo 14 anni, frequentavo la quarta ginnasio con risultati alterni, ero sempre stata custodita in famiglia e non avevo grande idea del mondo esterno. Avrei fatto conoscenza con il rock, con chi usava il fumo, e anche LSD, avrei visto il mio compagno primo della classe,  farsi crescere i capelli, poi tossico, andarsere a vivere, alla fine del liceo, in una casa okkupata.
Non sono mai stata hippy nè contestatrice sessantottina, nè ho mai apprezzato la ricerca di alternative in sostanze estranee,  però osservavo, leggevo, ascoltavo, ci rimuginavo, e l’ipocrisia, e il sesso, l’anarchia, e la natura, e la spontaneità… insomma credo di aver  rielaborato,  di essermi fatta tutta una mia scala di valori, che mi porto dietro tuttora nella mia vita borghese,  sempre stata borghese, e mi piace, la mia testa libera, almeno, così me la sento.  Le cose si cambiano anche standoci dentro, non occorre per forza essere contro.