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Nota sulla nota della spesa

Mi è venuto in mente, scrivendo la nota della spesa, quando andavo a farla con un a amica.
Tipo, se guardavamo un prodotto e lei me lo consigliava, mi fidavo, e lo mettevo nel carrello per provarlo.
“Questo è ottimo” dicevo indicando un altro prodotto all’amica, che lo guardava, sembrava indecisa,  poi lo riappoggiava sullo scaffale  e ne prendeva uno di altra marca.
Era tutta speciale, mi ricordo che il marito ingegnere voleva solo i biscotti del Mulino Bianco e lei teneva il sacchetto vuoto del Mulino e ci metteva i biscotti di altra marca con la stessa forma.

 

Qualche pensiero dopo L’Avaro.

Quand’ero ragazza l’andare a teatro era un avvenimento,  non era  cosa che si potesse improvvisare, o si potesse andare vestiti come capita: ai tempi erano i grandi teatri, il Manzoni, il Nazionale, il Piccolo… perfino la Boheme alla Scala, non avevo assolutamente idea che ne potessero esistere di piccoli, piccoli davvero,  o piccole compagnie, nè mi sfiorava il pensiero che gli Strehler non nascessero già Strehler,  e gli autori non fossero Brecht, Shakespeare, o Goldoni.
Era comunque un’emozione speciale.
In ufficio un giorno arrivò Silvio, un collega con cui feci buona amicizia, diverso dal bancario tipo – e quando mai non andavo d’accordo con le persone più bizzose?  Lo accompagnai un pomeriggio dopo l’ufficio a iscriversi al corso di mimo di Quelli di Grock, all’epoca erano in via de Togni, a Milano, a un passo da casa dei miei zii.  Un periodo di prova di tre mesi,  un piccolo esame per decidere se continuare o no.  insomma, Silvio riuscì a convincermi ad iscrivermi: mi sentivo già allora incapace di stare in pubblico, il fatto che i mimi per lo meno stessero zitti mi era sembrato rassicurante.   Ma non era cosa per me, mi sentivo strana, e inadatta: una ragazza che già si sentiva strana nell’atteggiamento necessario per fumare una Muratti, figuriamoci a far finta di tirare funi e cose così.

C’è da dire che continuai a cercare il teatro, come spettatrice, fino a quando diventai madre, quando cioè verificai sul campo l’efficacia delle leggi di Murphy:  qualunque cosa tu organizzi prima, e soprattutto se ti vincoli con una prenotazione, ecco, per quel giorno o sera che sia,  i tuoi figli hanno, minimo, o l’otite o l’acetone.
Ora, quasi vecchietta ma non ancora pensionanda,  mi ritrovo a dare una mano con incombenze varie  in un’associazione e in uno spazio dove si respira teatro, teatro ed espressione artistica, e penso che non vorrei  occuparmi d’altro. Vorrei, ma non posso, non posso ancora, non posso fare a meno del lavoro nè di  continuare a sperare che il lavoro non possa fare a meno di me.
Sto imparando a conoscere questo mondo, anzi, universo,  e il mio sguardo ora è molto cambiato,  è mutato in mezzo  a visi,  persone,  idee,  ascolti.
A riprova della ciclicità della vita,  oggi sono andata a vedere uno spettacolo al teatro LeonardoL’ Avaro di Moliere, di Quelli di Grock (ehilà, nel 2014 quarant’anni di vita della compagnia!)  un classico rivisitato, nel quale si mescolava la commedia  e la vita degli attori: se non avessi letto della commedia sul sito del teatro, non avrei saputo  che si trattava della commistione con un’altra opera di Moliere, meno nota, L’improvvisazione di Versailles, un’idea  allegra e ben venuta.
La vicenda credo sia nota al mondo, e non sto a raccontarla… guardavo lo spettacolo e volevo cogliere cosa mi piaceva tanto del teatro.
Una cosa l’hanno detta gli attori alla fine dello spettacolo. “Accade tutto qui”.
Infatti.  Tutto si svolge sotto ai tuoi occhi. Un po’ come i giochi dei bambini, “facciamo che questo è un castello, tu sei il coccodrillo ed io il cavaliere”…  sineddoche, simboli. Una poltrona e un tavolino sono un salotto, e non ti accorgi che non ha le finestre, non ci sono ma è come le vedessi.  Sei attivo, completi le parti che mancano,  e parimenti ridi per cose per cui, a freddo, probabilmente non rideresti, rideresti solo per compiacere  chi le racconta.  Qui… allora, scatta un legame con l’attore, direi.   Parlo del ridere perchè quella di oggi era una commedia.
E poi resto affascinata dai movimenti, che sono un linguaggio ulteriore, i linguaggi sono costituiti da simboli, segni, no?  Movimenti che son spesso come una danza, come una ginnastica, appunto,  artistica.
E infine i costumi. Camiciola beige, culotte a righe, e sono i guitti, gli inservienti. Con un cappello diverso sei cuoco o cocchiere.   Con un giacchino di velluto diventi il segretario, con un giacchino dorato il figlio dell’avaro, con una gonna lunga e una cuffia la modesta Mariana, con un cappello vistoso e due gote rosse  la combinatrice di matrimoni Frosina.
Credo sia questa magia qui che mi piace tanto, questa alchimia così semplice e vitale.

Beatles-Live at BBC versus Rolling Stones-Stellavox

30 maggio 2013, ore 21, Legend 54, via Fermi 98,  Milano. Il navigatore di Beppe non prendeva in memoria numeri civici superiori al 27, così abbiamo seguito le indicazioni per il 27, l’importante, si diceva, era arrivare in via Fermi.  Il 27 non lo abbiamo visto fatto sta che seguendo una freccia sbagliata, che per il navigatore eravano arrivati, siamo finiti fuori da via Fermi, anche perchè il 27 è dispari e cercavamo un numero pari, quindi l’altro lato di questa sorta di autostrada cittadina. Il mio android aveva piantato la sua bandierina  “98” e indicava il percorso da farsi,  avessi avuto una lente di ingrandimento sarebbe stato meglio, in ogni  caso aveva questa freccina semovente salvifica… solo che , arrivati al punto della bandierina, c’erano solo prati. E qui mi ripongo la domanda che mi ritrovo a domandarmi  sempre più di frequente, e cioè, l’informatica è finalizzata a servire l’uomo o ad asservirlo?  In ogni caso, il Legend 54 era poco dopo, effettivamente è al bordo del sino allora per me sconosciuto Parco Nord, nel quale non ho visto esquimesi ma solo parecchi sportivoni che facevano le loro corsette felpate.  Sembra un bel posto, questo Legend. In una sorta di veranda, protetta dalle piogge invadenti, si stava svolgendo sicuramente la pizzata di fine anno di una classe delle elementari. All’esterno, nel giardino, gazebi ed amache, e tavolini, insomma,  un luogo accogliente per molte occasioni, mi è parso, peccato così lontano da casa mia, per una frequentazione più frequente.  Ad un tavolino c’erano due o tre uomini, uno grande e grosso, il cassiere, ho pensato, perchè mi ha detto che la cassa apriva alle nove, e un altro, coi capelli lisci un po’ lunghetti, il collo fatto su in una sciarpa leggera, che ci ha invitato al tavolo in quanto ho detto che  Beppe è rollingstoniano, ma stavamo ancora cercando Paolo, Beatlesiano. Poco dopo avrei saputo che si trattava di Mick Jagger, cioè, il cantante degli avversari, Andrea Pagano: potevo indovinarlo dalla sciarpa, tutto sommato, visto che questa estate incipiente ha le temperature ottobrine.  Poi, con Anna, abbiamo deciso di entrare, e di cominciare a prendere il posto, cosa che è assai imbarazzante quando è ancora tutto libero.  Poi è successa una cosa curiosa, scelto con Anna il posto che mi sembrava migliore per scattare fotografie con libertà di movimento, tra l’altro  vicino alle mogli beatlesiane ,  il marito Anna e Beppe si sono poi  seduti altrove, a un tavolino , e vabbè.  Anzi, due cose curiose, la seconda, che il presunto cassiere era in realtà Charlie Watts, infatti era assiso alla batteria rollingstoniana.
Nella sfida si alternavano le canzoni, una dei Beatles e una dei Rolling, praticamente tutte conosciutissime, e trovo anche superfluo elencarle, uno, perchè i titoli non me li ricordo mai, due, perchè appunto chi non conosce i loro ineguagliabili  maggiori successi? Paint it Black, Con le tue lacrime, Ruby Tuesday, Chains, Love Me Do, A Ticket to Ride sono solo i primi che mi vengono in mente di un elenco che minaccia di essere infinito.
Il finale prevedibile della disfida tra i Beatles/ Live at BBC e i Rolling Stones/Stellavox  è stato il pareggio, ed anche le opposte tifoserie non erano per niente accanite, e men che meno io, che per quanto adoratrice dei Beatles, fui acquirente adolescenziale anche di un paio di LP dei famigerati Rolling.
Certo i Beatles , che appunto finirono Baronetti (un colpo mortale inferto loro dai regnanti britannici)  erano più compostini e rassicuranti,  almeno all’apparenza, dei Rolling Stones , che si portavano dietro un’aura di dissolutezza.
Parimenti, i Live suonavano serafici, ed  gli Stellavox  avevano Mick Jagger che abbracciava il microfono, interpretava con la voce e con il corpo, muovendosi a suo agio e disinvolto in scarpette rosse per tutto il palco. E sicuramente pareggio giusto e meritato,  ben conoscendo i Live at BBC, gli Stellavox sono stati una bella scoperta.
O Beatles, o Rolling Stones, poi quando diventi grande, diventano The Beatles e The Rolling Stones, due espressioni diverse di innovazione, aria nuova, e sicuramente storia della musica nonostante quello che borbottavano i genitori anni ’60.

Dove osano le idee…

Quest’anno al Salone del Libro di Torino sono arrivata senza aver fatto i compiti. Non avevo dato neanche un’ occhiata al programma, non avevo sbirciato tra i social network  quando chi era dove. Ho pensato  “vedo gente, faccio cose” , non avevo punto voglia di applicarmi, tanto ci sono i corridoi che ti portano.  Un po’ ho fatto male, perchè dando una scorsa al programma sul treno del ritorno – non c’è da stupirsi, io sono quella che rllegge le mail sempre dopo che le ha inviate –  effettivamente ho scoperto presenze che mi sarebbe piaciuto pescare nel mare magnum.  D’altra parte  è il quarto anno che visito il Salone, e dall’esperienza avevo tratto  alcuni comandamenti.
Il primo è: salta tutti gli eventi con i grandi nomi, nelle sale Azzurra, Rossa, Gialla e quant’altro, tanto non ci entrerai mai, salvo che non ti pianti in attesa impalata un’ora prima, in coda.
Il secondo: se vuoi farti una scaletta degli eventi abbordabili, falla, ma non puntare su un unico cavallo, tieni le alternative, quelle  sempre interessanti che cominciano un quarto d’ora dopo, anche mezz’ora. Infatti, quando l’ora è vicina ti troverai sicuramente all’estremo opposto della location interessata. Arrivarci non sarà facile, devi attraversare i vasconi, e in quel mentre incontrerai tutte le persone della tua vita, tutte quelle che non puoi non fermarti a salutare, per cui calcolare i tempi delle percorrenze è impossibile.
“Ci vediamo dopo” è una cosa assai improbabile, non si può sapere se la marea di gente restituirà quel corpo.  Se cerchi qualcuno in uno stand, c’era fino a cinque minuti fa, mentre i più irritabili se ne sono appena andati perchè non ne potevano più del Salone.
Posso dire quindi che la mia visione del Salone è stata piuttosto ridotta, gli ho dedicato solo una parte del pomeriggio di sabato e della domenica che sembrano volate,  non tre giorni come l’anno scorso, niente grandi eventi, niente “fuori salone”, però  l’aria della manifestazione si respira comunque…  Respiravo stanchezza. L’anno scorso c’era stato forse meno pubblico, però un filo di entusiasmo serpeggiava.  Forse sono io che attribuisco al Salone il mio stato d’animo, o semplicemente il Salone rispecchia l’umore italiano in periodo di crisi. Non ho visto scolaresche nè ho percepito molti sorrisi in giro. Al padiglione 1 non ho visto la consueta esposizione di strumenti musicali, salvo non fosse nascosta altrove, peccato perchè era bella, e i bambini ci impazzavano, a provare gli strumenti: forse è stata sostituita dall’equipe di chef dal vivo del padiglione 3,  cucina, libri sui cioccolati e così via. Però, la Cucina teorico pratica  di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, libro curiosissimo e ho scoperto anche miliare,  mi ha costretto alla resa e l’ho regalato all’amica che mi ha ospitato. D’altra parte i programmi di cucina imperano anche in TV, quasi i cervelli abbiano abdicato in favore del tubo digerente: ma non voglio accanirmi, anche la cucina è una forma di cultura, e una scienza, ma in pochi la vedono così.
Assente Giulio Mozzi, incontro ormai quasi istituzionale nei corridoi del Salone, nessuna manifestazione di San Precario, mi pare, il serpentone che si era snodato l’anno scorso nei padiglioni…libri libri, e e anche stand che non mostravano “nulla”, quelli degli e-book, impediti a impilare il loro prodotto, a organizzare firma-copie, qualcuno ha messo sdraio, sabbia secchielli e palette. Coda inevitabile al firma-copie di Zerocalcare, che invece dell’autografo fa disegnini. Libri e giochi, e videogiochi, e giochi di ruolo. Le conferenze Rai.  Il giovane Federico Libero Bassini detto Cico che non voleva più andar via dall’angolo giochi, sacchi su cui gettarsi e saltare,  e mucchi di pennarelli.
Sembrava un salone in attesa di qualcosa, certo, come per ogni cosa che si ripete ogni anno, c’è chi dice che occorre cambiare, rinnovare, come si dice sempre per il Natale, il Capodanno, che tutti disdegnano poi nessuno ne fa a meno. Non credo vada cambiato, perchè è uno specchio… così pieno, confuso e a suo modo ordinato, è il salone che ci segue, segue l’editoria, che si chiede Ora che facciamo, da che parte andiamo? Forse, il salone specchio qualche indicazione la può dare, delle tendenze, dei gusti del pubblico. Però, il pubblico va anche educato, al buon gusto, ai sapori sani, non puoi tener conto solo del mercato, quando fai cultura, lo dice la parola stessa, è insegnamento, fede, crescita, e diventa sacrificio, perchè quando la vivi così è sempre più difficile conciliarla con la sopravvivenza economica, purtroppo, occorrerebbe modificare questo, non il Salone.  Penso alla cultura quella calda, vitale, che avvolge le nostre giornate, non a quella sorta di cose  asettiche  che ci piomba dall’alto,  calata da qualche sedicente intellettuale astruso in nome del progresso delle idee… vabbè, ma io sono vecchia, e tradizionalista.

Oh dai, siamo un po’ positivi, ogni tanto!

Al telefono:
“allora vai lì alle 7? io ti raggiungo dopo, stavo guardando dov’era il posto”
” Ma perchè alle 7??  Non andavamo insieme alle 9??”
“Avevo capito che andavi alle 7, per dare una mano, allora ti telefono dalla macchina quando esco di casa”
“Ok a dopo”

Succede che lasci i cellulari in camera,  e mi tenga vicino solo il telefono fisso.
Quasi le nove, mi assale il dubbio. Infatti, vado a vedere e trovo una chiamata persa e un messaggio.
Richiamo la persa. “Ok ti raggiungo subito al distributore”
Leggo il messaggio “concerto annullato il vicino di sopra ha chiamato la polizia che è venuta e ha bloccato tutto”
Richiamo l’ex persa, “Il concerto è stato annullato”
“Ormai sono fuori, andiamo a vedere lo stesso lì com’è, o vengo su da te”
“Facciamo un giro, allora”.

Nel locale stanno imballando cavi, e non abbiamo voglia di entrare.
Dal Naviglio al chioschetto di corso Sempione. Lì mi sarei fermata volentieri, chiuso, è un venerdì sera, però d’inverno.
“Andiamo al Doctor Why! No, anzi, dove c’è un po’ di musica-”
“Ah sì, là, c’è un posto vicino al parco Sempione.”
Non si posteggia, ci spingiamo in via Melzi d’Eril.
“Vai giù di lì, per via Cagnola, si fa il giro, si torna davanti al parco, magari lì si trova un buco”
Il buco ci aspetta in una vietta laterale, e basta scendere, perchè si fermi una ronda di tre poliziotti locali.
Gentili, per carità.  Ci segnalano le telecamere, noi saremo le protagoniste di una multa di circa 80 €. “Ma io sono passata altre volte e non ho mai preso la multa!”
Scoprirò solo dopo, che sono in funzione dalle 22 alle 6, ecco perchè non le avevo prese, era giorno. A guardar bene, ora che lo so, c’è anche un enorme cartellone, alto, di quelli che non vedi, se voli basso cercando un parcheggio.
Ci incamminiamo, il primo locale con un po’ di giovani che sostano fuori… troppi, e anche troppo giovani. Lo stesso il secondo,  la meta designata, ne usciva della musica, all’interno e fuori  gente in piedi, troppa, attraverso i vetri si vedevano i tavolini, usati solo per appoggiarci le giacche.
Riandiamo alla macchina, per tornare a casa. Ma no, invece proviamo a fare un giro in via Savona. Non ci viene voglia di fermarci  da nessuna parte, la telecamera ha picchiato duro.
In fondo, siamo poi state benissimo a chiacchierare in macchina,  posteggiate sotto casa mia.

Live after Live for Van Ghè

The show must go on. “ho dimenticato il plettro, tu ne hai uno? ” no non fumo e non suono la chitarra  “quando arrivi fammi uno squillo” , “sei lì?  chiedi al bar di fianco se ci possono dare del ghiaccio, solo se possono, poi arriviamo noi” “sì possono” “siamo in ritardissimo, riesci a fare andare la lavapiatti per spolverare i bicchieri?” No, non riuscivo, tasto “eco”, manopola, ma “on”? La manopola non faceva scattare nulla, il contatore era sul rosso, le spine erano dentro…  Un pensiero, all’inizio le poesie,  le poesie recitate su rumore di lavapiatti dietro il sipario,  siamo troppo avanti qui al Van Ghè… Per fortuna l’intervento del primo uomo arrivato  – una ragazza pisolava sul soppalco, si era svegliata, ma non avevamo risolto-  schiaccia il tasto giusto, di fianco a quello “eco”. Poi arrivano gli strumenti… tutto pieno di strumenti. Laura si allunga sul trabattello a orientare le luci, i leggii sbocciano come fiori in primavera, si allungano i gambi. Perfetto, siamo pronti, peccato che le cibarie son bloccate in tangenziale. Comincia ad arrivare gente, e poi ancora gente, tutti che si salutano, si riconoscono, si abbracciano … ma ci guardo:  siamo tutti noi, ma dico, uno di pubblico, uno? Arrivano le cibarie, e il buon vino, e il registratore di cassa a riempire la tavola decorata con fiori, origami colorati creati dalla ragazza che non pisolava più. E del meccanismo dei  buoni e tagliandini, si capisce nulla, è la prima volta che proviamo a far così per le consumazioni. La scaletta, il mio memo degli artisti scritto su un pezzo di carta, poco più che un francobollo, tutta rigirata che nessuno ci capiva più niente.
Ma alla fine ci siamo stati tutti, e il pubblico, e il violoncello, e l’insolito piattino di taleggio e cachi della Divinacomida, e grazie alla poesia di Francesca Genti,  Manuela Dago e Paolo Gentiluomo, a Roberto Deangelis, a Patrizio Luigi Belloli, alla recitazione di Camilla Barbarito   e di Pasquale Conti, alla musica di Giangilberto Monti, Alessio Lega, Balen’ Arrubia, Matteo Passante, Cesare Livrizzi, agli accompagnamenti di Fabio Marconi e Guido Baldoni, e il gruppo Monteforte, Tripodi, Viganò,  Minguzzi sempre disponibile a coccolarci  mirabilmente con le loro note. Ma grazie davvero!

Ritornando al solito mare nell’ anno 2012

Quando mi sono seduta al ristorante dell’albergo per pranzare, mi è parso subito di conoscere l’uomo seduto al tavolo di fianco, ma aveva un aspetto più maturo, più pieno di come lo ricordassi, aveva anche una sua bellezza, e bello prima non mi era parso mai.  Era seduto su una sedia a rotelle, ero sicura fosse lui, ma allora, perchè non mi riconosceva?
Di fronte a lui, di fianco a me, un giovane, sicuramente il suo assistente, mangiava tranquillo. Lui no, lasciava degli avanzi.  Mi sembrava strano, trovarlo in una pensione, ero sicura che avesse una casa di proprietà, la famiglia sembrava villeggiare lì da secoli.
In spiaggia, reincontrando gli amici d’epoca, molto ben conservati, mi confermano che è lui, che ha subito una difficile operazione dalla quale era uscito per il rotto della cuffia, e non sempre è presente, è forse anche un po’ depresso.
E’ difficile non essere depressi quando la sclerosi ti agguanta a neanche vent’anni,  ma lui non mi era mai sembrato che lo fosse, anzi, dipingeva, e lo ricordo portato in mare in braccio dai bagnini, solo tre anni prima.
Alla sera gli parlo, si illumina, mi riconosce. Forse mi riconosce davvero, forse no, forse è semplicemente contento che qualcuno gli rivolga la parola, rompendo la routine dei soliti visi.  Non dipinge più, mi dice, si è arenato. Non dipinge più, mi dirà poi il suo assistente, che cerca di spingerlo a riprendere, “Non dipingo più perchè non sono innamorato” gli aveva detto.
E’ molto preoccupato di un altro amico della spiaggia, che si è ammalato della stessa malattia a quarant’anni, e non l’accetta. “Fa male – mi dice- così si rovina, deve accettarla, deve seguire le cure, non deve vergognarsi di essere così, come me”,  e poi mi chiede se ho visto altri amici dello stabilimento balneare, e mi racconta di quando il nonno era proprietario del terreno limitrofo, e che insomma, ogni ciottolo della spiaggia fa parte del suo passato.
“Carissima – mi dice il giorno dopo al mio arrivo – volevo avvisarti che stasera non ceno qui”
“Te l’ho detto che stasera sono fuori a cena?” mi ripete al bar, e gli sorrido, perchè è contento di questa variante, e sorrido anche perchè fino a due giorni prima non esistevo, ed ora deve rassicurarmi, e comunque è una premura piacevole, è una persona educata.  Lo ricordo da ragazzino saltellante, molto minuto, un contafrottole bonarie, tendeva a volersi rendere interessante, a darsi importanza.
Mi ritrovo ad osservarlo spesso a tavola, lui sembra non accorgersene, mi turba il suo sguardo, lo guardo che guarda, vi leggo dentro il film, quel filmetto che commovente che faceva anche ridere, Quasi Amici, mi sembra di vedere il protagonista. Ne ho scherzato, con l’assistente, non dico il parapendio,  dovrebbe far venire le donnine, secondo me lui sarebbe felice, l’ assistente ha riso, ma secondo me davvero, io spero che lo faccia. Magari non lo dichiarano e lo fanno.  Dipingeva quadri belli di una solitudine immensa un ombrellone chiuso sulla spiaggia, una pergola senza foglie, ed una barca evanescente che sembra attenderlo, ormeggiata. Io penso che lui farebbe anche il parapendio, perchè, appena può, sorride e vorrebbe anche ridere spesso, ne sono certa.

Verso il Carroponte

Laura passa a prendermi sotto casa, l’aspetto al semaforo, così salto su e via, verso il Carroponte, dove Guido Catalano declamerà poesie – o farà il cabarettista, a seconda che lo ascolti un cabarettista, o un poeta.
Come decido che è meglio aspettarla dall’altro lato del semaforo, Laura arriva e si ferma giusto dov’ero due minuti prima, si ferma anche perchè c’è il semaforo rosso, e questa è già una buona cosa che non è detto si ripeterà sempre. La vedo, ma lei agita le mani e spiaccica i palmi contro il vetro,  le faccio un segno, riattraverso, la raggiungo, mi siedo in macchina  e lei mi dice ridendo: “ti stavo facendo segno di aspettarmi l! “…” e io ho capito di venire lì, vedevo segni strani”  Il finestrino è completamente giù, no, non mi dà fastidio, solo che Laura mi caccia in mano un navigatore, che non so come riesco a far sì che prediliga la direzione Sesto S.Giovanni, probabilmente era già impostata,dall’ultimo utilizzo, invece dei WXZ che mi scappavano digitati.  L’aggeggio parla, ma mica si sente molto quello che dice coi finestrini aperti, e così comincia il viaggio, con me che faccio la ripetitrice  del navigatore, ci dice sempre dove andare, ma tante volte ci sembra che sbagli, e allora facciamo qualche altra strada, in conflitto  con lo strumento, che non si arrabbia mai. E’ incredibile! Siamo arrivate! “Il Carroponte,  lo vedi? ” Mi dice Laura. Vedo infatti una strisciolina di rosso dietro  a delle costruzioni. Postaggiata l’auto, ci entriamo, ci sono delle aiuole e queste gigantesche impalcature, nel mio immaginario carroponte mi faceva pensare a una specie di nave petroliera, ed invece dicasi carroponte un argano installato su un carrello o un paranco, ed un ponte costituito da una trave,  i cui usi più comuni .sono all’interno delle fabbriche e dei magazzini per il trasferimento di semilavorati e di prodotti finiti tra un reparto e l’altro o verso l’area di carico e scarico; vi sono anche carriponte destinati all’uso siderurgico con funzioni di parco rottami, carroponte da carica o per movimentazione billette: così in sintesi da  Wikipedia.   Lì effettivamente c’era la Breda. Un attimo di commemorazione compunta. Gli operai, la fabbrica, le considerazioni sull’adesso.C’è una prima parte coperta, escono voci e musica, ma costeggiando la costruzione color infuocato, si arriva al prato, a un gazebo dove si sta esibendo Andrea Cola, e alla base di un pilone è seduto solitario il Poeta, con fogli bianchi tra le mani, che aspetta le ore 22.00, che sono anche passate. Il prato è occupato da tavolini e da divanetti fatti con  pallets, e assi per schienali.  Non ce ne è uno libero.  Laura segnala la panca lontana, occupata da un solo individuo. Che però si alza. La panca è libera! con passo felpato e velocissimo ce ne appropriamo.  La spostiamo in centro, sul  fondo. No, meglio che andiamo un po’ più avanti.
Ci sediamo. No, un po’ più a destra adesso. Ora c’è Catalano nel gazebo, implora che la gente vada più vicino al palco, obbediscono in tantissimi, il prato si è riempito, e noi.. zac, là vicino con la panca. E poi che dire? l’aria era fresca, si stava bene, Guido Catalano ha dato il suo meglio tra foglietti svolazzanti , e, per il veloce ritorno nella notte,  come  cavalli verso la stalla, il navigatore l’abbiamo lasciato dormire nel suo angolo

Vanghè

La serata di ieri sera, per quanto interrotta, sono rincasata presto, mi è sembrata meravigliosa, e chissà cosa ho perso….
E’ stata un po’ una sorpresa, non avevo letto programmi precisi, e poi, se appena posso, a priori, al Vanghè vado, che si stia bene, che l’intrattenimento sia di qualità, per me è scontato, i programmi li salto anche.

Presenti, tanti, alla serata di “chiusura” delle attività della stagione 2011-12, che poi chiusissimo mi sa che non starà. Presenti anche tanti artisti, molti che proprio non conoscevo, ma d’altra parte non ho la presunzione di conoscere tutto e tutti, ho fatto per anni una vita tra lavoro famiglia, scuole, ed è dal 50esimo compleanno che mi sono regalata, e pretendo, di metter il naso fuori da quel circolo “vizioso”, ed il terreno da recuperare è tanto.
Così, oltre alla schiettissima poetessa Anna Lamberti Bocconi,  ho  ascoltato i cantautori, Folco Orselli e il milanesissimo Giangilberto Monti, e  Ruggero Dondi che si è cimentato con  poesie di Campana scritte da lui, con molta verve, e sorpresa, batteria basso tromba e chitarra, son scivolate via le note di tre brani di jazz.
E quando sono andata via si stava preparando Roberto Zanisi,
Con molta timidezza, quasi vergogna, si  faceva cenno ad un cartello, con delle formule di abbonamento per gli spettacoli del prossimo anno… ma che vergogna e vergogna, il Vanghè deve crescere e prosperare, che se lo scopo dell’associazione è supportare il disagio mentale, ci fa star bene anche noi, non ufficialmente mentalmente disagiati, ma tanto tanto stanchi  e ci piace trovare, in  via Bastia 15, a Milano, disperso tra  casone e capannoni, la fetta di mondo che ci offre il Vanghè.

 

 

Evento con sottotitoli.

Il I Festival della letteratura di Milano,  è nato da un’idea che riguardava gli scrittori italiani “d’altrove”, che poi si è via via estesa,  e questo non saprei dire se sia stato  un bene o un male: in un territorio dove allignano movimenti tipo la Lega, e dove gli stranieri, comunitari e non, sono numerosissimi,  porre l’accento sull’unità culturale, o  condivisione che sia,  non nuoce certo all’ambiente.
Ieri sera, organizzata da Torno Giovedì  in uno dei posti più belli di Milano, lo dico sempre del Vanghè, si è parlato del libro di Francesca Bettelli, il suo primo,  La fabbrica dei fantasmi, Gaffi Editore.
“Mia sorella non mi crede, ma io l’ho vista.
Era un treno come gli altri scuro silenzioso nessuna scritta…poi eccola, una mano infilata tra una fessura delle assi. Senza vita.
Non riesco a dimenticarla.
Continuo a vederla.
Perchè portano i bambini alla fabbrica?”
Un libro di voci, voci senza un nome, in un posto senza un nome, che si sa dov’è, ma potrebbe essere ovunque, nella nostra vita quotidiana, frenetica, nella quale anneghiamo i nostri fantasmi. Potrebbe succedere ancora, succede tante volte, e non ce ne accorgiamo…l’indifferenza, la paura, il nostro orticello.  Dire “Il Re è nudo”
Questa cosa delle voci mi ha ricordato il buio, ed il tintinnio nel museo ebraico di Berlino, e lo spiraglio di luce lassù.
Ma in questo libro, che leggerò, le voci sono altre, quelle di chi vive intorno alla fabbrica, e di un militare, e di un fantasma:  Margherita Remotti ha interpretato il ragazzo, la ragazza, il militare, con il solo ausilio della voce, di una sedia e di un tavolo, cambiava la scena, ci catturava.  Frasi semplici, scandite che nel contesto dicono tanto di più, delle nostre scelte e delle nostre non scelte.
Un vibrante Fernando Coratelli, ha introdotto le letture, e il dialogo con l’autrice.
I frequenti applausi erano sottolineati  dal leggero abbaio di NicolaTesla, un giovane carlino, che ha pensato bene di sottotitolare con ringhio moderato alcune parti della lettura, ma occorre dire che con argomenti di tale tensione emotiva,  un sorriso non ci stava male.

Bianco Bric

Stasera, al Vinodromo di via Salasco 21, la mia prima dose di Festival della Letteratura di Milano, dove ho potuto rendermi conto di quanto  poco conosca le liste dei vini, ma secondo me le fanno complicate apposta, per dare un senso all’essere enoteca e non bar. Per forza, ci devono essere nomi sconosciuti ai più.  Perfino la macchina per il caffè è scostata rispetto al bancone, quasi Cenerentola, e chissà il latte, dove lo celeranno.
Così ho ordinato un Bianco Bric, perchè mi ricordava il nome del cane beige ed ispido  della ragazza di tantissimi anni fa di un amico  del capofamiglia.
E poi, non sono stata attenta a ordinare, insomma, è arrivato il vino solo, senza  neanche un cicinin di grana, o un’oliva da rincorrere.

Eccoli!

Il gruppo letterario è affiatatissimo, Luigi Carrozzo ha presentato Fernando Coratelli, Sergio Garufi, Franz Krauspenhaar, Marco Rossari ed i loro libri, Quando il comunismo finì a tavola, Il nome giusto, Le monetine del Raphael, L’unico scrittore buono è quello morto.
Per quanto riguarda i libri, di questi ne ho letto per ora solo uno, e quindi se volete accattatevilli, eccerto che vai ad una presentazione  e ti viene voglia di leggerli.  Anche se a dire il vero qualche volta, non questa, mi è successo di pensare “quel libro non lo comprerò mai”.
Volevo spendere due parole su questo Primo Festival. La parola Festival per me è molto abbinata al mondo della musica.  Quando non si tratta di musica, Festival mi evoca gli sconti dell’Esselunga, Festa del Maiale, Festa dell’Uva, o, in gennaio, Festa del Bianco, che non era perchè cadeva la neve ma perchè c’erano gli sconti sulla biancheria di casa.  Però, al momento, non ho un’alternativa da suggerire.
Spero che questo Festival riesca, per tutta una serie di motivi.  Intanto, è nato dal “basso”, cioè non da un’iniziativa imprenditoriale dei grandi editori, ed hanno collaborato un sacco di volontari. Il Comune non ha stanziato fondi, si vedrà l’anno prossimo.  Milano è piena di piccole iniziative culturali, poco pubblicizzate, magari questa manifestazione risveglia un po’ di attenzione: ricordo per un paio di anni, 2009, 2010, una sorta di piccolo Salone in via Tortona, in ottobre, ma nel 2011, che ci sia stata o no, non mi sono accorta.  Insomma, la cultura non sono solo le grandi case, i grandi nomi, i grandi teatri, occorre prenderne atto  e dare  la possibilità di sopravvivere anche ai piccoli e medi, e la grande Milano ha il dovere di concedere spazio,  questo Festival ci deve, ci dovrà  essere.
Ecco, dicono che Milano imita Mantova. Non so, di Mantova ho sentito dire, non ci sono mai andata, sono stata a Torino e Belgioioso.  Mantova certo ha il vantaggio di essere più raccolta, rispetto Milano, però non mi sento di giudicarla, questa manifestazione, che è solo all’inizio, e mi sembra, come esordio, già abbastanza ricco: è alla fine, che si tirano le somme, e  su queste si elaboreranno nuove idee.

Piccolo mondo antico

Soprattutto verso sera   ho quest’impressione, di piccolo mondo antico, camminando per i vicoli di Pallanza vicino al lago, lastricati con beole e ciottoli,  ed i rumori  son quelli dei passi,  qualche stridio di gabbiano, il suono di qualche campana. Le stradine non  sono molto illuminate, i lampioni rotondi  sono attaccati alle pareti delle case, così vicine che si guardano dentro dalle finestre. Alcuni portoncini di legno sembrano di quelli che non si aprono mai, e insomma, potresti anche incontrare uno zio Piero, con un mantello e un bastone.
La mia casa, cioè, la casa nella quale dispongo di una manciata di metri quadri, affacciata su una piazzetta, rientra bene in quest’amosfera,  con il suo portone di legno pesante, il pavimento di granito lustro, e le scale di pietra, e i ferri battuti. Tre appartamenti sono occupati da inquiline anziane e sole – che io sia la quarta? – Al primo piano sotto di me, con il suo balconcino ridondante gerani, la signora Maria Botto. Vivacissima e disponibilissima,  mi alzava il riscaldamento quando andavo, e senza che glielo chiedessi  si è presa cura delle mie pianticelle sul terrazzino, senza contare il sostegno morale nel riciclo dei rifiuti, che a Verbania, di primo acchito, sembra complicatissimo,  in realtà la complicazione sta solo nel fatto che quando sei lì solo nel week end, ti risulta difficile buttare il sabato mattina l’ “organico” quando ancora non hai sbucciato neanche una mela, ed ancora più difficile il martedì, che sei tornata al lavoro a Milano. Insomma, mi ha dato una mano in tutte queste cose, e ci accomunava la lotta ai piccioni concimatori che abitano in un pertugio del tetto di fronte, e così  capitava che arrivando io trovassi delle girandole piantate nei vasi, o un’altra volta un po’ di bottiglie di plastica piene d’acqua  disseminate sul balconcino; allo stesso modo si era mostrata perplessa della mia idea di mettere su un vaso un gatto di peluches dai begli occhioni espressivi, che gli mancava solo il miao, e infatti neanche quello aveva funzionato.
La signora Botto  giovedì e venerdì non rispondeva al telefono,  e sabato, arrivata, ho suonato alla sua porta,  che non si è aperta, e non si sentiva la televisione.  La felce vicino al suo ingresso aveva un’aria un po’ così, ed ho toccato la terra, era asciutta. Il ciclamino nell’androne, tra le edere, era riverso su se stesso e rinsecchito, aveva finito il suo ciclo, strano che non fosse stato sostituito da una pianta di primule, non poteva essere sfuggito alla signora Botto.
Poco fa ho provato a chiamarla, una voce ha risposto, maschile però…mi ha detto che la signora Botto non ci sarà più… no, non è mancata, ma è in rianimazione… i dolori alla schiena? era piena di tutt’altro, ha detto la voce, che ora  brontolava, e non si è curata mai di sè, ha solo pensato agli altri. Ed io gli ho detto che non si poteva non volerle bene….
Era una di quelle persone alle quali non puoi rivolgerti senza sorridere. Chissà se quel parente lo farà, si ricorderà, riuscirà. a portarle il mio pensiero… l’aver bagnato, prima di ripartire, la pianta di felce, è stata l’unica cosa che ho potuto fare io per lei, non lo saprà, ma il fatto di saperlo io mi fa stare un po’ meglio, forse, se fossi stata pigra, non me lo sarei perdonato mai, mi sarebbe rimasto dentro tra le mie piccole vergogne.

tiptop alle crociate.

Oggi pomeriggio nella Sala Bianca del teatro Parenti TornoGiovedì ha organizzato una sorta di incontro e discussione su problemi dell’editoria   #carilibri, in collegamento Twitter e Facebook tipo Tutto il calcio minuto per minuto, solo che  Sabrina Minetti è indubbiamente più avvenente di Nicolò Carosio.
Il titolo #carilibri, hashtag einaudiano, è stato scelto perchè si amano e perchè costano.
Introduce gli argomenti Fernando Coratelli, detto per l’occasione Floris – tra i due quanto ad avvenenza è  invece un bel match – riferendosi ad un articolo apparso sul  Il sole 24 ore di Giorgio Fontana (non l’ho letto nè ne conosco il link),  che riporta come nel 2011 siano apparsi in e-book circa 20.000 titoli e siano stati venduti una quantità che non ricordo di e-reader,con un’ulteriore prevedibile impennata nel periodo natalizio, raggiundendo la cifra di circa 800.000 e-book, calcolati per eccesso, in medio stat virtus. In una sola settimana del 2011 sono usciti tanti libri (cartacei) quanti in tutto il 1950.  E da qui si è partiti con numerose considerazioni  anche squisitamente tecniche, ma non solo.
Innazitutto c’è da chiedersi se non sia eccessiva l’offerta di libri rispetto alla domanda, e questa è una cosa che mi chiedo anche io tutte le volte che entro al Salone del Libro di Torino.
Si considera come la classica filiera dia una garanzia di qualità: cioè l’opera dello scrittore viene editata, curata, pubblicata e distribuita al momento giusto e con la copertina giusta. Successivamente, sul discorso qualità si è tornati, dicendo che non sempre il libro ha un contenuto “degno” solo perchè è lavorato, inoltre, anche l’editor è soggetto a sollecitazioni quali il dover riconsegnare in un breve lasso di tempo etc.
Si parla anche di un rischio di self-publishing in e-book, da parte di quegli autori che non si sentono presi in considerazione da case editrici, e magari hanno una grossa considerazione di sè, si autopubblicano, con o senza editing, certi addirituttura si sono scritti anche il saggio critico.
L’unico risparmio che l’e-book consente è la stampa su carta: diritti, editing, distribuzione, foto di copertina restano: sulla distribuzione resto perplessa.
Il problema grande dell’e-book, secondo alcuni piccoli editori, è la visibilità. Se un libro nello scaffale di una libreria può venir preso e sfogliato e scelto, per un e-book è difficile essere notato nel gran mare di Internet se non è nella prima pagina delle offerte di case editrici o centri commerciali (su questo, mi permetto di dissentire, come si guardano gli scaffali, uno può anche guardarsi i cataloghi su internet: questione di abitudine, conosco chi lo fa). Alcuni librai presenti chiedono che il lettore sia libero di comprare quello che vuole e dove vuole: le librerie delle grandi case soffocano i librai indipendenti, che rivendicano anche un loro ruolo nelle scelte  e nel suggerire le letture ai clienti che chiedono consigli. Nella classifica di vendita degli  e-book i primi tre titoli coincidono con il cartaceo, gli altri sono testi che non riuscirebbero a essere pubblicati in carta (questo mi sembra una buona cosa), ma i  piccoli editori temono l’ingresso dei grandi nella pubblicazione digitale.
Un autore rileva che da quando legge in internet, la sua capacità di concentrazione nella lettura è diminuita, tra testi e collegamenti, ha difficoltà ad arrivare in fondo alla pagina, e questo sta accadendo anche sulla carta.
Viene fatto cenno alla difficoltà a reperire libri di poesie in vendita, segnalando che alcuni blog tematici  mettono a disposizione l’e-book, ma qui si metteva in guardia sulla qualità (però, uno compra l’e-book avendo letto in blog, quindi lo conosce e gli piace), in alcuni blog esiste una redazione che li cura, in altri no.
Emergono anche problemi tecnici, se ho ben capito, ci sono device che van bene con tutti gli e-books ed altri con solo quelli del proprio marchio, e ci sono standard per Android, Amazon etc, ed è difficile raggiungere uno standard che vada bene per tutto.  Ci si chiede se siano uno strumento alla portata di tutti, dal giovane all’anziano, e se non sia lo scrittore stesso a smorfiarsi di essere pubblicato in digitale anzichè rilegato in cartoncino.
Insomma, i toni erano un po’ come se ci fosse una sfida tra il libro di carta ed il libro digitale, e si osservava infine come fossero due cose diverse, destinate, con ogni probabilità ad un mercato e a un utilizzo diverso, e possono benissimo coesistere:  difficilmente nella nostra generazione assisteremo alla morte del classico libro (poi, io ti voglio vedere andare in spiaggia con l’e-book, tra sabbia e sole a picco… semmai in autobus, può esser comodo) nel futuro più futuro si vedrà: certo non possono sparire i libri per bambini, e credo neanche certe edizioni d’arte, e gli e-reader di e-book di ricette avranno lo schermo schizzato di uovo zucchero e farina, come le ditate sulle pagine dei libri di cucina.
Di mio pensavo, quale lettrice, che bello, tutte queste persone lavorano per me… io sono l’utilizzatrice finale. Ho trovato solo verso la conclusione dell’incontro  il coraggio di partecipare alla discussione, raccontando che ho dei libri da sempre, mentre la videoteca che mi ero fatta con i VHS ho dovuto buttarla via, e anche le musicassette,  avevo un blog e mi hanno chiuso la piattaforma,  insomma bisogna tener conto dell’innovazione tecnologica  del mercato, non spendo per un e-reader e gli e-book che poi mi cambia la tecnologia e non li posso più usare. Secondo me occorre andare oltre a questi due strumenti, e poter scaricare, magari a pagamento, da internet sui propri aggeggi in uso, senza mille tecnologie diverse, poi, chi vuole i libri i carta, prenda i libri di carta. E’ vero che fanno così per obbligarti a comprare, ma non ci casco più. E la diminuzione di costi ci sarebbe, perchè  lasciamo i diritti agli autori ed agli editori, si risparmia in carta e distribuzione, intendendola sia come percentuale ai distributori, che nel senso di merce viaggiante.
Alla conclusione dell’incontro, è stato offerto l’Happy Hour Book, secondo il rituale di TornoGiovedì, con vino buono, ed alla presenza di Cappuccetto Rosso e del Gatto con gli Stivali.

Ogni tanto, qualcosa di magico.

Il venerdì 17 non è sempre un giorno in cui tutto va di sfiga, anche se capita di sbagliare uscita in tangenziale, e  non si ha magari la chiave per entrare al Vanghè, e capita di aspettare un po’.
Ad esempio, per me è stato il giorno in cui ho ascoltato Milena Prisco leggere in modo struggente il suo testo, Marco Cavallo è vivo, accovacciata nella quasi totale oscurità, e mentre seguivi il suo tormento, Stefano Giorgi tracciava magie sul telo alle spalle di Milena, in una sintonia perfetta, di immagini, di parole con i suoni padroneggiati da Roberta, il nitrito di Marco Cavallo, il pianto e stridor di denti del luogo dove delle persone – sostantivo non scelto a caso -sono tenute in contenzione.Ancora adesso, dicono gli addetti ai lavori, nonostante la legge Basaglia e nonostante sia idea comune che i matti ora son tutti sguinzagliati in giro, che se ti guardi intorno, o leggi certe cose, pensi anche che sia vero, ma non sono quei matti lì, di Basaglia.
Stefano il mago ha aperto una cappelliera, tutta illuminata dentro, e tracciava segni su un vetro, e quei segni si animavano sul telone, e due biglie correvano  in un coperchio di plastica ed erano occhi sgranati sullo schermo, e gocce di colore che si scioglievano nell’acqua spiegavano il malessere che si sentiva dentro, ed il sogno di libertà, e il coperchio ondeggiava e la marea si ingrandiva sullo schermo. Una magia con qualche pennello, coperchi di plastica dei cioccolatini, qualche sagoma ritagliata, Marco Cavallo con le lunghe zampe e la bambina aggrappata, per correre oltre il cancello, dove ci sono gli alberi verdi.

E poi, Marco Cavallo esiste davvero, era un cavallo, ora è un simbolo, e finchè ci si crederà non morirà.