Archivio mensile:settembre 2011

SUPER

Un completo grigio, la cravatta,  i capelli lunghi lisci di un castano rossiccio posticcio, legalti a coda di cavallo,  sta immobile vicino ai ripiani delle salse, sembra un figo, lo sembra perchè si deve sentire, figo, ma quando si gira, ha una faccia da niente. Servizio assistenza, dice un cartellino lucido che gli pende dal collo.

Cè un po' di coda alla cassa, una signora biondo sbiancato, forse una volta erano meches,  ci intrattiene,  pubblico involontario,  mentre la  sua bambina riordina le caramelle sui ripianini vicino alla cassa, scherza, se fosse maggiorenne la assumerebbero, mentre a casa non mette in fila nulla. Il tono della sua voce si alza,  si vuol far notare, infatti Servizio Assistenza ride divertito, divertito ma di che,  viene da chiedersi.  Magari vanno a letto. Vediamo se quando lei sta per finire lui si avvicina. Lei continua a parlare,  sta apostrofando quella dietro,  alla quale essere bionda riesce meglio,  e dice che compie 42 anni domenica, forse si aspetta che qualcuno le faccia dei complimenti, invece quella dietro dice solo "io 24" e  l'altra rimane un attimo in un silenzio interdetto.

Si ripiglia subito, è ora di tirar fuori dal suo carrello rosso le mirabilie acquistate, e vuol pagare con dei buoni, non vuole resti, tanto torna subito a fare dell'altra spesa, e mostra un blocchetto, li deve finire oggi, porta a casa questa, poi torna.

Se ne va, saluta il cassiere che non alza lo sguardo, lei rassicura,"a tra poco" ma sembra ce nessuno ambisca a questa certezza.   Servizio Assistenza non l'ha seguita, si è fermato dalla bionda di 24 anni , le  sorride  chiedendo se è sua la merce nel cestino,  e la ripone  delicatamente sul banco, poi, "con permesso",   porta  via la pigna di cestelli, spingendola sulle rotelle sino all'ingresso, dove si ferma, nuovamente statuario, servendo assistenza.

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SUPER

Un completo grigio, la cravatta,  i capelli lunghi lisci di un castano rossiccio posticcio, legati a coda di cavallo,  sta immobile vicino ai ripiani delle salse, sembra un figo, lo sembra perchè si deve sentire, figo, ma quando si gira, ha una faccia da niente. Servizio assistenza, dice un cartellino lucido che gli pende dal collo.
Cè un po’ di coda alla cassa, una signora biondo sbiancato, forse una volta erano meches,  ci intrattiene,  pubblico involontario,  mentre la  sua bambina riordina le caramelle sui ripianini vicino alla cassa, scherza, se fosse maggiorenne la assumerebbero, mentre a casa non mette in fila nulla. Il tono della sua voce si alza,  si vuol far notare, infatti Servizio Assistenza ride divertito, divertito ma di che,  viene da chiedersi.  Magari vanno a letto. Vediamo se quando lei sta per finire lui si avvicina. Lei continua a parlare,  sta apostrofando quella dietro,  alla quale essere bionda riesce meglio,  e dice che compie 42 anni domenica, forse si aspetta che qualcuno le faccia dei complimenti, invece quella dietro dice solo “io 24″ e  l’altra rimane un attimo in un silenzio interdetto.
Si ripiglia subito, è ora di tirar fuori dal suo carrello rosso le mirabilie acquistate, e vuol pagare con dei buoni, non vuole resti, tanto torna subito a fare dell’altra spesa, e mostra un blocchetto, li deve finire oggi, porta a casa questa, poi torna.
Se ne va, saluta il cassiere che non alza lo sguardo, lei rassicura,”a tra poco” ma sembra ce nessuno ambisca a questa certezza.   Servizio Assistenza non l’ha seguita, si è fermato dalla bionda di 24 anni , le  sorride  chiedendo se è sua la merce nel cestino,  e la ripone  delicatamente sul banco, poi, “con permesso”,   porta  via la pigna di cestelli, spingendola sulle rotelle sino all’ingresso, dove si ferma, nuovamente statuario, servendo assistenza.

Suoni.

Il silenzio della notte è bucato dal canto di alcuni uccelli, invisibili, un canto troppo grande per un usignolo, e troppo articolato per un rapace.
Non ho sentito stamattina i gabbiani e le rondini, mi ha svegliato un uomo che prendeva il suo ciclomotore,  che rispondeva ad un altro affacciato alla finestra “Non ho voglia di lavorare oggi, pazienza,  ancora un mese”.
Arrivano parole dall’altoparlante dell’Imbarcadero, so che annunciano una partenza,  poco dopo i tre suoni di tromba del battello la sanciscono.
Una portiera sbatte, la macchina parte.
I passi di una persona che si dirige verso il lago.
Voci di ragazzi che passano.
La vicina di sotto, dal balcone, parla con un’altra signora affacciata alla finestra, sulla piazza, una delle due si chiama Maria, forse entrambe si chiamano Maria. Mi  pare un’abitudine quotidiana, chissà se è una specie di appuntamento sottinteso, o entrambe controllano la finestra, per affacciarvisi casualmente nel momento in cui intravedono l’altra.
Ora, note educate di  un contrabbasso.
Una signora silenziosa sta seduta in vista al balcone, ha una gamba ingessata.
Mi piace stare qui, dove i suoni arrivano distinti, e mi accorgo del silenzio.

Suoni.

Il silenzio della notte è bucato dal canto di alcuni uccelli, invisibili, un canto troppo grande per un usignolo, e troppo articolato per un rapace.
Non ho sentito stamattina i gabbiani e le rondini, mi ha svegliato un uomo che prendeva il suo ciclomotore,  che rispondeva ad un altro affacciato alla finestra “Non ho voglia di lavorare oggi, pazienza,  ancora un mese”.
Arrivano parole dall’altoparlante dell’Imbarcadero, so che annunciano una partenza,  poco dopo i tre suoni di tromba del battello la sanciscono.
Una portiera sbatte, la macchina parte.
I passi di una persona che si dirige verso il lago.
Voci di ragazzi che passano.
La vicina di sotto, dal balcone, parla con un’altra signora affacciata alla finestra, sulla piazza, una delle due si chiama Maria, forse entrambe si chiamano Maria. Mi  pare un’abitudine quotidiana, chissà se è una specie di appuntamento sottinteso, o entrambe controllano la finestra, per affacciarvisi casualmente nel momento in cui intravedono l’altra.
Ora, note educate di  un contrabbasso.
Una signora silenziosa sta seduta in vista al balcone, ha una gamba ingessata.
Forse è anche  per questo che sto bene qui: qui sento suoni, a Milano sento rumore.

A Villadossola per un concerto

Abbandonando il lago Maggiore, la strada si addentra in una valle, tra monti scoscesi e verdissimi, pioviggina. Mi fa specie l'idea di andare verso la montagna, ed incontrare così tanti capannoni, ed aziende. Parecchie sono di  lavorazione del granito, lastre e blocchi sono impilati all'esterno dei laboratori, altri espongono sfere, colonne, lapidi… a Candoglia vedo un monumento rivestito di marmo rosato,  che è  stato usato perfino per i muretti dei giardini, al posto dei mattoni o delle beole.
Mi riconforta incontrare il cartello triangolare col cerbiatto che balza,  proseguendo,  un altro cartello mi segnala che siamo nel Parco Nazionale della Val Grande.
Si incontrano anche dei bei campanili,  sono un po' la mia passione,  penso sempre al mio progetto per un libro fotografico,  giustappunto, ci penso e non ne fotografo mai nessuno: mi capita di vederli  sempre  a distanza,  passando in macchina,  mentre mi piacerebbe andare in giro a cercarli,  magari in motocicletta, che però non guido, quindi non so se questo progetto lo realizzerò mai.
Villadossola, mi sembra strana, quasi tutte case recenti, una piccola Milano  ai piedi di montagne impervie. Il Centro Culturale La Fabbrica, pensi che sia un vecchio opificio, chissà, se una volta lo era se ne è cancellata l'impronta: è una struttura enorme color salmone nel centro cittadino, un teatro a tutti gli effetti, e sfruttato, pure.
Per il concerto dell'Akademie Alte Musik Berlin, il penultimo della rassegna Stresa Festival 2011, è pieno.
Omaggiata  di un posto in prima fila, il concerto è stato per me una piacevolissima sopresa. fagotto, violini, clavicembalo, viola e violoncello, flauto ho potuto non solo ascoltare, ma anche guardare… osservavo i movimenti degli artisti e cercavo di discernere, nell'armonia, il suono dello strumento che ne derivava… mi sembra di aver imparato tantissimo sulla musica, questa sconosciuta. Quello che ho trovato affascinante è stato anche seguire la musica nelle espressioni dei musicisti, che uno di solito ascolta un'orchestra, e li pensa lì belli impassibili e concentrati.
Concentrati  sicuramente lo sono,  ma impassibili no. Si lanciano sguardi d'intesa ammiccamenti prima di cominciare un brano nuovo, ma ognuno ha la sua mimica. Il suonatore di clavicembalo sembrava  sorridere al suo strumento, la suonatrice di viola pure sorrideva, e le veniva la fossetta sulla guancia, e scuoteva i capelli,  trattenuti da un piccolo  fermaglio. Il violoncellista accentuava con il capo  ogni  passaggio, e sembrava soffrire. Il primo violino riccioluto avrebbe voluto danzare, secondo me, mentre le altre due violiniste erano  più  compassate, con la  loro guancia appoggiate allo strumento, o forse viceversa,  seguendo la musica chiudevano gli occhi come a gustare la sublimità e la perfezione del suono.
Insomma,  musica erano i suoni, ma anche i corpi dei musicisti.. ripensavo al film Fantasia di Disney "vedrete la musica, ascolterete le immagini".

Il rito della salamella democratica e sensazioni felliniane.

La Festa Democratica del primo giorno è semideserta, qualche macchina che gira, ancora qualche rumore di martellate, e della prezzatrice nella libreria.
Appena appostata al tavolo per consumare il rito della salamella democratica, un esercito di zanzare arriva di corsa dall'adiacente prato alberato, poi sparisce, forse messe in fuga dall'esercito  dagli offritori di opuscoli, che tristemente di chiedono di comprarli, o mostrano qualche  sparuto giornale, o anche niente… puoi dare qualcosa al primo, al secondo, ma tutti cominciano a sembrare troppi, ed io soffro molto di sensi di colpa, e mi  sento in colpa, essere  alla festa democratica e non dare nulla a chi ha meno di me.  Mentre  consumavo la mia coppetta di gelato crema e spagnola, un giovane si è fermato, aveva sete, gli davo qualche soldo? No… basta, così ho mangiato insieme al gelato dose doppia di sensi di colpa, uno perchè mangiavo il gelato invece di stare a dieta, il secondo perchè io mangiavo un gelato mentre un altro diceva di morire di sete.  Ma ero anche sicura che col mio soldo non avrebbe comprato l'acqua, ma si sarebbe rivolto al tavolino a fianco dicendo di avere sete… troppe volte mi sono capitate cose così, è evidente, è  una tecnica.
Tra i tavoli della griglieria  e della gelateria si aggirava invece un vecchio con un giornale sotto il braccio,  allampanato e con le guance scavate, che ripeteva " Macchè cambiamento, partit de merda, che  cambiamento, sono trent ann ca vegni chi".
Nel gazebo delle danze gli strumenti erano stati approntati, e Radio Zeta si era azzittita. Un'impressione strana, l'assenza di musica nel sottofondo. Una madre ballava in solitaria in un cono di luce con la sua bimba, un soldo di cacio… due anziane signore avevano girato le sedie verso la pista silenziosa, in primissima fila, forse pronte nella speranza di un invito alle danze?
Gli orchestrali sono arrivati, e per incanto pista e piazzetta si sono popolate, nell'onda di un hully gully, mentre una bachata ha poi accompagnato  una coppia di camerieri che danzava  armoniosamente,  incorniciata dalla porta laterale della griglieria.
Un terribile senso di stanchezza e dejavu tra le bancarelle… forse la noia di non aver soldi da spendere in cose superflue.

A Villadossola per un concerto.

Abbandonando il lago Maggiore, la strada si addentra in una valle, tra monti scoscesi e verdissimi, pioviggina. Mi fa specie l’idea di andare verso la montagna, ed incontrare così tanti capannoni, ed aziende. Parecchie sono di  lavorazione del granito, lastre e blocchi sono impilati all’esterno dei laboratori, altri espongono sfere, colonne, lapidi… a Candoglia vedo un monumento rivestito di marmo rosato,  che è  stato usato perfino per i muretti dei giardini, al posto dei mattoni o delle beole.
Mi riconforta incontrare il cartello triangolare col cerbiatto che balza,  proseguendo,  un altro cartello mi segnala che siamo nel Parco Nazionale della Val Grande.
Si incontrano anche dei bei campanili,  sono un po’ la mia passione,  penso sempre al mio progetto per un libro fotografico,  giustappunto, ci penso e non ne fotografo mai nessuno: mi capita di vederli  sempre  a distanza,  passando in macchina,  mentre mi piacerebbe andare in giro a cercarli,  magari in motocicletta, che però non guido, quindi non so se questo progetto lo realizzerò mai.
Villadossola, mi sembra strana, quasi tutte case recenti, una piccola Milano  ai piedi di montagne impervie. Il Centro Culturale La Fabbrica, pensi che sia un vecchio opificio, chissà, se una volta lo era se ne è cancellata l’impronta: è una struttura enorme color salmone nel centro cittadino, un teatro a tutti gli effetti, e sfruttato, pure.
Per il concerto dell’Akademie Alte Musik Berlin, il penultimo della rassegna Stresa Festival 2011, è pieno.
Omaggiata  di un posto in prima fila, il concerto è stato per me una piacevolissima sopresa. fagotto, violini, clavicembalo, viola e violoncello, flauto ho potuto non solo ascoltare, ma anche guardare… osservavo i movimenti degli artisti e cercavo di discernere, nell’armonia, il suono dello strumento che ne derivava… mi sembra di aver imparato tantissimo sulla musica, questa sconosciuta. Quello che ho trovato affascinante è stato anche seguire la musica nelle espressioni dei musicisti, che uno di solito ascolta un’orchestra, e li pensa lì belli impassibili e concentrati.
Concentrati  sicuramente lo sono,  ma impassibili no. Si lanciano sguardi d’intesa ammiccamenti prima di cominciare un brano nuovo, ma ognuno ha la sua mimica. Il suonatore di clavicembalo sembrava  sorridere al suo strumento, la suonatrice di viola pure sorrideva, e le veniva la fossetta sulla guancia, e scuoteva i capelli,  trattenuti da un piccolo  fermaglio. Il violoncellista accentuava con il capo  ogni  passaggio, e sembrava soffrire. Il primo violino riccioluto avrebbe voluto danzare, secondo me, mentre le altre due violiniste erano  più  compassate, con la  loro guancia appoggiate allo strumento, o forse viceversa,  seguendo la musica chiudevano gli occhi come a gustare la sublimità e la perfezione del suono.
Insomma,  musica erano i suoni, ma anche i corpi dei musicisti.. ripensavo al film Fantasia di Disney “vedrete la musica, ascolterete le immagini”.

Il rito della salamella e impressioni felliniane.

La Festa Democratica del primo giorno è semideserta, qualche macchina che gira, ancora qualche rumore di martellate, e della prezzatrice nella libreria.
Appostata al tavolo per consumare il rito della salamella democratica, le zanzare arrivano di corsa dall’adiacente prato alberato, poi cambiano idea, forse messe in fuga dal potente esercito  dagli offritori di opuscoli, che tristemente di chiedono di comprarli, o mostrano qualche  sparuto giornale, o anche niente… puoi dare qualcosa al primo, al secondo, ma tutti mi cominciano a sembrare troppi, ed io soffro molto di sensi di coe, e mi  sento in colpa, essere  alla festa democratica e a non dare nulla a chi ha meno di me.  Mentre  consumavo la mia coppetta di gelato crema e spagnola, un giovane si è fermato, aveva sete, gli davo qualche soldo? No… basta, così ho mangiato insieme al gelato dose doppia di sensi di colpa, uno perchè mangiavo il gelato invece di stare a dieta, il secondo perchè io mangiavo un gelato mentre un altro diceva di morire di sete.  Ma ero anche sicura che col io soldo non avrebbe comprato l’acqua, ma si sarebbe rivolto al tavolino a fianco dicendo di avere sete… troppe volte mi sono capitate cose così, è evidente, è  una tecnica.
Tra i tavoli della griglieria  e della gelateria si aggirava invece un vecchio con un giornale sotto il braccio,  allampanato e con le guance scavate, che ripeteva ” Macchè cambiamento, partit de merda, che  cambiamento, sono trent ann ca vegni chi”.
Nel gazebo delle danze gli strumenti erano stati approntati, e Radio Zeta si era azzittita. Un’impressione strana, l’assenza di musica nel sottofondo. Una madre ballava in solitaria in un cono di luce con la sua bimba, un soldo di cacio… due anziane signore avevano girato le sedie verso la pista silenziosa, in primissima fila, pronte per non perdersi un commento maligno sul ballerini, o nella speranza di un invito alle danze?
Gli orchestrali sono arrivati, e per incanto pista e piazzetta si sono popolate, nell’onda di un hully gully, mentre una bachata ha poi accompagnato  una coppia di camerieri che danzava  nella cornice dell’ingresso laterale della griglieria.
Un terribile senso di stanchezza e dejavu tra le bancarelle… la noia di non aver soldi da spendere in cose superflue.