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Tempo di Libri, Milano 2017

Premetto che non sono un’addetta ai lavori, sono solo una che bazzica.
Lascio stare tutte le questioni economiche, i perchè della nascita dell’esposizione a Milano, non li conosco approfonditamente, mi interessano poco, son giochi sopra le nostre teste.
Mi interessa cosa trovano le persone, i potenziali lettori, che vanno a queste manifestazioni.
In attesa di tornare al Salone di Torino, che sarà dal 18 al 22 maggio 2017, per vedere cosa ne sarà –  da un’occhiata al sito sembra lì bello e robusto – scrivo qualcosa sull’evento  di Milano, il mio consueto mucchietto di pensieri.
Il confronto è inevitabile, dovuto anche alle macroscopiche somiglianze.
Un primo pensiero è che occorre valutare Milano (li  chiamerò uno Milano e l’altro Torino, per brevità) con una certa oggettività, non con dispetto,  gelosia,  prevenzione, perchè il nuovo non lo conosciamo e siamo affezionati al vecchio: questo atteggiamento non giova al libro e alla cultura… vediamola come un’occasione in più.
Consideriamo il periodo… non è certo favorevole scegliere un ponte vacanziero, un solo mese distante da  Torino… ma in  marzo c’è Book Pride, e in novembre c’è Book City, a settembre il festival della Letteratura di Mantova, e mettiamoci Roma nel periodo dell’Immacolata.
Il logo e il sito di Torino sono un passo avanti rispetto Milano: il programma online era inguardabile, con i riquadri che non contenevano i nomi completi degli eventi, e bisognava aprirli per leggerli,  e pochi riquadri per pagina… una consultazione, online, che richiedeva  un sacco di tempo, tutt’altro che visivo.
E anche non mi pare si sia martellato abbastanza, per fare sapere della novità milanese.
Anche nel metrò non  c’erano indicazioni palesi per il libro, per chi arrivava per la prima volta, come la sottoscritta.
Nei padiglioni la numerazione degli stand non so bene che criterio seguisse, a me sembra che siano riusciti a rendere inutili lettere e numeri, non devono aver mai giocato a battaglia navale:  perchè chiamarlo G02 se non lo trovi tra G01 e G03, anzi si passa dal G2 al G9?   neanche si poteva dire che i pari sono in un padiglione e i dispari in un altro.
Il nome, Tempo di Libri, non è un granchè, e se per Torino c’era il Fuori Salone, o Salone Off,  Fuori tempo di Libri è un filo penoso, anche Tempo di libri off non suona meglio.
Occorre dire che è difficile trovare una qualche denominazione  che riguardi il libro e non sia stata usata…  LiveBook? EveryBook?per state in assonanza con Book City e BookPride.
I due saloni si assomigliano parecchio, per quando riguarda gli stand e le sale per gli eventi: a parte il fortilizio del Libraccio, e alcune editrici grandi che avevano dato una parvenza di arredo al loro spazio, i piccoli, con minori mezzi economici, cosa possono fare se non impilare i loro libri sul banco?  Una cosa, a Milano rispetto a Torino i nomi degli editori non erano tutti visibilissimi.
In ogni caso penso che i libri radunati in uno spazio unico siano meglio usufruibili da famiglie con membri di ogni età, ci si muovono  agevolmente carrozzine passeggini e carrozzelle e stampelle.
Presentazioni e conferenze ce ne sono per tutti i gusti.
Mentre per Book City devi correre per tutta la città, bella come idea di distribuzione capillare della cultura, magari di fianco a casa tua,  ma non bisogna essere pigri, e bisogna scegliere bene,  che se poi scopri che non ti piace…gambe in spalla e corri da un’altra parte riattraversando la città, che non è piccola, mica è Mantova.
Quanto alla raggiungibilità, sia Milano che Torino sono servite da metropolitana e da posteggio, c’è lo sportello bancario, a Milano ho notato in più una edicola tabacchi e una  defibrillatore… oddio, magari c’erano  anche a Torino, e non li ho visti.
Affluenza… Torino 2016, ci sono tornata dopo un paio di anni di assenza, era parecchio dimagrita,  come stand, ma l’affluenza era comunque maggiore rispetto questa prima edizione milanese. Ma appunto per Milano è la prima… spero non l’ultima, come spero di continuare ad andare a Torino col mio trenino, e vedere gli aironi nelle risaie all’andata, e non vedere più niente al ritorno, per la stanchezza.

 

 

LETTERE DA BERLINO

Sottotitolo: Quando Twitter non esisteva ancora.
Otto e Anna Quangel, berlinesi,  hanno perso il figlio sul fronte franco-tedesco;  nel padre , meccanico, matura l’idea di spargere granellini di sabbia, ma tanti, per far fermare la macchina tritatutto del nazismo (tritatutto l’ho aggiunto io).
Una cosa che ai tempi di twitter sembra una bazzecola – no, non penso sia una bazzecola mandare messaggi dai paesi dove la libertà non abita più – bazzecola perchè per la maggioranza di noi è un gesto familiare quotidiano che si fa senza pensarci troppo su.
Non ho letto il libro di Hans Fallada da cui è stato tratto, Ognuno muore solo – di Fallada lessi da bambina il romanzo Fridolino tasso birichino, lo lessi rilessi e lessi ancora, tanto mi piaceva  per cui non so dire quanto il film segua il romanzo, che comunque è stato ispirato dalla storia dei coniugi Otto e Elise Hampel.
I granellini di sabbia sono cartoline, accurate come piccoli capolavori,  dove marito e moglie riportano brutali crude verità sul nazismo, e che poi rischiosamente disseminano nei luoghi più frequentati della città, perchè vengano raccolte e lette, perchè  sveglino le coscienze dei concittadini narcotizzate dalla paura.  Solo,  la maggioranza dei biglietti viene raccolto da persone  terrorizzate dalla sola vista dello scritto,  e da questi consegnati alla polizia hitleriana, che ovviamente indaga e noi,  sostenuti da una consona colonna sonora, si fa il tifo perchè i coniugi non vengano scoperti.
E’ sempre opportuno non smettere di raccontare quel buio alle nuove generazioni, ma mi chiedevo cosa avesse da offrire l’ennesimo film sul periodo nazista,  e credo sia il quotidiano dei cittadini sotto il nazismo.  La vecchia signora Rosenthal rifugiatasi in soffitto e foraggiata dalla postina, il giudice Fromm che si offre di nasconderla, il ladro sciacallo, la fila di donne ebree costrette a raccogliere mattoni in mezzo a delle macerie,  i lavoratori che devono incrementare la produzione per obbedire a Hitler, chi si mutila le mani per non partire militare, chi si terrorizza per aver solo toccato e letto le cartoline dei Quangel, l’investigatore in gamba che lotta col suo senso dell’onore e la sua coscienza.
Comune denominatore la paura.
Ripenso all’altro film visto recentemente sull’argomento, Frantz, collocato invece alla fine della guerra, dove i genitori apparivano invece  più rassegnati, in attesa di qualcosa, di qualche segnale che non poteva più arrivare.
La cosa più bella qui è l’amore della coppia protagonista, un amore intenso e di poche parole, timido e dolce, che arriva e commuove.
Non conosco il regista Vincent Perez, non ricordo  Brendan Gleeson che avrei già visto in Suffragette (era anche  nella serie di Harry Potter) e qui bravissimo, non ricordo in altri film anche se ne ha girati parecchi di rilievo che non ho visto l’investigatore Daniel Bruhl, ma ricordavo  benissimo la grande Emma Thompson, già amata in Casa Howard, Quel che resta del giorno, Ragione e sentimento.
Curiosamente, se penso a Jane Austen, l’inglesità che amo, la vedo con i tratti di Emma Thompson, anche se in realtà la scrittrice era tutta diversa.

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FILOVIA 90-91

Alla fermata mi sono seduta sulla panca tra un giovane di colore e una coppia di anziani invece di incolore.
Ha suonato un cellulare, non era il mio, il ragazzo, pulito e ben vestito, uno studente, risponde al suo imponente Samsung .
L’anziano scuotendo il capo ha bisbigliato alla moglie: “Guarda che telefono che ha!! …visto?”
Eccerto! Sono i nostri 35 euri che lo mantengono così bene. Sono certa che hanno  pensato quello, e nero è nero,  quel lavavetri con la t-short rigata che stava facendo la gimcana tra le macchine della circonvallazione, era evidente che dei 35 euri se ne faceva un baffo, quello no, non lo guardavano.
Sono poi salita sull’autobus, una signora col capo coperto, musulmana direi, in buon italiano mi ha indicato un posto a sedere, ho ringraziato, sto su poco, sto in piedi.
L’ho poi sentita, alle mie spalle, parlare con qualcuno… o da sola, non so. “Cose da pazzi. Ci sono i posti per gli invalidi e quel ragazzo sta seduto,  non si muove, che gente, che mondo,  non si capisce più niente”
L’ho vista andare dal ragazzo di incolore, farlo alzare, e far sedere una signora di incolore con le stampelle.
Poi, poi basta, sono scesa.

FRANTZ

frantz-mit-pierre-nineyCitandolo ad un amico, da poco uscita dal cinema, ho bollato questo film come molto lento e mediocre.  Ripensandoci, lento è lento, ma non è così banale.
Non intendo accennare alla trama,  perchè l’aspettativa è necessaria al film e non voglio rovinarne la visione.

Non conoscevo nessuno degli attori del cast, nemmeno  la luminosa Paula Beer, la protagonista Anna, che ha vinto il premio Mastroianni alla 73ma Mostra di Venezia,  nè Pierre Niney, il coprotagonista Adrien, dai dilaganti padiglioni auricolari, dai  tratti che ben si adattano alla fragilità psichica del personaggio che interpreta. Il film è girato in bianco e nero, salvo i momenti dei ricordi dei  sogni e dei racconti, immagino sia il contrasto con la realtà non troppo allegra dell’immediato dopoguerra.  Una cosa curiosa: ripensando ad alcune scene, mi chiedo, era in bianco e nero o a colori? Tipo le ultime inquadrature, per me doveva essere a colori, la realtà non più grigia perchè la vita riprende, ma non lo so, forse era in bianco e nero:
La fotografia è ottima, a causa di tale Pascal Marti, a me sconosciuto (e scopro sul web che, col suo zampino,  avevo visto secoli or sono Le fate ignoranti)  come mi è sconosciuto l’autore della colonna sonora, Philippe Rombi (con lui avevo visto Nella Casa, sempre di Ozon): in alcuni film (tra cui questo) non mi accorgo della colonna sonora, mentre in altri  la distinguo, come nei film di Allen, per esempio, che spesso introduce motivi già noti, li riconosco. Vabbè, Barry Lindon, Lawrence d’Arabia, Giù la testa, erano musicone.Non so dire se sia un  demerito del musicista o un merito:  non la distinguo semplicemente perchè è  ben amalgamata con il film, o  sono concentratissima sulla vicenda, ovvero il film mi ha preso, nel suo insieme, con buona soddisfazione del regista Francois Ozon e i suoi collaboratori.
D’altra parte, quando scrivo di un film,  mi piace annotare le mie impressioni di spettatrice qualunque, non da professionista, ce ne sono già tanti più preparati di me, per farlo:
Correggo, meglio: quando scrivo, in generale, che sia di un film o di altro.
Non penso di possedere la Conoscenza, e l’Infallibilità.
Dicevo, questo film non è poi una così banale storia d’amore,  porta a riflettere sulla menzogna e sulla verità, l’amore semplice e l’amore complesso, la fiducia ed il perdono.
Come sembri a volte  inutile la verità,  addirittura importuna, quando vogliamo imporla ad altri per far stare bene noi stessi, anche se non ci è richiesta..anzi, le menzogne fanno stare così bene, perchè ferire, quanto siamo egoisti, per sottrarre momenti di vita a colori agli altri?
Il perdono anche, è una faccenda complicata, bisogna stabilire una graduatoria dei nostri valori, quali siano ovviabili e quali no, un subbuglio dentro di noi, quindi.
Nota a margine, la vicenda si svolge nel 1919, e nel paese tedesco dove arriva,  Adrien è malvisto in quanto francese,  i francesi sono gli  assassini dei giovani morti al fronte…questo nazionalismo, questa diffidenza a guerra finita.  tu sei francese, io tedesco, abituata all’idea di Europa, fa un po’ effetto, ma viene il pensiero: ci torneremo? visto che anche i muri, pare,  “a volte ritornano”.

Brevi appunti su WOODY di Federico Baccomo, ed.Giunti, pagg 91

600woodySembra un libretto, perchè  è scritto grande, spaziato, un numero modesto di pagine, ha addirittura le figure, eppure e un libro completo, che ti fa vibrare, leggi e vuoi andare avanti… una cosa che mica capita sempre.
Il mondo visto con gli occhi di un basenij… come mai un basenji, mi chiedo, è un cane non comunissimo in Italia,  mi documento, è un cane di origine africana, molto dolce ma determinato.
I ragionamenti canini ci stanno, possono essere pensieri e  ragionamenti che un cane fa davvero. Mi è piaciuto quel riportare i nostri comportamenti umani  come in un sistema binario, 0-1 del bene e del male, tutte le nostre sovrastrutture mentali, ridotte a un Padrona felice, o Padrona non felice,  concetti semplici, che poi quello sono, elementari, veri, senza tanti giri di parole.
Insomma attraverso quello che il cane ascolta, o vede, o deduce, si delinea una storia, una storia di affetto dedizione e anche di violenze.
Per giudicare un film di solito mi chiedo se esco dal cinema portandomi dentro qualcosa del film… ecco, con la lettura di questo libro è successo.

 

The Danish Girl

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Un capolavoro…
Quando esci dal cinema portando dentro di te i personaggi,  lo è.
La musica avvolgente, ogni fotogramma un quadro, splendido per colori e suggestioni…
Ho vissuto con Gerda e Lili/Einar la loro storia, ho trattenuto a fatica le lacrime:
Una coppia felice, giovane, in cerca di un figlio che non arriva… il caso, ed Einar accarezza delle vesti di raso, indossa una calza femminile… viene alla luce una sofferenza interiore, una sofferenza  liberazione, e questo non può che creare uno scompenso nella coppia, che il profondo affetto riesce a superare,  Gerda non abbandonerà mai Lili, la seguirà nella sua trasformazione.
Lili è il primo uomo che ha affrontato un intervento chirurgico per diventare donna…desiderava addirittura diventare madre.
150px-man_into_woman_an_authentic_record_of_a_cha_wellcome_l0031868Nel 1930 questa possibilità non veniva neanche in mente ai medici che avevano interpellato prima del chirurgo… schizofrenico, interventi coi raggi, operazioni alla testa, camicia di forza…solo il chirurgo tedesco capisce che la malattia è il corpo maschile che  riveste  una donna.
Voglio parlare con Einar, dice Gerda a Lili… ma Einar non c’è più, Einar si sforza di tornare, ma non ce la fa, confessa che anche quando dorme, sono i sogni di Lili:
Eddie Redmayne e Alicia Vikander sono riusciti a comunicarmi il disorientamento la scoperta la sofferenza la liberazione l’intensità dell’amore…anche la durezza.
Non so perchè mi venissero le lacrime, sicuramente avvertivo tutto questo, ed anche il pensiero dell’incomprensione dei più, lo scherno, cui queste persone – come accade anche in tanti altri tipi di diversità – sono destinate, e mi viene una sorta di rabbia..
Soprattutto in questo periodo di discussioni per la legge delle unioni civili, delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, ecco, chi denigra, che deride, chi si indigna, si mettesse nei panni di questi “diversi”…e vengano a dirci  se è natura, o contro natura.

qui il trailer del film

Good Kill all’ ucci ucci cinema.

Ieri sera alle ore 22 circa facevo il mio ingresso piovoso nel mondo dei cinema multisala, quelli grandi grandi che in genere non stanno in centro città, hanno il loro parcheggio, cattedrali a  misura dello spettatore d’allevamento. 0
Come in tutti i cinema, dove c’è la cassa c’è un tabellone qui altissimo, con il titolo del film, le sale (qui in numero di otto), l’orario, i posti disponibili.  La coda scorre  veloce, per fortuna.. quando arrivi in prossimità della cassa, si palesa un cartello ad altezza umana:
I film hanno inizio 25 minuti dopo l’orario indicato, i biglietti si vendono fino a 20 minuti successivi ” .Glab, il film cominciava alle 22.40, quindi….alle 22.65, ovvero alle 23.05.
Ottenuti i biglietti, ci si dirige alla sala, al piano superiore.  Ci si accede, pare, solo con una scala mobile, custodita  da due omini del cinema, quelle che una volta si chiamavano maschere, ora sembrano mastini. Non si sale fino a che non cominciano i film. L’atrio è infatti pieno di gente vagante.  Ci sono bar, ristoranti, pizzerie, pochi sedili indipendenti. Ci si dirige a prendere un caffè. Per forza, la ggente in qualche modo deve passare il tempo di attesa. Poi cosa c’è di più comodo che cenare direttamente lì?  Chissà quanti amori sono nati nei fast food, quante dita unte fried chicken si sono sfiorate, strette, durante la visione del film.
Dopo il caffè, ecco, è l’ora, possiamo accedere alla suprema scala mobile, passiamo, ma la piccola sala 7 è al secondo piano.  Ci sono le scale, dal primo al secondo. Quelle mobili non le vedo, c’è un ascensore che puoi prendere solo per scendere.
Quindi, ascendo al secondo piano per le scale  immobili.
Insomma, il compito assegnatoci è chiaro.

good-kill_rq15Il film. Good Kill, sembrava interessante, parlava di guerra coi droni, interventi mirati da migliaia di chilometri di distanza, ed il disagio di un aviatore passato dalle azioni in volo a quelle seduto davanti a un monitor, problemi che si riversavano sulla vita di coppia etc.
Nella prima parte del film mi sono anche un attimo addormentata, le continue riprese dal drone non erano il massimo, e tutto il ritmo del film è assai lento.
Il sottotitolo del film spiega tutto: Se tu non vedi in faccia il tuo nemico come puoi vedere in faccia te stesso?
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Ci si sente un poì vigliacchi a eliminare vite umane,  non sempre tutti combattenti, dalla propria sedia, obbedendo agli ordini di una voce che arriva da un altoparlante…è un videogioco fatto realtà. Thomas Egan non riesce più, ed anche una volontaria in team con lui si svolontarizza, ma tant’è, non è un film denuncia, non ha smosso le acque, e i droni partiranno infatti anche da una base italiana, verso il Nordafrica, a scopo solo di difesa… speriamo lo scopo non cambi.
Ci si pone un dilemma, nel film, a cui non viene data risposta, una risposta che non viene data neanche nella vita fuori dal film : “loro ci uccidono, noi li uccidiamo, i loro figli sopravvissuti si vendicheranno uccidendoci, non è la soluzione” .  Se gli USA usano i droni, loro usano i bambini bomba, e fanno attentati uccidendo consapevolmente nostri civili, e sono ovunque, non in una casetta vigilata da un drone e bombardabile.
Un film che può piacere agli appassionati del genere, quale io non sono.
Tra l’altro, mi ha colpito  la forte presenza della geometria nel film. Dal taglio di capelli a spazzola dell’ex pilota, alle casetta afghane, alle inquadrature per sganciare le bombe (oh, ma qualcuno che mette la benzina e le bombe nei droni, e da dove partivano. questo non lo ho visto, se c’ero dormivo, forse), ai quartieri dei militari in Las Vegas, sembravano le casette del gioco SIMS1, tutte in fila, tutte uguali, e anche la moglie del protagonista, Molly, sembrava una Barbie.
Impatto empatico pari a zero.Io, magari per voi tantissimo.
Mah!

Arrivo buon’ultima, The Artist.


Volevo vedere questo film , un po’ per la pioggia di Oscar,  se ti dicono che la torta è buona vien voglia di assaggiarla, se non altro per il gusto di trovarle dei difetti, e un po’ per la curiosità di rivedere un film muto. Non dico curiosità del bianco e nero,  perchè ce ne sono stati altri, Il mistero del cadavere scomparso, Frankenstein Junior che hanno avuto un degno successo,  quanto proprio per il muto, una storia ai tempi del muto. Non credo sia casuale il nome del protagonista, George Valentin, poteva essere anche  Rodolfo  Georgino, serio quanto Peppy Miller, Peppy, che suonava però benissimo.
Come contenuti, il film non porta certo  nulla di nuovo,  film sul cinema e sugli attori  ce ne sono a bizzeffe, il pià vecchio che mi viene in mente ora è Viale del Tramonto, però è piacevole e rilassante, sarà perchè è pieno d’amore e di persone buone, o forse perchè non ci son troppe parole nè troppi rumori,  e la musica scandisce a dovere la loro assenza: il cinema muto, era muto di tutto. Sicuramente,  a colori e col parlato, sarebbe stato un film come gli altri,  perdendo anzi gran parte dei suoi momenti di ironia ed ilarità, insomma, è un bel film perchè è muto e in bianco e nero, ed in questo sta la pensata, apprezzabile. Anzi, mi pare di aver letto da qualche parte che era stato girato a colori, e non so se trasformarlo in bianco e nero sia stata l’idea primitiva, o un ripiego.
Gli attori erano perfetti, con la mimica necessaria  per un film senza parole,  perfettamente acconci. Si rivedono qui l’ex sig, Flinstone e l’ex padrone di Babe, il maialino coraggioso, in una parte ora commovente, l’autista Clifton, che nei ritagli di tempo preparava autografate  con l’orma della zampina le foto del grande attore e del suo cane, quel cane del protagonista, un Jack Russell strepitoso. Confesso che ho pianto quando il padrone, in declino, gli prestava meno attenzione, ed il cagnetto, Uggie, invece lo ha salvato, asciugarsi le lacrime dietro gli occhiali senza conciare le lenti non è facile. George Valentin, alias Jean Dujardin, non parlando sorrideva e inarcava sopraccigli, e Berenice Bejo, questa Berenice  allegra ed agilissima di fisico e perfino di faccia, aveva mille espressioni e poi tornava lei, disinvolta nell’indossare il suo collo lunghissimo. Lo ridico ancora una volta, le donne francesi hanno un fascino tutto loro, invidiabilissimo.
Un film pieno d’amore, d’amore non detto non solo per l’assenza di parole, dove solo la moglie sembra possedere il sentimento dell’odio e lo scarica annerendo i denti delle foto del celebre marito.
E poi, la torta a me viene voglia di assaggiarla ancora di più se ha un aspetto golosissimo e mi dicono che non è buona: Oh caspiterina, e come mai? Non può non esser buona.

La fontana con i ragni d’acqua – 1

La fontana dei gemelli sarebbe stata in bella vista dalle vetrate del salone, se la siepe di mortella non fosse stata lasciata crescere troppo.  D’altra parte, il giardino della villa di Baveno era troppo grande per un giardiniere solo, il Gianni, e si sa che l’erba continua a crescere, come le erbacce nella ghiaia dei vialetti, e le foglie cadono un po’ tutto l’anno, e nelle fontane si crea la melma, le alghe.  Anche nella cartolina, che avevo comprato in una tabaccheria di Stresa, il prato sembra tosato giusto per lo scorcio, un po’ di maquillage per fare  la fotografia, suppongo, in una mezza primavera di non so quando, perchè si vedono fiorite le azalee che dividevano il prato da un vialetto. Se la memoria non mi inganna, dovevano essere di quelle coi fiori bianco-rosato, con nervature rosse, e rossi anche gli stami. Questo lato del giardino era quello meno frequentato, e ci stavo sempre con un certo timore, dovuto, penso, alla  scarsità di compagnia che avevo, se non fosse stato per i miei cugini che ogni tanto vedevo, o il figlio di un’amica di mia zia, che però avevano la villa a Stresa ed a Vedasco, poco sopra. Eppure la solitudine non mi pesava, avevo sempre qualcosa da fare.  La raccolta di farfalle, per esempio, sino a quando mi sono convinta che era una pratica crudele, e mi sono allora dedicata all’erbario: ricordo che papà mi aveva regalati un libretto, edizioni Martello, Fiori spontanei, devo averlo ancora da qualche parte. Insomma, era un lavorone riconoscere i fiori nelle riproduzioni,  imparare che il fiore giallo che se lo raccogli poi fai la pipì a letto, non è vero  che fai la pipì a letto e si chiama tarassaco, e che nel giardino, come niente fosse, avevamo la borsacchina. Ecco, papà sembrava l’unico che avesse piacere a stare con me, a parlare di tutte queste cose.
Avevo anche cercato di addomesticare una  lucertolina, ma quando le si è staccata la coda che continuava a vivere di vita propria sul cuscino del divano, ho urlato e piangevo come una matta prima dallo spavento, e poi perchè le avevo fatto sicuramente  male.
Passavo anche del tempo a guardare i ragni d’acqua nella fontana dei gemelli, che si muovevano a zig zag sul pelo dell’acqua, e restavano un fenomeno inspiegabile, pensavo che fossero un po’ parenti delle libellule, se ne vedevano spesso intorno a quella fontana, quelle azzurrine leggere, e quelle grosse, tipo elicottero verde metallizzato.

La nonna Bice (e altre signore) – 1

La  nonna Bice aveva circa ottant’anni più di me, e non mi ricordo di averla mai  sentita  come una nonna affettuosa.  Il sabato pomeriggio mio padre mi  portava in visita, e si stava  in salotto, tra quadri e statuette di porcellana,  seduti ad un tavolino rotondo, sul quale la nonna spingeva verso di me una ciotola di peltro col coperchio  perchè prendessi un cioccolatino. Era piena di Caffarel, mescolati alle caramelle di zucchero alla menta fondente Perugina, ed io sceglievo sempre il cioccolatino a forma di ghianda, perchè si poteva dividere in due e quindi mi sembrava durasse di più: poi lisciavo la cartina marrone e oro, me l’avvolgevo al dito e quindi le davo la forma di un bicchiere a calice: il resto del tempo lo passavo a cercare di farlo stare in piedi, la nonna era noiosissima, mi chiedeva della scuola, e poi non sapevamo cosa dirci, ed insomma, quella cartina  dovevo farmela durare un bel po’.
Alle volte mi rifugiavo nello studio dal nonno, a guardare i suoi francobolli, gliene arrivavano da tutti i paesi, anche dall’Africa, coloratissimi, o in guardaroba dalla Rosa, la loro domestica, di una decina d’anni  più giovane della nonna,  molto rosea e liscia anche di pelle, con i capelli bianchi, e gli occhi aguzzi. Mi ricordo che preparava a Carnevale delle chiacchiere friabilissime ed era originaria di Sacile, dove non sono mai stata, ma dai suoi racconti mi è rimasta l’idea di un paese con case di sassi e tante salite con scalini di sassi, e anche molto verde tra i sassi. Non mi era granchè simpatica, preferivo la mia Angela, che un  anno passò le vacanze con lei al paese, e la mia signora Teresa, quella che veniva a cucire da noi, piccolina e coi capelli  grigi,  che stava dalle suore, ed io pensavo stesse in orfanatrofio.  Anche dalla nonna Bice andava una donna a cucire, mantovana, ma non la si chiamava signora, era solo la Temide, da lei soprannominata  La Temibile. Era davvero molto  esuberante, parlava urlando ed era spesso entusiasta “Ma varda come l’è bel, varda!” gridava dopo averti infilzato tutt’intorno gli spilli, come un lanciatore di coltelli,  “Una cusitura chì, e chì” ed il vestito era subito riadattato. Per anni non ho avuto quasi mai vestiti miei, mi arrivavano in gran parte da mia cugina di sei anni più grande di me, fortunatamente la zia sua madre aveva una sartoria in Via Verdi, di fianco alla Scala.
La nonna Bice e il nonno Mario                                              La nonna Bice e il nonno Mario

Impressioni Sanremose.

Confesso… mi sono piazzata in cucina col pc, un occhio al pc, un occhio alla tv, magari anche un orecchio, trattandosi di Festival della Canzone.
Goran Bregovic schiocca le dita alla sua orchestra, ha un piglio da domatore con i suoi leoni, ma  Romagna mia non gli si addice, credo si addica a ben pochi.
Le rughe sono dappertutto a Sanremo, a Morandi gli hanno invaso anche la voce.
Al Jarreau non l’avevo mai visto, e mi ha lasciato un’impressione dolcissima, non tanto per il canto, era la canzone del Padrino, “Parla più piano”, alla canzone non ci facevo più tanto caso, guardavo quest’uomo, come si muoveva, attentissimo, con una quasi  timidezza, come si appoggiasse appena a terra,  ed aveva un tale sorriso, che sembrava venir da un altro mondo, che non c’entra  niente con lo spread e moody’s e l’art. 18 e i bunga bunga.  Forse è un angelo, che mica debbono essere sempre con capelli riccioluti in una profusione di azzurri e di gialli oro.
Credo che con quelle luci che partono con la musica, tempo dieci  minuti mi verrebbe la frenesia di levare le tende.
Ora Lucio Dalla, si è seduto al piano, e non lo si vede più. Mi viene in mente il mio amico di secoli fa, Glauco, a Chiavari, che era bassissimo e aveva una mini minor, e quando vedevamo arrivare una Mini vuota, era lui.
Morire che mi ricordi il nome di un cantante o un titolo per più di trenta secondi.
Questa serata mi sembra più ordinata della prima, meno fumosa, mi sembra meno anche l’invasione pubblicitaria.
Che il Festival delle rughe continua, ma Patti  Smith è Patti Smith, e anche Because the Night e poi le rughe mica bisogna vederle negative, sono solo un segno del tempo, come la corteccia degli alberi.
A volte, il viso invecchiando avvizzisce, ma nel reticolo di rughe gli occhi continuano a brillare, la bellezza non lo abbandona: ci sono visi che diventano invece maschere deformi, saranno forse persone che non si sono volute bene.
Per esempio Loredana Bertè, che non so se ammirare per la tenacia e il  dolore intrinseco della sua persona.
E comunque, il Festival, importa per la musica, mica per le manfrine, e stasera è stato gradevole, e poi non c’era il sermone, che veramente, anche quello ormai sembra di un altro pianeta, e non  lo stesso pianeta di Al Jarreau.
Irene Fornaciari ha la voce vuota, ma forse dovrei sentire qualche cosa d’altro di suo, o di altro genere.
Stasera è stato bello probabilmente perchè non erano canzoni per Sanremo, che quando le ascolti pensi che non si può più scrivere nulla di nuovo, le ascolti e le senti stentate, tipo   si son seduti lì al tavolino,  ora componiamo: (proprio con i due punti) non lo dicono, ma c’hanno due dadi,  con scritto amore cuore braccia labbra cielo pioggia gelo ruvido lontano pensiero lasciato  piccioni. Qualche volta una canzone riesce, e spacca.

Almanya – Willkommen in Deutschland

Ho deciso di abiurare il titolo italiano di questo film, “Almanya la mia famiglia va in Germania”, la rima è assolutamente orribile e fa pensare al film stupido da cassetta: questo, ha fatto cassetta ma non è stupido. E’ anche vero che il titolo, tradotto letteralmente, riporta ai Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord.
E poi, se è vero che la famiglia di Huseyin Yilmaz va in Germania, nel film va anche in Turchia, e una delle ultime inquadrature del film riporta una frase gentilmente tradottami dal mio multilingue figliolo, cioè la Germania del dopoguerra aveva cercato forza lavoro, ed erano arrivate persone: e questo sa un po’ di benvenuto, no?

Storia in breve: in Turchia Huseyin fatica a mantenere la moglie e la figliolanza, sente parlare della Germania che cerca lavoratori, ci va,  e poi ci porta tutta la famiglia; il giorno in cui lui e la moglie hanno ottenuto dopo anni e anni di attesa il passapporto tedesco, annuncia alla famiglia di aver comprato una casetta in Turchia per le vacanze e costringe tutta la famiglia ad andarci, perchè ognuno aiuti a ricostruirla. Questo il nocciolo, ma la storia, condita con stupori, con filosofie e problematiche dell’infanzia, con amore,  realismo ed incubi notturni,  ha dei momenti di autentica comicità, come di commozione, tant’è vero che in sala, in un giorno qualunque di Milano, che non è Berlino, nè Cannes, alla fine della proiezione molti hanno applaudito, e non mi ricordo che sia capitato prima per altri film. Ho una mia spiegazione… uno entra nel cinema con tutta la sua carica di problemi, e Monti, e l’articolo 18, patrimoniale sì patrimoniale no, e il Concordia, e la Deaglio, insomma, con tutte queste tensioni e ingiustizie, uno guarda questo film, ride, gli scende di nascosto qualche lacrima, piange, assume una dose di ottimismo e dimentica per un’oretta e mezzo tutto quello che c’è fuori dalla porta del cinema, e applaude, l’applauso anche come scarico di tensione, insomma, e comunque meritato.
Da non dimenticare l’insegnamento di Husejin: Noi siamo quello che c’è stato prima di noi, e siamo quello che ci sarà dopo di noi. E’un’affermazione pregna di responsabilità, ed in effetti si è soliti sentir dire in giro solo la prima parte, come scusante.
Sono andata a vedere questo film perchè me lo ha proposto mio figlio, senza saperne niente, anzi, il titolo non mi ispirava, la trama un po’ di più, mi ero fatta l’idea che fosse qualcosa tipo ” Il mio grosso grasso matrimonio greco” e quindi poteva essere almeno divertente. Ecco, se anche  Almanya tratta di immi-emi-inte- grazione come l’altro, è certamente a un gradino superiore. Per me sconosciutissima la regista, Yasemin Samdereli, e sconosciutissimi gli attori, mi sono sembrati tutti pregevoli, perfettamente dentro ai loro personaggi, che non ci pensi più che sono attori, pensi che son direttamente loro, e credo che questo succeda quando si sa recitare. Il paesaggio tedesco non appare,  mentre il brullo paesaggio turco punteggiato di caprette, più volte ripreso,  sembra via via sempre meno brullo, rivelando vallate e, in fondo, il mare, il tutto amalgamato da una colonna sonora che immagino composta con ingredienti ottomani,  e nella quale avvertivo assonanze balcaniche, ignorante come sono di musica turca, che non sia la marcia turca mozartiana  del Carosello di Angelino Super Trim, il mio preferito da bambina.

Habemus Papam

Spesso,  quando  di un film si parla molto, troppo, mi ritraggo: non voglio stare al gioco, se ne parla perchè vale, o si monta il caso perchè si vuole che se ne parli? Ma Moretti fa pochi film, quindi ci si può fidare. Devo dire anche che la mia simpatia per lui è soggetta a sbalzi, però in questo momento socio-politico, rifugiarsi per un paio d’ore in un suo film può fare bene.

Da dove cominciare? In pochi giorni dacchè è uscito, credo che la vicenda  narrata sia ormai nota ai più: viene eletto un Pontefice che non si sente all’altezza del compito assegnatogli da Dio, egli stesso, dice urbis et orbis,  è tra quelli che sentono il bisogno di essere guidati. La sensazione che ho avuto sin dall’inizio è che il fulcro del film non fosse il dramma umano e religioso del neonominato, bensì il corpo della Chiesa ai giorni nostri, e questa sensazione me l’ha confermata anche la scelta della canzone che ad un certo punto pervade l’aria nel film, nel Vaticano e per le vie di Roma, “Todo Cambia”, di Mercedes Sosa. Si parla dello psicanalista, ma nel film non esiste una cura psicoanalitica per il nuovo Papa, la cura infine è l’immersione nella  vita al di là del muro, e rendersi conto di desiderare di farne parte, scomparirvi.
Protagonista del film a me è sembrata invece la ragion di stato, l’immobilismo della Chiesa, legata alle sue tradizioni ed ai suoi regolamenti, di cui il Portavoce (fantastico Jerzy Stuhr) è un esemplare tutore. Vero che il Papa non era stato ancora ufficialmente proclamato al di fuori delle mura Vaticane, e che per i Cardinali valevano ancora le regole del Conclave, restavano sottochiave, ma  questo trattamento  viene esteso al valente psicoanalista chiamato a curare il Papa:  non potrà tornare a casa e curare i suoi pazienti, anzi deve consegnare il cellulare, gli assegnano la “cella” e gli portano un tot di camicie pulite. Esilarante la scena della psicoanalisi, che si svolge con Moretti e Piccoli seduti di fronte, e tutti i Cardinali lungo le pareti intorno: Moretti non potrà parlare col Papa, giammai, di sesso, potrà riportarlo con la mente ai ricordi di infanzia, ma con moderazione, e i sogni? i sogni sì, ma non tutti. Moretti col suo fare  a volta stralunato sottolinea la rigidità di certe regole. Quando il portavoce fa credere che l’illustre paziente sia nelle sue stanze, mentre in realtà sta vagando per Roma, Moretti viene lasciato disoccupato tra i Cardinali anzianotti, dediti allo scopone scientifico ed ai puzzle, e li istruisce sulla corretta gestione di pillole e goccine  sedative (ognuno di loro ne era fornito, avevano  il patema di essere eletto, al contrario di quel che pare avvenga nella realtà), li aggiorna sulla loro graduatoria nelle scommesse per il toto-Papa,  ed alla fine li convince a partecipare ad un torneo di pallavolo, purchè si escludesse l’eventualità di  una squadra composta dalle onnipresenti aitanti guardie svizzere. Un’atmosfera medioevale, nel Vaticano. Todo cambia. Ci vuole  qualcuno in grado di operare il cambiamento nella Chiesa, o meglio, l’adeguamento: il film, nel frattempo, ci regala risate esilaranti, sorrisi di comprensione e un po’ di riflessioni.

Il momento della psicoanalisi.

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