Archivio mensile:maggio 2011

Milano libera tutti!

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Domenica, il ballottaggio.

Agli indecisi, perchè quelli che erano già decisi, spero che tornino tutti.

Pensate alle mistificazioni di questi ultimi giorni di campagna elettorale, condoni, finti zingari, manifesti bugiardi: è questo che volete da chi vi governa? Che non esitano ,per i propri giochi di potere, a pensare di poter patteggiare voti con ministeri, indifferenti alle  esistenze di chi ci lavora, tanto per citare un esempio recente.

il voto non è mai privo di significato, ma mai come questa volta è importante.

Ci giochiamo tutto, dobbiamo farcela prima che l'Italia sia completamente devastata, a me viene da pensare al cartone animato del Re Leone, guardate questo spezzone e rifletteteci, riflettete sul potere che avrete domenica col vostro voto:

Questo è il mio regno, dice Simba adulto, se non mi impegno a difenderlo io, chi lo farà?

http://www.youtube.com/watch?v=4OoiwY0_mKc

A me basta pensare al delirio di onnipotenza che prenderebbe una certa persona, se il suo schieramento dovesse vincere a Milano ancora una volta,  per avere paura, per il lavoro, il futuro, la cultura.

Ho postato il testo di O mia bela Madunina,, c'è un perchè… D'Anzi scriveva  forse di Milano in mano alla Lega?di Milano che perde posti di lavoro, che non ha case per le giovani coppie? Insomma, muoviamoci, pensiamo a come vogliamo vivere.

 

O mia bela Madunina che te brillet de lontan

tuta d'ora e piscinina, ti te dominet Milan

sota a ti se viv la vita, se sta mai coi man in man

canten tucc "lontan de Napoli se moeur"

ma po' i vegnen chi a Milan

 

Si vegni senza paura, num ve songaremm la man

tucc el mond a l'è paes e semm d'accord

ma Milan, l'è on gran Milan!

Le caramelle ai bambini buoni.

Il condono delle multe è  una pessima mossa comunicativa, a mio modo di vedere.

E' prima di tutto un abuso,  oltre che un'implicita ammissione di sconfitta, un'implorazione. 

Come il Premier approfittando della sua carica e dei suoi mezzi invade le televisioni, allo stesso modo la Moratti utilizza i suoi poteri di sindaco per un disonesto quanto manifesto acquisto di voti, un commercio massivo stavolta, come se  suoi concittadini ambissero alla qualifica di Responsabile Cittadino.

Il sindaco uscente ha già il vantaggio, rispetto al nuovo candidato, di poter utilizzare in campagna elettorale, a suo merito, quello che ha già fatto per la città, e quello che farà ancora se sarà nominato.

Evidentemente, non funziona così, si è resa conto che forse non ha fatto granchè, o meglio  non ha fatto quello che serviva ai milanesi, e che l'arma è spuntata. 

Ricorre allora all'abuso, fa campagna elettorale con i soldi della città, perchè non si creda che il denaro delle multe condonate non venga poi fatto rientrare da un'altra parte, tipo il paventato aumento dei biglietti ATM (misura che sarebbe anche antiecologica).

Con il  condono delle multe si avalla ancora una volta sotto l'egida del partito del Cavaliere l'immagine che le regole siano fatte per essere infrante, meglio non pagare, tanto poi si condona, massì, chi se ne frega del codice della strada e l'ecopass, tanto poi alla fine non si paga niente, costruiiamo anche sui vulcani, se lo votiamo. E dall'altra parte ci sono quei poveri coglioncelli, tra cui la sottoscritta, che rispettano le regole considerandole il fondamento della civile convivenza. 

Se vince Pisapia credo, spero che le cose cambieranno,  anche  se non dovesse riuscire a evitare la spartire le poltrone (sarebbe una rivoluzione, più ch un cambiamento!), e penso che ci saranno leggi economiche a cui non potrà sottrarsi, perchè la città non è un'isola, e risente anche di accadimenti esterni. Sono però certa che  cambieranno per quanto riguarda le case per i cittadini meno abbienti, i mezzi pubbliici, ed i servizi importanti come gli asili, le refezioni, gli anziani.  Le case, non occorre costruirle,  ci sono tanti edifici in giro che aspettano di rivivere, e anche la ristrutturazione comunque porta lavoro. Spero che un bel po' di fondi saltino fuori risparmiando sui consulenti, non posso credere che non ci siano delle persone preparate  tra i tecnici già in forze presso il Comune, il ricorso alla consulenza dovrebbe diventare occasiionale. 

Essere una città internazionale non vuole dire avere grattacieli e aiuole posticce,  bensì essere un luogo dove la gente di tutte le nazioni abbia modo di abitare, convivere e lavorare dignitosamente.

Ho scirtto convivere, non ho scritto integrarsi, che comporta una rinuncia alle proprie origine.

The Tree of Life

Giovedì sera ho accolto con sollievo la conclusione del film, mi sentivo oppressa.
Questo stato d’animo d'altronde mi è proprio, dal momento che mi sembra di vivere sotto assillo  dell’Idra, se taglio una testa ricresce, per quanto mi sforzi  per me non c’è scampo, non posso stare a perdere tempo lì per una cosa brutta, con tutte le altre a cui ho da pensare.
La storia… la storia non è nulla, nulla che non sia già stato narrato o filmato. Uno dei figli muore, vicini e parenti si raccolgono intorno ai genitori addolorati, un figlio ripensa al fratello morto a soli 19 anni (come e perchè, non viene rivelato,  evidentemente superfluo, probabilmente in Vietnam,  forse a saperlo mi sarei sentita di più a mio agio) e rivive la sua crescita, dibattuto tra la madre dolcissima ed il padre autoritario e disilluso, preso in un dialogo sussurrato (con i propri pensieri? con la madre? con il padre? con Dio?) il rapporto con i fratelli minori, le brutture della vita, i primi turbamenti … Come contorno, immagini mirabolanti e ridondanti della natura, dell’origine del mondo, dei mari, dei vulcani, delle abbaglianti distese di sale, e questo figlio protagonista  oggi ripensa a quei momenti,  muovendosi tra castelli di vetro dove della natura non c’è più traccia, attraversa un ponte e, seguendo se stesso ragazzo, raggiunge una porta  che varca, ritrovandosi  a camminare tra le persone della sua vita, sorridenti. La Grazia, finalmente, dopo anni di conflitto con la natura?

Quando il film è finito, ho esclamato “finalmente ho visto un film veramente brutto”… non mi ero preparata assolutamente alla visione, avevo visto il trailer e pensavo fosse alla fine una sorta di Forrest Gump “credo di non averci capito niente”. Ora, leggendo qua e là, scopro che potrebbe vincere il festival di Cannes, e che è pieno di significati;  di allegorie, direi.
Ho scoperto anche che per tutto il film avevo seguito le vicissitudini di Jack pensando che fosse il fratello che poi moriva, no, era invece vivo ed impersonato da Sean Penn.  Ma non sono stata l’unica a fraintendere, e questo mi fa dubitare della bontà del film: per me un’opera che  riesce incomprensibile, non è un capolavoro, è una  faccenda personale dell’artista.  O forse, non era un'opera per me, ma destinata ad altri.
Dicevo, le allegorie me le son perse, evidentemente.  Se devo essere sincera, non avevo neanche l’umore per cercarle. Quelle immagini – l’unica che un po’ mi ha catturato è stata la nuvola che usciva rotolosa dal vulcano – mi sembravano il collage delle mail che girano nel ceto impiegatizio,  con foto bellissime che qualche volta riportano in sovraimpressione frasi sull’amicizia e cose così.  Le frasi qui venivano bisbigliate… mi provocavano un senso di fastidio, di rifiuto.
La vicenda familiare  mi ha avvolto in una sensazione di invisibile violenza,  non vedevo l’ora che finisse, non avevo bisogno di quel film, che pure avevo proposto io: certo, nel giudicare, nel capire un film, le nostre faccende personali hanno un peso, a volte narrazione, visione e musicalità non si amalgamano tra loro e con noi stessi..magari non era  il momento giusto  per vederlo. Ma questo, non ho nessuna voglia di rivederlo, ho proprio un carattere diverso, troppo pragmatico e incapace di fede, per esserne attratta.

Parlando degli attori, invece, questi son stati di poche parole, e molti sguardi. Il più loquace il padre/signore Brad Pitt, che doveva manifestare il suo autoritarismo. Le frasi di tutti, concise, calavano spesso con la leggerezza di un colpo di fioretto. La bellissima madre Jessica Chastain è stata spesso ripresa di narice, cavità evidentemente considerata  espressiva in questi primi piani  fatti di sguardi. I ragazzini parlano pochissimo, osservano molto, e passano anche all’azione. Forse questa concisione di dialogo ha un suo motivo, vuole riportare all’universalità degli affetti e delle sotterranee guerre familiari. Sean Penn parla poco, pensa, cammina e guarda. Boh.
A parte quelle con i colori della Chastain, ho trovato gelide perfino le immagini di natura, di una bellezza  comunque tecnicamente inconfutabile.

The Tree of Life

Giovedì sera ho accolto con sollievo la conclusione del film, mi sentivo oppressa.
Questo stato d’animo d’altronde mi è proprio, dal momento che mi sembra di vivere sotto assillo dell’Idra, se taglio una testa ricresce, per quanto mi sforzi  per me non c’è scampo, non posso stare a perdere tempo lì per una cosa brutta, con tutte le altre a cui ho da pensare.
La storia… la storia non è nulla, nulla che non sia già stato narrato o filmato. Uno dei figli muore, vicini e parenti si raccolgono intorno ai genitori addolorati, un figlio ripensa al fratello morto a soli 19 anni (come e perchè, non viene rivelato,  evidentemente superfluo, probabilmente in Vietnam, forse a saperlo mi sarei sentita di più a mio agio) e rivive la sua crescita, dibattuto tra la madre dolcissima ed il padre autoritario e disilluso, preso in un dialogo sussurrato (con i propri pensieri? con la madre? con il padre? con Dio?) il rapporto con i fratelli minori, le brutture della vita, i primi turbamenti … Come contorno, immagini mirabolanti e ridondanti della natura, dell’origine del mondo, dei mari, dei vulcani, delle abbaglianti distese di sale, e questo figlio protagonista  oggi ripensa a quei momenti,  muovendosi tra castelli di vetro dove della natura non c’è più traccia, attraversa un ponte e, seguendo se stesso ragazzo, raggiunge una porta  che varca, ritrovandosi  a camminare tra le persone della sua vita, sorridenti. La Grazia, finalmente, dopo anni di conflitto con la natura?

Quando il film è finito, ho esclamato “finalmente ho visto un film veramente brutto”… non mi ero preparata assolutamente alla visione, avevo visto il trailer e pensavo fosse alla fine una sorta di Forrest Gump “credo di non averci capito niente”. Ora, leggendo qua e là, scopro che potrebbe vincere il festival di Cannes, che è pieno di significati, di allegorie, direi.
Ho scoperto anche che per tutto il film avevo seguito le vicissitudini di Jack pensando che fosse il fratello che poi moriva, no, era invece vivo ed impersonato da Sean Penn.  Ma non sono stata l’unica a fraintendere, e questo mi fa dubitare della bontà del film: per me un’opera che  riesce incomprensibile, non è un capolavoro, è una  faccenda personale dell’artista.  O forse, non era un’opera per me, ma destinata ad altri.
Dicevo, le allegorie me le son perse, evidentemente.  Se devo essere sincera, non avevo neanche l’umore per cercarle. Quelle immagini – l’unica che un po’ mi ha catturato è stata la nuvola che usciva rotolosa dal vulcano – mi sembravano il collage delle mail che girano nel ceto impiegatizio,  con foto bellissime che qualche volta riportano in sovraimpressione frasi sull’amicizia e cose così.  Le frasi qui venivano bisbigliate… mi provocavano un senso di fastidio, di rifiuto.
La vicenda familiare  mi ha avvolto in una sensazione di invisibile violenza,  non vedevo l’ora che finisse, non avevo bisogno di quel film, che pure avevo proposto io: certo, nel giudicare, nel capire un film, le nostre faccende personali hanno un peso, a volte narrazione, visione e musicalità non si amalgamano tra loro e con noi stessi..magari non era  il momento giusto  per vederlo. Ma questo, non ho nessuna voglia di rivederlo, ho proprio un carattere diverso, troppo pragmatico e incapace di fede, per esserne attratta.

Parlando degli attori, invece, questi son stati di poche parole, e molti sguardi. Il più loquace il padre/signore Brad Pitt, che doveva manifestare il suo autoritarismo. Le frasi di tutti, concise, calavano spesso con la leggerezza di un colpo di fioretto. La bellissima madre Jessica Chastain è stata spesso ripresa di narice, cavità evidentemente considerata  espressiva in questi primi piani  fatti di sguardi. I ragazzini parlano pochissimo, osservano molto, e passano anche all’azione. Forse questa concisione di dialogo ha un suo motivo, vuole riportare all’universalità degli affetti e delle sotterranee guerre familiari. Sean Penn parla poco, pensa, cammina e guarda. Boh.
A parte quelle con i colori della Chastain, ho trovato gelide perfino le immagini di natura, di una bellezza  comunque tecnicamente inconfutabile.

A Torino, il Libro.

Nello scorso week end sono stata al Salone del Libro di Torino, dove,  ripensandoci, i libri non li ho guardati molto, però ne ho comprati di più che gli scorsi anni. Mi spiego meglio: mi ero fatta la lista della spesa, ed ho cercato e comprato quelli.

Per il resto, ho vagabondato. Ho cercato di superare, rapita dal rullo dei tamburi, il corteo di San Precario, volevo leggere lo striscione, ma non ce l’ho fatta.

Sono rimasta estasiata dal bicchierofono, dal piano a due piani, e dalle batterie così rilucenti  da risvegliare la gazza ladra che c’è in me.

Mi sono fermata al reparto dei video games, c’era il torneo di Supermario e dei ragazzi seduti davanti a dei monitor ondeggiavano con un volante bianco in mano. Poco più in là, stravaccati in poltrone nere altri guidavano sotto un’insegna RedBull, ed ancora, una famiglia intera impugnava telecomandi davanti alla Wii. E pensare che mi  diverto ancora con il Mahjong.

Ho provato ad ascoltare il dibattito (è una parola che si usa ancora?) a cura di Rai Ragazzi, “cosa leggono i ragazzi d’oggi”, book/ebook/facebook” ma mi sono innervosita. Sentire ancora disquisire sulle amicizie, sulle “figurine” Facebook mi indispone. Non si può semplicemente considerare l’Amico Facebook, un nuovo grado di relazione?  E poi, non so perchè, nelle sedie trasparenti, ci inciampo, non sono neanche riuscita ad andarmene silenziosamente.

Allegrissima la presentazione di un minuscolo librino rosa shocking, Sotto Anestesia, di Matteo B. Bianchi, con Tito Faraci , ci voleva! Sane risate, e ricordi  tra amici (loro due), che riaffioravano.

Spavento alle sei, corsa al guardaroba per recuperare lo zainetto… una fila interminabile di persone, ma non riprendevano le proprie borse, stavano impalate davanti ad uno schermo, e si udiva la voce di Marcorè, così sono passata davanti a tutti, e nessuno  si è arrabbiato.

A Torino il Libro.

Nello scorso week end sono stata al Salone del Libro di Torino, dove,  ripensandoci, i libri non li ho guardati molto, però ne ho comprati di più che gli scorsi anni. Mi spiego meglio: mi ero fatta la lista della spesa, ed ho cercato e comprato quelli.
Per il resto, ho vagabondato. Ho cercato di superare, rapita dal rullo dei tamburi, il corteo di San Precario, volevo leggere lo striscione, ma non ce l’ho fatta. Sono rimasta estasiata dal bicchierofono, dal piano a due piani, e dalle batterie così rilucenti  da risvegliare la gazza ladra che c’è in me.
Mi sono fermata al reparto dei video games, c’era il torneo di Supermario e dei ragazzi seduti davanti a dei monitor ondeggiavano con un volante bianco in mano. Poco più in là, stravaccati in poltrone nere altri guidavano sotto un’insegna RedBull, ed ancora, una famiglia intera impugnava telecomandi davanti alla Wii. E pensare che mi  diverto ancora con il Mahjong.
Ho provato ad ascoltare il dibattito (è una parola che si usa ancora?) a cura di Rai Ragazzi, “cosa leggono i ragazzi d’oggi”, book/ebook/facebook” ma mi sono innervosita. Sentire ancora disquisire sulle amicizie, sulle “figurine” Facebook mi indispone. Non si può semplicemente considerare l’Amico Facebook, un nuovo grado di relazione?  E poi, non so perchè, nelle sedie trasparenti, ci inciampo, non sono neanche riuscita ad andarmene silenziosamente.
Allegrissima la presentazione di un minuscolo librino rosa shocking, Sotto Anestesia, di Matteo B. Bianchi, con Tito Faraci , ci voleva! Sane risate, e ricordi  tra amici (loro due), che riaffioravano.
Spavento alle sei, corsa al guardaroba per recuperare lo zainetto… una fila interminabile di persone, ma non riprendevano le proprie borse, stavano impalate davanti ad uno schermo, e si udiva la voce di Marcorè, così sono passata davanti a tutti, e nessuno  si è arrabbiato.

Fonti, a Milano, non è che ce ne siano granchè (che io sappia)

Oltrepasso pedalando piano la cancellata del Parco Sempione su viale Moliere, la meta di oggi è ritrovare la mia "vedovella", da tanto tempo non passo di lì.
Gli alberi affondano le radici anche nel tempo, e lì restano in attesa ,  in fila, alternati alle panchine, dei parallelepipedi di pietra polverosa:  un tempo qui non c'era recinzione, ricordo che a volte passava al galoppo un tipo a cavallo, altre  volte  due carabinieri, al passo, con la mantella ed il cappello napoleonico, chissà, forse passano anche adesso.
Proseguo sui viali, tra i prati che curiosamente, in un mondo dove tutto peggiora,  mi sembrano più erbosi, e imbiancati da pratoline, di quanto mi ricordassi dalla mia infanzia, che fossimo dunque  noi frotte di  bambine romantiche a raccogliere tutti i fiorellini spogliando e calpestando? Sull'erba, ora, alcuni suonatori di bongo, e dei milanesi ancora pallidi, appena fuorusciti dalle tane, che si godono il sole, alcuni  sdraiati semplici, alcuni sdraiati (s)composti, in coppia.
Non è facile muoversi per il parco in bici nel lunedì di Pasquetta, le famiglie "lui, lei, il passeggino e i nonni" avanzano sorridenti per i viali in formazione a rastrello, mentre le non famiglie si sparpagliano, seguendo una bussola incerta, di qui, di là, con movimenti repentini, sembrano  attratti dalla mia ruota.
Una volta conoscevo  i viali del Parco persino per gli asfalti,  i viali  lisci per correre con i pattini a rotelle, e quelli granulosi comodi solo per la bicicletta, e gli sterrati, con la ghiaia traditrice dove la ruota slittava; ora sono tutti senz'asfalto, la ghiaia è polverosa e  scarsa, e tanta la gente che ci cammina, sembra polverosa anche l'aria. Con l’asfalto sembra sparita anche la "mia" fontana e la sua grata, quella dove ci si fermava a bere, dallo zampillo,  si lavavano le ginocchia sbucciate  su cui poi si legava il fazzoletto a mo' di benda, a fermare il sangue.  Non c’è più l’asfalto, ma non ci sono più neanche le macchinine a pedali, rosso Ferrari, quelle che affittavi per un quarto d'ora e pedalavi su e giù sempre per lo stesso viale, ma non importava, quando sei bambino, non ci fai molto caso, l'avventura è sempre l'avventura.  “Aspetta – penso-  di fontana ce ne era un’altra, là, dove giocavo con Marina e ogni tanto c’era il tizio con l’impermeabile, Marina sapeva che bisognava stare lontane e non guardarlo neanche se ci salutava… però, mica che mi parlassero mai di niente i miei!”  Per raggiungerla bisognava passare da un’altra cancellata che adesso non c'è più,  vicino alle rocce, sotto la Biblioteca, non c’è più lì neanche il trenino , ci sono ora persone, cani, gelati… pedalo, era sulla destra, ci sembrava così lontano da dove stavamo a giocare.  L'odore… eccola, la fontana dell’Acqua Marcia, dove tante persone, soprattutto anziani,  riempivano bottiglie. La fonte della giovinezza, dicevano. Ma quell’odore lì, così… pensavo allora, lo penso anche adesso, guardando gli zampilli e cercando di decifrare le scritte di un cartello, che hanno sovrascritto con un più esplicito pennarellone "acqua non potabile” .
Un giovane si lava, uno shrilankese si ferma a rianimare con l’acqua fresca le sue rose da vendere.  Chissà se l’acqua sulfurea fa bene, alle rose, sapevo dell’aspirina, invece.
A casa, poi, ho curiosato sul web, per sapere qualcosa di più di questa fontana, ed ho scoperto che c’è una galleria sotterranea che porta la sua acqua sino al laghetto del Parco, quello  dove i pesci rossi liberati dai milanesi diventano carpe giganti.


Fonti, a Milano, non è che ce ne siano granchè (che io sappia)

Oltrepasso pedalando piano la cancellata del Parco Sempione su viale Moliere, la meta di oggi è ritrovare la mia "vedovella", da tanto tempo non passo di lì.
Gli alberi affondano le radici anche nel tempo, e lì restano in attesa ,  in fila, alternati alle panchine, dei parallelepipedi di pietra polverosa:  un tempo qui non c'era recinzione, ricordo che a volte passava al galoppo un tipo a cavallo, altre  volte  due carabinieri, al passo, con la mantella ed il cappello napoleonico, chissà, forse passano anche adesso.
Proseguo sui viali, tra i prati che curiosamente, in un mondo dove tutto peggiora,  mi sembrano più erbosi, e imbiancati da pratoline, di quanto mi ricordassi dalla mia infanzia, che fossimo dunque  noi frotte di  bambine romantiche a raccogliere tutti i fiorellini spogliando e calpestando? Sull'erba, ora, alcuni suonatori di bongo, e dei milanesi ancora pallidi, appena fuorusciti dalle tane, che si godono il sole, alcuni  sdraiati semplici, alcuni sdraiati (s)composti, in coppia.
Non è facile muoversi per il parco in bici nel lunedì di Pasquetta, le famiglie "lui, lei, il passeggino e i nonni" avanzano sorridenti per i viali in formazione a rastrello, mentre le non famiglie si sparpagliano, seguendo una bussola incerta, di qui, di là, con movimenti repentini, sembrano  attratti dalla mia ruota.
Una volta conoscevo  i viali del Parco persino per gli asfalti,  i viali  lisci per correre con i pattini a rotelle, e quelli granulosi comodi solo per la bicicletta, e gli sterrati, con la ghiaia traditrice dove la ruota slittava; ora sono tutti senz'asfalto, la ghiaia è polverosa e  scarsa, e tanta la gente che ci cammina, sembra polverosa anche l'aria. Con l’asfalto sembra sparita anche la "mia" fontana e la sua grata, quella dove ci si fermava a bere, dallo zampillo,  si lavavano le ginocchia sbucciate  su cui poi si legava il fazzoletto a mo' di benda, a fermare il sangue.  Non c’è più l’asfalto, ma non ci sono più neanche le macchinine a pedali, rosso Ferrari, quelle che affittavi per un quarto d'ora e pedalavi su e giù sempre per lo stesso viale, ma non importava, quando sei bambino, non ci fai molto caso, l'avventura è sempre l'avventura.  “Aspetta – penso-  di fontana ce ne era un’altra, là, dove giocavo con Marina e ogni tanto c’era il tizio con l’impermeabile, Marina sapeva che bisognava stare lontane e non guardarlo neanche se ci salutava… però, mica che mi parlassero mai di niente i miei!”  Per raggiungerla bisognava passare da un’altra cancellata che adesso non c'è più,  vicino alle rocce, sotto la Biblioteca, non c’è più lì neanche il trenino , ci sono ora persone, cani, gelati… pedalo, era sulla destra, ci sembrava così lontano da dove stavamo a giocare.  L'odore… eccola, la fontana dell’Acqua Marcia, dove tante persone, soprattutto anziani,  riempivano bottiglie. La fonte della giovinezza, dicevano. Ma quell’odore lì, così… pensavo allora, lo penso anche adesso, guardando gli zampilli e cercando di decifrare le scritte di un cartello, che hanno sovrascritto con un più esplicito pennarellone "acqua non potabile” .
Un giovane si lava, uno shrilankese si ferma a rianimare con l’acqua fresca le sue rose da vendere.  Chissà se l’acqua sulfurea fa bene, alle rose, sapevo dell’aspirina, invece.
A casa, poi, ho curiosato sul web, per sapere qualcosa di più di questa fontana, ed ho scoperto che c’è una galleria sotterranea che porta la sua acqua sino al laghetto del Parco, quello  dove i pesci rossi liberati dai milanesi diventano carpe giganti.


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Fonti, a Milano, non è che ce ne siano granchè (che io sappia)

Oltrepasso pedalando piano la cancellata del Parco Sempione su viale Milton, la meta di oggi è ritrovare la mia “vedovella”, da tanto tempo non passo di lì.
Gli alberi affondano le radici anche nel tempo, e lì restano in attesa ,  in fila, alternati alle panchine, dei parallelepipedi di pietra polverosa:  un tempo qui non c’era recinzione, ricordo che a volte passava al galoppo un tipo a cavallo, altre  volte  due carabinieri, al passo, con la mantella ed il cappello napoleonico, chissà, forse passano anche adesso.
Proseguo sui viali, tra i prati che curiosamente, in un mondo dove tutto peggiora,  mi sembrano più erbosi, e imbiancati da pratoline, di quanto mi ricordassi dalla mia infanzia, che fossimo dunque  noi frotte di  bambine romantiche a raccogliere tutti i fiorellini spogliando e calpestando? Sull’erba, ora, alcuni suonatori di bongo, e dei milanesi ancora pallidi, appena fuorusciti dalle tane, che si godono il sole, alcuni  sdraiati semplici, alcuni sdraiati (s)composti, in coppia.
Non è facile muoversi per il parco in bici nel lunedì di Pasquetta, le famiglie “lui, lei, il passeggino e i nonni” avanzano sorridenti per i viali in formazione a rastrello, mentre le non famiglie si sparpagliano, seguendo una bussola incerta, di qui, di là, con movimenti repentini, sembrano  attratti dalla mia ruota.
Una volta conoscevo  i viali del Parco persino per gli asfalti,  i viali  lisci per correre con i pattini a rotelle, e quelli granulosi comodi solo per la bicicletta, e gli sterrati, con la ghiaia traditrice dove la ruota slittava; ora sono tutti senz’asfalto, la ghiaia è polverosa e  scarsa, e tanta la gente che ci cammina, sembra polverosa anche l’aria. Con l’asfalto sembra sparita anche la “mia” fontana e la sua grata, quella dove ci si fermava a bere, dallo zampillo,  si lavavano le ginocchia sbucciate  su cui poi si legava il fazzoletto a mo’ di benda, a fermare il sangue.  Non c’è più l’asfalto, ma non ci sono più neanche le macchinine a pedali, rosso Ferrari, quelle che affittavi per un quarto d’ora e pedalavi su e giù sempre per lo stesso viale, ma non importava, quando sei bambino, non ci fai molto caso, l’avventura è sempre l’avventura.  “Aspetta – penso-  di fontana ce ne era un’altra, là, dove giocavo con Marina e ogni tanto c’era il tizio con l’impermeabile, Marina sapeva che bisognava stare lontane e non guardarlo neanche se ci salutava… però, mica che mi parlassero mai di niente i miei!”  Per raggiungerla bisognava passare da un’altra cancellata che adesso non c’è più,  vicino alle rocce, sotto la Biblioteca, non c’è più lì neanche il trenino , ci sono ora persone, cani, gelati… pedalo, era sulla destra, ci sembrava così lontano da dove stavamo a giocare.  L’odore… eccola, la fontana dell’Acqua Marcia, dove tante persone, soprattutto anziani,  riempivano bottiglie. La fonte della giovinezza, dicevano. Ma quell’odore lì, così… pensavo allora, lo penso anche adesso, guardando gli zampilli e cercando di decifrare le scritte di un cartello, che hanno sovrascritto con un più esplicito pennarellone “acqua non potabile” .
Un giovane si lava, uno shrilankese si ferma a rianimare con l’acqua fresca le sue rose da vendere.  Chissà se l’acqua sulfurea fa bene, alle rose, sapevo dell’aspirina, invece.
A casa, poi, ho curiosato sul web, per sapere qualcosa di più di questa fontana, ed ho scoperto che c’è una galleria sotterranea che porta la sua acqua sino al laghetto del Parco, quello  dove i pesci rossi liberati dai milanesi diventano carpe giganti.

L'Acqua Marcia vicino all'Arena

la galleria sotterranea che va sino al laghetto