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Tempo di Libri, Milano 2017

Premetto che non sono un’addetta ai lavori, sono solo una che bazzica.
Lascio stare tutte le questioni economiche, i perchè della nascita dell’esposizione a Milano, non li conosco approfonditamente, mi interessano poco, son giochi sopra le nostre teste.
Mi interessa cosa trovano le persone, i potenziali lettori, che vanno a queste manifestazioni.
In attesa di tornare al Salone di Torino, che sarà dal 18 al 22 maggio 2017, per vedere cosa ne sarà –  da un’occhiata al sito sembra lì bello e robusto – scrivo qualcosa sull’evento  di Milano, il mio consueto mucchietto di pensieri.
Il confronto è inevitabile, dovuto anche alle macroscopiche somiglianze.
Un primo pensiero è che occorre valutare Milano (li  chiamerò uno Milano e l’altro Torino, per brevità) con una certa oggettività, non con dispetto,  gelosia,  prevenzione, perchè il nuovo non lo conosciamo e siamo affezionati al vecchio: questo atteggiamento non giova al libro e alla cultura… vediamola come un’occasione in più.
Consideriamo il periodo… non è certo favorevole scegliere un ponte vacanziero, un solo mese distante da  Torino… ma in  marzo c’è Book Pride, e in novembre c’è Book City, a settembre il festival della Letteratura di Mantova, e mettiamoci Roma nel periodo dell’Immacolata.
Il logo e il sito di Torino sono un passo avanti rispetto Milano: il programma online era inguardabile, con i riquadri che non contenevano i nomi completi degli eventi, e bisognava aprirli per leggerli,  e pochi riquadri per pagina… una consultazione, online, che richiedeva  un sacco di tempo, tutt’altro che visivo.
E anche non mi pare si sia martellato abbastanza, per fare sapere della novità milanese.
Anche nel metrò non  c’erano indicazioni palesi per il libro, per chi arrivava per la prima volta, come la sottoscritta.
Nei padiglioni la numerazione degli stand non so bene che criterio seguisse, a me sembra che siano riusciti a rendere inutili lettere e numeri, non devono aver mai giocato a battaglia navale:  perchè chiamarlo G02 se non lo trovi tra G01 e G03, anzi si passa dal G2 al G9?   neanche si poteva dire che i pari sono in un padiglione e i dispari in un altro.
Il nome, Tempo di Libri, non è un granchè, e se per Torino c’era il Fuori Salone, o Salone Off,  Fuori tempo di Libri è un filo penoso, anche Tempo di libri off non suona meglio.
Occorre dire che è difficile trovare una qualche denominazione  che riguardi il libro e non sia stata usata…  LiveBook? EveryBook?per state in assonanza con Book City e BookPride.
I due saloni si assomigliano parecchio, per quando riguarda gli stand e le sale per gli eventi: a parte il fortilizio del Libraccio, e alcune editrici grandi che avevano dato una parvenza di arredo al loro spazio, i piccoli, con minori mezzi economici, cosa possono fare se non impilare i loro libri sul banco?  Una cosa, a Milano rispetto a Torino i nomi degli editori non erano tutti visibilissimi.
In ogni caso penso che i libri radunati in uno spazio unico siano meglio usufruibili da famiglie con membri di ogni età, ci si muovono  agevolmente carrozzine passeggini e carrozzelle e stampelle.
Presentazioni e conferenze ce ne sono per tutti i gusti.
Mentre per Book City devi correre per tutta la città, bella come idea di distribuzione capillare della cultura, magari di fianco a casa tua,  ma non bisogna essere pigri, e bisogna scegliere bene,  che se poi scopri che non ti piace…gambe in spalla e corri da un’altra parte riattraversando la città, che non è piccola, mica è Mantova.
Quanto alla raggiungibilità, sia Milano che Torino sono servite da metropolitana e da posteggio, c’è lo sportello bancario, a Milano ho notato in più una edicola tabacchi e una  defibrillatore… oddio, magari c’erano  anche a Torino, e non li ho visti.
Affluenza… Torino 2016, ci sono tornata dopo un paio di anni di assenza, era parecchio dimagrita,  come stand, ma l’affluenza era comunque maggiore rispetto questa prima edizione milanese. Ma appunto per Milano è la prima… spero non l’ultima, come spero di continuare ad andare a Torino col mio trenino, e vedere gli aironi nelle risaie all’andata, e non vedere più niente al ritorno, per la stanchezza.

 

 

LETTERE DA BERLINO

Sottotitolo: Quando Twitter non esisteva ancora.
Otto e Anna Quangel, berlinesi,  hanno perso il figlio sul fronte franco-tedesco;  nel padre , meccanico, matura l’idea di spargere granellini di sabbia, ma tanti, per far fermare la macchina tritatutto del nazismo (tritatutto l’ho aggiunto io).
Una cosa che ai tempi di twitter sembra una bazzecola – no, non penso sia una bazzecola mandare messaggi dai paesi dove la libertà non abita più – bazzecola perchè per la maggioranza di noi è un gesto familiare quotidiano che si fa senza pensarci troppo su.
Non ho letto il libro di Hans Fallada da cui è stato tratto, Ognuno muore solo – di Fallada lessi da bambina il romanzo Fridolino tasso birichino, lo lessi rilessi e lessi ancora, tanto mi piaceva  per cui non so dire quanto il film segua il romanzo, che comunque è stato ispirato dalla storia dei coniugi Otto e Elise Hampel.
I granellini di sabbia sono cartoline, accurate come piccoli capolavori,  dove marito e moglie riportano brutali crude verità sul nazismo, e che poi rischiosamente disseminano nei luoghi più frequentati della città, perchè vengano raccolte e lette, perchè  sveglino le coscienze dei concittadini narcotizzate dalla paura.  Solo,  la maggioranza dei biglietti viene raccolto da persone  terrorizzate dalla sola vista dello scritto,  e da questi consegnati alla polizia hitleriana, che ovviamente indaga e noi,  sostenuti da una consona colonna sonora, si fa il tifo perchè i coniugi non vengano scoperti.
E’ sempre opportuno non smettere di raccontare quel buio alle nuove generazioni, ma mi chiedevo cosa avesse da offrire l’ennesimo film sul periodo nazista,  e credo sia il quotidiano dei cittadini sotto il nazismo.  La vecchia signora Rosenthal rifugiatasi in soffitto e foraggiata dalla postina, il giudice Fromm che si offre di nasconderla, il ladro sciacallo, la fila di donne ebree costrette a raccogliere mattoni in mezzo a delle macerie,  i lavoratori che devono incrementare la produzione per obbedire a Hitler, chi si mutila le mani per non partire militare, chi si terrorizza per aver solo toccato e letto le cartoline dei Quangel, l’investigatore in gamba che lotta col suo senso dell’onore e la sua coscienza.
Comune denominatore la paura.
Ripenso all’altro film visto recentemente sull’argomento, Frantz, collocato invece alla fine della guerra, dove i genitori apparivano invece  più rassegnati, in attesa di qualcosa, di qualche segnale che non poteva più arrivare.
La cosa più bella qui è l’amore della coppia protagonista, un amore intenso e di poche parole, timido e dolce, che arriva e commuove.
Non conosco il regista Vincent Perez, non ricordo  Brendan Gleeson che avrei già visto in Suffragette (era anche  nella serie di Harry Potter) e qui bravissimo, non ricordo in altri film anche se ne ha girati parecchi di rilievo che non ho visto l’investigatore Daniel Bruhl, ma ricordavo  benissimo la grande Emma Thompson, già amata in Casa Howard, Quel che resta del giorno, Ragione e sentimento.
Curiosamente, se penso a Jane Austen, l’inglesità che amo, la vedo con i tratti di Emma Thompson, anche se in realtà la scrittrice era tutta diversa.

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Brevi appunti su WOODY di Federico Baccomo, ed.Giunti, pagg 91

600woodySembra un libretto, perchè  è scritto grande, spaziato, un numero modesto di pagine, ha addirittura le figure, eppure e un libro completo, che ti fa vibrare, leggi e vuoi andare avanti… una cosa che mica capita sempre.
Il mondo visto con gli occhi di un basenij… come mai un basenji, mi chiedo, è un cane non comunissimo in Italia,  mi documento, è un cane di origine africana, molto dolce ma determinato.
I ragionamenti canini ci stanno, possono essere pensieri e  ragionamenti che un cane fa davvero. Mi è piaciuto quel riportare i nostri comportamenti umani  come in un sistema binario, 0-1 del bene e del male, tutte le nostre sovrastrutture mentali, ridotte a un Padrona felice, o Padrona non felice,  concetti semplici, che poi quello sono, elementari, veri, senza tanti giri di parole.
Insomma attraverso quello che il cane ascolta, o vede, o deduce, si delinea una storia, una storia di affetto dedizione e anche di violenze.
Per giudicare un film di solito mi chiedo se esco dal cinema portandomi dentro qualcosa del film… ecco, con la lettura di questo libro è successo.

 

186 e non dimostrarli.

Cercavo qualcosa per celebrare Tolstoj, dapprima mi stavo perdendo rileggendo qua e là  Guerra e Pace, e l’incipit in francese e la tosse della Pavlovna, e l’epilogo,  e la descrizione di Bolkonskij… poi mi son detta, no, una foto, e poi la tentazione del suo motto sull’uomo indifferente alle mostruosità più mostruose (quanto è vero) e poi ne ho trovata una in cui era in posa. Lo scultore era Troubetzkoy… che a me è familiare perchè avevamo delle sue sculture, e anche un paio di quadri nella villona del nonno a Baveno (quella della mia infanzia sul lago, fino ai 12 anni)  e non ultimo lui poi ha vissuto a Suna, a un passo da Pallanza, c’è quella che era  la sua villa, e gli è dedicato un viale lunghissimo. Leggevo Tolstoj adolescente,  mi sembrava di conoscerlo e gli volevo bene,  con la sua barba così, era una specie di persona ruvida e buona, tra un nonno di Heidi e un Santa Klaus. La mia immagine… poco letteraria.

Beh, postare Tolstoj e Troubetzkoy per me ha un significato, tutto mio.

Dove osano le idee…

Quest’anno al Salone del Libro di Torino sono arrivata senza aver fatto i compiti. Non avevo dato neanche un’ occhiata al programma, non avevo sbirciato tra i social network  quando chi era dove. Ho pensato  “vedo gente, faccio cose” , non avevo punto voglia di applicarmi, tanto ci sono i corridoi che ti portano.  Un po’ ho fatto male, perchè dando una scorsa al programma sul treno del ritorno – non c’è da stupirsi, io sono quella che rllegge le mail sempre dopo che le ha inviate –  effettivamente ho scoperto presenze che mi sarebbe piaciuto pescare nel mare magnum.  D’altra parte  è il quarto anno che visito il Salone, e dall’esperienza avevo tratto  alcuni comandamenti.
Il primo è: salta tutti gli eventi con i grandi nomi, nelle sale Azzurra, Rossa, Gialla e quant’altro, tanto non ci entrerai mai, salvo che non ti pianti in attesa impalata un’ora prima, in coda.
Il secondo: se vuoi farti una scaletta degli eventi abbordabili, falla, ma non puntare su un unico cavallo, tieni le alternative, quelle  sempre interessanti che cominciano un quarto d’ora dopo, anche mezz’ora. Infatti, quando l’ora è vicina ti troverai sicuramente all’estremo opposto della location interessata. Arrivarci non sarà facile, devi attraversare i vasconi, e in quel mentre incontrerai tutte le persone della tua vita, tutte quelle che non puoi non fermarti a salutare, per cui calcolare i tempi delle percorrenze è impossibile.
“Ci vediamo dopo” è una cosa assai improbabile, non si può sapere se la marea di gente restituirà quel corpo.  Se cerchi qualcuno in uno stand, c’era fino a cinque minuti fa, mentre i più irritabili se ne sono appena andati perchè non ne potevano più del Salone.
Posso dire quindi che la mia visione del Salone è stata piuttosto ridotta, gli ho dedicato solo una parte del pomeriggio di sabato e della domenica che sembrano volate,  non tre giorni come l’anno scorso, niente grandi eventi, niente “fuori salone”, però  l’aria della manifestazione si respira comunque…  Respiravo stanchezza. L’anno scorso c’era stato forse meno pubblico, però un filo di entusiasmo serpeggiava.  Forse sono io che attribuisco al Salone il mio stato d’animo, o semplicemente il Salone rispecchia l’umore italiano in periodo di crisi. Non ho visto scolaresche nè ho percepito molti sorrisi in giro. Al padiglione 1 non ho visto la consueta esposizione di strumenti musicali, salvo non fosse nascosta altrove, peccato perchè era bella, e i bambini ci impazzavano, a provare gli strumenti: forse è stata sostituita dall’equipe di chef dal vivo del padiglione 3,  cucina, libri sui cioccolati e così via. Però, la Cucina teorico pratica  di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, libro curiosissimo e ho scoperto anche miliare,  mi ha costretto alla resa e l’ho regalato all’amica che mi ha ospitato. D’altra parte i programmi di cucina imperano anche in TV, quasi i cervelli abbiano abdicato in favore del tubo digerente: ma non voglio accanirmi, anche la cucina è una forma di cultura, e una scienza, ma in pochi la vedono così.
Assente Giulio Mozzi, incontro ormai quasi istituzionale nei corridoi del Salone, nessuna manifestazione di San Precario, mi pare, il serpentone che si era snodato l’anno scorso nei padiglioni…libri libri, e e anche stand che non mostravano “nulla”, quelli degli e-book, impediti a impilare il loro prodotto, a organizzare firma-copie, qualcuno ha messo sdraio, sabbia secchielli e palette. Coda inevitabile al firma-copie di Zerocalcare, che invece dell’autografo fa disegnini. Libri e giochi, e videogiochi, e giochi di ruolo. Le conferenze Rai.  Il giovane Federico Libero Bassini detto Cico che non voleva più andar via dall’angolo giochi, sacchi su cui gettarsi e saltare,  e mucchi di pennarelli.
Sembrava un salone in attesa di qualcosa, certo, come per ogni cosa che si ripete ogni anno, c’è chi dice che occorre cambiare, rinnovare, come si dice sempre per il Natale, il Capodanno, che tutti disdegnano poi nessuno ne fa a meno. Non credo vada cambiato, perchè è uno specchio… così pieno, confuso e a suo modo ordinato, è il salone che ci segue, segue l’editoria, che si chiede Ora che facciamo, da che parte andiamo? Forse, il salone specchio qualche indicazione la può dare, delle tendenze, dei gusti del pubblico. Però, il pubblico va anche educato, al buon gusto, ai sapori sani, non puoi tener conto solo del mercato, quando fai cultura, lo dice la parola stessa, è insegnamento, fede, crescita, e diventa sacrificio, perchè quando la vivi così è sempre più difficile conciliarla con la sopravvivenza economica, purtroppo, occorrerebbe modificare questo, non il Salone.  Penso alla cultura quella calda, vitale, che avvolge le nostre giornate, non a quella sorta di cose  asettiche  che ci piomba dall’alto,  calata da qualche sedicente intellettuale astruso in nome del progresso delle idee… vabbè, ma io sono vecchia, e tradizionalista.

Cose da salvare prima di innamorarsi

A Milano Cristina Di Canio, una libraia sicuramente  determinata,  ha creato un angolino lilla, e se ne inventa di ogni, e sono  convinta, dacchè l’ho conosciuta, che  Il mio libro diventerà un punto sempre più importante per le nostre letture. E facciamoli, anche i nomi dei librai!
Oggi intanto vi si parlava del libro ” Cose da salvare prima di innamorarsi” Ed. Newton Compton.
Davanti a un pubblico decisamente numeroso, comprensivo di cagnino bianco silenzioso e di bimbina che silenziosa andava, veniva e curiosava le cose,    Rossella Canevari,  l’autrice Daniela Grandi e Andrea  Pinketts si sono vicendevolmente introdotti.
Rossella Canevari, assai composta, Daniela Grandi non che fosse scomposta, ma i suoi occhi e il suo sorriso si vedeva che  brillavano mentre parlava,  sì che non c’era neanche buio, e faceva una gran simpatia, mentre  Pinketts, al solito, conoscitore disincantato delle umane debolezze, ti faceva ridere, ma diceva tutt’altro che  sciocchezze.
Della trama si è accennato, ma senza troppo svelare: il libro, lo si leggerà.  C’è una storia d’amore, ed un noir, la scomparsa di un industriale dei prosciutti,  si parla di cibo,  ed il tutto è ambientato nel mondo giornalistico della provincia, per l’esattezza  della  natia Parma, co-protagoniste le Ghise, un gruppetto di amiche  che cercano di scoprire cos’è successo all’industriale.
A parte i sorrisi provocati da Pinketts, con uscite tipo “L’uomo della poesia si dimostra anche quello della prosa”, efficacissima, ” in ogni romanzo si sa che ci sono tempi morti, qui sono tutti vivissimi” e l’esilarante prassi dell’innamoramento, quando uno si innamora dell’altro, e quindi vuole farlo cambiare ” quando succede a me, che si innamorano, subito vogliono togliermi e vizi e quant’altro, ma se ti sei innamorata così, perchè poi mi vuoi diverso? allora pigliatene uno già così”, ho trovato interessanti le notazioni  che riassumerei nel termine ” di mercato” .
Il romanzo infatti,  che Daniela Grandi desidererebbe che  venisse letto come un romanzo tout court,  senza etichette, si presenta confezionato  in tutto e per tutto come  “rosa” , vuoi per il titolo misterioso,  con piglio per di più  manualistico,  in linea con la casa editrice, vuoi per il colore della copertina – rosa- con l’immagine di una donna bionda tampoco allegra, che appare in contrasto con il clima e i personaggi  del libro che, ho la sensazione, affrontano qualunque evenienza in positivo. Si considerava come  il romanzo verrebbe considerato picaresco, o noir, ad un altro livello, se solo la stessa storia fosse volta al maschile. Pinketts stesso, raccontando di Rossella Canevari che gli aveva proposto la lettura del libro, ha detto che era stato preso da gran spavento, vedendo il titolo fuorviante,  ma fidandosi di Rossella, ha potuto apprezzare il libro, leggendolo anzi due volte, la prima di impatto  e la seconda scientificamente, rilevando l’amicizia saldissima delle Ghise, in modo quasi maschile, quando le amicizie femminili sono solitamente caratterizzate, dice, da delicati equilibri. Tre donne insieme parlano male di una quarta che non c’è, una va via, le altre due cominciano a parlare di lei… insomma, un po’ vero è.  Solo un po’, perchè a generalizzare si sbaglia.
Aspirazioni per il futuro, dell’autrice? Ride ( e ridono anche gli occhi). Fare la comparsa nel film che si sta girando da uno scritto di Rossella Canevari, e forse – forse – scrivere il terzo libro, il seguito di questo, che termina  con un finale aperto. Già, il terzo, esiste già un primo romanzo, Il Club dei pettegolezzi, titolo scelto dall’editore in luogo de Il bacio sulla bocca, con Amanda e le Ghise, queste ragazze cosi soprannominate perchè  si concedevano poco. Ma per forza, Ghise, il più delle volte  è un senso di solitudine e di vuoto che spinge a concedersi facile, e loro non erano sole, erano semmai solide, in gruppo di 6, e non si sono perse mai.
Mi son fatta l’idea che sia un libro scorrevole, scritto con sguardo divertito, quel divertito un po’ affettuoso di cui è capace chi presta attenzione alle persone.
L’autrice  era arrivata alla libreria ben munita di salame e lambrusco,  ma la blogger quando cominciano questi momenti, col bicchiere in mano, di norma si intimidisce e scappa, è scappata con l’assaggio di lambrusco, però.

La fabbrica dei fantasmi.

Un librino,  La fabbrica dei fantasmi , 130 pagine ma non le dimostra, si comincia a leggere e non si smette sinchè è finito.
Perchè? Non so, vediamo.
Si era detto, nella presentazione della scorsa settimana, che i personaggi, ed il posto, non hanno un nome, ma in fondo quel posto, lo abbiamo bene in mente tutti, e i nomi possiamo immaginarli, ma non serve che si chiamino chessò  Agnieszka o Fritz, o Rafiki, o Siroune.
Qui,  l’autrice elenca  Le Voci:
La madre, il militare, il ragazzo, la figlia, l’amico del ragazzo, il colluso, il fantasma, il Rosso.
Queste voci parlano, parlano a te lettore, o parlano a se stessi? Sono voci senza suono,  cose che non vengono dette a voce alta, nè urlate.
Non importano i nomi e il luogo,  perchè questa vicenda è astratta, non nel senso di irreale che si dà adesso a questa parola, ma per il suo stretto significato etimologico, di distacco, cioè, questa vicenda ha potuto accadere  settant’anni fa, ma anche cent’anni fa, o anche venti, e potrà succedere ancora.  Una prova di forza tra il potere, la fame e l’ignoranza, la storia, il suo ciclo, la lotta per la sopravvivenza,  lotta,  o resa che sia.
La madre, da contadina che bada al sodo, e a far andare avanti la baracca, non ha pensieri di morale appunto se non legati a vantaggi pratici.  La figlia, che mi ostino a pensare come la ragazza,  è indicata come figlia, quindi  un personaggio imbrigliato, mentre il ragazzo, maschio,  non è sottoposto ai pregiudizi, studia, si accorge che qualcosa non quadra, in quella fabbrica.
Stupita mi accorgo riportando l’elenco delle voci che non c’è il vecchio, il padre, eppure così presente. Al solito, non voglio dir tanto della trama, per non rovinare il gusto della lettura.
La vicenda è delineata da queste voci, dai  dialoghi con se stesso di questi personaggi, strutturata un po’ tipo  La scomparsa di Patò, di Camilleri, che tanto mi piacque, dove la storia è creata invece da lettere e dalle relazioni dei carabinieri,  o tipo Caro Michele della Ginzburg.
Non so se sia la particolare composizione narrativa che mi prende, sono tutti libri che ho divorato, come a suo tempo anche il Diario di Anna Frank, forse  mi tiene più vicina di un racconto in terza persona, o un di un io narrante? Ma no, mi sono bevuta anche Zola, Tolstoj, Verga e anche Bulgakov.
Sicuramente, l’Olocausto è un argomento che attanaglia, per l’orrore, per la bassezza, l’immedesimazione, perchè resta sempre dentro l’immagine di persone tranquille nelle proprie case che vengono trascinate via, e chissà se potrebbe capitare anche a te, cosa faresti, sei genitore, figlio fratello, amico, quale strazio grande è…
Certo fatico a correlare le vittime all’attuale popolo di Israele, del quale non so bene cosa pensare, e forse è questa proprio la Storia.
In ogni caso, questo bel librino mi piace immaginarlo recitato in teatro, un po’ come la presentazione cui ho assistito.

Evento con sottotitoli.

Il I Festival della letteratura di Milano,  è nato da un’idea che riguardava gli scrittori italiani “d’altrove”, che poi si è via via estesa,  e questo non saprei dire se sia stato  un bene o un male: in un territorio dove allignano movimenti tipo la Lega, e dove gli stranieri, comunitari e non, sono numerosissimi,  porre l’accento sull’unità culturale, o  condivisione che sia,  non nuoce certo all’ambiente.
Ieri sera, organizzata da Torno Giovedì  in uno dei posti più belli di Milano, lo dico sempre del Vanghè, si è parlato del libro di Francesca Bettelli, il suo primo,  La fabbrica dei fantasmi, Gaffi Editore.
“Mia sorella non mi crede, ma io l’ho vista.
Era un treno come gli altri scuro silenzioso nessuna scritta…poi eccola, una mano infilata tra una fessura delle assi. Senza vita.
Non riesco a dimenticarla.
Continuo a vederla.
Perchè portano i bambini alla fabbrica?”
Un libro di voci, voci senza un nome, in un posto senza un nome, che si sa dov’è, ma potrebbe essere ovunque, nella nostra vita quotidiana, frenetica, nella quale anneghiamo i nostri fantasmi. Potrebbe succedere ancora, succede tante volte, e non ce ne accorgiamo…l’indifferenza, la paura, il nostro orticello.  Dire “Il Re è nudo”
Questa cosa delle voci mi ha ricordato il buio, ed il tintinnio nel museo ebraico di Berlino, e lo spiraglio di luce lassù.
Ma in questo libro, che leggerò, le voci sono altre, quelle di chi vive intorno alla fabbrica, e di un militare, e di un fantasma:  Margherita Remotti ha interpretato il ragazzo, la ragazza, il militare, con il solo ausilio della voce, di una sedia e di un tavolo, cambiava la scena, ci catturava.  Frasi semplici, scandite che nel contesto dicono tanto di più, delle nostre scelte e delle nostre non scelte.
Un vibrante Fernando Coratelli, ha introdotto le letture, e il dialogo con l’autrice.
I frequenti applausi erano sottolineati  dal leggero abbaio di NicolaTesla, un giovane carlino, che ha pensato bene di sottotitolare con ringhio moderato alcune parti della lettura, ma occorre dire che con argomenti di tale tensione emotiva,  un sorriso non ci stava male.

Overdose da moquette.

Tre giorni di Salone, o Fiera, del Libro, sono troppi. Non per l’oggetto libro, poverino, ma per il rumore, e le code per tutto,  e i prezzi del ristorante, che quando ho visto una macedonia rovesciata per terra vicino ad una cassa, sono trasalita… “poveretto…. ma pensa se gli fosse caduta la tagliata coi pomodorini…”
Non ho granchè da raccontare, che non abbia magari già detto nei post degli anni scorsi, perchè più o meno le cose sono quelle, cioè, non è che un libro lo puoi mettere in mostra in tanti modi diversi: con l’ebook può solo peggiorare.
L’impressione che il titolo Primavera Digitale nascondesse una sorta di timore nei  confronti dell’ebook, una specie di non capisco ma mi adeguo, un aggirarsi” sì ma il bisnes qui come si fa?”
L’impressione che gli stand fossero meno, più che un’impressione, credo sia la realtà. I NEI, tutti vicini vicini in uno stand come piselli nello stesso baccello, L17 era un allegro punto di ritrovo.
Ho imparato che è inutile appuntarsi gli eventi, all’appropinquarsi dell’ora, sempre che ti ricordi di guardare l’orologio, sei immancabilmente dalla parte opposta del Salone (o Fiera) e la traversata è ardua, incontri un tot di persone che non avevi ancora visto, e allora e saluti e di qui e di là, e ciao l’evento.
L’impressione che di libri ce ne fossero meno,  ma ci fosse anche meno fuffa: gli altri anni mi  guardavo intorno e mi sembrava che di roba se ne pubblicasse troppa, come potevano essere  certi  di avere un mercato sufficiente  per rientrare delle spese me lo chiedevo, mi chiedevo se se lo chiedeva anche l’editore, forse no, o forse sì ma era la forza della disperazione, non arrendersi.
Vado al Salone ed evito come la peste i grandi nomi,  portatori di calca: tanto quelli, li vedo volendo in TV, o sui giornali: benvengano però,  se portano gente in mezzo ai libri
Anche quest’anno l’apparizione: Saviano in mezzo alla scorta, minutino, in mezzo a uomini robusti vestiti scuri, tutti, e sale sulla macchina.   A me fa dispiacere, pensare che debba vivere così, povero ragazzo.
Giravano la trasmissione che sto vedendo ora, e leggiucchiando anche qua e là su FB mi chiedo perchè avercela con lui: se riesce con  Fazio a portare al gradimento di un folto pubblico questo tipo di trasmissione, fa solo del bene,  dobbiamo spurgare l’educazione televisiva del Berlusconismo, quella che ha ostracizzato la cultura dalla TV e si può dire dal quotidiano, ha ristretto le menti. In questa trasmissione ti parlano, ti raccontano, e tu devi ascoltare, mica guardare le figure. Cosa fanno di diverso quelli che lo criticano? Parlano, scrivono, cioè quello che fa lui. Saviano è diritto, incisivo: è capace di farsi ascoltare, mica è cosa da tutti.
Al Salone evito di comprare i libri che troverei  anche in una qualunque libreria sotto casa, perchè appesantire la valigia in treno? Però, è il momento di fare man bassa negli stand dei piccoli e medi editori, quelli che soffrono di mal di distribuzione… ne ho preso però uno solo, allo stand K09 Stampa Alternativa, ah, no, anche il librino di saggezze feline.
Ho assistito a un dibattito, c’era Cortellessa, la Carbone del Manifesto, Vincenzo Ostuni, Achille Mauri, ed è inervenuto Giulio Milani, insomma, un parto TQ, se ho ben capito, perchè io ascolto ma poi perdo il filo, insomma,  nasce una sorta di editoria “bio” sugli scaffali delle Coop. Libri certificati per contenuto, lavorazione, e per giusta retribuzione delle persone che vi hanno lavorato.  Una specie di razza ariana del libro, a me è suonata così.
Ma a me, quello che piace del Salone, o Fiera,  del Libro di Torino, è Torino. Secondo me a Torino le sedie di velluto, i cuscini di raso, le cornici d’oro, anzi doro, te le tirano dietro, ne hanno dappertutto.
La padrona del mio B&B ha messo i cuscini di raso anche sulla vasca,  e per di più io volevo la  stanza con la doccia, mica la vasca. Poi, c’era un cuscino anche vicino alla doccia.  E in largo Saluzzo suonano il contrabbasso sul gradino di una chiesa. Ed io un pezzettino alla volta, Torino me la vedrò, no?

Salone del libro – pre.

Anno quarto, cosa mi aspetto? cosa ho imparato?
Innanzitutto,  non esiste scarpa che non diventi indisponente prima del retiro in B&B.
Più le ore passano, più le code ai wc si allungano.
Visti gli ospiti del programma, quest’anno  Saviano non c’è,  invece un Gramellini al giorno sì.
Se pensi di andare ad ascoltare la Littizzetto, Arisa, Vergassola e così, in uno spazio di quelli chiusi,  scordatelo, è inutile che ci vai, sicuramente ci sarà una tale ressa fuori  da quella porta che non arriverai in tempo ad aprirla prima che finiscano, entrerai quando gli altri escono, e assisterai alla performance successiva.  Se invece vedrai quella folla senza avere il programma sottomano,  ti chiederai se è successo qualcosa, e magari non lo saprai mai, perchè non vedi niente, sono coperti dalla gente in coda anche i cartelli.
Il passo successivo è chiedersi : Ma non era Il salone del libro questo?
In ogni caso, è il Salone del libro, ma  si può anche definire come multimediale, dal momento che sono presenti musica, televisioni, giochi virtuali e anche Green Peace, e come canto delle sirene, l’editoria a pagamento ti insegue distribuendo volantini per i corridoi.
L’anno scorso sfilavano anche i santi, mi pare fosse San Precario, che secondo me la processione c’è anche quest’anno.
Per mangiare, c’è il Ciao, ristorante sopraelevato, caratterizzato dal fatto che tanti, riconoscendosi da un tavolo all’altro, si salutano con la manina da lontano.
Spesso ci  sono in mostra talune eccentricità, tipo il bicchierofono dell’anno scorso, non ho mai sentito parlare di concerti di bicchierofono per cui per me che sono ignorante resta un’eccentricità che può incuriosire  grandi e piccini, ed è giusto che ci siano queste cose ad attirare l’attenzione,  son certo più innocue di tanta letteratura.  Chi poi si porterebbe un bicchierofono a casa?
Visto che il titolo di quest’anno del Salone è Primavera digitale, penso che ci saranno molti dibattiti intorno agli e-books, , alle indirimibili questioni  L’e-book seppellirà il libro?   Come le case editrici fronteggeranno l’attacco e-book? Adeguandosi, spero. Faccio parte di quelli che non vedono  la contrapposizione. Il libro non può morire, ha una funzione e un’utilizzo diverso dall’e-book,  ed anche un pubblico diverso, per quale motivo non dovrebbero coesistere? Sono meglio i Beatles o i RollingStones?
E comunque, il Salone del libro di Torino mi piace tantissimo, per l’atmosfera da spiaggia,  mi spiace non essere mai andata a quello di dicembre a Roma, e penso sia molto utile anche per quella editoria definita piccola, attirando tanti visitatori, cioè gente interessata ai libri accompagnata da collaterali  distratti che magari finisce che si incuriosiscano… pericolo, mica che si mettano a scrivere, no, no… servono lettori, si vede a occhio nudo, nel salone.
Con parsimonia frequento le presentazioni di libri, non mi dispiacciono, non sono quasi mai noiose, però non manco di rilevare ogni volta  che sono presenti gli addetti ai lavori, amici, amici di social network… più o meno quelli del giro, insomma, che il libro lo regali all’amico, o questo lo comprerebbe lo stesso per vedere se è più bello di quello che ha  scritto lui,   insomma non c’è un’espansione del prodotto verso il lettore “esterno”, accade, ma raramente.    Invece se sei presente allo stand della tua casa editrice, o parli del tuo libro davanti a una manciata di sedie, chiunque passa, magari si ferma, si ferma perchè sente qualcuno ridere, perchè coglie al volo una parola che sembra interessante, la tua faccia gli è simpatica…
In ogni caso, io vado al Salone di Torino perchè devo ritrovare il coperchietto dell’obiettivo della mia Lumix, che il salone è come il mare,  chissà quando e dove mi restituirà il suo corpo.

Un libro per tutti.

Un quarto d’ora fa:
-Luca, puoi dare alla nonna quel libro lì sul divano vicino alla mamma?
Luca lo nota, lo prende, dice “Lo leggo”,  e viene da me, che gli dico:
“Guarda, vedi le pagine? non ci sono figure”
Pare che non gli importi, apre la copertina,  spiegazza i risvolti, mi toglie dalle pagine il segnalibro, e mi dice tieni.
Rimetto a posto i risvolti, ma lui lo vuole ancora e si sdraia per terra, ed apre la pagine, e borbotta qualcosa.
“Qui dobbiamo stare fermi qui, a questa  casella”
“La volete smettere? ancora dovete stare fermi a questa casella” dice con voce più forte, direi allarmata.
“Luca, è il libro della nonna, non il gioco dell’oca”
Si alza, porta il libro alla mamma “Oh mamma dobbiamo ancora stare fermi qui” e le fa vedere una pagina.
Ora, si è incantato sul divano, a vedere i cartoni animati dei Pirati su Sky, con il libro tra le mani.
Anch’io ero attratta sin dalla copertina di Romanzo per signora, quindi capisco, però lo stesso  non so se glielo chiedo più, di portarmi qualcosa.

Romanzo per signora.

Spero che non sia da leggere con i tacchi alti. E’ meno imbarazzante scrivere di un libro che non hai ancora letto, perchè puoi sempre riservarti: se sbagli, era solo una  sensazione che il libro ti dava, la giustificazione è bella pronta. Giusto solo di sensazioni posso infatti  parlare.
Sono entrata in sintonia con questo libro da subito. Già la copertina con le cinque sdraio girate verso il mare, che tu dici sono i cinque protagonisti, probabile, ma ti ci siedi anche tu che stai per scoprire le prime pagine. Quante volte si sta così, a guardare il mare… almeno tante quante si sta a non guardarlo, lì  crogiolati al sole, anche un po’ cotti, con gli occhi chiusi.
Il titolo ispira, ti dici è per me, sicuramente non parlerà di calcio, e non eccessivamente di moda, chè quando è troppa diventa poco fine, un tocco di cultura e di vita mondana, q.b. (q.b. ci sta bene, il romanziere è un Chimico).
Leggi che parla di cinque persone anziane ed un po’ acciaccate, e subito ti ci identifichi, e  anch’io rido, e penso che forse anche loro, arrivate a una certa età, non hanno paura a fare le cose, che la cosa più triste è avere rimpianti, le cose non fatte e che si volevano fare, e ancora un po’ che si aspetta è tardi, tra poco risuonerà il mai più, non necessariamente perchè si muore, ma perchè il fisico non seguirà più lo spirito.  Ecco, io penso che ci sia dentro  questo nel libro, e quando lo leggerò vedrò se ci ho preso.
Intanto, stasera c’è stata la presentazione alla Libreria del Mondo Offeso, in Corso Garibaldi 50 a Milano, con Alberto Rollo, Giorgio Fontana e l’autore, una presentazione gradevole e divertita, tranquilla, di gusto  classico insomma, in una libreria gremita.   Ho fortunosamente trovato posto su uno sgabello, che cercavo di ammorbidire continuando a cambiare posizione, mentre la giacca, che avrei voluto costringere piegata sulle mie ginocchia, si srotolava voluttuosamente avvinta alla pashmina. Ma almeno non ero in piedi, come altri.  Alberto Rollo ha introdotto il libro facendo affermazioni, e Giorgio Fontana  facendo domande all’autore lo ha seguito. Avrebbe voluto farne anche sulla conclusione del libro ma è stato zittito con l’accordo di tutti quelli che non lo avevano ancora letto. Zittito col sorriso, mica a manganellate, che non si fraintenda. Perchè l’atmosfera era così, sorridente. E mentre Rollo leggeva dei brani, io mi figuravo le scene come se le vedessi in film,  io non l’ho ancora letto e posso sbagliarmi, ma forse questo è uno di quei romanzi che possono diventare film.  Magari viene qualcosa tipo Amici miei.

tiptop alle crociate.

Oggi pomeriggio nella Sala Bianca del teatro Parenti TornoGiovedì ha organizzato una sorta di incontro e discussione su problemi dell’editoria   #carilibri, in collegamento Twitter e Facebook tipo Tutto il calcio minuto per minuto, solo che  Sabrina Minetti è indubbiamente più avvenente di Nicolò Carosio.
Il titolo #carilibri, hashtag einaudiano, è stato scelto perchè si amano e perchè costano.
Introduce gli argomenti Fernando Coratelli, detto per l’occasione Floris – tra i due quanto ad avvenenza è  invece un bel match – riferendosi ad un articolo apparso sul  Il sole 24 ore di Giorgio Fontana (non l’ho letto nè ne conosco il link),  che riporta come nel 2011 siano apparsi in e-book circa 20.000 titoli e siano stati venduti una quantità che non ricordo di e-reader,con un’ulteriore prevedibile impennata nel periodo natalizio, raggiundendo la cifra di circa 800.000 e-book, calcolati per eccesso, in medio stat virtus. In una sola settimana del 2011 sono usciti tanti libri (cartacei) quanti in tutto il 1950.  E da qui si è partiti con numerose considerazioni  anche squisitamente tecniche, ma non solo.
Innazitutto c’è da chiedersi se non sia eccessiva l’offerta di libri rispetto alla domanda, e questa è una cosa che mi chiedo anche io tutte le volte che entro al Salone del Libro di Torino.
Si considera come la classica filiera dia una garanzia di qualità: cioè l’opera dello scrittore viene editata, curata, pubblicata e distribuita al momento giusto e con la copertina giusta. Successivamente, sul discorso qualità si è tornati, dicendo che non sempre il libro ha un contenuto “degno” solo perchè è lavorato, inoltre, anche l’editor è soggetto a sollecitazioni quali il dover riconsegnare in un breve lasso di tempo etc.
Si parla anche di un rischio di self-publishing in e-book, da parte di quegli autori che non si sentono presi in considerazione da case editrici, e magari hanno una grossa considerazione di sè, si autopubblicano, con o senza editing, certi addirituttura si sono scritti anche il saggio critico.
L’unico risparmio che l’e-book consente è la stampa su carta: diritti, editing, distribuzione, foto di copertina restano: sulla distribuzione resto perplessa.
Il problema grande dell’e-book, secondo alcuni piccoli editori, è la visibilità. Se un libro nello scaffale di una libreria può venir preso e sfogliato e scelto, per un e-book è difficile essere notato nel gran mare di Internet se non è nella prima pagina delle offerte di case editrici o centri commerciali (su questo, mi permetto di dissentire, come si guardano gli scaffali, uno può anche guardarsi i cataloghi su internet: questione di abitudine, conosco chi lo fa). Alcuni librai presenti chiedono che il lettore sia libero di comprare quello che vuole e dove vuole: le librerie delle grandi case soffocano i librai indipendenti, che rivendicano anche un loro ruolo nelle scelte  e nel suggerire le letture ai clienti che chiedono consigli. Nella classifica di vendita degli  e-book i primi tre titoli coincidono con il cartaceo, gli altri sono testi che non riuscirebbero a essere pubblicati in carta (questo mi sembra una buona cosa), ma i  piccoli editori temono l’ingresso dei grandi nella pubblicazione digitale.
Un autore rileva che da quando legge in internet, la sua capacità di concentrazione nella lettura è diminuita, tra testi e collegamenti, ha difficoltà ad arrivare in fondo alla pagina, e questo sta accadendo anche sulla carta.
Viene fatto cenno alla difficoltà a reperire libri di poesie in vendita, segnalando che alcuni blog tematici  mettono a disposizione l’e-book, ma qui si metteva in guardia sulla qualità (però, uno compra l’e-book avendo letto in blog, quindi lo conosce e gli piace), in alcuni blog esiste una redazione che li cura, in altri no.
Emergono anche problemi tecnici, se ho ben capito, ci sono device che van bene con tutti gli e-books ed altri con solo quelli del proprio marchio, e ci sono standard per Android, Amazon etc, ed è difficile raggiungere uno standard che vada bene per tutto.  Ci si chiede se siano uno strumento alla portata di tutti, dal giovane all’anziano, e se non sia lo scrittore stesso a smorfiarsi di essere pubblicato in digitale anzichè rilegato in cartoncino.
Insomma, i toni erano un po’ come se ci fosse una sfida tra il libro di carta ed il libro digitale, e si osservava infine come fossero due cose diverse, destinate, con ogni probabilità ad un mercato e a un utilizzo diverso, e possono benissimo coesistere:  difficilmente nella nostra generazione assisteremo alla morte del classico libro (poi, io ti voglio vedere andare in spiaggia con l’e-book, tra sabbia e sole a picco… semmai in autobus, può esser comodo) nel futuro più futuro si vedrà: certo non possono sparire i libri per bambini, e credo neanche certe edizioni d’arte, e gli e-reader di e-book di ricette avranno lo schermo schizzato di uovo zucchero e farina, come le ditate sulle pagine dei libri di cucina.
Di mio pensavo, quale lettrice, che bello, tutte queste persone lavorano per me… io sono l’utilizzatrice finale. Ho trovato solo verso la conclusione dell’incontro  il coraggio di partecipare alla discussione, raccontando che ho dei libri da sempre, mentre la videoteca che mi ero fatta con i VHS ho dovuto buttarla via, e anche le musicassette,  avevo un blog e mi hanno chiuso la piattaforma,  insomma bisogna tener conto dell’innovazione tecnologica  del mercato, non spendo per un e-reader e gli e-book che poi mi cambia la tecnologia e non li posso più usare. Secondo me occorre andare oltre a questi due strumenti, e poter scaricare, magari a pagamento, da internet sui propri aggeggi in uso, senza mille tecnologie diverse, poi, chi vuole i libri i carta, prenda i libri di carta. E’ vero che fanno così per obbligarti a comprare, ma non ci casco più. E la diminuzione di costi ci sarebbe, perchè  lasciamo i diritti agli autori ed agli editori, si risparmia in carta e distribuzione, intendendola sia come percentuale ai distributori, che nel senso di merce viaggiante.
Alla conclusione dell’incontro, è stato offerto l’Happy Hour Book, secondo il rituale di TornoGiovedì, con vino buono, ed alla presenza di Cappuccetto Rosso e del Gatto con gli Stivali.