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Il Do

La villa di Stresa dei cugini per me  bambina solitaria in vacanza era un paradiso.  Credo che lo possa essere per chiunque apprezzi la bellezza e certe atmosfere.
Innanzitutto, era in riva al lago,  mentre la nostra  era più in alto,  e in darsena non ci si ndava  quasi mai;  lì invece si poteva fare subito il bagno, e poi si pescava, tutti insieme. Qualche persico, ad esser fortunati, e gobbetti colorati, cioè i persici sole, e poi c’era la danza delle alborelle,  così l’aveva chiamata Camillo, la moltitudine di pescetti che si incuneavano tra le rocce e facevano baluginare i loro  argenti. Poi in giardino c’era una tartaruga, Soffione, tutte le volte da trovare dove si era nascosta, e  poi la tenda grande, il ping pong, in primavera i rododendri perfino arancioni, e la pianta sensitiva, e la loro nonna che al suo compleanno invece di ricevere i regali li voleva fare lei, e questo mi ha sempre strabiliato. Io ero spesso sola, tranne quando venivano loro a giocare da noi, ma preferivo quando andavo giù io da loro.  Non c’erano solo Camillo e Marella, ma anche i loro cuginetti più piccoli, l’Andrea il Giovanni il Carlo e il Pildo, e qualche volta loro amici.
Oggi mi è venuto in mente  il Do, non so perchè, forse perchè stavo ascoltando musica e lui suonava il pianoforte, dava lezione a Camillo.  Il Do, non re, mi, fa, sol, la… forse la nota più… al maschile?  Il suo nome era Franco Verganti.  Non è che abbia dei ricordi personali, solo, una volta che era finita la lezione, Camillo veniva a giocare, e veniva spesso anche il Do, ed inventava qualche gioco… mi pare di ricordare una specie di mini caccia al tesoro, diceva un colore e si doveva portare qualcosa di quel colore.  A me che venivo da una famigllia bancaria faceva specie  l’idea di un maestro di piano che veniva in vacanza con te, ma di sicuro non era  strano nella casa della musica per eccellenza.
Me lo ricordo già un po’ in età e con non troppi capelli, in questa foto era evidentemente più giovane.  Ora che ho un po’ a che fare con la musica, marginalmente,  il Do mi è forse tornato in mente come esemplare ravvicinato di pianista,  e sarei curiosissima di ascoltarlo oggi, che ci capisco un po’ di più.
Così,  ho spulciato un po’ su Google,  e oltre alla foto ho trovato questo libretto di partiture, si doveva essere molto dedicato alle nuove leve pianistiche, e un accenno qui, uno dei due pianoforti nell’esecuzione con Renata Scotto della Petite messe solennelle di Gioacchino Rossini. E quanto alle esecuzioni, ho trovato appunto solo questa!

 

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Sughero

Ora, vorrei stare in un posto con l’acqua, magari a pescare, non importa se non prendo niente, mi basta aspettare che il tappo si muova, e pazienza se mi hanno già mangiato l’esca e sto lì come una scema a guardare il tappo, e l’acqua, e penso.

La tirlindana

Capitava che mio fratello mi portasse con lui a pescare.  La mamma mi faceva mettere il costume intero rosso, una maglietta, le ciabatte e, quando lo si trovava, un cappello di paglia da gondoliere, e ci incamminavamo per il vialone,  lungo il vialone i mirtilli, e il bianco della villa dei De Micheli, poi la curva col castagno gigantesco e il ponte sotto la ferrovia..
Il cancello della darsena si apriva cigolando, come è dovere dei vecchi cancelli poco usati,  con la vernice color ruggine che si sbrindella, e i rami dei tigli un po’ tropo cresciuti ci  frustavano il viso, e qualche ragnatela.  Delle tele di ragno di distendevano anche da tubo a tubo della ringhiera, che circondava la terrazza sul lago.  Scendevo dietro Giorgio per la scala che portava verso il lago e la spiaggetta, tutta piena di sassi e di rami. La barca stava in una specie di garage, di hangar, pieno di pinne spaiate, materassini sgonfi… insomma, l’atmosfera era quella un po’ in disarmo, di quando le cose son di tutti, e quindi di nessuno.  Sotto la terrazza c’era, chiuso da una saracinesca, il posto per le barche e i motoscafi, con qualche cavedano che ci nuotava pigro, ma lì le barche non ce le lasciavano mai, non so perchè.
Aiuto Giorgio a far scivolare la barca nell’acqua. Facciamo un po’ per uno con i remi, mi è sempre piaciuto remare e lo so fare bene, la meta è l’Isola Bella,  una zona pescosa per i persici. Quando siamo in zona, Giorgio mi spiega, si pesca stando seduti a poppa, e si srotola il filo di rame al quale è attaccata la lenza, e l’esca. L’esca erano le alborelline che si compravano o i lombrichi cicciosi che cercavamo nei pressi dell’orto del Gianni, sollevando zolle d’erba, nella terra,  con quel meraviglioso odore di fungo e di castagno che ha da quelle parti. Il filo si deve muovere un poco, ed evitare che si incagli, e chi è ai remi deve remare lievissimamente, immergendo poco i remi, facendo poco rumore.
Non so dire se mi piacesse di più pescare o remare, silenziosi in mezzo al lago, e l’emozione del pesce che abbocca, e poi il sole comincia a scendere, è l’ora migliore, ma bisogna tornare su a casa.

Piripippìri

Piripippìri, si faceva col clacson quando si era imboccato il vialone della villa dalla provinciale sul lago, e si era passati sotto il ponte della ferrovia che lo tagliava, e si stava arrivando a casa. Piripippìri,  lo si sentiva dalla terrazza in faccia al lago, si attraversava il salotto e si andava ad aspettare il corrispettivo parente all’ingresso, sulla ghiaia  vicino al grosso faggio, i suoni dei clacson non erano tutti uguali e si sapeva chi arrivava.
Il pirippipiri lo aspettavo il venerdì sera, quando arrivava il papà da Milano con le caramelle, gli zuccherini, o le gocce di zucchero col rosolio, e le caramelle ripiene alla frutta.
Alla sera, nel letto, invece di leggere e rileggere il librone con le fiabe di Baba Yaga e della Regina delle Nevi, mi piaceva dividere gli zuccherini per colore, e fare le parti per darne un po’ a mia cugina Ambra. Mi piacevano quelli turchesi, anche se quelli semplicemente bianchi sapevano di menta, e quelli rossi, perchè le caramelle rosse da sempre hanno una loro attrattiva, ricordano ciliegie e fragole. Non era facile trovare un modo per dividerli, che non gliene dessi troppi, o troppo pochi. Lasciarle quelli dispari, erano troppo pochi. Metà, troppo, anche perchè intanto qualcuno lo mangiavo. Era un casino con le gocce con il  rosolio, erano delicatissime e spesso già qualcuna eragià  rotta, e le dita si appicicavano.
Non so che casino lasciassi sulle lenzuola della mamma, prima di trasferirmi nel mio letto di fianco, che non aveva la lucina sul comodino. Per le caramelle ripiene, ma incartate,  tendevo ad imbrogliare un po’, tenendone di più di quelle alla mora e cedendo quelle alle prugne. Alla fine, facevo a metà.
Se ora ci penso, non so come non avessi paura… mentre tutti  i grandi stavano al piano di sotto, chi non era andato a Stresa o da qualche parte,  io soldo di cacio ero  a leggere nel letto da sola al primo piano di quella casa enorme, e sopra ancora un piano, vuoto perchè erano tutti giù, lo dico, perchè ora forse l’avrei, il pensiero di sentir qualcuno salire per le scalinata, con il  corrimano di legno su cui scivolavamo per andare da basso, mia cugina ed io, lei di sei anni più grande di me.  Una sera, sento che qualcuno sale, ed apre la finestra di fronte alla porta della mia camera  e va  sul balconcino di legno, quello che dava verso il faggio, era mio cugino, il fratello maggiore di Ambra, con qualcun altro, per uccidere i  ghiri, ed allora mi ero alzata anch’io ed ero andata lì a vedere cosa facevano. Uno illuminava i ghiri con la torcia, che restavano lì dov’erano, imbambolati, e gli sparavano.
Non capivo bene il perchè di tutto quello, ma  mi hanno portato via subito, forse per paura degli spari, spero lo abbiano fatto per evitarmi lo spettacolo, perchè ancora oggi, se ci penso, a quelle bestioline illuminate ferme appiattite sul ramo, mi sale un nodo qui, e  mia sorella che una volta  aveva trovato un piccolo ghiro e cercava di salvarlo  dandogli il latte con un contagocce.

L’arte del commercio, a Baveno.

Mentre a Milano la mia attività commerciale si imperniava sulla rivendita di prodotti già finiti, nel mese di agosto, nella villa di Baveno, cercavo di trovare nuove vie, puntando anche alla produzione, ed ai prodotti  a km 0, precorrendo notevolmente i tempi. Infatti, dovevano ancora arrivare i tempi in cui si produceva per la massa, importando a tutto spiano, così le fragole c’erano tutto l’anno, e i ravioli non erano più il piatto della domenica ma delle entità a cottura sempre più breve, ed anche i tempi dopo, quelli del ritorno nostalgico al prodotto del contadino, un paio di appezzamenti più in là.
Insomma, il giardino della villa dava parecchi spunti.
I mazzolini di fiori, non interessavano a nessuno, sovrastati dalle dalie, dalle zinnie e dalle ortensie con cui il Gianni, il giardiniere, riempiva a profusione i vasi nei saloni: al massimo, la margheritina per un m’ama non m’ama piaceva alle mie sorelle più grandi, ma bisognava cogliere il momento giusto, anzi, il sospiro giusto. E comunque, sono convinta che m’ama non m’ama possa dare validi risultati anche  con una zinnia.
Anche i finferli raccolti sotto i pini dove c’erano le altalene avevano scarsa presa: erano sempre troppo pochi per dare sapore a un risotto destinato ad almeno dieci commensali.
Allora, prendevo un secchiello, e dicevo alla mamma, seduta in terrazza con le zie, che andavo nei campi sopra il campo da calcio.
Al campo da calcio si accedeva dall’orto, salendo dei gradini, ed il cancello stava sempre aperto; il prato era tutto cintato, ed era stato  tenuto rasato sino a quando i ragazzi di casa  non erano cresciuti e avevano cominciato a pensare ad altro; il Gianni passava ormai raramente con la falce ed ai bordi crescevano i rovi, con le more. Ai terreni sopra questo campo si accedeva proseguendo ancora nell’orto, e costeggiando la serra in salita.
A me piaceva invece arrivarci costeggiando all’esterno il nostro orto, percorrendo un sentiero tra i faggi ed i castagni, con un pezzo di ramo a mo’ di bastone. Volevo arrivare all’albero di fichi, ed al noce. Ma ero sola, non mi accompagnavano nè il cane del giardiniere, nè la bassotta di mia cugina, non erano i miei cani, e stavano coi loro padroni, nella loro intrinseca fedeltà: capitava così che sentissi un fruscio, ed allora mi giravo e scappavo, correvo in discesa verso casa, ed avevo paura di inciampare e cadere, che allora il mostro sconosciuto mi avrebbe sopraffatto. Per un po’, non andavo più… e quando andavo, la salita era sempre più breve, tornavo sempre prima sui miei passi.  Evidentemente crescevo, prendevo coscienza della paura e dei rischi, o semplicemente, cominciavo a risentire del fare le cose da sola, ero ben contenta quando qualcuno aveva voglia di fare una camminata e veniva con me.
Fu così che cominciò il commercio dei pinoli. Al bordo del prato vicino a casa c’erano una decina di pini marittimi, con le loro belle pigne piene di resina, ed io perlustravo il vialetto con la ghiaia, ed il prato,  raccogliendo i pinoli.  Mi sedevo vicino ai gradini della terrazza, ai piedi di una statua di bronzo,  un ragazzetto con un libro in mano, con scritto Credere Obbedire Combattere, mi spiaceva che non potesse mai girare la pagina, e rompevo i gusci.  Vendevo con successo  i pinoli a una lira l’uno, mi sembrava un prezzo equo,  considerato il lavoro che ci stava dietro.

Il Gianni e la Francesca, il Merico, la Mirella

Alla mattina, fatta colazione, stavo attenta se sentivo arrivare l’Ape del Gianni, al rumore del motore si aggiungeva di solito l’abbaio della Gin, la bassotta di mia cugina, che non lo poteva soffrire. D’altra parte, il Gianni aveva un’aureola di capelli bianchi, non aveva più i denti davanti e girava con la maglietta  ecrù melange a costine. Se riuscivo a cuccare il Gianni che scaricava la spesa, mi arrampicavo nel cassone e mi facevo portare su per il viale sino alla Dependance, che io tengo a scrivere rispettosamente con la maiuscola.
La Dependance era una casa staccata dalla villa, destinata, ai tempi d’oro del nonno, come alloggio per i domestici. Vicino c’era appunto la casa del Gianni e della Francesca, l’officinetta del Gianni, l’atelier abbandonato della zia Liliana, il garage, il fienile con le gabbie dei conigli, ed il cancello che dava sulla “strada alta”, la chiamavamo così noi per distinguerla dalla provinciale lungo il lago, lungo la quale arrivavi sino a Baveno, anche sino in capo al mondo, se non ti fermavi a Baveno. In quell’universo, la casetta del Gianni e della Francesca era vicina al cancello, ed io  stavo spesso lì dentro a chiacchierare con la Francesca, che preparava il pranzo per il Gianni, che avrebbe mangiato da solo,  lei doveva poi venire nella villa per occuparsi della cucina. La Francesca aveva i capelli, grigi e increspati, sempre legati a crocchia dietro la nuca, la pelle liscia, occhi azzurrissimi, ed era molto contenta quando veniva il Merico,  suo figlio, che lavorava lontano, lontano per quei tempi, poteva essere verso Domodossola. Io non capivo tutto questo entusiasmo, perchè il Merico lo vedevo o che mangiava, o che stava sul divano, e poi andava a caccia. Anche il Gianni, il giardiniere, andava a caccia, mi ricordo le cartucce rosse e il fucile, e la Francesca mi raccontava della frollatura delle lepri,  argomento che mi prendeva poco. La Mirella non andava a caccia, era molto signorina, con i capelli neri e gli occhi azzurrissimi, più di quelli di sua mamma e dei miei; probabilmente lavorava anche lei, perchè non la vedevo spesso in casa,  comunque più spesso del Merico. Merico, da Amerigo, come l”America, mi diceva orgogliosa la Francesca. Nel complesso, li avevo adottati come seconda famiglia, e passavo molto del mio tempo con loro. A lato della loro casa c’era il fienile,  e con mia cugina Ambra, di qualche anno più grande di me, facevamo le capriole, senza timore nè di topi nè di niente. C’erano le gabbie coi conigli, e passavo loro l’erba attraverso i buchi della rete, e quando nascevano le cucciolate, sceglievo sempre il mio, mio in senso spirituale. A lui avrei cercato di far arrivare più fili d’erba che agli altri.  Legato ad un filo di ferro teso tra il fienile e la casa, lungo il quale scorreva la sua corda, stava il Cris, un grosso setter bianco e rossiccio, che accarezzavo tanto, e per giocare dilaniava quotidiani,  ed io ridevo, ridevano anche il Gianni e la Francesca perchè dicevo che il Cris sapeva leggere. Quasi una profezia sulla stampa,  la mia, rivista oggi. Non poteva mancare il gatto del Gianni, che a dire il vero cambiava spesso. Ma la cosa più bella era andare nel laboratorio del Gianni, dove c’era di tutto,  anche la morsa, e soprattutto la mola, che facevo girare al’impazzata, divertendomi a sentire le cose che si scaldavano, e via ad arrotare chiodi. Il Gianni lo seguivo anche quando andava a tagliare l’erba dei prati della villa, lui dava di falce ed io di rastrello. Lo seguivo anche a raccogliere le dalie e i pomodori, ed a prendere il capelvenere nella serra.
Certo, stavo via ore, e nella villa nessuno sembrava preoccuparsi, solo una volta mi hanno sgridato perchè mi chiamavano  e non rispondevo, ma glielo ho detto, non sapevo come fare, il gatto del Gianni mi si era addormentato in braccio.

La sala da pranzo.

La sala dove si mangiava la prima colazione non  sembrava sempre grande uguale, cresceva durante il giorno, raggiungeva il suo massimo all’ora di cena, dopo di che si riaggomitolava aspettando il mattino.
Il tavolo del mattino era quadrato, con la tovaglia, il Nescafè e lo zucchero in zollette. Per il the ci voleva il colino, le bustine credo dovessero ancora essere inventate. I biscotti erano nella scatola, e le fette biscottate erano rotonde e disgraziatissime, pronte a sgretolarsi come una colonna cariata, spalmarci sopra un po’ di burro e marmellata ti dava la stessa suspence di una partita a shangai, quando vuoi prendere il nero senza muovere.
Sul tavolo per me erano sempre pronti i fermenti lattici Fides, una deliziosa medicina in fialetta da consumare con acqua e zucchero: poi mi restava il tappino di gomma con cui giocherellare, e qualche fialetta la tenevo perchè facesse da bottiglia per le bambole. Non che avessi un grande spirito materno, alle bambole cucinavo piatti di riso con i petali delle margherite, tutt’al più spazzolavo e tagliavo i loro capelli, e dopo, non le spazzolavo più.
Insomma, al tavolo per la colazione si arrivava alla spicciolata; una mattina lo zio Fulvio, seduto di sbieco col Corriere tra le mani, mi disse “E’ morta Marilyn Monroe” e la cosa  colpì anche me, che si muoia giovani e bellissime. Così avevo anche un po’ letto una rivista, poco tempo dopo, dove dicevano che Marilyn Monroe fosse un’amante, e mi pareva una cosa un po’ spaventevole.  Non era facile essere attrici in America, all’altra bionda, la Mansfield, un leone aveva azzannato il figlio, Zoltan, me lo ricordo, il nome stesso da leone.
L’ultimo a svegliarsi era il Luca, mio cugino,  la tavola doveva essere preparata per il pranzo e lui non aveva fatto ancora colazione, così dalla terrazza sotto la sua finestra, per non fare le scale,  lo si chiamava ripetutamente, fino a quando rispondeva malevolo e impastato di sonno.
Per il pranzo il tavolo si allungava, e per la cena era ancora più lungo, credo non fossimo mai meno di una decina,  e spesso molti di più. La Francesca cucinava e raramente si faceva vedere, mentre era la Piera a servire a tavola, facendo non so quante volte su e giù le scale  per la cucina. Ricordo riso e latte, mondeghili, patate al latte…. ognuno aveva la sua busta per il tovagliolo, e un’altra per il cambio, con il nome ricamato dalla zia Bruna, un lavoro evidentemente terminato prima che io nascessi, perchè quelle col mio nome non c’erano e  potevo scegliere tra le buste generiche, per gli ospiti, con ricamati pulcini,  coniglietti ed  elefantini.
Che sia da lì, dall’essere senza la busta portatovagliolo col nome ricamato,  che abbia cominciato a prendere forma la mia natura di cane sciolto?  Però ho via io le buste delle mie sorelle, Orietta e Marisa, a loro non importavano, e adesso che non ci sono più nè loro, nè la casa, mai le butterei via, stanno lì, in un cassetto, ma sono lì.