Archivio mensile:luglio 2012

Scoperte milanesi

Quando degli amici ti invitano a bere in un locale carino che hanno appena riscoperto, e poi ti dicono  di riempirti di antizanzare, e di portare pure il cane, che il posto è un chiosco che sta nello spartitraffico di corso  Sempione, mi sono subito immaginata una serata avventurosa. Ero anche un po’ perplessa perchè pensando allo spartitraffico mi veniva in mente quello con le rotaie del tram.
Invece era l’altro, come fosse in un bosco, tra platani e pinetti più recenti, c’è “Sergio ed Efisio, chiosco bar in Milano, since 1985” come fosse la casetta di Biancaneve, con tavolini all’aperto, e un giardino d’inverno.
Un buon cocktail alla frutta, un venticello che ha spinto via nuvoloni e lampi, forse questi momenti semplici e piacevoli erano quello che ci voleva per togliermi di dosso la cappa di caldo soffocante che sembrava oggi volersi estendere dal corpo al resto della mia esistenza.
Gli amici mi hanno poi raccontato che questo chiosco “since 1985″… since!… è cresciuto come alternativa allo smorto bar interno alla Rai, esattamente di fronte, ed è sempre frequentatissimo: piacere, signor Chiosco Bar Since, mi ha fatto piacere conoscerla! La terrò presente!

l’ex Macello (mica la macelleria sociale)

Del 25 luglio devo ricordarmi innanzitutto piazza Bologna, ore 18.55, probabilmente sono stata fotografata e mi arriverà la multona con cui mi levano i punti della patente. Stavo guardando dove andare in località semisconosciuta, e non mi ero accorta che c’era un semaforino, quando ho sentito ringhiare dei motori che si stavano avventando su di me… ho fatto una volata portandomi in salvo, ma che batticuore. Viale prima Lucania, poi Puglia, poi Molise… in punta di ruote cerco il 68, al 60 titubo, le macchine posteggiate sembrano infittirsi, posteggio. Arrivo al 68, mi siedo sul lato della scalinata, aspetto Laura. Davanti al Macao c’è un bel posteggione libero,: inevitabile, Murphy è sempre con me.

Aspetto Laura.   Qualche gradino  sopra è seduto un tipo, mi pare di averlo già visto, chissà in quale epoca della mia vita. Penso che invecchiando sto ringiovanendo, sto facendo cose che da ragazza non ho mai fatto, tipo questa, andare in un centro sociale che okkupa l’ex-macello. Ma anche il tipo sopra mi scruta, poi mi sorride. Il tipo sopra, Fiorenzo, si è ricordato dove mi ha visto,  a una riunione del Vanghè, aspettava Laura, e stava pensando che invecchia ringiovanendo, facendo cose che da ragazzo non ha mai fatto, tipo entrare in un centro sociale che okkupa l’ex-macello.

Entriamo seguendo Laura, e  mi sembra bellissimo, e tutto pulito e ordinato, nei limiti di un recupero dallo stato di abbandono.  Stanno scattando una foto, ci sono le lampade, il telo, la modella che si siede sulla chaise longue, è al sole.

Troviamo il tavolo del bando già nomato “cura”, ora “disagio mentale”, troviamo anche un Ferdinando,  troviamo un po’ di altri.  Insomma, di progetti su questo argomento, al Macao ne sono arrivati un po’, bisogna studiare come svilupparli. Non sono tutti presenti, complice l’agosto alle porte, si teorizza molto, cercando una strada da percorrere, perchè non c’è ancora una formulazione su cui lavorare, ed a questa dobbiamo pensare, a costituire una pallotta d’argilla, la costola da cui partire.   Comunque,  è assodato che il problema del disagio c’è, e l’arte si è dimostrata un ottimo coadiuvante,  se non la medicina stessa. Sono presenti alcuni che lavorano nel settore, due musico-terapeuti che scoprono di aver frequentato la stessa scuola, e Laura, e un altro che opera mediante l’attività teatrale. Un altro invece, internato causa depressione,  ha provato anche cosa vuol dire terminare la riabilitazione,  e tornar fuori, senza supporti di alcun tipo, ma ha reagito, direi, ed ora si sta dedicando a una raccolta di fotografie sui manicomi prima e dopo Basaglia. Sono presenti altre eterogenee persone interessate al discorso, habitué del luogo.  Al “presentiamoci” la blogger si è un po’ sentita morire, perchè nulla sapeva di recuperi mentali, semmai di alcuni casi  irrecuperabili a lei molto vicini,  nè sapeva di teatri e musiche ad hoc.
“Sono Cristina, svolgo un lavoro impiegatizio che non ha nulla a che fare con quello che serve qui, e sono qui perchè… perchè Laura mi ha chiesto se volevo venire, ed ho detto di sì.”
Certo che a sentirne parlare, poi ci fai più caso, ti rendi conto di quante persone intorno non stiano bene, già solo sulla filovia che prendo tutti i giorni per andare al lavoro. Ma un’immagine mi resta, dei discorsi sentiti in questi ultimi giorni,  ieri al Macao o ascoltando Laura alle riunioni.  Un riabilitato, che si sveglia alla mattina, solo nel monolocale assegnatogli, e inizia la sua giornata, come la passa,  cosa pensa,  che stimoli sente,  cosa cerca di fare,  in che direzione?
Cioè, non è un’immagine di desolazione, non viene da pensare alla sua estrema difficoltà?

Un gran traffico, per aria.

Nella piazzetta davanti alla casa di Pallanza, alla mattina presto  c’è un grande viavai di rondini chiassose, verso sera invece volano alti  i gabbiani stridendo, e sull’imbrunire ripigliano le rondini,  piano piano piano sostituite da qualche pipistrello, e gli usignoli di notte. Durante il giorno, il tub tub statico del piccioni, dal tetto di fronte, e il cinguettio di uccellini celati.

Cose da salvare prima di innamorarsi

A Milano Cristina Di Canio, una libraia sicuramente  determinata,  ha creato un angolino lilla, e se ne inventa di ogni, e sono  convinta, dacchè l’ho conosciuta, che  Il mio libro diventerà un punto sempre più importante per le nostre letture. E facciamoli, anche i nomi dei librai!
Oggi intanto vi si parlava del libro ” Cose da salvare prima di innamorarsi” Ed. Newton Compton.
Davanti a un pubblico decisamente numeroso, comprensivo di cagnino bianco silenzioso e di bimbina che silenziosa andava, veniva e curiosava le cose,    Rossella Canevari,  l’autrice Daniela Grandi e Andrea  Pinketts si sono vicendevolmente introdotti.
Rossella Canevari, assai composta, Daniela Grandi non che fosse scomposta, ma i suoi occhi e il suo sorriso si vedeva che  brillavano mentre parlava,  sì che non c’era neanche buio, e faceva una gran simpatia, mentre  Pinketts, al solito, conoscitore disincantato delle umane debolezze, ti faceva ridere, ma diceva tutt’altro che  sciocchezze.
Della trama si è accennato, ma senza troppo svelare: il libro, lo si leggerà.  C’è una storia d’amore, ed un noir, la scomparsa di un industriale dei prosciutti,  si parla di cibo,  ed il tutto è ambientato nel mondo giornalistico della provincia, per l’esattezza  della  natia Parma, co-protagoniste le Ghise, un gruppetto di amiche  che cercano di scoprire cos’è successo all’industriale.
A parte i sorrisi provocati da Pinketts, con uscite tipo “L’uomo della poesia si dimostra anche quello della prosa”, efficacissima, ” in ogni romanzo si sa che ci sono tempi morti, qui sono tutti vivissimi” e l’esilarante prassi dell’innamoramento, quando uno si innamora dell’altro, e quindi vuole farlo cambiare ” quando succede a me, che si innamorano, subito vogliono togliermi e vizi e quant’altro, ma se ti sei innamorata così, perchè poi mi vuoi diverso? allora pigliatene uno già così”, ho trovato interessanti le notazioni  che riassumerei nel termine ” di mercato” .
Il romanzo infatti,  che Daniela Grandi desidererebbe che  venisse letto come un romanzo tout court,  senza etichette, si presenta confezionato  in tutto e per tutto come  “rosa” , vuoi per il titolo misterioso,  con piglio per di più  manualistico,  in linea con la casa editrice, vuoi per il colore della copertina – rosa- con l’immagine di una donna bionda tampoco allegra, che appare in contrasto con il clima e i personaggi  del libro che, ho la sensazione, affrontano qualunque evenienza in positivo. Si considerava come  il romanzo verrebbe considerato picaresco, o noir, ad un altro livello, se solo la stessa storia fosse volta al maschile. Pinketts stesso, raccontando di Rossella Canevari che gli aveva proposto la lettura del libro, ha detto che era stato preso da gran spavento, vedendo il titolo fuorviante,  ma fidandosi di Rossella, ha potuto apprezzare il libro, leggendolo anzi due volte, la prima di impatto  e la seconda scientificamente, rilevando l’amicizia saldissima delle Ghise, in modo quasi maschile, quando le amicizie femminili sono solitamente caratterizzate, dice, da delicati equilibri. Tre donne insieme parlano male di una quarta che non c’è, una va via, le altre due cominciano a parlare di lei… insomma, un po’ vero è.  Solo un po’, perchè a generalizzare si sbaglia.
Aspirazioni per il futuro, dell’autrice? Ride ( e ridono anche gli occhi). Fare la comparsa nel film che si sta girando da uno scritto di Rossella Canevari, e forse – forse – scrivere il terzo libro, il seguito di questo, che termina  con un finale aperto. Già, il terzo, esiste già un primo romanzo, Il Club dei pettegolezzi, titolo scelto dall’editore in luogo de Il bacio sulla bocca, con Amanda e le Ghise, queste ragazze cosi soprannominate perchè  si concedevano poco. Ma per forza, Ghise, il più delle volte  è un senso di solitudine e di vuoto che spinge a concedersi facile, e loro non erano sole, erano semmai solide, in gruppo di 6, e non si sono perse mai.
Mi son fatta l’idea che sia un libro scorrevole, scritto con sguardo divertito, quel divertito un po’ affettuoso di cui è capace chi presta attenzione alle persone.
L’autrice  era arrivata alla libreria ben munita di salame e lambrusco,  ma la blogger quando cominciano questi momenti, col bicchiere in mano, di norma si intimidisce e scappa, è scappata con l’assaggio di lambrusco, però.

La Clementina

La Clemenina passava per casa come una meteora.
Arrivava, convocata,  nelle mattine invernali, con il suo cappotto nero, ed un foulard con delle rose, su un fondo bianco e grigio.  Come si vestisse d’estate non lo so, ci si ammalava d’inverno. Angela, prima che arrivasse, aveva fatto bollire quella specie di pentolino con dentro le siringhe e gli aghi che ballavano, e poi li aveva lasciati sfreddare. La Clementina quasi  non si toglieva neanche il paletot, si lavava le mani e  sforacchiava le natiche di turno con grande maestria. Ticchettava le fialette, agitava il flaconcino dell’infida penicillina, così bruciante. Il sacro rito dell’ago che aspira il liquido.  Ho sempre avuto il dubbio che centrasse veramente il punto di carne disinfettato dal cotone imbevuto di alcool. secondo me finiva sempre un po’ più in là, ma tutti, mica solo la Clementina: forse sono io che ho i neuroni spostati.
La Clementina,  nonostante il  colorito roseo,  che crescendo avrei imparato a riconoscere come couperose,  aveva la sua età, eppure correva tutte le mattina da una casa all’altra. Alla sera verso le sei invece faceva andare a casa sua, una casa di ringhiera in via Scarpa, una vietta che congiunge via Guido d’Arezzo con corso Vercelli. Adesso sarà diventata una casa ristrutturata da una sberla al metro quadro. Mi ricordo che in via Scarpa c’era la boutique dell’Equipe 84, e ci guardavo sempre dentro sperando di vedere i quattro. Non che poi volessi l’autografo, bastava vederli, non che dubitassi delle loro sembianze umane, mi stavano anzi un po’ antipatici, ma ero curiosa lo stesso. Quando si saliva dalla Clementina, c’era già la tavola apparecchiata per due, viveva con la sorella, ed essendo a  casa sua non doveva più correre ed  allora raccontava un po’ di quanti clienti aveva, e che stava diventando troppo vecchia. Io la interrogavo su teoria e tecnica delle iniezioni, ma non ho mai avuto il coraggio di farne a nessuno.
Non so se ci sono ancora Clementine che corrono, nelle mattine invernali.
Una volta che ne ho cercata una, parecchi anni fa. mi hannoindicato una robusta signora brasiliana di colore, che rideva in modo assai sonoro, e mi chiamva signora. ma non me le ha volute fare, le iniezioni di  calciparina che ci si fa da soli nella pancia ma io ero paurosissima, così avevo dovuto arrangiarmi. La incontravo poi in giro col suo cagnolino, e rideva, raccontava  che aveva il cagnolino nero così non dicevano che era razzista.
La Clementina  però era un’altra cosa, apparteneva al mio Piccolo Mondo Antico.

Le statistiche sono materia strana.

Leggo l’articolo di Repubblica  circa la diminuzione delle morti sul lavoro.
Nel 2010 erano state 973, nel 2011 meno, 920.  Sono stati meno anche gli infortuni, quelli denunciati però.  Sono stati regolarizzati meno lavoratori, tra gli irregolari e quelli “in nero”.
Resta alta la percentuale delle aziende non in regola con le norme sulla sicurezza, tant’è che tra gli infortuni sono diminuiti di più quelli “in itinere”, cioè  nel percorso casa-lavoro, che quelli su lavoro.
Il calo è maggiore al sud, è minore tra le colf, l’aumento dei casi mortali è aumentato in percentuale “in itinere”. L’Inail, udite udite, ha un bilancio attivo.

Da questo articolo non rilevo il numero dei lavoratori preso in considerazione, per determinare che il numero delle morti sia in calo, ed esserne soddisfatta.  Sono semplicemente meno, magari sono meno i lavoratori nel 2011, e quindi la percentuale dei morti sul lavoro sul numero degli occupati potrebbe essere rimasta identica, quindi  le morti non sarebbero in calo.  Vale lo stesso discorso per gli infortuni, ed il numero dei lavoratori regolarizzati allo stesso modo può riferirsi a una diminuzione degli occupati anche come irregolari o in nero. 
Insomma, a me questo articolo sembra inutile, manca la considerazione base, per dare un senso ai numeri rilevati: dal 2010 al 2011 il numero degli occupati in qualsivolglia forma è diminuito.
E  si ricordino che per il 2012, occorrerà tenere conto dei morti suicidi per il lavoro, per i quali non credo l’Inail abbia competenze.

La comunicazione nel giorno di sciopero di Navigazione Lago Maggiore e di Trenitalia.

Sono venuta a Pallanza venerdì con la corriera che parte da Lampugnano alle 18 di sera, che mi scodella ad un passo da casa: è un servizio per i pendolari che la domenica non c’è. Contavo di tornare, come altre volte, col battello a Stresa e da lì a Milano col treno.
La stazione di Verbania è lontanissima da me, esiste un bus per andarci, sicuramente meno fascinoso del battello,  così non ho mai sperimentato questo percorso.

Ieri notte inopinatamente mi capita di sentire al TG3 piemontese che era stato proclamato lo sciopero della Navigazione Lago Maggiore per tutto il giorno dopo.
Oh bella, e come ci arrivo a Stresa?  Su La Stampa online leggo che sono garantiti i servizi essenziali in due fasce orarie, la seconda rientra nel mio piano per il ritorno. Dubbio: il battello che fa il giro delle isole è essenziale o turistico? O intendono solo il traghetto Intra-Laveno che porta anche le auto?
Insomma, trovati nottetempo  gli orari del bus che va alla stazione di Verbania,  alle 7.01 (prima fascia oraria garantita) sono comunque davanti alle porte ancora chiuse dell’Imbarcadero per verificare che il battello pomeridiano ci sia. Ci sarà, mi dicono quando aprono: benissimo, non devo cambiare  programma.
‘spetta, mi dico, controlliamo che non ci siano scioperi dei treni… eccolo lì, sito di Trenitalia:
“Torino, 6 luglio 2012
Le segreterie regionali di ORSA, FAST e UGL hanno proclamato uno sciopero del personale del Gruppo Fs del Piemonte dalle 21.00 di sabato 7 alle 21.00 di domenica 8 luglio.
I treni nazionali (AV e lunga percorrenza) circoleranno regolarmente ad esclusione dei Frecciabianca 9746 Venezia (18.20) – Torino P. Nuova (22.55) e 9707 Torino P. Nuova (6.05) Venezia (10.40) che saranno cancellati nella tratta Torino – Milano. Inoltre il treno Frecciarossa 9578 Roma (17.46) – Torino P. Nuova (22.23) fermerà anche nella stazione di Milano Lambrate.Modifiche alla circolazione saranno possibili anche prima e dopo la fine dello sciopero e potranno interessare anche corse dirette o provenienti da regioni limitrofe.”
Giovedì, quando ho deciso come muovermi, degli scioperi non dicevano niente.
Penso, magari i treni ci sono lo stesso, non è uno sciopero dei confederati.
Al telefono della stazione di Stresa non risponde nessuno, è piccola, in effetti la domenica la biglietteria l’ho sempre vista chiusa; però alla più grande stazione di Arona, il risultato è lo stesso.
Nel sito di Trenitalia “viaggiatreno” trovo questo, un comunicato di un’ora prima dell’inizio dello sciopero:
“07/07/2012 20:06
Per sciopero del personale FS regione Piemonte, dalle ore 21:00 del 07/07/2012 alle ore 21:00 del 08/07/2012, i treni potranno subire ritardi/cancellazioni/limitazioni. Per informazioni http://www.fsitaliane.it  e Call Center 800892021.”
Il sito ti rimanda ai treni garantiti:  i miei papabili non ci sono.
Il Call center è spettacolare, supera se stesso: “Il servizio informazioni per lo sciopero non è attivo, per informazioni e acquisti chiamare il n. 892021” che è lo stesso numero verde che mi sta rispondendo.
Insomma, che vada in battello, o in bus alla stazione, non ho la certezza del treno. Se poi andassi a Stresa, non potrei tornare a dormire a casa a Verbania.
Servizi di pullman domenicali non ne ho trovati: un servizio Verbania Malpensa è a chiamata, bisogna prenotare il giorno prima: a Malpensa avrei potuto prendere lo Shuttle; Verbania – Milano, nulla fino a domattina alle 6, la fida corriera dei pendolari, e prenderò quella, con sveglia antelucana: arriverò un po’ più tardi in ufficio.
Non potevo prenotare treni non regionali perchè non ho la carta di credito: mica sono obbligata per legge ad averla, io la temo.
Ora mi chiedo:
Sono passata tre volte almeno davanti all’imbarcadero, come ho fatto a non notare cartelli di avviso?  Stamattina li ho visti, due foglietti, spersi in mezzo a tutte le pubblicità di gite per il lago, anche i viaggi giornalieri ai mercati della zona sono segnalati nello stesso modo. Uno dei due avvisi, poi, sulla porta che di norma sta aperta,  all’interno.
Una locandina de La Stampa, di ieri, non mi aveva allarmato: si va verso lo sciopero dei battelli: mica ci avevano scritto domani, o domenica, per me “si va verso” vuol dire che ci vuole ancora un po’.
Delle ferrovie,  mi doveva essere sfuggito, penso, nel tg regionale.
Potrebbero anche aver revocato lo sciopero, ma il sito delle News di Trenitatalia sembra fermo al 6 luglio, nel week end forse non è successo niente: in ogni caso, non risultano revoche neanche in altri siti.

Probabilmente, se non sentivo il TGR della notte, sarei andata inconsapevole al mio battello, e sarei arrivata alla stazione di Stresa dove magari il mio treno passava.
Ma avendolo sentito, non avendo nessuna certezza del treno,  ho rimandato la partenza, arriverò solo un po’ più tardi al lavoro. Però, nel complesso, che servizio…

L’ora dell’aperitivo.

Stamattina, ed anche domenica  scorsa, dal Mausoleo di Cadorna, sul lago, si vedeva benissimo una delle famiglie Svassi, i genitori e due piccoli. I due piccoli, che cominciavano a fare le loro prime immersioni autonome, pigolano indefessi in attesa di pescetti che il padre portava loro nel becco riemergendo in superficie, e si vedeva imbeccare uno dei piccoli, e l’altro  incavolatissimo pigolava di più. In pieno sole e senza mirino, non riesco a vedere cosa inquadro, e cosi mi ero riproposta di tornare verso sera. Infatti verso le diciannove la famigliola era lì, a mollo, purtroppo  sonnecchiante.
C’era qualche pescatore,  nessuno di loro sembrava prendere nulla e visto che guardavo la famiglia Svassi si sono messi a parlare che sono uccelli dannosi e che si dovrebbe rompergli le uova nei nidi, perchè quando buttano nel lago gli avannotti, gli svassi se li mangiano.
Questi discorsi mi fanno crescere dentro una sorda rabbia. Se c’è qualcuno al mondo che devasta gli ecosistemi è l’uomo.  Ora, guardando nel lago, c’erano milioni di pesciolini che brulicavano, sia lì al Mausoleo, che all’imbarcadero, che ovunque, penso, è la stagione. Se li mangiano i pescioni, i gabbiani, i cormorani, non escludo che qualcuno venga catturato dalle più maldestre anatre, o da cigni e folaghe, che mi sembrano però più orientati sulle materie vegetali. Uno svasso si immerge, sta sotto un po’, e torna su con un pesciolino per volta, ma neanche sempre.  E si riproduce con un pulcino, al massimo due, e mi sembra abbiano una sola cova annuale, non si può dire siano infestanti.
Oltre alla bellezza, il tocco di rosso sul capo, ed i ciuffetti di circostanza,  sono anche interessanti, li ho osservati spesso e a lungo.
Mi pare di aver letto che, come per i cigni, la coppia è per sempre, ed hanno molta cura dei piccoli, che trasportano sul dorso, come la madre che ho fotografato stasera. Non vengono mai a terra, e li si vede anche d’inverno, a galleggiare sul lago ingrigito.
Si nutrono di pescetti e si immergono, e stanno sotto un bel po’, e non sai mai dove aspettarti che riemergano. Due anni fa ho fotografato un giovane svasso che si divertiva a pizzicare, da sott’acqua, i culetti delle anatre, le si vedeva saltar su, ed in un punto in cui l’acqua era più trasparente, si è visto il monello con slancio subacqueo in azione. Oggi, sorseggiandomi un aperol al tavolo del bar dell’imbarcadero, vista sul lago, profumo di fiori, uno svasso ha ricompensato la mia ammirazione e stima regalandomi lo spettacolo di una corsa sull’acqua.  Non so come mai, era solo, non era impettito come nelle cerimonie matrimoniali, in cui svasso e svassa corrono fianco a fianco sul pelo dell’acqua, per un bel pezzo, ma per me è stato emozionante lo stesso.
Quando mi sono mossa per andare a casa, ho provato a passare da un albergo. avevo visto su internet che fungeva da B&B, e volevo informarmi per  quando non avrò più la casa.
Entro, alla reception c’è un ragazzo, gli chiedo conferma se sia anche un B&B, vedendo solo la scritta Hotel, anche non fosse un granchè, per una sera o due ogni tanto, in riva al lago, a me va bene. Il ragazzo mi guarda, e mi chiede se posso parlare in inglese. Rimango un attimo interdetta, poi sfodero il mio inglese scolastico, insomma ci capiamo perchè mi dice che funziona solo come B&B  che la kitchen è closed, e mi dà un biglietto da visita. Non ho chiesto se è aperto tutto l’anno…Però è buffo che in Italia mettano uno che parla solo inglese.

Pagelle online, ma il mercato non dà segni di ripresa.

I termini spending review e tagli, si leggono insieme nei titoloni, ma non dovrebbero andare tanto d’accordo.
La spending review è una rivisitazione, il taglio, è un taglio, qualcosa di netto e deciso,  nulla a che fare con il cesello: questo sarebbe quello che ci aspetta.
Certamente l’italiano va rieducato all’uso, e non all’abuso del servizio pubblico, anche se dalle tasse che (in pochi) paghiamo dovremmo aspettarci che lo Stato ci serva a domicilio lo champagne.
Leggendo le misure (di cui al link), a prima vista, non mi sembra siano una cosa così fuori dal mondo, qualche punto mi lascia perplessa, qualcuno lo condivido proprio.
Perplessità ne ho  sempre quando si tratta di ridurre i posti di lavoro, convinta come sono che un lavoratore non sia solo un costo  ma un pagatore di tasse e un consumatore,  e ripaga in sviluppo il suo stipendio, come già detto in questo blog ed altrove.
Oltretutto, viste le idee della ministra Fornero sui posti di lavoro per i giovani,  e visto quanto percepisce mia figlia per un lavoro quotidiano di 8 ore pro die con regolare contratto apprendistato, cioè poco più di 25 euri giornalieri, netti, se rimangono senza lavoro i vecchi, non sono certo i giovani che riescono a mandare avanti la baracca: quindi più che cancellazione di posti punterei a trasferimenti, ad accorpamenti, riconversioni del personale.
Come succede per i Tribunali. Ora, forse non saranno contenti gli avvocati in loco, che riducano il numero dei Tribunali, ma sanno bene quanto  me cosa succede nella gestione della giustizia. Capita  di giudici assenti per maternità, non sostituiti, e le udienze reinviate al ritorno della giudice. Capita che al tribunale di Roma, se all’udienza rilavano che una notifica non è regolare, ti rifissano l’udienza all’anno successivo. Capita  di non incassare per un anno un riparto di un’esecuzione perchè il cancelliere è stato mandato a sostituire un altro in un altro tribunale:denaro che non torna a circolare. Compattando i tribunali, mantenendo il personale, sicuramente il servizio migliora.
Nella diminuzione delle spese per le intercettazioni telefoniche, c’è  forse lo zampone di qualcuno, mi chiedo.
Per quanto riguarda la sanità, opino che gli ospedali non vadano cancellati in base ai posti letto, ma in base all’ “offerta”, cioè non puoi togliere un ospedale, anche avesse chessò 32 posti, in una zona dove ce ne sono pochi. I prontosoccorsi devono essere diffusi, e anche la degenza in ospedale, se è vero che nella maggior pare dei casi  uno può fare il degente trasportato ovunque, per la famiglia che lo assiste, gli deve portare il cambio pulito, magari imboccarlo etc, mica si possono fare 100 km al giorno, soprattutto se si è anziani, o lavoratori, o si hanno bambini, etc.
Il taglio ai fondi per la Sanità spero sia correlato al risparmio contemporaneamente programmato, e non alla  diminuzione dei servizi;  se va come funziona il nostro Parlamento, per non togliere nulla a chi ci mangiava prima, peggiorerà il servizio, ed io sono stufa di essere considerata un’elemosinata non pagante, quando sono 36 anni e mezzo che verso contributi al servizio Sanitario detratti in diretta dal mio stipendio.
Una cosa che mi resta imperscrutabile, sono i fondi alle Università private, quando c’è quella pubblica che piange, e perchè non far arrivare all’eccellenza gli Atenei Statali, e lasciar prevalere bocconiani  luissiani etc?
Una cosa che manca, anche questa volta,  è la spending review del carrozzone dei politicanti, ad ogni livello, cioè, appena cominciano ad avere un livello sopra quello comunale, perchè, leggiucchiando qua e là,  mi sembra che le retribuzioni medie degli eletti comunali non siano da capogiro. L’accorpamento delle province segue il ragionamento fatto per l’accorpamento dei tribunali e la valutazione dei posti letto degli ospedali: e se invece lasciassimo le province e togliessimo le regioni?
Mica avrei finito, ma il pezzo è webbisticamente troppo lungo.
Meno male che hanno fatto la pensata delle pagelle on line, però.

Giallo al Molo

Il Molo è un ristorante a cucina italiana gestito da cinesi vicino al mio ufficio, e nonostante il menù a prezzo fisso, solo primo, primo e contorno, secondo con contorno, non si mangia affatto male.  Quando gli gira, ti omaggiano con una fettona di ananas tagliata a fettine disposte alternate, ed io e la mia collega Daniela spiluzzichiamo quelle che sporgono dal proprio lato. 
Oggi io guardavo verso il tavolo dove un altro collega, da solo, mangiava parlando al cellulare, giuro che non avevo mai visto arrotolare spaghetti al telefono.
Daniela guardava alle mie spalle non sapevo cosa e chi, lo schermo sulla parete, in alto, pensavo.
– Cristina, uno è andato lì a fotografare col cell un tipo alle tue spalle, forse è un calciatore, perchè gli ha detto “dai siete stati bravi lo stesso!”,  solo che non so chi è, non li conosco i calciatori.
– Beh io mica mi giro, per guardarlo, che figura è!
– Eccolo, è lui che è passato
– Non l’ho visto, adesso se vuoi quando ritorna al tavolo lo fotografo io! – Daniela ride,  pensa che scherzi, sarei capacissima  – Guarda che lo faccio! Poi chiediamo ai colleghi calciomani chi è.
Il tipo mica ripassa.
Beviamo il caffè, andiamo alla cassa, il tipo è lì, non lo riconosco, ma neanche pretendevo, di conoscerlo.
Arriva un tipo anzianotto con  pochi capelli, l’orecchino e i bermuda, e dice “Stefano” e si ferma alla cassa, sembra attendere il tipo, che paga e torna al posto.
Abbiamo un indizio, cercare un calciatore della nazionale di nome Stefano.
Paghiamo, e l’anzianotto ci precede invece all’uscita, seguito dal cassiere e si risiede al suo posto, in uno dei tavolini fuori: allora non faceva parte della tavolata del tipo.
Allora il tipo non si chiama Stefano.
Magari non è neanche un calciatore,  forse è il campione di skate board della via, lampadato e coi  capelli lunghetti. 
Il cassiere cinese, magro e con gli occhiali, sospetto che si chiami Stefano.
– Glielo chiediamo a lui se sa chi è?
–  Ma no dai, poi guardiamo in internet la foto della nazionale.
– Magari anche dell’Inter o del Milan.
– Della Juve no.
Boh.

Il Dittatore

Non ho visto Borat, e si dice che questo film sia come Borat, pare che il resto del mondo  conosca quel film, io ne ho solo leggiucchiato:  il regista è il medesimo, Larry Charles, come l’attore protagonista è sempre  Sacha Baron Cohen, che è anche co-sceneggiatore.
Tra i comprimari  del Dittatore ci sono Ben Kingsley, privo di ogni traccia gandhiana, e Anna Faris che erompe, e a tratti rompe,  nei panni della femminista Zoe.
Sono andata a vederlo per divertirmi, e mi sono divertita: che sia un capolavoro, no, direi che non lo è.
La  Wadija è  amorevolmente oppressa da questo Aladdeen,  dittatore giovane e stupidello,  che non sapendo  confrontarsi con il mondo, risolve ordinando l’esecuzione capitale di  chi lo contraddice : in realtà cela uno smodato bisogno di coccole.
L’ONU convoca il Dittatore  per chiarimenti sul programma nucleare che lo staterello in mezzo al deserto sta  covando; arrivato negli Usa viene rapito, sostituito con un sosia, riesce a fuggire e si ritrova sbalzato nella metropoli letteralmente in mutande.  Ritorna al suo mega Hotel, ma non lo lasciano avvicinare,  c’è infatti una manifestazione contro la dittatura in Wadija; una femminista lo scambia per un dissidente,  lo protegge e lo porta via con sè.  Naturalmente Aladdeen nasconde per un po’ la sua identità, viene aiutato da un amico,  che credeva di aver fatto giustiziare, a riprendere il suo posto di comando: la dittatura non sarà più la stessa di prima.
Di gag in gag, di paradosso in paradosso, il film non concede respiro,  spazia dalla comicità più grossolana,  la sublime scoperta della masturbazione, o il sosia, pastore di capre, che si eccita alla vista delle mammelle femminili e cerca di mungerne il latte in un secchio, alla comicità più colta, a tratti psicologica: per esempio il dittatore, tornato al suo posto, illustra all’Onu  le bellezze della dittatura “puoi fare le leggi che vuoi, gli organi di comunicazione sono tutti tuoi”, e vedi gli sguardi dei politici in ascolto  farsi sognanti; oppure Aladdeen, rapito da chi lo doveva custodire, viene da costui minacciato di torture , stronca il potenziale carnefice disprezzando i suoi strumenti di tortura,  che sarebbero tutti modelli antiquati, mica accessoriati come i suoi.
A un certo punto ti ritrovi a sorridere di uscite cinicissime, come nella scena del parto in cui voleva buttar via la neonata, perchè femmina, o sullo stupro, esistono scarpe da stupro, o dove l’amerikano consiglia al dittatore di visitare l’Empire State Building prima che a qualche suo cugino venga in mente di farci un giretto contro.
Non ho potuto fare a meno di notare come il fido consigliere (Kingsley) lo tradisce, non realmente nel nome del suo paese oppresso, quanto per avidità propria (la Wadija è ricca di petrolio che non viene smerciato all’estero),  insomma ricorda certi recenti imprese nel Nordafrica.
Il negozio della femminista Zoe, gestito in libertà da persone di eterogenea provenienza, non dà il suo meglio, e il dittatore, ancora sotto mentite spoglie, si adopera a modo suo per far sì che sbaragli la concorrenza, riottenendo il grosso ordine che era stato annullato: ovviamente i metodi di convincimento sono piuttosto radicali. C’è da chiedersi quale, biecamente,  sia il metodo più giusto… Il metodo più giusto è, sempre, che ognuno faccia bene ciò che gli compete, ma pare non sia una regola universalmente rispettata.
Nel complesso, il film mi sembra un’operazione di “esorcismo” delle paure americane, i discorsi disinvolti su Bin Laden (non si può entrare in bagno dopo di lui), le due torri, il nucleare iraniano, Israele, i tabù del sesso, c’è dentro tutto, messo alla berlina.
Si dice sia la parodia del libro scritto da Saddam Hussein, Zabibah and the King, Sacha Baron Cohen pare abbia comprato i diritti, ma il pensiero mi dà un senso di fastidio, la morte di Hussein, e anche di Gheddafi,  sono vicende ancora troppo fresche per riderci su.

Solitude

Dicono delle folaghe che siano uccelli che stanno in grandi gruppi,  eppure quelle che vedo nel lago sembrano abbastanza solinghe, a Pallanza ne bazzicano tre, una sta più sola delle altre due, ma non ho scoperto se le due siano coppia, non avendo visto pulcini folaghi, forse son solo compagni di sbronze, e la solitaria è una ragazza per bene che non si fa vedere troppo in giro con loro.
Credo di essere stata una bambina sola, di essere cresciuta con l’abitudine a stare per conto mio.  Credo di essere cresciuta da spettatrice, delle vicende della mia famiglia, che non sempre, anzi quasi mai, mi venivano spiegate, ed allora scrutavo, forse è stato così che ho imparato a cogliere gi sguardi, e le inflessioni delle voci, a mettere insieme pezzi, le menzogne. Mi parlava mio padre, e mia sorella Marisa la sera, quando mi accompagnava a letto e mi raccontava le storie, le inventavamo al momento, protagonisti due scoiattolini, Perri e Milly.  Leggevo tantissimo, leggevo e quando finiva un libro, a volte lo ricominciavo, I ragazi di Jo li conoscevo tutti, eravamo amici.
Andavo ai giardini la domenica col papà, al Parco, o quando mi lasciavano a casa di Gloria, in via Pallavicino, non erano ancora i giardini perfettini della Milano “su” di adesso, dovevano costruire l’asilo, c’era la terra, e pietre, e le lucertole che facevano capolino da assi buttate a terra. Gli amici, erano amici di Gloria.
Non so, dopo un po’ che sto in mezzo alle persone ho bisogno di andarmene, sia in senso fisico che mentale, ma non perchè voglio loro male o non mi interessano,  è come un richiamo  ineluttabile, e questo mi accompagna da sempre, il bisogno di stare per conto mio un po’, chè tante volte, a star con gli altri, sembra che ti vogliano portare a giustificarti del perchè sei come sei. E io sono in un modo che mi sembra non sia sempre facile comprendere.
Un po’ folaga.