Archivio mensile:aprile 2012

Angelini Manfredi Nahum Spiccio Vanghè, in ordine alfabetico, che se no non saprei come fare

Ordunque, quelle sere in cui mi capita di andare  VanGhè, se appena riesco mi piace portare qualcosa da mettere sul tavolo dell’aperitivo, e così il sabato pomeriggio 28 aprile ho preparato il mio cavallo di battaglia, una torta salata   seguendo la ricetta “apri il frigo e guarda cosa c’è” ed è toccato a spinaci, zola e brie.
E feci bene, perchè a me non piace molto il pesce, perchè quella sera, in cui andavo a sentir musica di  sicuro pregio,  che in Sanremout mica si parla di fole,  il cantautore ligure si sarebbe dato  alla cucina: indossato il grembiulone maitre Angelini si è ritirato dietro le quinte a preparare il sugo di muscoli,  ad affettar patate e aringhe, ed a e tritare prezzemolo, in quantità industriale. Dovevamo essere in venticinque, infatti, e si era ignari che il numero sarebbe più che raddoppiato, chè siamo italiani, e a nulla puote  scrivere nella locandina di  prenotare.
E poi l’acqua non bolliva mai, e come accade nelle cose compartecipate occorreva rintracciare chi avesse riempito il pentolone formato naja per sapere quanto sale ci avesse messo.
L’acqua non bolliva, e dopo anche la pasta era lunga a cuocere,  Marco Spiccio si è messo al piano e suonava in modo tale, e anche diceva cose che facevano un po’ ridere, ma anche sorridere,  che insomma l’acqua poteva anche non bollire mai, andava bene così:  però  non capisco la platea milanese, cioè, proprio milanese dura…  Con la facoltà di scegliere cantautori, di dove li poteva mai scegliere, la platea? di Milano, e tè giù una canzone di Jannacci. Ma io mi dico, questi musicisti son tutti liguri, son qua a Milano che di solito sono i milanesi che vanno in Liguria, e gli chiedi Jannacci? E Conte no, per dirne uno*? Ma è andata lo stesso, gli spartiti sul piano di Spiccio hanno la dimensione di una Bibbia.
Così mentre vai a sentir musica dai una mano ad apparecchiar la tavola, e cerchi di scattare qualche foto in giro, che un po’ ti senti anche rompiballe con la macchina fotografica  in mano, col teleobiettivino, che sembreresti una gran fotografa e invece  il libretto di istruzioni della Lumix Panasonic non sei mai stata in grado di decifrarlo, ti manca la laurea in fisica. Però quando volevi fare fotografie allo chef che rimestava pasta e sugo, che ci volevano muscoli anche nelle braccia e non solo nel sugo, da tanta era, e vedevi che occorrevano altri piatti e altri cucchiai, hai anche appoggiato la macchina e lavato i piatti e i cucchiai delle portate di patate e aringhe, e le mani avrebbero saputo di aringa per tutta la sera, che poi andandosene  in fine di serata, al saluto del maestro Angelini  con tanto di baciamano, ti sei scusata, “Ma so di pesce” , “anch’io!” ha risposto ridendo lui.  Beh, tanto è a me che il pesce non piace. Ma anche al ragazzo seduto a tavola davanti a me, non piaceva il pesce, e dopo aver assaggiato le patate prezzemolate con l’aringa, e la pasta con i muscoli, si è circonfuso di luce “mangerò pesce tutta la vita!”. Quindi al Van Ghè capitano anche miracoli, ma non mi stupisce più di tanto, in un posto dove si sta tanto bene.
Sono giusto riuscita a perdere l’inizio del concerto perhè ho dato un passaggio alla metropolitana verde ad un amico che veniva da fuori, poi vedrò  se mi sono presa anche un paio di multe lungo la strada del ritorno al Vanghè. Così ho potuto ascoltare un paio di canzoni ancora dell’Angelini, e non chiedetemi mai un titolo, non li saprò mai, non me li ricordo,  ed allo Spiccio pianista si  era aggiunto il Nahum chitarrista, che ho scoperto essere quel signore, già seduto piuttosto vicino a tavola, e che si metteva sempre tra me e lo Spiccio quando volevo fotografarlo dal mio posto, ma anche egregio compositore, come si è accertato in loco, con testo di Angelini.
All’Angelini è subentrato Max Manfredi, con chioma garibaldina per sua stessa ammissione, e la serata si è chiusa con Angelini, e insomma, si capisce che quei quattro lì sono amici e fanno le cose divertendosi, questa era l’atmosfera che si sentiva,  senza quel dualismo io sono l’artista e te sei il pubblico, buono lì.

*mi hanno giustamente segnalato che Conte è piemontese, ed infatti è nato ad Asti, non mi sono neanche mai sognata di controllare, perchè per me è genovese, come fosse una di quelle cose che nasci e le sai. Chiedo quindi venia. E pare che il nome sia stato proposto, ma mica ho sentito dal mio angolo!

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L’ora di religione.

Adesso che in ufficio siamo sistemati come polli d’allevamento, isole di quattro con separè, se devo disturbare un po’ il Paolo di fronte sono costretta a tirargli un pallino di carta al di là delle ostruzioni. E’ checoi tramezzi  non vedo neanche se c’è, lavoriamo a testa china, e magari gli parlo e lui invece era andato a fumarsi una sigaretta. Oggi il pallino era fatto con  un foglio intero, e me l’ha rilanciato, così mi son ricordata delle ore di religione, alle medie, con il pallido don Franco. Degli ordini religiosi non ci capisco niente, il padre Ettore delle elementari assomigliava ad un topino dotto, con gli occhiali, e gli occhietti, il saio marrone, e i sandali, d’inverno con le calze però.
All’epoca ero innocente, e non sapevo ancora che ne avrei sposato uno, non frate, ma uno che girava con i sandali e le calze, tranne che da novembre a febbraio, ma i sandali sono venuti dopo, e secondo me possono essere un motivo plausibile in una causa di divorzio.  Comunque padre Ettore – ma se era frate, perchè Padre e non fratel?come il più famoso – insomma, padre Ettore lo si stava anche a sentire, perchè leggeva le parabole. E poi c’era la maestra che dava i voti in condotta al sabato sul diario, e quindi guai. Padre Ettore lo ritrovavamo anche al catechismo, c’era la signorina Oreni che ci portava in fila indiana dalla scuola alla Parrocchia. Io non studiavo mai, le virtù teologali, i comandamenti e le preghiere mi annoiavano, a memoria,  così un giorno la signorina Oreni bis, che erano due, una smilza e l’altra no, mi disse che stavo addolorando Dio. Qualunque bambino ottenne potrebbe essere segnato, da una cosa così., io invece non cambiai affatto, non mi piaceva studiare a memoria,  neanche la geografia, però mi piacevano le storie, e per mio conto leggevo e rileggevo la Bibbia per i ragazzi, e anche l’Enciclopedia dei ragazzi Mondadori, quella dei tempi dei miei fratelli. C’erano capitoli di mitologia, di religione, di animali, ed io li divoravo, e Agar ed Ester. La geografia invece  l’ho imparata sulle carte geografiche appese in classe, una  compagna diceva un nome della cartina e chi lo trovava per prima faceva un punto, quando toccava a me dicevo sempre Vladivostok.
Le medie sono un capitolo triste, per l’ora di religione. Veniva appunto Don Albanese, lui parlava, e non lo ascoltava nessuno. I ragazzi si tiravano di tutto, pallini di carta e gomme,  e a me il Padre sembrava un po’ disperato. Anche  a voler ascoltare, non ci si riusciva. Mi  è capitato di reincontrarlo per strada qualche volta, nella mia adolescenza, e ci si salutava, forse un po vergognosi entrambi, con un segreto dentro, quelle cose che non si dicono… lui, di non aver saputo insegnare, io, di aver fatto parte di una classe così, e non ero mai stata attenta. Credo mi venissero dati discreti voti in religione per non rovinare la mediocre media, e forse perchè ero più composta di altri.
Dopo il capitolo triste delle medie, mi pare tragico quello del liceo: non mi ricordo neanche il viso dell’insegnante di religione. Però mi sembra strano che mio padre potesse aver firmato l’esonero dalle lezioni.

In orario di chiusura

Un’agenzia viaggi, dove vendano ancora i biglietti dei treni, con la prenotazione e tutto, non troppo lontana dall’ufficio, me l’ha indicata un collega, indigeno di questa fetta di Milano.
Mentre risalgo il corso in direzione centro città cercando  il numero civico, mi viene alla mente, dev’essere quell’agenzia dove avevamo prenotato  il viaggio a Malta di Marco, insieme ad altri compagni di classe, ecco perchè il nome non mi era nuovo.
La trovo, una saracinesca è abbassata, l’altra no, ma la  porta a vetri  non lascia intravedere luci all’interno, mi spaventa un po’, che possa aver fatto davvero troppo tardi,  è sempre difficile riuscire a uscire presto dal lavoro,  come temevo stanno chiudendo.
Provo a entrare, la porta si apre, c’è un uomo  seduto dietro un bancone azzurro semicircolare, ecco, sì  me la ricordavo molto azzurra, quell’agenzia.
L’aspetto a dire il vero è un po’ spoglio, ma risolvo da sola i miei dubbi: è uomo, le sue donne sono rimaste in ferie, è quasi tardi, sono giorni di semiponte, poca clientela, stava chiudendo
Chiedo i biglietti del treno fino a Conegliano,  lui mi precisa se  cambio a Mestre Sì sì certo, rispondo, però mi spaventa quel cartello lì “i biglietti ferroviari si pagano solo con carta di credito” e glielo dico, che io la carta di credito non la uso proprio, non la voglio, dissipatio,  spero di aver abbastanza soldi in contanti. L’uomo mi spiega che è una cosa a venire, che è in trattativa con Trenitalia per una nuova concessione: quella vecchia prevedeva una fidejussione bancaria di 30.000€, e allora la Banca rilasciava la fidejussione, ma voleva lo stesso importo in  controgaranzia, e lui adesso – ha detto adesso come a sottindere tempi migliori – non si può permettere quella cifra ferma lì. Insomma, col pagamento tramite carta di credito o bancomat Trenitalia sarebbe più malleabile nelle  pretese.  Non è che sia convintissima di questo discorso, non capisco perchè metta il cartello prima che sia operativo, e per quanto ne  so, il discorso può essere anche al contrario, che  con la diminuzione del lavoro la Banca ha ritirato la fidejussione, ed ora sta ritrattando con le ferrovie per riavere la concessione.
Al momento richiede i biglietti al telefono con una agenzia amica, quelli cartacei dei regionali sono da ritirare il giorno dopo, mentre l’agenzia amica manda le conferme degli altri allegati alle mail,li stampa e li consegna subito.
Entra un habituè, chiede spigliato un biglietto per Genova che parta da Rogoredo, e la faccenda mi rincuora un po’, che questo surrogato di biglietteria funzioni.
Entra anche un signore anziano, chiede un biglietto per lui e la sua signora, meta Udine, il giorno dopo, posti verso il corridoio, possibilmente a metà vagone. Questo signore, impietoso e forse anche più curioso di me, chiede perchè mezza agenzia è al buio dietro la serranda serrata, e l’agente viaggiatore dice perchè la saracinesca costa 800€ a ripararla, ed allora la tengo giù, tanto  lavoro solo io, una volta avevo otto dipendenti,  ma adesso….
Si sfoga un po’: colpa di internet e della crisi, sì, ma anche dei prezzi dei treni, non capiscono, che costringono la gente a noon muoversi più, chi può permettersi ormai 100, 200 euro per raggiungere la famiglia lontana una volta al mese, come faceva prima, son sempre di più quelli che non possono.
Intanto, parlava al cellulare con la collega dell’altra agenzia, mi chiedeva orari, i bambini possono non pagare, no no io pago, per mio nipote, un posto suo, almeno la tratta Milano Mestre, la più lunga, mica sta in braccio quella peste: un salasso, il biglietto per tre, effettivamente, ma io non me la sento di guidare tra Milano e Vittorio Veneto, sempre dritto dritto, così lontano, mi addormento per molto meno, ho già provato. Ho provato anche ad andare a comprare i biglietti alla Stazione Centrale, ma i tempi di attesa sono mortali.
Forse l’Agenzia Viaggi stava chiudendo, verso le 18 di oggi, e ho fatto intempo a prendere i biglietti del Frecciabianca. Speriamo di farcela a ritirare i regionali, giovedì.
E intanto, nonostante abbia dei  biglietti Milano – Mestre in mano, retoricamente, mi chiedo dove stiamo andando.

Di Bel Paese ci resta solo il formaggio.

Paese strano, il nostro.
I movimenti politici vengono fabbricati dall’alto: Pisanu poco fa al tiggì 3 parlava di un movimento laico, cattolico, nazionale, europeista, mentre quello di Alfano invece è un segreto.
La Fornero, ministra del Lavoro quando i giovani sono disoccupati, i genitori che li mantengono stanno perdendo il posto, per avere la pensione bisogna lavorare fino a 67 anni,  ed ai nonni, che l’hanno, viene tagliata la pensione, dice“In questo Paese c’è poco spirito costruttivo, ma anzichè lamentarsi e protestare bisogna lavorare insieme. Forse ne avremmo tutti qualche beneficio”. Altro che uova, a Torino le  brioches le si addicevano di più.

Il Mercatino dell’Usato.

Ricordavo che il Mercatino si trovava dopo i Vigili, lungo il torrente San Bernardino, così ho attraversato col paraocchi il mercato, sono risalita sino alla caserma verdolina, ho girato a destra seguendo le indicazioni e scendendo per una strada interna, subito prima  di entrare nel piazzalone del mercato, eccoti il Mercatino dell’Usato di Verbania, in franchising.
Insomma, posso portare i miei mobili, previa valutazione, me li tengono in vendita 60 giorni. Solo che i miei mobili non è che siano di valore, lo sono per me: le librerie Billy costano niente, ma sono le più comode che conosco, ed anche la poltroncina nera, saldo dell’Ikea è comodissima e ora introvabile, ed il letto Mondo Convenienza in ferro battuto laccato nero è semplicissimo ma c’ho sempre dormito come un ghiro.  Con  lo specchio antiquato in ottone di cui mi ero innamorata in un altro mercatino dell’usato a 15 euri, messi tutti insieme hanno contribuito ad arredare i quaranta metri quadri affittati a Verbania, vicino all’Imbarcadero, nel centro storico silenziosissimo. Zona turistica, il traffico, la  provinciale scorre più sopra, alla fine della mia via, dove si ritrova il mondo, farmacie, negozi, posta e quant’altro serve, mi hanno giusto chiuso il cinemino, duro colpo, perchè c’ero andata spesso, al Sociale.
La ragione mi dice tante cose: ti hanno ridotto lo stipendio, ci sono una valangata di spese straordinarie nel condominio di Milano, ci vai poco, tua madre sta peggiorando avrà bisogno più cure, col nipotino è meglio se vai in albergo al mare invece che da sola in una casa con le scale, e dove il nipotino si diverte di più,  e forse il mare fa meglio anche a te che nuoti e prendi il sole di più, e poi non ti piace guidare, la stazione di Verbania è scomodissima,  non  ci sarà più la signora Botto che ti alzerà il riscaldamento d’inverno, occorre cercare di risistemare la casa nell’oltrepò, che è di tuo marito e non in affitto  e serve farci le vacanze, liberi risorse economiche per andare a trovare le amiche chessò a Ferrara e Salerno, o al Libro a Roma, all’Immacolata.
E il cuore che non ci sente, fa i capricci, ti fa venire il magone mentre aspetti il battello a Intra per tornare a casa a Pallanza. Non lo so dire neanche bene il sentimento che mi prende, quando diretta al lago da Milano comincio a intravedere le montagne che lo sovrastano, e la gamma dei verdi, e poi appare l’azzurro, e poi i luoghi noti, i nomi dei cartelli indicatori, familiari da sempre. Cioè, forse lo so, temo che sia una fuga, un ritorno verso i ricordi felici, quando i problemi non sapevi che c’erano, e piangevi per una lucertola che perdeva la coda, ma non perchè ti senti schiacciata e violentata da cose più grandi di te,  che non puoi cambiare,  e non puoi farci niente, e ti inghiottono, le tue forze, i tuoi sogni.
Che sei tu la prima a dire, le cose vanno cambiate sin nel proprio piccolo,  e ti sforzi di essere corretta, equilibrata e tutto il resto, ma non serve, non servirà neanche farsi fare sempre la fattura dal dentista, o dal veterinario.  C’è sempre qualcuno che è più furbo degli altri, e le regole vengono infrante, e sei fregata te, che rinunci.
E insomma, io quando sono qua, lo so che il posto non è divertente, o forse, io, non ci faccio niente di speciale,  volendo si può far di tutto, però ho una sensazione di casa.
Non è che non abbia la sensazione di casa anche a Milano, ma la mia casa divelta non la riconosco più, è un ammasso conciato di roba, il mio concetto di casa non è lo stesso di chi vive con me, mi sembra di strisciarci, per casa, di aver perso la stazione eretta, e qui a Pallanza … è  Bello, e Semplice.  Se esco da casa c’è il lago che luccica, e gli svassi e le papere che mi fano ridere, ed i cigni invece mi fanno sempre  pensare, non so, partendo dalla loro natura di cigno, che il cigno lo pensi con la C maiuscola, Cigno.
E così sono andata oggi al Mercatino dell’Usato, e ho anche chiesto, gli ellepì usati li vendono a circa 5 euro cadauno. Ne ho una caterva, che non ascolto mai.

Scala quaranta

Tamburellava le dita spazientita sul bracciolo del divano, la giornata non voleva saperne di passare, come le altre, d’altronde; quella casa poi non le apparteneva, i pochi arredi rimasti  si sperdevano nel soggiorno con semplicità monastica, in luogo del lusso di un tempo: una sedia   al centro della stanza in aiuto per arrivare sino allo stipite della porta, e la parete spoglia di fronte al divano, se non fosse per la televisione sempre accesa su un canale qualunque.
Non comprendeva quella solitudine, nessuno che avesse memoria del suo rango, il rispetto che carpiva  era ormai dovuto solo alla sua ragguardevole età: una volta amava sentirsi dire “vorrei anch’io essere come lei alla sua età” ora pensava fossero bugiardi o ignoranti, “alla mia età, con le mani che formicolano ed i piedi sempre più gonfi, si resta soli a guardare il muro, ad aspettare una morte che sembra non venire mai”.
Reclina il capo, chiude gli occhi, sente un suono lontano che si ripete. E’ il citofono “sarà Fatima  per le pulizie”, le cade il bastone, riesce ad avvicinarlo con una gamba, lo raccoglie e si alza. “Chi è”, grida al citofono, se la ricorda, la raccomandazione di stare attenta quando apre,  e quel “chi è” rientra nella casa dalla finestra socchiusa in salotto. Ora preme agitata tutti i tasti, ma Fatima suona di nuovo, e la domanda  angosciata “E’ aperto?” vibra in cortile.
Fatima sfaccenda per la casa, che sembra meno vuota:
“Fatima, tu lavori e quindi hai dei soldi vero?
“Dipende, senora, se ne avessi abbastanza non lavorerei”
“Ma  adesso con te ne hai? Avrei bisogno di un prestito, vado a giocare, magari perdo.”
“Ma no senora, non le do i miei soldi perchè se li faccia rubare”
Lo sguardo che si posò su Fatima era stizzito, e divenne cupo in direzione della parete.
“Quando hai finito  chiamo il taxi e mi accompagni al cancello”
Si alza nuovamente dal divano, raggiunge lenta il bagno, allo specchio si ravvia i capelli bianchi lisci, con un rossetto vivace colora le labbra asciutte.

(uno dei racconti finalisti alla sfida letteraria Friggendo Scrivendo di Torno Giovedì )

La scuola – 1

Ho cominciato a frequentare la scuola pubblica dalla terza elementare, in via Moscati, una traversa di Corso Sempione,  ed ero “avanti un anno”, mi dicevano così. Guardando e riguardando uno dei libretti da piccini, che spesso altri mi leggevano, le lettere avevano  cominciato ad avere un significato, e ero corsa dalla mamma ” mamma so leggere, senti” e avevo letto, piano, quasi una lettera per volta, e doveva essere vero,  perchè qualche giorno dopo ero nella segreteria dell’Istituto San Celso, col mio orsone  giallo e naturalmente con la mamma, ed una tipa mi chiede: “Iscriviamo all’asilo questa bella bambina?” ed io risentitissima “Alle elementari!” Se l’abito non fa il monaco, neanche l’orsacchiotto può fare la bambinetta dell’asilo.
Dell’asilo non avevo poi un gran bel ricordo,  un anno dalle suore Marcelline, davanti alla Chiesa di Santa Maria Segreta, queste suore tutte nere, le noiosissime lezioni di vocaboli francesi, e la crudelissima risata generale quando a suor Clotilde si era allentata la cuffia e abbiamo visto che non aveva i capelli. “Cabaret” diceva, e ci faceva vedere il vassoio,  noi tutti in coro ripetevamo ” Ca-ba-ret”, e poi verre, e poi eau, e via di stoviglieria.
Però, io la cosa delle lettere che prendono forma, me la ricordo benissimo.
Al San Celso eravamo in classe mista, ed ero innamorata del  Sandro  biondo con gli occhi azzurri, mentre era l’altro Sandro che voleva fidanzarsi con me. Non ho dei ricordi particolari di nessun altro,  se non della Lidia, jugoslava, che doveva venire a giocare un pomeriggio da me, poi non  avevano più potuto accompagnarla e c’ero rimasta malissimo, una tragedia con pianto inconsolabile. Riguardando la foto,  so però ancora un sacco di nomi: uno dei   compagni,  giusto uno di quelli  che non aveva lasciato alcuna traccia nella mia memoria, l’ho poi ritrovato come boy friend di mia cognata, ma questo è meglio non ricordarlo più di tanto. Anche la maestra aveva un nome indimenticabile, Amalia Mela,  era bionda e le volevo bene, non aveva niente della fattucchiera, non le importava niente del cent di Paperone nè  voleva avvelenare Biancaneve. E se ho svelato qui il nome della mia maestra, è solo perchè nelle domande di sicurezza degli account scelgo sempre “la marca della tua prima bicicletta”.
Di una cosa mi sento sicura, non avevo ancora, a quel tempo, la sensazione di cane sciolto, di solitudine in mezzo alla folla, che mi avrebbe seguito tutta la vita, dalla terza elementare in poi.

Pollo alle prugne (dopo aver visto il film).

Un film tristissimo, che ti fa sorridere, e a volte ridere proprio. Dove, come brevi ritocchi, il disegno animato si stinge nella realtà, e viceversa,  con un’impressione di favola e magia.
Eppure la vicenda è ben realistica: un violinista, dopo la rottura del suo violino, non riesce più a suonare altri violini, e decide di lasciarsi morire.
Dell’Iran non è che si veda molto, certo un Iran molto occidentalizzato sotto i Pahlavi dove davano perfino film con la Loren nei cinema, ed ho le mie brave perplessità, nella mia ignoranza, nel vedere la fede al dito del protagonista, un matrimonio col velo ed il piccolo Cyrus che prega a mani giunte, il tutto in una famiglia di origine iraniana. Che io Farah Diba che scende dall’auto dello Scià con i tailleurini color caramella e copricapi a turbante (senza ortensie) ispirati alla Regina Elisabetta II me li ricordo, nelle foto di Gente e di Oggi, però del Cristianesimo in Iran a quei tempi  non so proprio nulla.
L’andamento della storia è un po’ come un puzzle, raccontata da una voce fuori campo che all’inizio ti  chiedi chi possa essere, poi ti ci abitui e non te lo chiedi più, segui la storia e basta,  ed a un certo punto lo scopri, e apposta non lo scrivo qui;  questa voce recupera tasselli del passato e può proiettare lo sguardo sul futuro,  ma nella narrazione non si sentono questi balzi temporali, ed arrivi a capire che Nasser Alì non trova più soddisfazione perchè gli è morta l’immagine dell’amore  sospirato tutta la vita, non perchè i violini i mercanti lo abbiano imbrogliato, e quell’immagine era il quid era l’arte che si aggiunge alla tecnica, la tecnica sola non basta, gli diceva il suo maestro, perchè il suono per quanto perfetto sia arte.
Il sapore della storia è francese, con lievi sconfinamenti nel grottesco, nelle  caricature, che ho visto in molti film francesi, filmografia che amo quasi incondizionatamente.  La colonna sonora non la ricordo quasi,  non so se sia necessariamente negativo, può essere che non fosse invadente, esondante, e che io fossi concentratissima sulla storia, che sicuramente merita. Ancora una volta gli attori mi erano sconosciuti, ma assolutamente adatti ai loro ruoli, ma questa sensazione può derivare appunto dal fatto di non averli visti recitare altre parti. Particolare l’inserto in cui Chiara Mastroianni, che io ricordavo come la bimbina bionda della Deneuve, ed ora manifestamente non lo è più, bimbina, e con la Rossellini madre di Nasser Alì, dai tratti magnificamente signorili, che io  mi chiedo quante attrici li possiedano, certo non si imparano, sono nel DNA.
A questo punto dovrei parlare dei registi e sceneggiatori Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud,  ma anche costoro mi erano sconosciuti prima di questo film, che è stato realizzato da un libro di fumetti della Satrapi come il precedente Persepolis, che ovviamente non ho visto, nè letti gli album di fumetti: ma visto il trailer sul generoso You Tube, penso che andrò in caccia perchè mi è parsa roba intelligente, se non altro al di là del solito brodino (che per altro, il brodino a me piace).

Arrivo buon’ultima, The Artist.


Volevo vedere questo film , un po’ per la pioggia di Oscar,  se ti dicono che la torta è buona vien voglia di assaggiarla, se non altro per il gusto di trovarle dei difetti, e un po’ per la curiosità di rivedere un film muto. Non dico curiosità del bianco e nero,  perchè ce ne sono stati altri, Il mistero del cadavere scomparso, Frankenstein Junior che hanno avuto un degno successo,  quanto proprio per il muto, una storia ai tempi del muto. Non credo sia casuale il nome del protagonista, George Valentin, poteva essere anche  Rodolfo  Georgino, serio quanto Peppy Miller, Peppy, che suonava però benissimo.
Come contenuti, il film non porta certo  nulla di nuovo,  film sul cinema e sugli attori  ce ne sono a bizzeffe, il pià vecchio che mi viene in mente ora è Viale del Tramonto, però è piacevole e rilassante, sarà perchè è pieno d’amore e di persone buone, o forse perchè non ci son troppe parole nè troppi rumori,  e la musica scandisce a dovere la loro assenza: il cinema muto, era muto di tutto. Sicuramente,  a colori e col parlato, sarebbe stato un film come gli altri,  perdendo anzi gran parte dei suoi momenti di ironia ed ilarità, insomma, è un bel film perchè è muto e in bianco e nero, ed in questo sta la pensata, apprezzabile. Anzi, mi pare di aver letto da qualche parte che era stato girato a colori, e non so se trasformarlo in bianco e nero sia stata l’idea primitiva, o un ripiego.
Gli attori erano perfetti, con la mimica necessaria  per un film senza parole,  perfettamente acconci. Si rivedono qui l’ex sig, Flinstone e l’ex padrone di Babe, il maialino coraggioso, in una parte ora commovente, l’autista Clifton, che nei ritagli di tempo preparava autografate  con l’orma della zampina le foto del grande attore e del suo cane, quel cane del protagonista, un Jack Russell strepitoso. Confesso che ho pianto quando il padrone, in declino, gli prestava meno attenzione, ed il cagnetto, Uggie, invece lo ha salvato, asciugarsi le lacrime dietro gli occhiali senza conciare le lenti non è facile. George Valentin, alias Jean Dujardin, non parlando sorrideva e inarcava sopraccigli, e Berenice Bejo, questa Berenice  allegra ed agilissima di fisico e perfino di faccia, aveva mille espressioni e poi tornava lei, disinvolta nell’indossare il suo collo lunghissimo. Lo ridico ancora una volta, le donne francesi hanno un fascino tutto loro, invidiabilissimo.
Un film pieno d’amore, d’amore non detto non solo per l’assenza di parole, dove solo la moglie sembra possedere il sentimento dell’odio e lo scarica annerendo i denti delle foto del celebre marito.
E poi, la torta a me viene voglia di assaggiarla ancora di più se ha un aspetto golosissimo e mi dicono che non è buona: Oh caspiterina, e come mai? Non può non esser buona.

La tirlindana

Capitava che mio fratello mi portasse con lui a pescare.  La mamma mi faceva mettere il costume intero rosso, una maglietta, le ciabatte e, quando lo si trovava, un cappello di paglia da gondoliere, e ci incamminavamo per il vialone,  lungo il vialone i mirtilli, e il bianco della villa dei De Micheli, poi la curva col castagno gigantesco e il ponte sotto la ferrovia..
Il cancello della darsena si apriva cigolando, come è dovere dei vecchi cancelli poco usati,  con la vernice color ruggine che si sbrindella, e i rami dei tigli un po’ tropo cresciuti ci  frustavano il viso, e qualche ragnatela.  Delle tele di ragno di distendevano anche da tubo a tubo della ringhiera, che circondava la terrazza sul lago.  Scendevo dietro Giorgio per la scala che portava verso il lago e la spiaggetta, tutta piena di sassi e di rami. La barca stava in una specie di garage, di hangar, pieno di pinne spaiate, materassini sgonfi… insomma, l’atmosfera era quella un po’ in disarmo, di quando le cose son di tutti, e quindi di nessuno.  Sotto la terrazza c’era, chiuso da una saracinesca, il posto per le barche e i motoscafi, con qualche cavedano che ci nuotava pigro, ma lì le barche non ce le lasciavano mai, non so perchè.
Aiuto Giorgio a far scivolare la barca nell’acqua. Facciamo un po’ per uno con i remi, mi è sempre piaciuto remare e lo so fare bene, la meta è l’Isola Bella,  una zona pescosa per i persici. Quando siamo in zona, Giorgio mi spiega, si pesca stando seduti a poppa, e si srotola il filo di rame al quale è attaccata la lenza, e l’esca. L’esca erano le alborelline che si compravano o i lombrichi cicciosi che cercavamo nei pressi dell’orto del Gianni, sollevando zolle d’erba, nella terra,  con quel meraviglioso odore di fungo e di castagno che ha da quelle parti. Il filo si deve muovere un poco, ed evitare che si incagli, e chi è ai remi deve remare lievissimamente, immergendo poco i remi, facendo poco rumore.
Non so dire se mi piacesse di più pescare o remare, silenziosi in mezzo al lago, e l’emozione del pesce che abbocca, e poi il sole comincia a scendere, è l’ora migliore, ma bisogna tornare su a casa.

Pollo alle prugne.

Inauguro  il filone, meglio la categoria “cosa mi aspetto dal film”,  dopo la quale verrà ufficializzata anche quella per i libri. La rece di qualcosa che non si è ancora visto, o che non si è ancora letto: le aspettative che si hanno acquistando un libro, o scegliendo un film, perchè lo si sceglie, ma anche perchè lo si evita.  Tutto sommato non è un’idea tanto peregrina, mi piace, ce l’ho in testa già da un po’.
Non conoscevo assolutamente questo film prima di scorrere i titoli in programmazione a  Milano, nelle mie sale preferite, che sono l’Apollo e l’Ariosto, e poi, in seconda, il Gloria e l’Eliseo, e il Ducale.  All’Ariosto stasera danno “Riposo”, che per me resta sempre un gran bel film, un film, appunto.
Pollo alle prugne, come titolo mi attira perchè ho sempre nostalgia del riso greco piccantino con la frutta secca, pinoli, uvette e prugne, che mangiavo spesso in un ristorante greco a porta Romana, con i gatti che giravano tra i tavoli, che un giorno è stato chiuso perchè doveva essere ristrutturato, e non credo ci sia più. Poi, vedo che è un film iraniano, ed allora sono curiosa, perchè non posso dire di conoscere l’Iran, ed un film è un po’ come un biglietto d’ingresso, e forse la storia sarà un po’ diversa dalle solite,  o forse sarà una delle solite, ma con uno sguardo un po’ diverso. Poi, è iraniano con una regista donna. Ed è ambientato nel 1958, e parla di un violinista, ed allora ti aspetti un po’ di nostalgia e di musiche struggenti. Anche lancinanti, se il violinista non dovesse esser bravo, ma sicuramente lo sarà.  E poi, che sia ambientato in Iran,  me lo sono messa in testa io, non c’è scritto da nessuna parte, nella trama, ma se è Parigi va bene lo stesso, e tanto l’Iran lo conosci anche attraverso le storie dei protagonisti. E il fatto che il protagonista, cercando un violino come il suo che ha rotto (ohmmamma, ma allora se è senza violino non suona? ah no, prova tutti quelli che vede, come fossero la scarpetta di Cenerentola) incontri diavoli, matti, saggi ed amori perduti non ti fa rimpiangere di non essere, per una sera, su Facebook.

Piripippìri

Piripippìri, si faceva col clacson quando si era imboccato il vialone della villa dalla provinciale sul lago, e si era passati sotto il ponte della ferrovia che lo tagliava, e si stava arrivando a casa. Piripippìri,  lo si sentiva dalla terrazza in faccia al lago, si attraversava il salotto e si andava ad aspettare il corrispettivo parente all’ingresso, sulla ghiaia  vicino al grosso faggio, i suoni dei clacson non erano tutti uguali e si sapeva chi arrivava.
Il pirippipiri lo aspettavo il venerdì sera, quando arrivava il papà da Milano con le caramelle, gli zuccherini, o le gocce di zucchero col rosolio, e le caramelle ripiene alla frutta.
Alla sera, nel letto, invece di leggere e rileggere il librone con le fiabe di Baba Yaga e della Regina delle Nevi, mi piaceva dividere gli zuccherini per colore, e fare le parti per darne un po’ a mia cugina Ambra. Mi piacevano quelli turchesi, anche se quelli semplicemente bianchi sapevano di menta, e quelli rossi, perchè le caramelle rosse da sempre hanno una loro attrattiva, ricordano ciliegie e fragole. Non era facile trovare un modo per dividerli, che non gliene dessi troppi, o troppo pochi. Lasciarle quelli dispari, erano troppo pochi. Metà, troppo, anche perchè intanto qualcuno lo mangiavo. Era un casino con le gocce con il  rosolio, erano delicatissime e spesso già qualcuna eragià  rotta, e le dita si appicicavano.
Non so che casino lasciassi sulle lenzuola della mamma, prima di trasferirmi nel mio letto di fianco, che non aveva la lucina sul comodino. Per le caramelle ripiene, ma incartate,  tendevo ad imbrogliare un po’, tenendone di più di quelle alla mora e cedendo quelle alle prugne. Alla fine, facevo a metà.
Se ora ci penso, non so come non avessi paura… mentre tutti  i grandi stavano al piano di sotto, chi non era andato a Stresa o da qualche parte,  io soldo di cacio ero  a leggere nel letto da sola al primo piano di quella casa enorme, e sopra ancora un piano, vuoto perchè erano tutti giù, lo dico, perchè ora forse l’avrei, il pensiero di sentir qualcuno salire per le scalinata, con il  corrimano di legno su cui scivolavamo per andare da basso, mia cugina ed io, lei di sei anni più grande di me.  Una sera, sento che qualcuno sale, ed apre la finestra di fronte alla porta della mia camera  e va  sul balconcino di legno, quello che dava verso il faggio, era mio cugino, il fratello maggiore di Ambra, con qualcun altro, per uccidere i  ghiri, ed allora mi ero alzata anch’io ed ero andata lì a vedere cosa facevano. Uno illuminava i ghiri con la torcia, che restavano lì dov’erano, imbambolati, e gli sparavano.
Non capivo bene il perchè di tutto quello, ma  mi hanno portato via subito, forse per paura degli spari, spero lo abbiano fatto per evitarmi lo spettacolo, perchè ancora oggi, se ci penso, a quelle bestioline illuminate ferme appiattite sul ramo, mi sale un nodo qui, e  mia sorella che una volta  aveva trovato un piccolo ghiro e cercava di salvarlo  dandogli il latte con un contagocce.

Magnifica presenza.

Una deliziosa storia di fantasmi, dove le illusioni sono i nostri fantasmi, e poi ci sono i fantasmi fantasmi.
Il protagonista Pietro, un giovane incerto su tutto ma tanto pignolo da restare ipnotizzato da un’etichetta che sporge dal golf di un altro aspirante attore in coda con lui, trova a Roma la casa dei suoi sogni e l’affitta nonostante il parere della cugina, che la trova piuttosto cadente.
Questo appartamento veniva regolarmente abbandonato dagli inquilini, che non pretendevano neanche la restituzione della caparra, e quando il giovane ci si trasferisce, si capisce anche il perchè… ci sono delle presenze, che si manifestano però solo a lui. Non li vedono nè la cugina, con la quale c’è un intenso legame, nè un travestito che, malmenato per strada,  lui soccorre senza pregiudizio alcuno. Almeno, il travestito ci crede,  che lui li veda, la cugina no.
Dopo i primi spaventi e le fughe, li affronta, e questi si presentano, nomi e cognomi… dopo  di che ci sono tutta una serie di situazioni, alcune comiche alcune meno, che come mia abitudine  non racconto per non rovinare del tutto la sorpresa, parte integrante della   visione di questo film.
Ozpetek al solito – mi permetto un “al solito” perchè è il terzo suo film che vedo, dopo Le fate ignoranti, e  Mine vaganti – non tralascia una carrellata sulla sessualità, nelle sue diverse manifestazioni, direi con l’intento, riuscito, di rendere  familiare e umano ciò che tanto spesso viene esecrato.
Secondo me, il tema del film è la comunicazione e la solitudine.
I cugini, il protagonista Pietro e la quasi co-protagonista, Maria, si vogliono bene, ma soprattutto Maria non comprende Pietro fino in fondo, anche perchè lei comunica col sesso, e Pietro è un gay, ancora troppo timido per esserlo pienamente.
Pietro  crede di avere un amore,  ma non è così: e dopo la delusione, si ritroverà in autobus con lo sguardo sognante, per la delicatezza delle parole di un fantasma…lontano dalla realtà, quindi, in cui vive.
Nessuno vede i suoi fantasmi, eppure questi per Pietro sono più presenti del resto del mondo, nel quale si muove solo.
Il film si snoda armonico, accompagnato dalla colonna sonora di Pasquale Catalano – bello anche il pezzo che ho rilevato nel finale, di Sezen Aksu, Gitmem Daha – essenzialmente ambientato nella vecchia casa (sarebbe piaciuta anche a me)  di Monteverde, a Roma (che praticamente non si vede) nella quale ho notato la mancanza. nell’arredo, di quell’elettromestico che non manca mai, la televisione, e mi son detta, gran furbata della sceneggiatura, con un apparecchio tv la storia non  sarebbe stata in piedi. Meno male, perchè la storia mi pare fantasiosissima, cosa ormai abbastanza rara.
Il protagonista, Elio Germano, appare scialbo, ma ci si fa una ragione, è richiesto dal suo ruolo, magnifica presenza suo malgrado, ma direi che ognuno degli attori  stava bene al suo posto. L’anziana attrice entrata in scena sul finire, aveva un che di familiare, ne osservavo le labbra.  Anna Proclemer, se non lo avessi letto nei titoli di coda, non l’avrei riconosciuta., la ricordo ben diversa.   Come devo essere invecchiata anch’io, allora.