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Tempo di Libri, Milano 2017

Premetto che non sono un’addetta ai lavori, sono solo una che bazzica.
Lascio stare tutte le questioni economiche, i perchè della nascita dell’esposizione a Milano, non li conosco approfonditamente, mi interessano poco, son giochi sopra le nostre teste.
Mi interessa cosa trovano le persone, i potenziali lettori, che vanno a queste manifestazioni.
In attesa di tornare al Salone di Torino, che sarà dal 18 al 22 maggio 2017, per vedere cosa ne sarà –  da un’occhiata al sito sembra lì bello e robusto – scrivo qualcosa sull’evento  di Milano, il mio consueto mucchietto di pensieri.
Il confronto è inevitabile, dovuto anche alle macroscopiche somiglianze.
Un primo pensiero è che occorre valutare Milano (li  chiamerò uno Milano e l’altro Torino, per brevità) con una certa oggettività, non con dispetto,  gelosia,  prevenzione, perchè il nuovo non lo conosciamo e siamo affezionati al vecchio: questo atteggiamento non giova al libro e alla cultura… vediamola come un’occasione in più.
Consideriamo il periodo… non è certo favorevole scegliere un ponte vacanziero, un solo mese distante da  Torino… ma in  marzo c’è Book Pride, e in novembre c’è Book City, a settembre il festival della Letteratura di Mantova, e mettiamoci Roma nel periodo dell’Immacolata.
Il logo e il sito di Torino sono un passo avanti rispetto Milano: il programma online era inguardabile, con i riquadri che non contenevano i nomi completi degli eventi, e bisognava aprirli per leggerli,  e pochi riquadri per pagina… una consultazione, online, che richiedeva  un sacco di tempo, tutt’altro che visivo.
E anche non mi pare si sia martellato abbastanza, per fare sapere della novità milanese.
Anche nel metrò non  c’erano indicazioni palesi per il libro, per chi arrivava per la prima volta, come la sottoscritta.
Nei padiglioni la numerazione degli stand non so bene che criterio seguisse, a me sembra che siano riusciti a rendere inutili lettere e numeri, non devono aver mai giocato a battaglia navale:  perchè chiamarlo G02 se non lo trovi tra G01 e G03, anzi si passa dal G2 al G9?   neanche si poteva dire che i pari sono in un padiglione e i dispari in un altro.
Il nome, Tempo di Libri, non è un granchè, e se per Torino c’era il Fuori Salone, o Salone Off,  Fuori tempo di Libri è un filo penoso, anche Tempo di libri off non suona meglio.
Occorre dire che è difficile trovare una qualche denominazione  che riguardi il libro e non sia stata usata…  LiveBook? EveryBook?per state in assonanza con Book City e BookPride.
I due saloni si assomigliano parecchio, per quando riguarda gli stand e le sale per gli eventi: a parte il fortilizio del Libraccio, e alcune editrici grandi che avevano dato una parvenza di arredo al loro spazio, i piccoli, con minori mezzi economici, cosa possono fare se non impilare i loro libri sul banco?  Una cosa, a Milano rispetto a Torino i nomi degli editori non erano tutti visibilissimi.
In ogni caso penso che i libri radunati in uno spazio unico siano meglio usufruibili da famiglie con membri di ogni età, ci si muovono  agevolmente carrozzine passeggini e carrozzelle e stampelle.
Presentazioni e conferenze ce ne sono per tutti i gusti.
Mentre per Book City devi correre per tutta la città, bella come idea di distribuzione capillare della cultura, magari di fianco a casa tua,  ma non bisogna essere pigri, e bisogna scegliere bene,  che se poi scopri che non ti piace…gambe in spalla e corri da un’altra parte riattraversando la città, che non è piccola, mica è Mantova.
Quanto alla raggiungibilità, sia Milano che Torino sono servite da metropolitana e da posteggio, c’è lo sportello bancario, a Milano ho notato in più una edicola tabacchi e una  defibrillatore… oddio, magari c’erano  anche a Torino, e non li ho visti.
Affluenza… Torino 2016, ci sono tornata dopo un paio di anni di assenza, era parecchio dimagrita,  come stand, ma l’affluenza era comunque maggiore rispetto questa prima edizione milanese. Ma appunto per Milano è la prima… spero non l’ultima, come spero di continuare ad andare a Torino col mio trenino, e vedere gli aironi nelle risaie all’andata, e non vedere più niente al ritorno, per la stanchezza.

 

 

Accadde tre anni fa

Ieri sera, tornando a casa, c’erano sull’autobus due anziani che parlavano tra loro:  uno scende, ne prendo il posto.
Ho così davanti a me una signora coi capelli bianchi, che mi dice ” Che giro dell’oca fa la 61″. Io dico, “ma no, perchè”, e lei mi dice di venire dal capolinea.
“effettivamente allora sì, è una linea lunghissima” rispondo.
Mi dice che era stata a tenere la nipotina, ma la figlia non capisce il suo disagio ad attraversare tutta Milano per essere lì in tempo perchè vada in ufficio. Sarebbe arrivata ora a casa (erano le 20 passate) e certo non cucinava, è vedova. Poi mi dice
“Lei è stanca. Lo vedo, ero dottoressa, sa? Ma non stanca di oggi, è stanca da un po’.”
credo di agitare le sopracciglia
” Mi raccomando, abbia cura di sè, perchè poi quando ha bisogno non c’è mai nessuno, non c’è figlio che tenga.”

FILOVIA 90-91

Alla fermata mi sono seduta sulla panca tra un giovane di colore e una coppia di anziani invece di incolore.
Ha suonato un cellulare, non era il mio, il ragazzo, pulito e ben vestito, uno studente, risponde al suo imponente Samsung .
L’anziano scuotendo il capo ha bisbigliato alla moglie: “Guarda che telefono che ha!! …visto?”
Eccerto! Sono i nostri 35 euri che lo mantengono così bene. Sono certa che hanno  pensato quello, e nero è nero,  quel lavavetri con la t-short rigata che stava facendo la gimcana tra le macchine della circonvallazione, era evidente che dei 35 euri se ne faceva un baffo, quello no, non lo guardavano.
Sono poi salita sull’autobus, una signora col capo coperto, musulmana direi, in buon italiano mi ha indicato un posto a sedere, ho ringraziato, sto su poco, sto in piedi.
L’ho poi sentita, alle mie spalle, parlare con qualcuno… o da sola, non so. “Cose da pazzi. Ci sono i posti per gli invalidi e quel ragazzo sta seduto,  non si muove, che gente, che mondo,  non si capisce più niente”
L’ho vista andare dal ragazzo di incolore, farlo alzare, e far sedere una signora di incolore con le stampelle.
Poi, poi basta, sono scesa.

En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

Il negozio più affollato in via Torino alle 19 di sera, è Amsterdam Chips. Però non è bello starci seduta davanti a leggere un libro, sul marciapiede di fronte, alla fermata del tram in attesa che cominci il film, perchè arrivano le zaffate di fritto, e poi, per star ferme così, fa ancora un po’ freddo. E allora mi sposto nella galleria del cinema, e tanto per passare il tempo pensi, ” Quasi faccio una foto alla locandona” del film che ha vinto il leone d’oro  come film dal titolo più lungo, e non c’è come pensarlo perchè cinque persone ci si fermino davanti a parlarsi. Ma è più lungo
Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza
o forse
Cosa è successo tra mio padre e tua madre?
Il piccione vince.
Il piccione si vede solo nella prima sequenza, per giunta impagliato, che viene il dubbio sia impagliato anche l’uomo che rimane imbambolato a guardarlo.  Poi il piccione non lo vediamo più perchè è lui che ci guarda.
Qualcuno si è anche sentito piccione ad essere andato a vedere il film,   sentivo una uscendo che diceva una boiata pazzesca, mentre la aspettava fuori dal cinema un vecchietto a metà tra Nosferatu e i personaggi del film.
Non è un film facile, se si può dire che ha un filo conduttore, non si può dire che ci sia una vera e propria trama.
Goteborg, o qualunque altra città non importa. Goteborg perchè ci sono i marinai del 1943nella trattoria di Lotta la Zoppa, e  i centomila soldati di Carlo  XII diretti  in Russia che passano davanti al bar dove Sem e Jonathan si sono rifugiati perdendosi e nel quale il re entra a cavallo e beve acqua minerale gassata. Sem e Jonathan sono i due mal messi piazzisti di scherzi di carnevale, personaggi  dal colorito pallido come si fossero salvati da un film sui vampiri, che cercano di vendere denti di Dracula coi canini allungati – quasi come quelli della tigre con i denti a sciabola  e il sacchettino che fa la risata “Vogliamo far divertire la gente” è il ritornello con cui mostrano la loro merce. Davanti  allo stesso bar ripassa l’esercito sconfitto a Poltava, colpa dei russi che si sono armati di nascosto, consolano il re sfatto.
Il tizio alla fermata dell’autobus che sente dire dal negoziante che apre la bottega ” E’ di nuovo mercoledì” e  rimane sconcertato, e chiede conferma agli altri che aspettano con lui, e tutti concordano sul mercoledì, scandalizzati  che costui potesse sentirsi come fosse un giovedì.
I quadri nel film sono innumerevoli, in molti ci finiscono i due tristissimi piazzisti, ci sono altri personaggi che si vedono nei momenti in cui inseguono la loro vita, non sto a dirli tutti, perchè poi il film lo si deve andare a vedere e a scoprire.
Mi sento di parlare più di quadri che di episodi… sono quadri a colori tenui, grigioverdi, e i personaggi sono in genere pallidi, e stanchi, e sono la gente normale, quella che nessuno vede, di cui non ci si accorge che esistono,  sono quelli che fanno numero, stentano ad essere protagonisti financo della loro vita.  Quadri, perchè i movimenti sono ridotti al minimo, come i dialoghi. Un po’ come capita nelle esistenze solitarie. In certi momenti mi ricordavano un po’ scene della tragedia greca,  col coro.
A noi spettatori viene da sorridere, non certo risate grasse e flaccide, mentre pochi dei personaggi   trovano un motivo per farlo.  E viene il dubbio se si tratti di esistenza o sopravvivenza, su questo riflette il piccione, credo, e come sia difficile a volte trovare  un senso, uno scopo, cioè rispondere alla domanda “che ci faccio qui sulla terra”.
La qualità tecnica del film mi sembra parecchio buona, e curata… se si guardano i titoli di coda, sembra che abbia collaborato al film,   una co.produzione francese, tedesca, norvegese e svedese, mi pare (4 erano) , l’esercito di centomila soldati di Carlo XII.
Regia di Roy Andersson, attori per me sconosciutissimi.
Un film da vedere? Direi di sì, ma certo non … nazional popolare.

Su, più gentili!

 Stavo scendendo le scale della metrò di Brenta quando sento la voce di una bambina di circa quattro anni, dietro di me:
– Mamma, non sono gentili con me, non mi trattano bene, mamma –  drizzo le orecchie, la bambina credo fosse sudamericana, stavo per scoprire gravi ingiustizie? la soldina di cacio continua
– Mamma le cose me le possono dire gentili.
La madre si preoccupa un  po’ – Ma cosa ti dicono?
– Continuano a dirmi scrivi qui, colora lì… potrebbero essere gentili, no?

IL LUOGO COMUNE

 Ormai è certo, sentir parlare in un certo modo di Milano mi infastidisce assai. Premessa d’obbligo, non penso che Milano sia esente da difetti, storture, insufficienze, sarebbe folle pensarlo, una tesi insostenibile.
Milano è grigia.
Oggi, per esempio, c’è un cielo azzurro limpidissimo, e non è infrequente, neanche d’inverno.  Capita di girare in bicicletta, e sentire il profumo dei gelsomini, oppure di erba tagliata. Grazie forse all’apposito reparto dei supermercati, i balconi e i davanzali si sono riempiti di piante e di fiori, procurarseli è diventato più facile, un po’ come i ravioli, che una volta erano piatto della festa, oggi sono un primo veloce e sostanzioso.
Quando rientro a casa verso sera attraversando i giardinetti, i grilli mi accompagnano per un tratto. Al Parco Sempione ci sono gli scoiattoli, e i gabbiani nel Naviglio, nelle risaie alle porte di Milano gli aironi cinerini. A Trenno c’è una fattoria dove si insegna equitazione circense, ed oltre a cavalli di ogni misura, ci sono animali di varie specie, e vendono prodotti biologici, ed ospitano scolaresche. Poi non so, quante altre cose che altri sanno, ed  io non conosco.
E Milano non è certo grigia per la mente, piena di iniziative culturali, e sportive: credo che ci sia la possibilità di fare quasi qualunque cosa  ginnica o culturale desideri fare.  Con i suoi negozi offre la possibilità di acquisto per ogni tasca, dal superlusso al tutto a un euro.
Mi è capitato di provare una sorta di risentimento un sabato pomeriggio sotto i portici di piazza del Duomo,  quando  cercando di procedere a gomitate verso un cinema, ho sentito una signora accanto a me esclamare “Ah, io a Milano non ci vivrei, meglio mille volte Garbagnate”.
Mi son ritrovata a difendere mentalmente Milano.
” E brava, però venite tutti qui, per i cinema, le mostre, i negozi e per lavorare… e l’economia gira, anche grazie a questo, non lo nego. L’altro modo di vedere le cose è: venite qui tutti, affollate, inquinate, trovate tutto quello volete, e poi dite che brutto che casino che sporco meno male che vivo da un’altra parte” .
Mi sono vista Milano come assaltata dalle cavallette, che se ne vanno lasciando desolazione e mi sono accorta di apprezzare la mia città, nella quale sono cresciuta e ho vissuto sognando anche io la casa col giardinetto, e un altro tipo di vita meno brulicante.
Un’altra cosa che ho scoperto irritarmi. è quel disprezzo della  vita impiegatizia (tanto milanese…)  che chi ha velleità intellettuali, atteggiamenti da “alterntivo” manifesta… o si sente costretto a disprezzare, guardare dall’alto in basso.  Come se una vita ripetitiva, dedita alla famiglia e al lavoro, attenta alla gestione del tempo e del denaro, per evitare disguidi e imprevisti, sia meno meritevole di rispetto della vita vissuta a “genio e sregolatezza”, i vestiti stirati meno di quelli sdruciti.
Come sempre, non vivo le cose in modo alternativo, l’aut aut, il bianco o il nero, i Beatles o i Rolling Stones, ma come coesistenti, come due modi di essere diversi, ognuno con le sue prerogative, non uno migliore e uno peggiore, spesso complementari.  E non è detto che un travet non sia più aperto di mente di un alternativo… alle volte la cocciutaggine di voler essere diverso, di cercare il diverso, ti impedisce di accorgerti, o ti induce a rinunciare, a piccole bellezze a portata di mano.
Penso a me irrequieta e scontenta…alle volte, il luogo comune è una riscoperta.

 

Oh bella adesso se l’Italia è così, è colpa mia.

(dedicato a Marco)

E’ successa una cosa inimmaginabile, in casa non si trova più la carta Fidaty Oro con un sacco di punti Fragola,  proprio non c’è più: manca solo fare la radiografia al cane, gli altri posti li abbiamo pensati tutti.  Neanche all’Esselunga l’hanno trovata, così l’ho bloccata, è pur sempre una carta di credito, e poi per averne un’altra occorre fare la denuncia di smarrimento, si sa.  Dove?
I Carabinieri in via Egadi, dove ero comoda,  non ci sono più, non mi ricordo dove si sono trasferiti, e vabbè nessun problema, c’è internet, no? così, ieri sera,  trovo il sito www. carabinieri. it .
Meraviglia delle meraviglie, c’è scritto che si può fare la denuncia online, prendendo appuntamento per andare  di persona per apporre firme e timbri con la dichiarazione già fatta: intanto la invii e ti mandano una mail di conferma.
Comincio col cercare il comando di zona, e la mia via non esiste a Milano, col nome e cognome del pittore, coll’iniziale del nome, solo col cognome, con via privata, con via priv.: se non  fosse perchè ci abito, mi avrebbero anche convinto della sua inesistenza. Digito il nome della via con cui fa angolo, evvai! Scelgo la mia caserma,  da piccola ci abitavo vicino e seguivo dalla finestra l’abbeverata dei cavalli, che adoravo, un appuntamento quotidiano.
Digito la mia denuncia, mi arrabatto per la stampa, mi ricopio i codicini, ecco, pronta, domattina vado, sono pronta.
Stamattina sono andata.  Intanto, danno un indirizzo e si entra da un’altra via: tipico. Davanti al portone chiuso ci sono passata davanti una vita, andavo alle medie e dopo al liceo, allora era in funzione,  c’era la garitta col soldato di guardia, non so perchè lo trovavo imbarazzante. Star lì così ore, e poi non sapevo che faccia fare, magari sembravo sospetta.
Entro, il carabinierino allo sbarramento, per la denuncia, mi manda in una saletta con qualche sedile, una madre e una figlia, e una signora anziana col cappellino.  Le prime due dovevano incontrare un militare, l’altra doveva ritirare  la denuncia perchè aveva ritrovato la carta di identità.
Ma quella stanzina mica prelude a un ufficio, la sola porta è l’ingresso… torno fuori, e dico ” devo aspettare lì anche se ho fatto la denuncia via internet? ” mi assicurano che sì,  poi mi chiamano.
Insomma, passa quasi un’ora, arriva una carabinieressa, alla quale dico che ho fatto la denuncia online, che però non mi era arrivata la mail di conferma da ieri sera. Gentilmente risponde che il servizio online non funziona quasi mai e facciamo prima a farla di nuovo.  Ecco appunto.
La carabiniera è venuta come un Caronte a traghettarci agli uffici, non possiamo noi pubblico girare da soli per la caserma. Mi sembra un sistema di comodità spaziale, davvero.
Mentre accadono questi accadimenti,  una tipa in bicicletta,  un filo irruente, irrompe sulla scena “Ho assolutamente bisogno del permesso di guida se no non mi fanno il duplicato della patente, sono cinque volte che cerco di farlo”  e si piazza davanti alla carabiniera. Al che le faccio presente che c’eravamo noi. Mi guarda sprezzante: “lavoro fino alle sei e mezza, è da novembre che devo fare il duplicato”  al che le dico ” non penserà mica di passare avanti?  prima c’è la signora, poi io, aspettiamo da un’ora, ed anch’io debbo andare al lavoro, è tardi” Penso che lo pensasse, di passarci davanti, infatti acida dice: “Ah sì vorrei proprio seguirla, per vedere come va al lavoro”  al che le rispondo ” bastava arrivasse cinque minuti prima di me stamattina  e non c’era problema”:
La tipa si rivolge alla carabiniera: “le spiace se aspetto qui? Non sopporto di entrare in una stanza  con una persona così negativa.  Finchè ci sono persone così,  senza comprensione per gli altri, per forza l’Italia andrà  male”
“No, mi spiace, non è permesso che lei stia qui.”  Intanto, la mandano a farsi due foto tessera, per necessità suppongo, non per evitarle di venire contaminata da me, dalla mia negatività.
La signora anziana divertita scuoteva la testa, e poi mi dice “Ha visto,  i giovani?”
Una quarantina di minuti dopo, avevo terminato, avevo la mia bella denuncia riscritta e la tizia era stata “evasa” da un altro carabinieretto sopraggiunto all’altra scrivania.

Riepilogando

m quadretto acquarellosoMichela va a prendere l’armadio mercoledì alle 14.  Dentro all’armadio ci sono il vassoione d’argento e una borsa di scarpe della mamma e una altra di vestiti.

Ho scoperto i due giacimenti ulteriori di cose della mamma, sotto il letto blu (che non ho avuto il coraggio di tirare giù ed è ancora col materasso su)  e negli armadi della Clara, poi li porterà lei con il Mimmo.

Sul letto di metallo in camera mamma c’è tutta la biancheria di casa: lenzuola, salviette, tovaglierie, coperte di lana, sono grosso modo impilate per… argomento.

Ci sono il battipanni, un bastone e le cose dello stiro.

Nella cassapanca oltre a sacchetti ci sono un sacco di cose di elettricità, il Beghelli etc.

In camera Clara ho trafficato al buio, vuoto armadio e cassettiera, c’è il tappeto che forse è un peccato lasciare se non lo prendi, io con gli animali non lo uso.

Ecco, le cose piccole sarebbero portabili all’usato (sgabelli, lampade) le cose grosse no  perchè non saprei dove tenerle nel frattempo (potrei andare il 22 marzo, forse, a me piace quello di Intra, lavora bene)

Bagni vuoti entrambi come mobilietti, cioè lasciati solo detersivi e carta igienica, tolti farmaci profumi vuoti  etc ci sono sui lavandini saponi e cose per la barba e disinfettanti.

salotto  anticamere tutto a posto, c’era poco, ho dimenticato di svuotare la scrivania del papà, lasciate ciafrusaglie in vetrinetta, i maissen sono sbeccati  ma non sapevo se buttarli lo stesso.

Cucina buttato via tutto l’alimentare tranne zucchero caffè sale e un pacco di spaghetti non scaduti, buttate via le tazze sbeccate, lavato le cose che c’erano lì da lavare (lo scaldabagno era acceso, ho lasciato giù la tapparella e un filo di finestra aperta) .

Ho rimesso tutte le 4 chiavi dell’armadio della mamma che erano nel cassetto.

Ho lasciato fuori: gli attrezzi elettrici di cucina, così li vedi se ti interessano: il grill grandino TEFAL è ottimo per fare le cose grigliate, tipo la verdura e così, ce lo ho uguale, ti consiglio di tenerlo. Fuori anche i coperchi grandi, perchè se avevi preso le pentole grandi, magari sono i loro coperchi. Fuori anche calici e bicchierini, all’usato li prendono basta siano 12 e lo sono. Il servizio di posate nero nella zuppiera dorata è completo, da 6, e bellino. Nell’armadietto a vetrina ci sono anche 6 tazze da caffè con piattino, e  set di teiera etc bianche, sicuramente vendibili all’usato. Stesso criterio insomma per le altre cose esposte: se non le prendi tu le prendo io e provo a portarle all’usato. Ah, le pirofile, qualcuna mi serve (ne ho rotte un po’) una grande rettangolare l’ho già presa (ce ne erano due più o meno uguali).

Non ho toccato il letto di ottone pensando che magari ci ridormi, e neanche ho riguardato gli armadietti sul balcone, ormai era buio, sono andata dopo la mamma.

La roba che è a lavare cosa faccio? mica si può lasciargliela nella cesta e nella lavatrice.

La porto a casa la lavo e magari la prende la Rocio? ho guardato e c’era una felpa, che ti ho messo in anticamera, il resto mi pare biancheria e asciugamani SE&O.

 
Cristina

Trance

Sono salite credo in Piazza Trento,  erano quasi le dieci di sera, ero soprappensiero,  le ho viste lì,  vicino all’autista.  Impossibile non notarle, giovanissime, il loro profumo ha riempito il filobus.
Una parrucca di capelli lisci, biondo platino, nascondeva un po’ il viso della più minuta. Quella alta, con la giacca e la coda di cavallo, i capelli di un colore più naturale,  sembrava la meno convinta.  Ma la bruna, scollatissima e scosciata, era truccata magistralmente. Le labbra carnose rosso brillante, l’ombretto sino agli zigomi cosparso di brillantini. Il seno era florido e sodo, lo spacco del vestito lasciava intravedere la fine della calza a rete nera. Scarpe rosse, ovviamente con tacco da vertigini.
Sono sempre le mani e i piedi che le tradiscono.
La signora davanti a me le fissava con aria smarrita, tenendosi il bavero della giacca, aggrappata,  che non le sfuggisse la mano a farsi un segno della croce.  Non riusciva a non guardarle, e la invidiavo moltissimo, perchè invece io non le guardavo, ma avrei voluto osservarle bene.
Sono momenti in cui non sai bene cosa fare, vorresti essere naturale, in realtà sei curiosissima, se fai finta di niente temi che pensino che fai apposta a far finta di niente, se le osservi,  temi che pensino  “ma cosa hanno tutti da fissarci? andatevene un po’ a….”

Ma non è facile restare indifferenti… ricordo la metamorfosi del ragazzo del negozio di animali, le unghie colorate, i capelli, l’abbigliamento …. poi era lei.
Mi piacerebbe avere la sfacciataggine di fissarle, osservarne i movimenti, la mimica, carpire gli sguardi.  La felicità e l’infelicità, i  loro perchè. La loro famiglia, il loro divenire, le scelte e le vie obbligate.  Che magari non sono tanto diverse dalle nostre che appaiono all’esterno meno colorate, meno disperate, più normali, come se fosse possibile supporre che esista un concetto assoluto di normalità.
Io sono scesa, loro erano ancora su, mi ero chiesta dove andassero… forse,  non andavano ma tornavano.

marcobesana.com PHOTOGRAPHY

Il mostro delle scale mobili

Le scale mobili per me bambina erano quelle della Rinascente, o della Stazione Centrale, poi sono arrivate quelle della Metropolitana, Linea Rossa.
Erano emozionanti, quasi magiche, ma… c’era un ma.  Quel mostro coi denti che ti aspettava alla fine della scala, era pronto a farti male, perchè tutti mi dicevano attenta, salta… ancora oggi lo guardo con apprensione, io arrivo, il mostro mi aspetta, sinora non mi ha avuto.

“Miguel fermati” grida la mamma sulla scala mobile della metropolitana gialla di Brenta, ma il bambino non l’ascolta, saltella, sempre più lontano dalla madre, la madre lo minaccia, “dopo vedi cosa ti faccio” ma Miguel è sempre più in basso. Poi si ferma, si volta e guarda la mamma, resto col fiato sospeso, si sta avvicinando al mostro coi denti,  non torna indietro,  gira le spalle al mostro, non lo vede… eccolo sul mostro, Miguel barcolla, non cade, la mamma lo raggiunge, lo prende per il braccio “Devi stare vicino alla mamma” e gli allunga uno scapellotto.

Dopo anni di attesa, oggi ho visto cosa può fare il terribile mostro coi denti.

Dal calzolaio

Oggi sono riuscita a passare dal calzolaio, il negozietto nella piazza dove abitava mia madre e non lontano da casa mia. Una vera bottega… già l’anno scorso aveva salvato la vita ai miei sandali, che avevo comprato uguali in due anni successivi, erano troppo comodi.
Me li curerà,  non sono in fin di vita.
Abbiamo chiacchierato un po’, è un egiziano, dice di essere tra i primi arrivati a Milano. Abbiamo parlato della situazione economica, che non lascia scampo, ma dove vanno a finire i soldi che paghiamo in tasse, c’è in giro la disperazione, insomma i discorsi che in questo periodo è difficile non fare, li leggi sui giornali, li senti al bar, li ascolti sul filobus quando la gente parla col telefonino, li vedi sui volti. Gli unici sordi ciechi sono quelli che ci amministrano, infatti poi alla tele senti che sono aumentati i fallimenti per colpa dello Stato che non paga. Anche lui come me ha la sensazione che ci sia un gioco perverso di qualcuno che vuole diventare padrone del mondo.
Ma mi dice che questo si verifica perchè è un problema di cultura,  la gente ha perso i valori, esiste solo il dio Soldo, e che  chi fa il male, dovrà renderne conto, perchè c’è di sicuro un motivo perchè Dio ci ha messo sulla terra, ci sarà il Giudizio.
Mi dice che nel suo paese sta crollando tutto, un paese come il suo… e gli dico che anche noi, insomma, Roma…era grande anche Roma. NO, mai come l’Egitto.  Non insisto… dell’Egitto mi viene in mente la Sfinge, gli omini di profilo, le mummie e il gatto sacro, di Roma il Satyricon, Nerone e Tiberio, il Colosseo e scaccio il pensiero di Alemanno.
Mi racconta che sua moglie è italiana, ha due figlie, una laureata in lingue, con borse di studio e un Erasmus,  alla Statale con la lode, e l’altra in architettura alla Bicocca con 95.
Ah, questi immigrati, che vorrebbero la cittadinanza… come fosse chissà che, questa cosa sempre più slabbrata, e prosciugante.

Murphy ed io

Quando al mattino ti svegli perchè il tuo gatto per imperscrutabili motivi atterra sul tuo posteriore, ivi aggrappandovisi…
quando vai da tua cugina senza ombrello, e si mette a piovigginare, e stai da lei finchè la pioviggina smette, e quando decidi di tornare a casa perchè ha smesso, giri l’angolo e arriva l’acquazzone
alla 23 di sera non puoi che  scoprire che tuo figlio, già rientrato a Ginevra, ha smarrito la tua auto, che  serve al mattino, e allora esci  nella notte a cercarla, mentre piove il piovibile.
Murphy mi ha concesso di ritrovarla, dopo quasi un’ora di giri per le  strade,  ma sono certa per un solo scopo: poterla riperdere.

Beatles-Live at BBC versus Rolling Stones-Stellavox

30 maggio 2013, ore 21, Legend 54, via Fermi 98,  Milano. Il navigatore di Beppe non prendeva in memoria numeri civici superiori al 27, così abbiamo seguito le indicazioni per il 27, l’importante, si diceva, era arrivare in via Fermi.  Il 27 non lo abbiamo visto fatto sta che seguendo una freccia sbagliata, che per il navigatore eravano arrivati, siamo finiti fuori da via Fermi, anche perchè il 27 è dispari e cercavamo un numero pari, quindi l’altro lato di questa sorta di autostrada cittadina. Il mio android aveva piantato la sua bandierina  “98” e indicava il percorso da farsi,  avessi avuto una lente di ingrandimento sarebbe stato meglio, in ogni  caso aveva questa freccina semovente salvifica… solo che , arrivati al punto della bandierina, c’erano solo prati. E qui mi ripongo la domanda che mi ritrovo a domandarmi  sempre più di frequente, e cioè, l’informatica è finalizzata a servire l’uomo o ad asservirlo?  In ogni caso, il Legend 54 era poco dopo, effettivamente è al bordo del sino allora per me sconosciuto Parco Nord, nel quale non ho visto esquimesi ma solo parecchi sportivoni che facevano le loro corsette felpate.  Sembra un bel posto, questo Legend. In una sorta di veranda, protetta dalle piogge invadenti, si stava svolgendo sicuramente la pizzata di fine anno di una classe delle elementari. All’esterno, nel giardino, gazebi ed amache, e tavolini, insomma,  un luogo accogliente per molte occasioni, mi è parso, peccato così lontano da casa mia, per una frequentazione più frequente.  Ad un tavolino c’erano due o tre uomini, uno grande e grosso, il cassiere, ho pensato, perchè mi ha detto che la cassa apriva alle nove, e un altro, coi capelli lisci un po’ lunghetti, il collo fatto su in una sciarpa leggera, che ci ha invitato al tavolo in quanto ho detto che  Beppe è rollingstoniano, ma stavamo ancora cercando Paolo, Beatlesiano. Poco dopo avrei saputo che si trattava di Mick Jagger, cioè, il cantante degli avversari, Andrea Pagano: potevo indovinarlo dalla sciarpa, tutto sommato, visto che questa estate incipiente ha le temperature ottobrine.  Poi, con Anna, abbiamo deciso di entrare, e di cominciare a prendere il posto, cosa che è assai imbarazzante quando è ancora tutto libero.  Poi è successa una cosa curiosa, scelto con Anna il posto che mi sembrava migliore per scattare fotografie con libertà di movimento, tra l’altro  vicino alle mogli beatlesiane ,  il marito Anna e Beppe si sono poi  seduti altrove, a un tavolino , e vabbè.  Anzi, due cose curiose, la seconda, che il presunto cassiere era in realtà Charlie Watts, infatti era assiso alla batteria rollingstoniana.
Nella sfida si alternavano le canzoni, una dei Beatles e una dei Rolling, praticamente tutte conosciutissime, e trovo anche superfluo elencarle, uno, perchè i titoli non me li ricordo mai, due, perchè appunto chi non conosce i loro ineguagliabili  maggiori successi? Paint it Black, Con le tue lacrime, Ruby Tuesday, Chains, Love Me Do, A Ticket to Ride sono solo i primi che mi vengono in mente di un elenco che minaccia di essere infinito.
Il finale prevedibile della disfida tra i Beatles/ Live at BBC e i Rolling Stones/Stellavox  è stato il pareggio, ed anche le opposte tifoserie non erano per niente accanite, e men che meno io, che per quanto adoratrice dei Beatles, fui acquirente adolescenziale anche di un paio di LP dei famigerati Rolling.
Certo i Beatles , che appunto finirono Baronetti (un colpo mortale inferto loro dai regnanti britannici)  erano più compostini e rassicuranti,  almeno all’apparenza, dei Rolling Stones , che si portavano dietro un’aura di dissolutezza.
Parimenti, i Live suonavano serafici, ed  gli Stellavox  avevano Mick Jagger che abbracciava il microfono, interpretava con la voce e con il corpo, muovendosi a suo agio e disinvolto in scarpette rosse per tutto il palco. E sicuramente pareggio giusto e meritato,  ben conoscendo i Live at BBC, gli Stellavox sono stati una bella scoperta.
O Beatles, o Rolling Stones, poi quando diventi grande, diventano The Beatles e The Rolling Stones, due espressioni diverse di innovazione, aria nuova, e sicuramente storia della musica nonostante quello che borbottavano i genitori anni ’60.

La mamma va a votare.

“Voglio andare a votare per non far vincere quello lì, il Berlusconi”
“Mica voterai Grillo”
“Ma figurati, voto quello con la B… B… Bertinotti”
Fu così che ieri cominciò l’avventura.
La mia mamma,  neo 99enne, sequestrata in una RSA (Residenza Sanitaria per Anziani), il suo bel certificato elettorale lo aveva già pronto in borsa, dal giorno prima. Vado a informarmi alla reception, si può andare alla scuola limitrofa con una loro dichiarazione e la documentazione di invalidità, o al proprio seggio originario.
Il mio sguardo si fa vitreo, al pensiero di accompagnare per duecento metri la mamma col deambulatore e le buche della strada, le previsioni per il giorno delle elezioni davano pure neve. Però, portarla al seggio di elezione in macchina era un travaglio maggiore.
Intanto, mi viene  in mente che c’è bisogno anche la carta di identità.
“Ma sì che ce l’ho!” e si mette a cercarla nella borsa, tirando fuori di tutto che Mary Poppins con  la sua valigia scompare al confronto, e nel portafogli, e nel portacarte, e non c’è. A quel punto qualunque pezzo di carta potrebbe essere la carta di identità… “E’ questa?” mi chiede, mostrandomi una  fotocopia del vecchio codice fiscale cartaceo ”
Non c’è, non c’è proprio, non in borsa, non in camera, e neanche nel dossier della mamma che hanno in segreteria nella RSA.  Mi passa davanti agli occhi il film… mamma deambulatore e denunzia ai carabinieri, mamma deambulatore e  fototessera, mamma deambulatore e anagrafe. Il tutto su e giù dalla macchina, su e giù il deambulatore, con posteggi inenarrabili e senza il tagliando del trasporto disabili.
La carta di identità viene trovata a casa di mio fratello, ma è scaduta, insomma tutto liscio non poteva essere.
Riesco a parlare al telefono con l’ufficio anagrafe,  dopo varie modalità  di avvisi, nei quali  in italiano e poi in inglese la conclusione era la stessa, che dovevo aspettare e non dovevo perdere la priorità acquisita. Potevo anche riattaccare e mi avrebbero richiamato: questa, mi sembrava una ipotesi da fantascienza, non ho avuto il coraggio di provare, ho atteso, e basta, a spese mie. Alla fine una voce umana non registrata mi ha detto che bastava che la mamma mi facesse una delega per il rinnovo e potevo andare solo io: ci ho creduto.
Avere la delega della mamma non è stata una cosa immediata. Ci sono volute quattro o cinque telefonate apprensive, in una delle quali aveva concluso soddisfatta  “E’ meglio che non la firmi, allora”
“Noooooooo Gasp la devi firmare se no è carta igienica. Prima di andare a cena fermati al banco della reception, ti danno un foglio loro”
Grazie anche alla solerzia del capofamiglia – va detto –  che si è offerto  di andare a recuperarla, ieri sera avevo la delega sul tavolo.
Stamattina all’ufficio comunale ci ho messo tre minuti per avere il rinnovo, e mi hanno anche detto che in caso di smarrimento la denuncia della mamma potrei farla io.
Ora, occorreva procedere al passo due, l’asporto della mamma dalla casa di risposo, non con il deambulatore bensì su lussuosa carrozzina  messaci a disposizione dalla RSA per l’occasione, lei  ivi seduta con borsa e ombrello aperto, e alle manovre  il capofamiglia, io all’inseguimento per proteggerlo dalla pioggia con altro ombrello. I duecento metri tra la RSA e la scuola seggio sono stati percorsi con una certa rapidità, nonostante appunto  alcuni inciampi  dovuto a imprevisti dislivelli, nei quali si è riusciti ad evitare che la vispa vecchietta finisse catapultata in avanti.
All’interno della squola (sono tantissimi anni che desidero scriverla con la q)  un militare gentilissimo si è informato sul nostro seggio e ci ha guidato, facendoci passare davanti a una lunghissima fila. La mamma era tutta soddisfatta di non aver fatto la coda, sicuramente era merito della tessera “cortesia” rilasciata agli anziani dal Comune di Milano, non so quanti anni fa, e che lei aveva opportunamente estratto dal portafoglio.
La mamma è stata appostata nella cabina con le sue schede, e poco dopo si è udito un richiamo angosciato  ” Cristina, vieni “, “non posso mamma”, scrutavo gli scrutatori, senza scorgere in loro  alcun cenno di condiscendenza.
Silenzio assoluto nella cabina, poi la mamma avvisa che ha finito, e ripresenta le sue  tre schede, ben piegate.
Ora, a operazione conclusa, mi sto ponendo le seguenti domande, destinate a restare senza risposta:
– su cosa diavolo avrà messo la croce, la mamma? avrà azzeccato il simbolo?
– avrà votato, o ha fatto finta, trovandosi negli impacci, per non farci rimanere male che l’avevamo portata sin lì per niente?
– non lo ammetterà mai, perchè esser vecchietta è una cosa che non le va giù proprio, ma secondo me si è un po’ divertita ad andare in giro spinta sulla carrozzina, se non altro per un certo retrogusto nel polarizzare l’attenzione tipico suo, e della sua età, direi.