Archivio mensile:aprile 2014

Il piccione Pinguino

Oggi mi sono ritrovata a fare la nonna: hanno danneggiato il tetto della scuola materna per rubare delle lastre di rame,  ed oggi è stata dichiarata inagibile.
Così il povero cinquenne mi ha dovuto seguire dalla commercialista e in  Banca, ma ha ripreso vita quando dopo la Banca gli ho ventilato l’idea di pranzare al Mc Donald’s di Piazza Duomo.
Non sono mancati momenti emozionanti per Luca quali
la stragrande quantità di piccioni (dopo andiamo giù a conoscerli, Luca?),
la Madonnina che è d’oro (fosse stata di rame non sarebbe più lì da un pezzo, immagino),
il pullman a due piani, col piano di sopra senza tetto (piove,   il tetto lo hanno poi montato, credo che i sedili fossero ormai come  catini ricolmi)
Certo il ragazzino è di una spigliatezza… avevamo  quasi finito il nostro pranzo, quando due studentesse si sono sedute al tavolino vicino, al posto di una signora giapponese sempre al telefono, ed hanno cominciato a parlare di Università e di una laurea da rimandare a luglio. Luca si è fatto attento e quando ha sentito “luglio” ha dato segni di voler intervenire, dicendo  “luglio è il mio compleanno”  prima piano, e poi ripetendolo con voce un po’ più alta sino a quando le fanciulle non gli hanno dato retta, e  sono così cominciati gli scambi culturali: le studentesse si chiamano Alice e e Nancy, e tutte e tre abbiamo inserito nei desiderata la stessa sorpresina dell’Happy Meal, uno Snoopy in veste egiziane. Al momento del commiato hanno ricevuto in dono il foglietto delle soprese.
Dovevamo ora conoscere i piccioni.
Oh, Luca, guarda, Martino, e quello lì si chiama Ernesto, visto come va svelto?
E quello marrone nonna? Ah quello è Sergio.
E quelli Luca sono Napoleone e Bruna, Napoleone è molto innamorato di Bruna e le cammina sempre dietro,  vedi come gonfia il collo, vuol far vedere come  è forte.  E là c’è Boris, e anche Alice, come la ragazza di prima
Anche quelli nonna?
No, sono  quelli sono Enrico e Bianca, sono solo  dei chiacchieroni. E sta arrivando di nuovo Martino.E quello là che è tutto incerto che va un po’ di qui un po’ di là, sai perchè fa così?  Si chiama Pinguino.
Pinguino?
Sì l’hanno chiamato così, e gli dicono Pinguino!, e lui resta incerto, non sa se rispondere, gli viene sempre da pensare,  ma io sono un piccione, e quelli ripetono Pinguino! Arrivi? , e lui si sente in confusione, non sa più se è un piccione o un pinguino.
Luca si fa pensieroso, ne approfitto per prendere la direzione di casa.
Attraversando la strada, Luca mi dice:
“Nonna, senti, io però lo chiamo piccione”

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ESERCIZIO DI LOGICA.

 

 

 

 

 

 

SCENARIO:
Golfe Juan(France):  Capofamiglia, figlia, nipotino, cognata
A casa sua a Milano: nonna, altresì detta mia suocera.
A casa mia a Milano: Io.

SMS di mia figlia da Golfe: la nonna dice che il papà torna a Milano giovedì.

C’è qualcosa che mi sfugge, anzi no, non mi sfugge affatto.

 

Al telefono

Ieri :
-Cristina, guarda, la mamma oggi è caduta dalla carrozzina, si è sporta per prendere un oggetto, ha picchiato la fronte, le hanno messo  un cerotto,  forse una costola, ma tutto a posto, mi hanno avvisato poco fa – mio fratello, al telefono
-Ah, meno male, perchè sono sola a Milano e ho anche la febbre alta.
-Cristina, guarda volevo abbracciarti, muoio stanotte e sono arrabbiatissima con questa casa  che non vi hanno avvisato in tempo perchè veniate qui – la mamma con voce quasi stentorea,  certo meno morente di tante altre volte.

Oggi
-Mamma? Mamma?
– Pronto? Pronto?
-Mamma? Mamma?
– Pronto? Pronto?

Viva, è viva, ma ha il telefono al contrario?
-Pronto buongiorno sono la figlia della signora mia mamma, non riesco a parlarle al telefono
-Vuol sapere come sta? Sì adesso un ragazzo va a sistemare il telefono.  Oggi la teniamo ancora a letto,  a riposo
– Mamma?
– ciao sei Cristina? come  stai?
– così così, ho un po’ di febbre, e tu hai smesso di buttarti dalla carrozzina?
-non capisco non sento Maria Teresa, aiutami, non sento cosa mi dicono, uffa non viene mai nessuno,  Maria Teresa ascolta tu.
-Maria Teresa volevo solo salutare la mamma e sentire come stava…
– Signora sua figlia vuole sapere come sta
-bene grazie Giorgio non hai più la febbre? guarisci presto.
Chiamo mio fratello.
– ho chiamato la mamma, sta bene, la tengono a letto ancora oggi, un casino la telefonata, alla fine ha concluso che ero il Giorgio.
-Ah  così non la devo chiamare, è come avesse già parlato con me. Tu devi chiamare la mamma, Cristina.

FATHER AND SON, mai visto un titolo meno identificativo di questo, però.

E’ un film giapponese, non conosco nè regista nè attori, mi  ha semplicemente fatto simpatia la locandina, mi ha fatto pensare che doveva essere un bel film, ed in effetti lo è.
Tratta in modo delicato e semplice un tema a mio modo di vedere violento: due bambini sono stati scambiati alla nascita ed il fatto viene scoperto all’età di sei anni.
I bambini appartengono  a due famiglie di estrazione sociale assai diverse.
Keità è figlio unico, vive in città,  è stato allevato con disciplina, obiettivo la perfezione, il padre è in carriera, la madre ha lasciato il lavoro per seguire l’educazione del figlio; Ryusei ha due fratellini, vive in provincia, ha un minuscolo giardino con la biancheria stesa,  il padre fa l’elettricista, la mamma lavora in un fast food e di scuola non se ne fa cenno.
Il discorso si snoda così in semplicità, come dicevo:  il rapporto difficile del padre carrierista col figlio,  rispetto al padre elettricista sempre presente che ripara robottini e  fa volare aquiloni.
Il primo, tormentato,  il secondo in pace con se stesso.  Ovvia l’irriducibilità di Ryusei costretto a passare dal padre presente al padre carrierista, a passare da una famiglia chiassosa a un padre assente, le mura di un appartamento, e una nuova madre triste per la nostalgia del non-figlio Keità.
Conta il sangue, o conta il contatto della pelle?  Le regole, o il  sentimento?  Per tutta la durata del film si resta sospesi, e si cerca una soluzione, io perchè madre, ma quasi tutti siamo genitori,  senz’altro siamo stati figli, e se non ci si metteva nei panni dei genitori, ci si metteva in quelli dei figli, anzi nei panni di tutti: un film, un argomento coinvolgente. Violento perchè straziante.  Padre e figlio, ma soprattutto figlio, perchè il minuscolo Keità è riuscito vittorioso dalla missione affidatagli dal padre, di vivere dai signori Saiki, chiamandoli papà e mamma.
Ci sono due cose che mi chiedo:
1) come sarebbe stata trattata la vicenda con due famiglie in condizioni simili, anzichè diametralmente opposte
2) perchè, ancora una volta, i traduttori italiani dei titoli dei film non cambiano mestiere? mentre il titolo italiano ti fa pensare a Cat Stevens, che pure si è fatto musulmano neanche buddista, e c’entra niente, il titolo in inglese (non dico nulla sul titolo in giapponese per ovvi motivi) per lo meno evidenzia questa questione della consanguineità, del ritrovare una parte del proprio trascorso nel figlio “vero”, pur cresciuto distante da te, come accade nel film.  Father and son,  è assai riduttivo.

Fading gigolo, film per caso.

Un film qualunque, ad alta densità di figli di e di parenti di, che può essere gradevole, che può esser scelto per passare 98 minuti in pace con se stessi, ma che avresti anche potuto andare a vederne un altro senza rimpianti.
Questo  è un film con Woody Allen, non di Woody Allen, anche se mi sembra di vedere il suo zampino nella caricatura di alcuni personaggi,  esaltandone lo stereotipo,  come è suo modo.
Leo Gullotta che lo doppia,  con una voce più tremula, era assai irritante, non so se sia invecchiato troppo lui o dovesse far sembrare più vecchio il vecchio Woody.

La trama appare un po’ raffazzonata e puttosto scontata, lo scorrere del film non è  privo di salti, cioè, se riesco a spiegarlo bene,  spesso si salta da una scena all’altra senza che vi si sia portati, all’accadimento successivo, con fluidità, cioè, non sembrano spiegate e spiegabili.

Woody Allen, libraio in crisi che  scopre il mestiere di pappone – triste considerare  quali siano  i settori in crisi e quali no –  non mi pare al suo meglio,  fa più simpatia il fioraio Fioravante, John Turturro,  che si intuisce essere stato da giovanissimo un bambino irrequieto, poi educato dall’amicizia del libraio.  Cioè, non ti immagini un energumeno che per mestiere  inventa composizioni floreali e abita in un appartamentino zeppo di libri e con delle velleità antiquarie, e questo mi piace, perchè la cultura, o anche solo l’amore per i libri, per le parole,  si può annidare ovunque, anche quando non te lo aspetti; ricordo tra le conoscenze di blog il meccanico che aveva la passione di comporre acrostici poetici, cioè, un meccanico, lo pensi di default meccanico dentro,   amante dei motori  e delle auto da corsa,  certo non con velleità poetiche, per quello penso che dobbiamo sempre avere uno sguardo lungo e malleabile, nei confronti degli altri.
Un grazie alla simpatica  Vanessa Paradis,  occhi stupendi,  che dimostra come si possa essere belli e seducenti, intabarrati come neanche i nostri nonni, e senza  essere torturati con impalcature dentali, morsi e ganci e byte, la bellezza non è una cosa così scontata, tantomeno legata alla perfezione,  vedi appunto Sharon Stone, che ho accolto con stanchezza, sempre bellissima, ma cos’altro dà?
Insomma, come si dice di alcune persone umane piuttosto bruttarelle  “però ha dei begli occhi”,   il film è guardabile, e poi, anche se è con e non di  Woody Allen,  mi sembra di trovare il suo tocco anche nelle musichette , dicasi colonna sonora, che lo accompagnano, e sono quei “begli occhi” di cui sopra.
Una cosa che mi chiedo, perchè chi fa il traduttore di titoli in italiano, non cambi mestiere.