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La Clementina

La Clemenina passava per casa come una meteora.
Arrivava, convocata,  nelle mattine invernali, con il suo cappotto nero, ed un foulard con delle rose, su un fondo bianco e grigio.  Come si vestisse d’estate non lo so, ci si ammalava d’inverno. Angela, prima che arrivasse, aveva fatto bollire quella specie di pentolino con dentro le siringhe e gli aghi che ballavano, e poi li aveva lasciati sfreddare. La Clementina quasi  non si toglieva neanche il paletot, si lavava le mani e  sforacchiava le natiche di turno con grande maestria. Ticchettava le fialette, agitava il flaconcino dell’infida penicillina, così bruciante. Il sacro rito dell’ago che aspira il liquido.  Ho sempre avuto il dubbio che centrasse veramente il punto di carne disinfettato dal cotone imbevuto di alcool. secondo me finiva sempre un po’ più in là, ma tutti, mica solo la Clementina: forse sono io che ho i neuroni spostati.
La Clementina,  nonostante il  colorito roseo,  che crescendo avrei imparato a riconoscere come couperose,  aveva la sua età, eppure correva tutte le mattina da una casa all’altra. Alla sera verso le sei invece faceva andare a casa sua, una casa di ringhiera in via Scarpa, una vietta che congiunge via Guido d’Arezzo con corso Vercelli. Adesso sarà diventata una casa ristrutturata da una sberla al metro quadro. Mi ricordo che in via Scarpa c’era la boutique dell’Equipe 84, e ci guardavo sempre dentro sperando di vedere i quattro. Non che poi volessi l’autografo, bastava vederli, non che dubitassi delle loro sembianze umane, mi stavano anzi un po’ antipatici, ma ero curiosa lo stesso. Quando si saliva dalla Clementina, c’era già la tavola apparecchiata per due, viveva con la sorella, ed essendo a  casa sua non doveva più correre ed  allora raccontava un po’ di quanti clienti aveva, e che stava diventando troppo vecchia. Io la interrogavo su teoria e tecnica delle iniezioni, ma non ho mai avuto il coraggio di farne a nessuno.
Non so se ci sono ancora Clementine che corrono, nelle mattine invernali.
Una volta che ne ho cercata una, parecchi anni fa. mi hannoindicato una robusta signora brasiliana di colore, che rideva in modo assai sonoro, e mi chiamva signora. ma non me le ha volute fare, le iniezioni di  calciparina che ci si fa da soli nella pancia ma io ero paurosissima, così avevo dovuto arrangiarmi. La incontravo poi in giro col suo cagnolino, e rideva, raccontava  che aveva il cagnolino nero così non dicevano che era razzista.
La Clementina  però era un’altra cosa, apparteneva al mio Piccolo Mondo Antico.

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L’arte del commercio, a Milano.

Quando  mi accompagnavano a scuola, in terza elementare, ci feramavamo dal panettiere per comprare la focaccina  per merenda,  venti lire, la panettiera la faceva su nella carta oleata, e poi la metteva nel sacchetto marroncino,  i sacchetti di cellophane non facevano ancora parte del quotidiano. Mentre aspettavo, guardavo le caramelle, che nei loro scomparti si accalcavano contro il vetro del banco: mi attiravano le rosse Rossana, ma nutrivo una vera passione per i fruttini, palline colorate che sulla carta avevano il disegno di un carretto siciliano.
Fu così che, pensando alle mie sorelle che rubavano alla mamma le caramelle da offrire alle amiche che venivno a giocare a canasta, mi si accese il simbolo del dollaro nella pupilla, come succedeva a zio Paperone.  Allenata dai problemi che ti facevano risolvere  nella scuola elementare di allora, tipo, quanto tempo ci vuole a riempire una vasca da bagno che perde, ero arrivata a fare il seguente conto: se un etto di caramelle costa cinquanta lire e sono venti caramelle, se le rivendo alle mie sorelle a cinque lire l’una, per loro non è molto, e dopo avrò cento lire, e comprerà due etti di caramelle guadagnandone duecento.  Il mercato funzionava benissimo, le  sorelle venivano a cercare  le caramelle  dalla giovanissima spacciatrice con una notevole frequenza, ormai le avevo in pugno.  Non divenni comunque ricca, solo benestante, perchè le caramelle piacevano anche a me.

L’epoca del flipper.

Abbandonate le spiagge di Forte dei Marmi, Rapallo era diventata la località abituale delle vacanze marine di luglio, ogni estate la mamma affittava una casa, quasi mai capitava la stessa, ci veniva Angela, ci venivo io, ed i miei fratelli ormai un po’ grandi andavano per i fatti loro, ogni tanto piombavano da noi. Mio padre tendeva invece a venirci poco, la mamma mi diceva che non gli piaceva il mare, ma ora penso fosse per la passione per il gioco di mia madre, che non ci voleva venire, non voleva mangiarsi il fegato, nè che lei pensasse che lui accondiscendesse al suo vizio.
Avevo  circa undici anni, e la mamma andava alla sera a giocare a carte in un posto in fondo al lungomare, verso il castello con le mostre di quadri, poi si girava a sinistra, aveva la veranda in legno,  e non riesco a ricordarmi come si chiamava, aveva un’insegna con una caravella blu, e non si chiamava nè Colombo, nè Nina, Pinta o Santamaria, e neanche Tre Caravelle, nè Capitan Uncino. Insomma, mia mamma andava lì a giocare a una specie di ramino, il tacca tacca, e mi portava dietro. Io come al solito dovevo occuparmi di come far passare il tempo, e forse questi continui esercizi hanno maturato in me l’incapacità di annoiarmi. Essenzialmente, giocavo col flipper presente in quel locale, correttamente, senza troppi TILT, senza tentare troppo di ribaltare la macchina, da mite ragazzina qual ero. Ero anche diventata abbastanza brava, riuscivo a calibrare un po’ il lancio, aspettare che la pallina arrivasse sulla punta della molla, e… zac, su a colpire il 100 e il 1000, volutamente, in un frastuono di tintinnii e carillon e luci, che in un elipper sono rumorose anche le luci, e questi suoni me li sentivo anche quando chiudevo gli occhi per dormire, poi a casa. Poi quando facevo mille punti guadagnavo una pallina, e di pallina in pallina le partite  non finivano più. Partite… meglio dire solitari.
Una sera nel bar c’era anche un ragazzotto, che  conoscevo già da qualche tempo, nello stabilimento balneare giocavamo con le biglie, ed a calciobalilla, era lì anche lui al seguito della madre, seppure fosse un po’ più grande di me, un’età in cui poteva anche star solo a casa, o andarsi a fare un giro. Ma erano altri tempi, aveva ancora da venire il ’68, che non era però tanto lontano. Sua madre era anche un po’ più tirchia della mia – alla mia bastava che non la interrompessi – insomma, io avevo tanti 50 lire per il flipper e lui no… così, giocavamo una pallina per uno. Doveva essere l’inizio di luglio, perchè c’erano i fuochi artificiali per la festa della Madonna di Montallegro, tre serate di fuochi, ricordo, ogni estate, e li attendevo. Allora le mamme ci hanno lasciato andare sul lungomare, per  vederli, e quando siamo stati là, ci si teneva per mano per non perderci in mezzo alla folla, e siamo stati lì, appoggiati alla balaustra a guardare in su, e mi ricordo di aver pensato che magari mi baciava, e mi vergognavo un po’ di questo pensiero. Non ci siamo baciati, ma sono andata avanti a pensarlo per un paio d’anni almeno, come sarebbe stato se lo avesse fatto, e la sensazione di tenersi per mano. Per scoprire, chiacchierando e scherzando, qualche anno dopo, che anche lui lo aveva pensato quella sera lì, ma non aveva avuto il coraggio. Non era bello, però era brutto come lo è Serge Gainsbourg, quindi come fosse bello.

All’Albergo Vittoria di Rapallo.

Da bambina pare fossi piuttosto cagionevole ed allora capitavano questi soggiorni al mare all’inizio della primavera, per rimettermi in sesto. A guardare la foto sembro affatto sofferente, ed ora che sono più grande mi chiedo se non fosse una coincidenza che la moglie del mio dottore  fosse una delle compagne di tavolo da gioco di mia madre, una di quelle per cui mio padre si arrabbiava tanto. E questa moglie del dottore disponeva di una casa a Rapallo, e, combinazione, mia madre sceglieva Rapallo per passare le vacanze al mare.
Allora si saliva sul treno in tre, per il mare. la mamma, l’Angela ed io, e veniva spedito un baule a parte.
La meta era l’Albergo Vittoria, vicino ad una piazza con una Chiesa, ed al Cinema Augustus, dove poi sarei andata con Angela a vedere Cenerentola, in un pomeriggio piovoso.  Mi sembra avessimo due stanze, io con  l’Angela, e la mamma da sola, sicuramente sarà stato così, perchè la mamma non credo avrebbe mai diviso la stanza con lei.  D’altra parte, stavo sempre con Angela, e non ricordo assolutamente  come passassi le mattine.
L’albergo ai tempi era abbastanza noto, anche se ora, cercandone qualche foto sul web, lìho trovato in disarmo e ci sono liti nel Comune per il suo riutilizzo. Mentre ho un ricordo vago delle sale interne dell’albergo, e dei tovaglioli inamidati  – senz’altro avrò passato i tempi di attesa a tavola arrotolando i sacchettini vuoti dei grissini – mi ricordo meglio della nostra stanza,  a due letti, con una scrivania, dove giocavo con l’Angela a tras in camisa o a rubamazzetto. L’Angela poi aveva una vera dedizione al risparmio, le pensava tutte – chissà come soffriva a stare in un albergo, dove tutto costava qualcosa – ed allora per la merenda teneva in un cassetto della scrivania una torta margherita, tutta coperta di zucchero a velo, e mi diceva  “Senti che buona, è buonissima” ma a me – glomp – non scivolava giù manco per niente.  Più avanti negli anni, in casa di riposo, le suore mi dicevano che diventavano matte con Angela perchè voleva conservare la crescenza nell’armadio, e ci metteva via anche tutto quello che avanzava dal pranzo, non so se la torta margherita potesse essere un primo sintomo.
Si facevano grandi passeggiate, e mi piaceva in particolar modo andare ai giardini del Porticciolo, dove si trovavano altri bambini ed io ero l’unica senza la bicicletta. Le alternative erano la passeggiata lungo il Boate, ed a ogni ponte dovevo fermarmi a guardare giù se si vedevano i pesci, abitudine che ho tuttora, o la spiaggia con la sabbia, alla foce, dove un giorno sarebbero sorti i bagni Lido, con le cabine celesti, mentre sulla riva opposta del Boate i bagni Flora le avevano verdoline e verde scuro i Nettuno.
Angela si sedeva su un muretto, ed io gironzolavo, cercavo di avvicinarmi al mare senza bagnare le scarpe per cercare le conchiglie, abitudine che ho tuttora, non di andare nel mare con le scarpe ma guardare se ci sono conchiglie. Andava a finire che mi sedevo sul muretto anch’io, allora ci si alzava e si camminava per  il lungomare. Ogni tanto la mamma dava il permesso che andassi sul calessino coi cavalli, erano all’inizio della passeggiata. Alla sera, si usciva tutte e tre e si andava a prendere un gelato, venti lire, il cono con fragola e pistacchio, e la mamma proseguiva per conto suo sul lungomare, ed io con Angela tornavo all’Albergo, a giocare a tras in camisa, e qualche volta scopa, se non c’era niente che potessi guardare in televisione nella saletta, film come La Primula Rossa, tipo. La mamma andava a giocare a carte al Bar Nettuno, un cafè chantant, c’era una  con una torre di capelli cotonati  e vestita tutta stretta che cantava al microfono,  ed un pianista,  l’ho visto perchè qualche volta la mamma mi portava con lei. Io stavo seduta, ma ogni tanto mi alzavo e gironzolavo, e questa cantante mi sorrideva, ero evidentemente una cliente giovanissima. Io ero orgogliosa di esser lì con la mamma, la cantante e tutto, e la signora moglie del dottore. Quello che non sapevo era quanto era capace di perdere al gioco mia madre senza batter ciglio, e forse lì mi sorridevano pensando che quella madre pur di giocare si portava dietro perfino la bambina, ed ancora che non conoscevano il precedente in famiglia del Costantino, che però riguardava il ramo paterno.

Il gioco della canasta negli anni ’60.

Quando tornavo a casa da scuola e c’era il vassoietto della pasticceria sul buffet in sala da pranzo, sapevo già che era giorno di canasta, era il turno di mia madre per ricevere le amiche.
Il salotto doveva essere in ordine, la mamma preparava in cucina il carrello per il the, pronto per l’ingresso  trionfale, con le tovagliette di lino ricamate da lei o dalla nonna Bice, ed il servizio da the di Villeroy & Boch di porcellana, blu, con disegni agresti di mucche e fienagioni, e i cucchiaini d’argento, io rubavo un bacio di dama.
L’Angela doveva mettere il grembiulino bianco con la pettorina sopra il grembiulone
Stavo attenta al suono del campanello, perchè capitava mi portassero una scatola di caramelle, soprattutto la signora Ambrosoli, ed era abbastanza ovvio che fossero quelle con la carta gialla, al miele.
Le amiche della mamma che si vedevano più di frequente per casa erano la Ilde, romana e abbastanza signorile nei modi, a me era simpatica, credo di averla vista sempre con i capelli argentati e gli occhiali, molto curata. Secondo la mamma era una che si dava un sacco di arie, secondo me era semplicemente una donna intelligente. C’erano poi la Clelia, di famiglia napoletana e la Wilma, milanese, ed un po’ urlona. Per la mamma, l’unica qualità da consierare era che giocassero svelte, il resto era di poco conto.
La Clelia ad un certo punto era scomparsa perchè, venuta a Chiavari un anno in vacanza perchè c’era mia madre, alla fine si è trasferita a vivere lì, e mi dicevano sempre come era bello suo figlio Renato, ed io rispondevo che sì, era un bel ragazzo, e che anche la sua tipa Patrizia era molto bellina. Clelia decantava sempre il suo coniglio al cioccolato, ed una sera finalmente ci ha invitato, i miei genitori, mia sorella e me, e tutti si sono detti entusiasti, anch’io, per non essere da meno, ma me lo ricordo come un piatto di cui non mi era importato nulla, non era stata ‘sta gran scoperta. Forse, lo avevamo pensato tutti, ma non lo saprò mai, e se nominassi oggi il coniglio al cioccolato della Clelia alla  mia vetusta madre, mi direbbe  prima “Che coniglio?” poi ci ripenserebbe e direbbe “ma no la Clelia ti avrà regalato un uovo”.
La Wilma aveva il suo caratterino, insomma, per uno scarto sbagliato dalla sua compagna di squadra venivano fuori delle liti e per un po’ c’era un dissidio insanabile; finchè non si rappacificavano, il tavolo a quattro doveva essere ricostituito con abili tecniche e strategie degne di un coach sportivo, ricoinvolgendo  senza vergogna amiche più lente defenestrate  tempo prima dal tavolo. Wilma aveva anche uno zio rappresentante di cravatte firmate, così per un paio d’anni abbiamo regalato cravatte e sciarpe a tutti per Natale, e comunque si dava da fare con lavoretti tipo le interviste, ce le faceva, anche a me che non avevo problemi di bucato, e poi arrivava con i detersivi omaggio. E’ rimasta vedova in un modo pazzesco, il marito è morto di colpo mentre era in auto fermo al semaforo rosso, e col verde non si è mosso. Credo sia una situazione veramente incresciosa, già il tuo shock personale, e poi le macchine che ti suonano e insultano  ferme in coda dietro, e certo non possono immaginare. Non so cosa farei. E’ anche vero che in certe situazioni ti viene una forza che non ti sei mai accorta di avere.
Insomma, queste signore monopolizzavano il salotto, dove c’era anche la televisione, le sentivi gridare, o gioire,  e quando si apriva la porta per l’ingresso del the, le vedevi avvolte nella nuvola del fumo delle loro sigarette.
E non potevano nè ammalarsi, nè morire, perchè la mamma ne faceva un fatto personale.

La nonna Bice e … – 4

“Mariuu” chiamava la nonna,  seduta guardava in su, verso la televisione  sistemata su mobiletto a colonna, scuro come tutti gli altri della sala da pranzo,  la vetrina, il lungo tavolo, le sedie intorno, ed il buffet, ricoperto da un pizzo bianco.  La nonna invecchiava spostandosi da una sedia all’altra,  quando era pronta la cena poteva girare le spalle alla tivù e trovarsi seduta a capo della tavola. dove  pretendeva che tutto fosse apparecchiato a  puntino, era pur sempre moglie di un commendatore.

Alberi dell'Amazzonia

Quando lo zio Sandro era tornato per qualche tempo dal Brasile, dormendo da noi, la nonna dalla postazione  tavolo rotondo del salotto  si preoccupava quando lo zio doveva percorrere a piedi via Pallavicino, la lunga via alberata che grosso modo congiungeva la casa dei nonni alla nostra. Telefonava “Sandrino stai attento, ci sono gli alberi”, insomma, nella mente della nonna, dietro ogni albero poteva  celarsi un assassino. Però, se l’assassino aveva la testa rotonda come Charlie  Brown, lo si sarebe notato subito, pensavo io, già molto edotta in Peanuts.
Lo zio Sandro era una persona imperscrutabile. Abitava in Brasile, come gli altri due fratelli, mio padre era l’unico rimasto in Italia.  Ignoro cosa li avesse portati dall’altra parte del mondo, lo zio Giannino, lo zio Gino, lo zio Sandro, se non fosse l’idea di fare affari, ma non mi pare che poi alla fine abbiano avuto questa gran fortuna; ho ancora un ramo di famiglia a Rio de Janeiro, del quale non ho alcuna notizia.  Una cosa che contraddistingueva i tre fratelli era la bassa statura. Lo zio Gino era quasi imbarazzante per quanto fosse basso, con lo stesso  naso aquilino del nonno e un paio di occhialoni, e qualunque altro nome certo gli sarebbe andato grande,  Gino è di solo quattro lettere e già intrinsecamente un diminutivo. E’ sempre stato signorino, come lo zio Sandro, e per un periodo della sua vita è stato in Africa, era quello che mandava al nonno le lettere con i bei francobolloni colorati .
Non ricordo alcuno scambio con lo zio Gino, e quando mio padre e i nonni erano contenti  perchè tornava, io dicevo “Ah!”, e credo di averlo detto anche quando ci è giunta la notizia che era mancato, in Brasile. Quando è mancato lo zio Sandro, ero adulta, mi ricordo che mi ero invece annotata la data, si sa mai, per lo zio Sandro avevo sempre la sensazione che qualcosa sarebbe uscito a sorpresa dal cilindro, in senso negativo, invece no, neanche in senso positivo.

La nonna Bice (e altre signore) – 3

In teoria, il nonno Mario, che ben poco ha della signora, non dovrebbe rientrare nella galleria, ma per gli uomini di famiglia si può fare eccezione, sono un gruppetto sparuto, e sarà forse per sopperire a questa carenza che  ogni tanto mi pare d’essere un po’ uomo, in certi modi di ragionare, intendo.  Il nonno Mario me lo ricordo piuttosto basso,  col panciotto e l’orologio a cipolla, e la catenella d’oro. Aveva un grande naso aquilino, e poichè era anche banchiere,  si era dovuto far nominare Cavaliere del Santo Sepolcro, un ordine cristiano, per non esser creduto ebreo, ai tempi della seconda guerra mondiale, così mi aveva raccontato mio padre. In ogni caso, all’epoca doveva esser fascista, perchè incontrava Mussolini, che gli affidava il risanamento di una banca, son cose che ho letto dai giornalini casalinghi che scriveva lo zio Sandro, che trattavano anche degli spostamenti di mobili ordinati dalla nonna Bice e delle classifiche dei  tornei familiari di ping pong, cui trovava il tempo di partecipare anche il nonno. Di sicuro doveva esser stato molto ricco, ma a differenza della nonna, in vecchiaia si doveva anche esser reso conto di non esserlo più tanto,  forse era per quello che con lui si passava  gran tempo  a vedere foto, cartoline, mi affidava le sue nostalgie,  e la villa Ghirlanda di  Cernusco, e la villa di Mazzè, quella dell’episodio della nonna coi partigiani.  A proposito della villa di Mazzè, che  non ho mai visto –  la cicogna ha pensato bene di portarmi dopo il dissolvimento delle fortune familiari, un’altra bambina, quando volevano un maschio, per  giunta – dai racconti dei miei fratelli sembrava fosse un immenso paradiso. Mi ricordo nei dettagli  solo un racconto di mio padre, il nonno e il contadino avevano preso insieme al mercato due maialini,  uno per uno, che sarebbero stati allevati a Mazzè, e quando gli si chiedevano notizie, il contadino diceva che gli spiaceva per quello del nonno, che restava così magro, mentre il suo  cresceva così bene.
stemma del marchesato Tra le cose che raccontava il nonno, c’era che una volta eravamo marchesi, e che nel castello di Solza abitava on un nostro  avo fantasma, Alessandro,  che poi era anche il nome di mio zio suo figlio. “Il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale”,   si vede che in famiglia siamo  abituati al saliscendi, il nonno era figlio del capostazione di Inverigo, e non so bene quando e perchè nei secoli scorsi sia stato perso il titolo di marchesi. A proposito di perdere,  il nonno aveva anche un sacco di fratelli e sorelle,  non so se addiritura undici, forse solo sette. Mi ricordo qualche sorella, la zia Ada, la zia Cina, la zia Ninina: credo fosse la zia Cina che, perdendo a poker ad un tavolo di signore della buona società con la zia Ninina, puntò il maggiordomo Costantino, lo perse e lo vinse la zia Ninina.  Spero di non aver invertito i nomi, perchè queste zie le ho conosciute molto vecchie, ed erano sempre entusiaste di vedermi, io invece non è che le distinguessi molto.
Ho fatto in tempo a conoscere il Costantino, anche se non so cosa penserebbe ora delle modifiche all’art.18,  ma l’avo fantasma non ancora,  sono andata a Solza a vedere il castello di Bartolomeo Colleoni, ma era giorno, e così non ci siamo potuti salutare.
E stanotte spero di dormire, che non mi venga la paturnia che il fantasma  ha letto qui e adesso mi arriva, che c’è già il capofamiglia che russa con tutti i  suoi clangori.

La nonna Bice (ed altre signore) – 2

Quando la nonna, rimasta vedova, venne a vivere da noi, la sua domestica Rosa tornò dai suoi a Sacile, e la sarta Temide sostituì la signora Teresa per i lavori di cucito.  Lavoro ce ne era sempre, orli, strappi, i busti della mamma che non andavano mai bene, e la Teresa, magrina, riservata e per di più vecchissima  non veniva più: della sua morte non ho mai saputo, ma non è il primo pensiero che si ha da ragazzine,  certo avrò domandato  Non c’è la signora Teresa? Mi avranno detto che non poteva venire, e a me sarà andata bene così, la risposta era esauriente, se non poteva, non poteva, era vecchia, logico che fosse stanca.
La nonna, che aveva dato alla Temide il soprannome “la Temibile” , non era temibile di meno: durante lo sfollamento con un calesse era andata dal capo dei partigiani della zona – il Diavolo Rosso, scherzava  mio fratello, credo che scherzasse, visto che nel Canavese era invece in azione il Diavolo Nero – per riprendersi il ciclomotore sequestrato al figlio.
La Temibile era una donna energica, con pochi capelli grigi permanentati e gli occhialini poggiati sul naso prepotente e puntuto, e urlava sempre i suoi complimenti, “La  signorina Cristina l’è propri una bela putela” . Camminava con passo svelto e deciso, un po’ piegata in avanti cosìcchè il sedere restava un po’ in fuori, e la borsetta al braccio, aveva ben poco di femmineo;  fu con  stupore che scoprii che era sposata e separata,  cosa allora poco frequente: l’immaginario collettivo  comportava, per la donna separata almeno  una doppia vita e abbigliamento provocante, lei penso sia stata semplicemente una moglie insopportabile. La nostra domestica, Angela, mi raccontava infatti  che  la Temide era spilorcissima, non accendeva mai la luce in casa perché alla sera le bastavano i lampioni della strada e  andava a dormire presto, e d’inverno non accendeva il frigorifero, era sufficiente tenere il latte sul davanzale. “. Come la signora Teresa, ad un certo punto anche la Temide non è più venuta, ma lavorava in casa sua;  e che fosse tornata al suo paese nel mantovano me lo aveva detto Angela, che  doveva averla sentita ancora,  era indignatissima perché il marito della Temibile era morto, e si era ben guardata dal lasciare i pochi soldi ereditati alle sue cognate, che si erano prese sempre cura del fratello quando si era ammalato.

La nonna Bice (e altre signore) – 1

La  nonna Bice aveva circa ottant’anni più di me, e non mi ricordo di averla mai  sentita  come una nonna affettuosa.  Il sabato pomeriggio mio padre mi  portava in visita, e si stava  in salotto, tra quadri e statuette di porcellana,  seduti ad un tavolino rotondo, sul quale la nonna spingeva verso di me una ciotola di peltro col coperchio  perchè prendessi un cioccolatino. Era piena di Caffarel, mescolati alle caramelle di zucchero alla menta fondente Perugina, ed io sceglievo sempre il cioccolatino a forma di ghianda, perchè si poteva dividere in due e quindi mi sembrava durasse di più: poi lisciavo la cartina marrone e oro, me l’avvolgevo al dito e quindi le davo la forma di un bicchiere a calice: il resto del tempo lo passavo a cercare di farlo stare in piedi, la nonna era noiosissima, mi chiedeva della scuola, e poi non sapevamo cosa dirci, ed insomma, quella cartina  dovevo farmela durare un bel po’.
Alle volte mi rifugiavo nello studio dal nonno, a guardare i suoi francobolli, gliene arrivavano da tutti i paesi, anche dall’Africa, coloratissimi, o in guardaroba dalla Rosa, la loro domestica, di una decina d’anni  più giovane della nonna,  molto rosea e liscia anche di pelle, con i capelli bianchi, e gli occhi aguzzi. Mi ricordo che preparava a Carnevale delle chiacchiere friabilissime ed era originaria di Sacile, dove non sono mai stata, ma dai suoi racconti mi è rimasta l’idea di un paese con case di sassi e tante salite con scalini di sassi, e anche molto verde tra i sassi. Non mi era granchè simpatica, preferivo la mia Angela, che un  anno passò le vacanze con lei al paese, e la mia signora Teresa, quella che veniva a cucire da noi, piccolina e coi capelli  grigi,  che stava dalle suore, ed io pensavo stesse in orfanatrofio.  Anche dalla nonna Bice andava una donna a cucire, mantovana, ma non la si chiamava signora, era solo la Temide, da lei soprannominata  La Temibile. Era davvero molto  esuberante, parlava urlando ed era spesso entusiasta “Ma varda come l’è bel, varda!” gridava dopo averti infilzato tutt’intorno gli spilli, come un lanciatore di coltelli,  “Una cusitura chì, e chì” ed il vestito era subito riadattato. Per anni non ho avuto quasi mai vestiti miei, mi arrivavano in gran parte da mia cugina di sei anni più grande di me, fortunatamente la zia sua madre aveva una sartoria in Via Verdi, di fianco alla Scala.
La nonna Bice e il nonno Mario                                              La nonna Bice e il nonno Mario