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Feuilleton du Paris (2)

Dicevo, che a Parigi vivrei di solo pane, perchè è vero, ovunque Marco ed io ci siamo alimentati, il pane mi è parso buonissimo, golosamente buono.  Certo, nutrirsi da turista non appare faccenda a bon marchè, nutrirsi da indigeno non ho idea, ma devo dire una cosa, anche il vino è sempre stato buono, e tutto sommato anche la cucina, non siamo cascati male: perfino il simil fast-food della Gare de Lyon si dava il suo da fare con accattivanti carpacci,  carpaccio perfino d’ananas, con fragole e gelato al frutto della passione, che non è un bambino, e ha un sapore mica male,  avevo assaggiato lo yogurth nella macchinetta distributrice dell’ufficio, era l’unico gusto rimasto.
Poulet avec legumes, assiette avec jambon chevre concombres: assodato che il concombre era sottaceto,  un’altra volta mi sono azzardata a ordinarla e sono stata sommersa da un profluvio di concombres freschi, che non digerisco.  Poco male, ci sono disavventure peggiori, nelle alimentazioni turistiche, a noi ci è andata benino.   Mi sono anche azzardata in un risotto al Trocadero, il colmo per una padana,  Trocadero è il museo e il suo bar, con terrazza panoramica, non la ricetta o l’ingrediente. Era un risotto con funghi e anche dell’altro non tradotto in italiano, e  quindi non lo saprò mai, servito con la forma di un secchiello rovesciato, non era comunque male.
Prerogativa del bistrot è avere un tavolino rotondo, con la base  tripè metallica pesante nera,  e il tendone color bordeaux scuro e la scritta color crema. Le boulangerie vogliono assomigliare ai bistrot.  A Beauborg abbiamo trovato posto in uno bleu, ed è stato infatti il meno buono, la Tarte Tatin non ha passato l’esame. Viva viva la tarte tatin del Bistrot Valois! col glace, naturellement. (che anche il Valois non aveva l’insegna rossiccia, però)

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Feuilleton du Paris (1)


Giovedì notte.  Alla Gare de Lyon scendo con Marco  da puntuale treno svizzero nell’esatto momento in cui l’altoparlante annuncia  che il treno proveniente da Milano via Torino viagga con tre ore di ritardo.  Fuori, una macchinona allegata al servizio TGV ci aspetta per accompagnarci nella notte fino a casa, indossando nel tragitto canzoni di Frank Sinatra.  Guardo fuori dal finestrino pensando “Parigi, Parigi! La Ville Lumiere!  sono a Parigi”
Avenue du Suffren.  Dalle nostre finestre, nostre per tre notti,  si vede la torre Eiffel illuminata.  Non basta, a mezzanotte sberluccica di brillantini. Ma non mi freghi, sai, Torre?  soffro di vertigini. Mi sono già sentita morire sulla ruota panoramica di Gardaland che si era bloccata. Non mi avrai, lo so che perdo il panorama,  che ci vuoi fare?  Diventerò famosa, sarò additata,  come quella che andò a Parigi e non salì in cima alla Eiffel.  Guarda, Torre, che in questo breve soggiorno ti ho ammirata in tutte le maniere, luminosa, brillantante, ferrea,  enorme, con la palla del Roland Garros, con un cavallo bianco che pascolava dimenticato in una aiuola alle tue pendici. Si dice pendici, per una torre di ferro? o radici, come quelle dei denti? Comunque sia, sbucavi ovunque, e tutti i turisti ti indicavano.
Venerdì mattina, colazione nella appetitosa boulangerie sottocasa, a Parigi potrei vivere di solo pane. Marco ordina un cappuccino, mi chiedono se voglio qualcosa, sì grande, rispondo, indendo il cappuccino. Marco aveva un bel cappuccino cremoso con il cacao, io una cosa pallida, grande come il suo. Credo abbiano capito caffè grande, con poco latte, pazienza, intanto ci puccio il panino con l’uva.  Andiamo in Rue dell’Opera, al coso del Turismo per ritirare i pass per musei, mezzi pubblici. Fatto. Andiamo al Louvre che è a un passo da lì, è talmente grande che è  sempre a un passo da moltissimi luoghi.  Ci presentano, Louvre, piacere, Cristina. Puoi passare, hai il pass “niente coda alla biglietteria”.  Quadri, quadri e quadri.  Quisquilie come  Bruegel in una stanzetta laterale.  Anche Vermeer messo lì così, cioè, tutti questi pittoroni,  lì, con nonchalance, come se niente fosse, ci sono anche i copiatori di Caravaggio.  Vuoi una manciata di Raffaelli? guarda sono lì.  Ma che importa alla gente di Botticelli, o della Vergine delle Rocce? Bisogna guardare la Gioconda. Guardare, è una parola grossa.  Fotografare, filmare. Un film della Gioconda, quante volte lo riguardi una volta che torni a casa? Ecco, forse Amore e Psiche, insomma, vedi in 3D un’immagine solitamente piatta in un libro, è tutta un’altro effetto.  Però tu Louvre mi hai  distrutto, nel fisico e nel morale,  sei invalicabile, sei troppo. Però sei bravo, che ci custodisci le nostre opere italiane, le curi bene e il mondo viene a godersele, per conto mio te le affido e volentieri.