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Il lungolago

Stelle cadenti, niente,  i miei desideri si vede son  perdenti, fa anche rima. Forse, ne avrei viste se fossi rimasta di più, seduta sul muretto tra i cespuglioni di camelie,   gli enormi fiori annunciano la fine dell’inverno, in estate sono foglie verdi e lucenti.
Sul lungolago, mentre il buio diventa più buio, la gente passeggia.
I pensionati che portano fuori il bastardino di misura minimale   incrociano anziane signore bionde e un po’ abbronzate che fanno discorsi qualunque, però con aria molto impegnata ed esperta, e che  guidano carlini e maltesi.  Passano anche coppie con i passeggini, o con bambini che camminano ancora pericolanti, e chiamano i cani bu bu bu, oppure il bau, a seconda delle età.
i piccoli svassi pigolano indefessamente, Sembra che la gente sia finita,  invece no, è il momento degli sparpagliati, ai quali seguiranno di nuovo i padroni di cane, però giovani e con cani grossi.
Nel mio angolo arriva un giovane straniero biondo, con  dei sacchetti. Da uno di questi estrae una bottiglia e va verso il lago, resto un po’ allarmata, mica vorrà berla. No, non vorrà, due anatre gli fanno largo sul molo,  la riempie e torna indietro, Tira  fuori un ambaradan, mette insieme dei pezzi, è un narghilè.  Arriva anche una ragazza, tira fuori dai sacchetti un liquore e una bibita.  Quelle rimaste nei  sacchetti sembrano delle confezioni di birra, Tutto un programmino, mi pare, partendo dall’acqua di lago. Quando è il momento dell’accendino, mi alzo per tornare in albergo,  son così belli quei due,  mi chiedo perchè debbano perderne coscienza.
Anche la notte delle stelle cadenti, è bellissima, limpida come poche ne ho viste, le luci brillanti dall’altra parte del lago, i grandi alberghi di Stresa,, i fari delle macchine che passano, il treno illuminato.

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Sughero

Ora, vorrei stare in un posto con l’acqua, magari a pescare, non importa se non prendo niente, mi basta aspettare che il tappo si muova, e pazienza se mi hanno già mangiato l’esca e sto lì come una scema a guardare il tappo, e l’acqua, e penso.

Meglio pensare alle storie d’amore, ogni tanto, almeno.

Ro do tà  Ro do tà un terzo degli italiani Napolita no Napolita sì Suicidi per il lavoro Ergastolo per il delitto Scazzi finite le gite in pullman sul luogo del delitto Monti  for ever magari Andreotti la repubblica delle banane. Ognuno ha da dire la sua, non ho da dire niente, non ci capisco più nulla, è troppo oltre, il bianco e il nero, sovente scelgo il grigio, non è mica brutto, è un colore elegante e dignitoso. Ci vuole la rivoluzione,  sicuro. In uno stato integrato in un mondo globalizzato non la vedo facile. Non la vedo facile neanche perchè una rivoluzione, dopo una breve tregua, cambierebbe solo i commensali alla mensa, l’italiano è fatto che se può approfitta, a partire dal cioccolatino che accompagna la tazzina di caffè – cerca subito di averne due causa la familiarità col barista.  E  alla mensa, loro non son cambiati, son rimasti lì, e sanno come far girare i piatti… o una rivoluzione rigira anche loro? E non lo so, e quando tutto gira, balla, ondeggia, e non sai a cosa credere, a me fa bene pensare alle piccole cose, per riprendere un po’ di forza, di ottimismo, di sicurezza.
C’è un equilibrio al mondo, o forse una volta c’era, prima che l’uomo diventasse infestante, che si preoccupa del tarlo asiatico e non vede cosa fa lui.  Il problema dello smaltimento rifiuti è tutto suo, non c’è nulla in natura che non abbia la sua funzione, e mica dobbiamo insegnare noi alla natura cosa sia il riciclo.
Insomma, tutto questo per dire che, lasciata per ragionevolezza la casina di Pallanza, un pochino di anima mi è rimasta lì,  uno di quei luoghi che conosci come ti fossero già appartenuti in una vita precedente. Il lago Maggiore fa parte della mia infanzia, della mia crescita, è  paesaggi, nomi, colori profumi, ricordi… una specie di ventre materno, che non ho bene idea di come sia, perchè mia madre non è mai stata una di quelle madri lì, che ti avvolgono ti rassicurano e non ti fanno temere nulla, ti ovattano. Mica perchè fosse una madre ruvida e tosta, poco incline alle tenerezze. Era poco incline e basta, formalmente presente, ma non era  egoismo o indifferenza, era semplicemente il suo massimo. A Pallanza, se vuoi, puoi fare un sacco di cose, c’è il lago, la piscina, il tennis, le passeggiate, le gite in battello sino a ovunque, e il retro, Verbania, con tutto quello che può offrire un capoluogo di provincia sul filo di essere abrogata. IA me piace lasciar scorrere lentamente la giornata, e guardare il lago, scevro da affanni orari e scadenzini. E’ così che ti accorgi di quanto succede sul pelo dell’acqua, tra i volatili che vi galleggiano.  Perchè chi passeggia, dice oh le anatre,  e non si accorge che sono anatre folaghe e svassi, oh il cigno, perchè è grande e bianco.  E i gabbiani sono di due o tre specie, credo.  E i piccioni, i passeri e i merli. E l’usignolo lo sentivo di notte. Le oche sono tutte sparite dal porticciolo, e non so come, non voglio pensarlo.
Insomma, noi non sappiamo dove va l’Italia, non so che fine farà neanche il mio, di lavoro. Però loro sono lì, e forse neanche per loro le cose scorrono facili, ma non lo danno a vedere.
Sono tornata lo scorso week end sul lungolago,  dopo qualche mese di assenza.
La primavera prende in giro noi ed anche loro, è la stagione degli amori, ed io spero che sia per questo che le papere sono meno numerose,  che siano a covare nei nascondigli che non  ho mai scoperto.   Le anatre rimaste non hanno molto appetito, e quando sulla terraferma afferrano un pezzo di pane secco, diligentemente si dirigono verso l’acqua per pucciarlo e ammorbidirlo. Volano molto, fanno voli di coppia, lei in dimesso nocciola e lui in elegante verde blu grigio cangiante , e planano sull’acqua, prima lei, poi lui, forse è una forma di corteggiamento.
Svasso e svassa,  a breve distanza tra loro, si pettinano e si toelettano, per l’occasione il ciuffetto nero deve essere in bella mostra. Fanno finta di vedersi solo in quel momento, ben acconciati,  e si corrono incontro, e cominciano la loro danza dei colli, da lontano sembrano formare un cuore. Poi, nuotano insieme per un piccolo tratto, e si tuffano sott’acqua. Quando si sposano, ed in questo assomigliano ai cigni,  è per sempre, e allevano con cura i pulcini, che sono al massimo due; il cigno ne fa qualcuno in più, mai tanti quanti l’anatra, che però è una madre un po’ distratta… non rincorre i piccolini che si allontanano, semmai sono quelli che restano indietro a nuotare veloci e pigolanti  per raggiungerla.
Ma ci sono anche otelliane scene di gelosia. Sul lungolago bazzicano tre cigni. Una coppia e un single. La coppia l’anno scorso non aveva pulcini… quelli degli anni scorsi sparivano, pare li rubino,  e mi immagino il dolore  dei genitori, secondo me lo provano… Allo stesso modo penso che debba soffrire il cigno single, sempre solo. L’altra domenica c’erano i due cigni nel porticciolo, ed avevo dato del pane al cigno single appena fuori.

La coppia esce nel lago aperto, ed il cigno-lui  si gonfia e tutto piumoso si dirige nuotando contro il presunto minaccioso intruso, e lo costringe ad abbandonare i bocconcini di pane…. nuota via veloce, e l’altro dietro, si alza anche in volo, poi volano pesanti entrambi, uno in fuga e l’altro aggressivo, planano sull’acqua, e il “marito” sempre dietro, lontano, sempre più lontano… scompaiono entrambi dietro l’isolino di San Giovanni, e finchè sono stata lì non si sono più visti.


non è addio al lago

Ho finito di fare gli scatoloni, ho disfatto la casetta che mi piaceva tanto. Non è proprio ancora distrutta,  ha una sua funzionalità stile campeggio, con slalom tra pile di scatole, per tornarci un ulteriore week end.
In questi giorni mi hanno fatto compagnia il caldo e la malinconia.
Il lago, non lo perdo, neanche le paperelle e gli svassi, che  perpetueranno qui le loro stirpi.
Perdo un angolo mio, semplice e non lussuoso,  dove stavo tranquilla, dove nessuno mi distruggeva nulla,  a parte le oche  del porticciolo scomparse, erano sette quando sono arrivata qui nel febbraio 2010, e le sparizioni dei cigni pulcini.
Un posto bello, e dico sempre che il bello fa bene.
Esci di casa, c’è la piazza, il lago, l’imbarcadero, una pianta di  camelia fiorita anche d’inverno, le azalee in primavera, gli oleandri e le magnolie d’estate. L’ aria profuma di fiori o di legna dei camini, le rondini fanno casino al mattino, e verso sera i gabbiani, di notte l’usignolo.Spuntano  in primavera, come le primule sui prati, le barche sullo sullo scivolo del lungolago, e quelle ormeggiate alle boe. d’inverno le sostituiscono i gabbiani, che restano a terra. I piccoli svassi, li vedevo ieri dal mio tavolo del bar dell’imbarcadero,  hanno perso il piumaggio picchiettato e hanno ora le penne e i colori dell’adulto, un abbozzo di ciuffo, ma pigolano ancora chiedendo il cibo al genitore, sempre più  spesso però si tuffano sott’acqua in cerca. Non ho fatto gite, escursioni, le nuotate le conto sulle dita di una mano. A me basta guardare il luccichio e i colori dell’acqua, i contorni del panorama che conosco sin da bambina,  è uno strano senso di protezione che mi pervade, che non ho più da quando è mancato mio padre, tantissimi anni fa…è qui che ti ritrovo, papà, in questo mondo qui… per questo non sono mai venuta al cimitero, non eri lì, no.

Storie vive.

Il mio lago non è solo lo scintillio dell’acqua sotto il sole, e i battelli d’antan, ed il colore dei fiori, e le inquadrature offerte dalle lunghe palme. Ho imparato a conoscerlo come una sorta di teatro, il domestico lungolago di Pallanza racconta un’infinità di storie, se ti fermi a guardare.
Nel porticciolo nuotava giorni fa una papera madre di tre pulcini, ed uno di essi si allontanava sempre, restava indietro, andava avanti…  la madre sembrava incurante,  il piccolo si era perso tra le barche  ormeggiate e non la trovava più,  nuotava pigolando disperato,  ma il resto della famiglia sembava non sentirlo. Ero preoccupatissima. Finalmente ha scorto  la madre,  sull’altro lato del porticciolo, ed ha  fatto una traversata che sembrava un minuscolo motoscafino, con tanto di onde ai lati, per raggiungerla.  L’altro giorno, una papera nuotava con tre piccoli nel lago aperto, ed uno si allontanava sempre… ma non c’erano le barche a nascondergli la mamma e i fratellini, mi sembrava di conoscerli. O no?

Un gran traffico, per aria.

Nella piazzetta davanti alla casa di Pallanza, alla mattina presto  c’è un grande viavai di rondini chiassose, verso sera invece volano alti  i gabbiani stridendo, e sull’imbrunire ripigliano le rondini,  piano piano piano sostituite da qualche pipistrello, e gli usignoli di notte. Durante il giorno, il tub tub statico del piccioni, dal tetto di fronte, e il cinguettio di uccellini celati.

L’ora dell’aperitivo.

Stamattina, ed anche domenica  scorsa, dal Mausoleo di Cadorna, sul lago, si vedeva benissimo una delle famiglie Svassi, i genitori e due piccoli. I due piccoli, che cominciavano a fare le loro prime immersioni autonome, pigolano indefessi in attesa di pescetti che il padre portava loro nel becco riemergendo in superficie, e si vedeva imbeccare uno dei piccoli, e l’altro  incavolatissimo pigolava di più. In pieno sole e senza mirino, non riesco a vedere cosa inquadro, e cosi mi ero riproposta di tornare verso sera. Infatti verso le diciannove la famigliola era lì, a mollo, purtroppo  sonnecchiante.
C’era qualche pescatore,  nessuno di loro sembrava prendere nulla e visto che guardavo la famiglia Svassi si sono messi a parlare che sono uccelli dannosi e che si dovrebbe rompergli le uova nei nidi, perchè quando buttano nel lago gli avannotti, gli svassi se li mangiano.
Questi discorsi mi fanno crescere dentro una sorda rabbia. Se c’è qualcuno al mondo che devasta gli ecosistemi è l’uomo.  Ora, guardando nel lago, c’erano milioni di pesciolini che brulicavano, sia lì al Mausoleo, che all’imbarcadero, che ovunque, penso, è la stagione. Se li mangiano i pescioni, i gabbiani, i cormorani, non escludo che qualcuno venga catturato dalle più maldestre anatre, o da cigni e folaghe, che mi sembrano però più orientati sulle materie vegetali. Uno svasso si immerge, sta sotto un po’, e torna su con un pesciolino per volta, ma neanche sempre.  E si riproduce con un pulcino, al massimo due, e mi sembra abbiano una sola cova annuale, non si può dire siano infestanti.
Oltre alla bellezza, il tocco di rosso sul capo, ed i ciuffetti di circostanza,  sono anche interessanti, li ho osservati spesso e a lungo.
Mi pare di aver letto che, come per i cigni, la coppia è per sempre, ed hanno molta cura dei piccoli, che trasportano sul dorso, come la madre che ho fotografato stasera. Non vengono mai a terra, e li si vede anche d’inverno, a galleggiare sul lago ingrigito.
Si nutrono di pescetti e si immergono, e stanno sotto un bel po’, e non sai mai dove aspettarti che riemergano. Due anni fa ho fotografato un giovane svasso che si divertiva a pizzicare, da sott’acqua, i culetti delle anatre, le si vedeva saltar su, ed in un punto in cui l’acqua era più trasparente, si è visto il monello con slancio subacqueo in azione. Oggi, sorseggiandomi un aperol al tavolo del bar dell’imbarcadero, vista sul lago, profumo di fiori, uno svasso ha ricompensato la mia ammirazione e stima regalandomi lo spettacolo di una corsa sull’acqua.  Non so come mai, era solo, non era impettito come nelle cerimonie matrimoniali, in cui svasso e svassa corrono fianco a fianco sul pelo dell’acqua, per un bel pezzo, ma per me è stato emozionante lo stesso.
Quando mi sono mossa per andare a casa, ho provato a passare da un albergo. avevo visto su internet che fungeva da B&B, e volevo informarmi per  quando non avrò più la casa.
Entro, alla reception c’è un ragazzo, gli chiedo conferma se sia anche un B&B, vedendo solo la scritta Hotel, anche non fosse un granchè, per una sera o due ogni tanto, in riva al lago, a me va bene. Il ragazzo mi guarda, e mi chiede se posso parlare in inglese. Rimango un attimo interdetta, poi sfodero il mio inglese scolastico, insomma ci capiamo perchè mi dice che funziona solo come B&B  che la kitchen è closed, e mi dà un biglietto da visita. Non ho chiesto se è aperto tutto l’anno…Però è buffo che in Italia mettano uno che parla solo inglese.

Il Mercatino dell’Usato.

Ricordavo che il Mercatino si trovava dopo i Vigili, lungo il torrente San Bernardino, così ho attraversato col paraocchi il mercato, sono risalita sino alla caserma verdolina, ho girato a destra seguendo le indicazioni e scendendo per una strada interna, subito prima  di entrare nel piazzalone del mercato, eccoti il Mercatino dell’Usato di Verbania, in franchising.
Insomma, posso portare i miei mobili, previa valutazione, me li tengono in vendita 60 giorni. Solo che i miei mobili non è che siano di valore, lo sono per me: le librerie Billy costano niente, ma sono le più comode che conosco, ed anche la poltroncina nera, saldo dell’Ikea è comodissima e ora introvabile, ed il letto Mondo Convenienza in ferro battuto laccato nero è semplicissimo ma c’ho sempre dormito come un ghiro.  Con  lo specchio antiquato in ottone di cui mi ero innamorata in un altro mercatino dell’usato a 15 euri, messi tutti insieme hanno contribuito ad arredare i quaranta metri quadri affittati a Verbania, vicino all’Imbarcadero, nel centro storico silenziosissimo. Zona turistica, il traffico, la  provinciale scorre più sopra, alla fine della mia via, dove si ritrova il mondo, farmacie, negozi, posta e quant’altro serve, mi hanno giusto chiuso il cinemino, duro colpo, perchè c’ero andata spesso, al Sociale.
La ragione mi dice tante cose: ti hanno ridotto lo stipendio, ci sono una valangata di spese straordinarie nel condominio di Milano, ci vai poco, tua madre sta peggiorando avrà bisogno più cure, col nipotino è meglio se vai in albergo al mare invece che da sola in una casa con le scale, e dove il nipotino si diverte di più,  e forse il mare fa meglio anche a te che nuoti e prendi il sole di più, e poi non ti piace guidare, la stazione di Verbania è scomodissima,  non  ci sarà più la signora Botto che ti alzerà il riscaldamento d’inverno, occorre cercare di risistemare la casa nell’oltrepò, che è di tuo marito e non in affitto  e serve farci le vacanze, liberi risorse economiche per andare a trovare le amiche chessò a Ferrara e Salerno, o al Libro a Roma, all’Immacolata.
E il cuore che non ci sente, fa i capricci, ti fa venire il magone mentre aspetti il battello a Intra per tornare a casa a Pallanza. Non lo so dire neanche bene il sentimento che mi prende, quando diretta al lago da Milano comincio a intravedere le montagne che lo sovrastano, e la gamma dei verdi, e poi appare l’azzurro, e poi i luoghi noti, i nomi dei cartelli indicatori, familiari da sempre. Cioè, forse lo so, temo che sia una fuga, un ritorno verso i ricordi felici, quando i problemi non sapevi che c’erano, e piangevi per una lucertola che perdeva la coda, ma non perchè ti senti schiacciata e violentata da cose più grandi di te,  che non puoi cambiare,  e non puoi farci niente, e ti inghiottono, le tue forze, i tuoi sogni.
Che sei tu la prima a dire, le cose vanno cambiate sin nel proprio piccolo,  e ti sforzi di essere corretta, equilibrata e tutto il resto, ma non serve, non servirà neanche farsi fare sempre la fattura dal dentista, o dal veterinario.  C’è sempre qualcuno che è più furbo degli altri, e le regole vengono infrante, e sei fregata te, che rinunci.
E insomma, io quando sono qua, lo so che il posto non è divertente, o forse, io, non ci faccio niente di speciale,  volendo si può far di tutto, però ho una sensazione di casa.
Non è che non abbia la sensazione di casa anche a Milano, ma la mia casa divelta non la riconosco più, è un ammasso conciato di roba, il mio concetto di casa non è lo stesso di chi vive con me, mi sembra di strisciarci, per casa, di aver perso la stazione eretta, e qui a Pallanza … è  Bello, e Semplice.  Se esco da casa c’è il lago che luccica, e gli svassi e le papere che mi fano ridere, ed i cigni invece mi fanno sempre  pensare, non so, partendo dalla loro natura di cigno, che il cigno lo pensi con la C maiuscola, Cigno.
E così sono andata oggi al Mercatino dell’Usato, e ho anche chiesto, gli ellepì usati li vendono a circa 5 euro cadauno. Ne ho una caterva, che non ascolto mai.

In panchina.

Al sole, ieri mattina,  guardavo il lago, non mi pare di averlo mai visto così basso.
Le anatre erano pochissime, ed amoreggiavano inseguendosi in acqua, quelle rimaste dispari, suppongo, le altre, ufficialmente coniugate,  saranno state a costruirsi i nidi.  Ecco, una cosa che non so è se anche le anatre scelgono il compagno per la vita, o sono di liberi costumi come i cani e gatti. I cigni sono fedelissimi,  credo che da vedovi non si risposino più, e mi pare anche gli svassi.
I piccioni erano attivissimi, alcuni intorno a  un bimbo di un paio d’anni che li cospargeva di briciole,  alcuni impegnati a gonfiare le penne pavoneggiandosi e ad inseguire passo passo la femmina prescelta, che fa la sdegnosa e se ne  va, tallonata dal corteggiatore che fa un verso “brrtu brrtu  brrtu” muovendo la testa avanti e indietro.
C’erano due motoscafi ormeggiati,  sono arrivati i turisti,  ordinati in fila per due si sono accomodati: tutti molto anziani, e una vecchissima che  col bastone si muoveva appena, un’altra mentalità, si vede, quanti italiani nella stessa condizione  penserebbero  di andare a zonzo per il mondo?  al massimo, si va dal panettiere vicino a casa.  Forse, la tipa irriducibile era una globe trotter sessantottina.  Poi i motoscafi sono partiti, verso le isole Borromee, io non so, stavo lì a godermi il sole,senza osare immaginare più nulla del mio futuro.

Piccolo mondo antico

Soprattutto verso sera   ho quest’impressione, di piccolo mondo antico, camminando per i vicoli di Pallanza vicino al lago, lastricati con beole e ciottoli,  ed i rumori  son quelli dei passi,  qualche stridio di gabbiano, il suono di qualche campana. Le stradine non  sono molto illuminate, i lampioni rotondi  sono attaccati alle pareti delle case, così vicine che si guardano dentro dalle finestre. Alcuni portoncini di legno sembrano di quelli che non si aprono mai, e insomma, potresti anche incontrare uno zio Piero, con un mantello e un bastone.
La mia casa, cioè, la casa nella quale dispongo di una manciata di metri quadri, affacciata su una piazzetta, rientra bene in quest’amosfera,  con il suo portone di legno pesante, il pavimento di granito lustro, e le scale di pietra, e i ferri battuti. Tre appartamenti sono occupati da inquiline anziane e sole – che io sia la quarta? – Al primo piano sotto di me, con il suo balconcino ridondante gerani, la signora Maria Botto. Vivacissima e disponibilissima,  mi alzava il riscaldamento quando andavo, e senza che glielo chiedessi  si è presa cura delle mie pianticelle sul terrazzino, senza contare il sostegno morale nel riciclo dei rifiuti, che a Verbania, di primo acchito, sembra complicatissimo,  in realtà la complicazione sta solo nel fatto che quando sei lì solo nel week end, ti risulta difficile buttare il sabato mattina l’ “organico” quando ancora non hai sbucciato neanche una mela, ed ancora più difficile il martedì, che sei tornata al lavoro a Milano. Insomma, mi ha dato una mano in tutte queste cose, e ci accomunava la lotta ai piccioni concimatori che abitano in un pertugio del tetto di fronte, e così  capitava che arrivando io trovassi delle girandole piantate nei vasi, o un’altra volta un po’ di bottiglie di plastica piene d’acqua  disseminate sul balconcino; allo stesso modo si era mostrata perplessa della mia idea di mettere su un vaso un gatto di peluches dai begli occhioni espressivi, che gli mancava solo il miao, e infatti neanche quello aveva funzionato.
La signora Botto  giovedì e venerdì non rispondeva al telefono,  e sabato, arrivata, ho suonato alla sua porta,  che non si è aperta, e non si sentiva la televisione.  La felce vicino al suo ingresso aveva un’aria un po’ così, ed ho toccato la terra, era asciutta. Il ciclamino nell’androne, tra le edere, era riverso su se stesso e rinsecchito, aveva finito il suo ciclo, strano che non fosse stato sostituito da una pianta di primule, non poteva essere sfuggito alla signora Botto.
Poco fa ho provato a chiamarla, una voce ha risposto, maschile però…mi ha detto che la signora Botto non ci sarà più… no, non è mancata, ma è in rianimazione… i dolori alla schiena? era piena di tutt’altro, ha detto la voce, che ora  brontolava, e non si è curata mai di sè, ha solo pensato agli altri. Ed io gli ho detto che non si poteva non volerle bene….
Era una di quelle persone alle quali non puoi rivolgerti senza sorridere. Chissà se quel parente lo farà, si ricorderà, riuscirà. a portarle il mio pensiero… l’aver bagnato, prima di ripartire, la pianta di felce, è stata l’unica cosa che ho potuto fare io per lei, non lo saprà, ma il fatto di saperlo io mi fa stare un po’ meglio, forse, se fossi stata pigra, non me lo sarei perdonato mai, mi sarebbe rimasto dentro tra le mie piccole vergogne.

Suoni.

Il silenzio della notte è bucato dal canto di alcuni uccelli, invisibili, un canto troppo grande per un usignolo, e troppo articolato per un rapace.
Non ho sentito stamattina i gabbiani e le rondini, mi ha svegliato un uomo che prendeva il suo ciclomotore,  che rispondeva ad un altro affacciato alla finestra “Non ho voglia di lavorare oggi, pazienza,  ancora un mese”.
Arrivano parole dall’altoparlante dell’Imbarcadero, so che annunciano una partenza,  poco dopo i tre suoni di tromba del battello la sanciscono.
Una portiera sbatte, la macchina parte.
I passi di una persona che si dirige verso il lago.
Voci di ragazzi che passano.
La vicina di sotto, dal balcone, parla con un’altra signora affacciata alla finestra, sulla piazza, una delle due si chiama Maria, forse entrambe si chiamano Maria. Mi  pare un’abitudine quotidiana, chissà se è una specie di appuntamento sottinteso, o entrambe controllano la finestra, per affacciarvisi casualmente nel momento in cui intravedono l’altra.
Ora, note educate di  un contrabbasso.
Una signora silenziosa sta seduta in vista al balcone, ha una gamba ingessata.
Forse è anche  per questo che sto bene qui: qui sento suoni, a Milano sento rumore.

pane secco

Non è stato immediato raggiungere Michela e Luca come eravamo d’accordo, sul lungolago, vicino all’Imbarcadero, dove ci sono i giochi per i bambini.
Prima, ho preso il pane vecchio da dare alle paperelle, ma sono uscita con le pantofole, e sono tornata in casa a mettere i sandali.
Poi, scendendo per le scale,  le ho risalite e ridiscese, dopo aver realizzato di indossare sì i sandali, ma di aver lasciato questa volta  il sacchetto del pane sul tavolo.
Luca mi viene incontro – le nonne sanno tutto – chiedendomi come si chiama la bambina di colore, grandicella, vicino a lui.
Non lo so, e allora glielo chiedo, ma mi risponde “Sono stata sul treno” e mi guarda.
Quando prendo il mio posto sulla panchina, ho finalmente modo di fungere da pista per Saetta Mc Queen e Francesco Bernulli, personaggi di Cars 2, in mezzo a bambini estasiati  che chiedevano a Luca di fargli vedere le macchinine.
Faccio notare a Michela quanto è carina la bimba più piccola dei tre fratellini negretti , ferma sul triciclo, con occhioni sgranati e le treccine raccolte sulla nuca.
Parentesi:  secondo me il termine “negro” o “nero”  non è per forza politicamente scorretto, è che mi sembra ridicolo scrivere sempre “di colore”, se hanno un colore diverso della pelle, se sono di una razza umana diversa, è un dato di fatto, mica nego che siano esseri umani con parità di diritti.
Insomma ci sono questi tre fratellini, scurissimi di pelle, magri, lunghi, puliti, ravviati e tutti dotati di tricicli, li avevo notati altre volte a spasso sul lungolago: impossibile non notarli, e  certo, i due più grandi starebbero meglio ormai su una biciclettina.
Il maschietto dei tre fa per strappare una macchina a Luca, che la sa ben difendere, nonostante la differenza di taglia e di età.
Intanto la piccola mi si avvicina, e mi indica il sacchetto del pane: ora, quel pane era tagliato a pezzettini, vecchio anche di un mese,  da usare per la pappa del cane, e ne avevo preso un po’ da portare al lago, per le papere, i cigni e le oche, e per far divertire  Luca,  e ancor di più,  me.
Glielo dico, che è il pane per le paperelle, ma sembra non capire, o  forse le importa solo la parola “pane”, ed insiste per aprire il cellophane.  Mi guardo in giro, ma non vedo alcun  adulto che possa essere con lei, comincio ad essere preoccupata, perchè se invece di pane vecchio  fosse  stato un pasticcino, non avrei esitato a dargliene uno, due, tre… invece è pane vecchio, lasciato a seccare da tempo in un sacchetto di carta aperto, ed appoggiato sul calorifero spento, e dal quale ci siamo serviti a manate per riempire la ciotola del cane.
Cerco di non lasciarle aprire il  pacchetto, ma  non voglio neanche essere brusca, mi devo arrendere alle sue manine brune, che estraggono un tozzo di pane, sì, il tozzo di pane, come quello delle storie lacrimevoli di Remy, e di Cosetta, e della Piccola Fiammiferaia.
La bimba si è allontanata ed ora mi osserva dal suo triciclo, e sgranocchia il pane, ed io son piena di domande.
Era un capriccio di bambina, o ha veramente fame?
E io mi preoccupo di dar da mangiare alle papere…
E poi, non puoi immaginarti qualcuno che soffre la fame, ben pulito e pettinato… pensi che abbiano almeno il necessario… ma esistono, al di là della fame, la pulizia e la dignità.
Che imbarazzo… o forse, anche un po’ di vergogna, la mia.