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Una cosuccia così, sbrigativa, da due parole. Ha suonato il citofono, ho risposto pronto chi è (non aspettavo nessuno).
"Scusi, secondo lei Dio si interessa a noi?
Ehm… ho ritirato il pronto. Non ero pronta.
Anche il chi è.

in questa sera d’estate, primo ottobre

Alla Cooperativa ci andiamo per giocare a boccette. L’insegna porta la scritta Sala Biliardi, la vetrata Paradiso dello spruzzo, un albero del dehors ha un cartello, Zona agricola scopatoria. C’è anche il calciobalilla.
Alla sera del sabato non cucinano, ed a dire il vero neanche le altre sere, a mezzogiorno sì, e magari si mangia bene: però  quando andiamo,  sui due piedi ci organizzano un’insalata, un piattone di affettati, ma non sabato scorso, perchè avevano finito il pane
Sono di una cordialità unica, ed ormai ci riconoscono. Non so se perchè siamo rimasti gli unici giocatori di boccette sull’ultimo tavolo di boccette di Milano, o se perchè siamo così schiappe che lo sa tutto il quartiere.
Perchè di quartiere si tratta, o proprio di vita da bar, sembra che lì si conoscano tutti, e solo noi veniam da fuori: a uno sputo da SanSiro, si sente nell’aria il profumo – per alcuni magari è tanfo- di concime.
Questa sera c’era una festa….una serata speciale. a dieci euro. Ho chiesto cosa si festeggiava, e mi han detto Non lo so! Boh… così! Pagata la somma, ti davano un buono per ritirare un’ostrica, e ti mettevano un timbro sul dorso della mano – un leoncino, probabilmente  sottratto alla figlia dei titolari-  e potevi servirti al buffet,  e di champagne a volontà sino alle 10 e mezza. E poi ci sarebbero state anche le danze.
A me dell’ostrica piace giusto la conchiglia, il contenuto mi fa senso e nessuna golosità o curiosità.
Nella zona buffet mi hanno servito  riso coi funghi,  goulash, peperone, di crostini al formaggio con le erbe,  e al pathè, involtino di pancetta  che avvolgeva  non ho indagato cosa – era già buio – una mappazza al purè ,e riso alle patate.
Tutto buono, tranne il riso alle patate, che ho avanzato: c’erano le cozze, e delle cozze, neanche la conchiglia mi piace, da bambina le trovavo sempre sulla spiaggia, e non hanno quindi particolare attrattiva, nonostante il loro nero violetto.
Le danze erano poco convinte, a parte le bambine presenti ed una massaia in ciabatte.
Poi, deus ex machina, è arrivato tra le donne Rocco, l’animatore…smilzo con mcapelli lunghi e biondastri, ha tenuto per un po’ il ritmo, Bomba, Waka Waka… anche con lui ballavan sole donne, o esseri similari. Quando questo Rocco si è stancato, le donne si sono sedute, e sono subentrati tre uomini, diversamente semoventi,  uno dei quali aveva uno stile tra la baiadera e un indiano Disney che cammina con circospezione, e gli altri due gli facevano il verso.
A boccette ho perso, e da quando sono tornata a casa mi sono lavata già qualche volta le mani, ma il timbro con leoncino  sembra destinato a durare.

in questa sera destate, primo ottobre

Alla Cooperativa ci andiamo per giocare a boccette. L'insegna porta la scritta Sala Biliardi, la vetrata Paradiso dello spruzzo, un albero del dehors ha un cartello, Zona agricola scopatoria. C'è anche il calciobalilla.
Alla sera del sabato non cucinano, ed a dire il vero neanche le altre sere, a mezzogiorno sì, e magari si mangia bene: però  quando andiamo,  sui due piedi ci organizzano un'insalata, un piattone di affettati, ma non sabato scorso, perchè avevano finito il pane
Sono di una cordialità unica, ed ormai ci riconoscono. Non so se perchè siamo rimasti gli unici giocatori di boccette sull'ultimo tavolo di boccette di Milano, o se perchè siamo così schiappe che lo sa tutto il quartiere.
Perchè di quartiere si tratta, o proprio di vita da bar, sembra che lì si conoscano tutti, e solo noi veniam da fuori: a uno sputo da SanSiro, si sente nell'aria il profumo – per alcuni magari è tanfo- di concime.
Questa sera c'era una festa….una serata speciale. a dieci euro. Ho chiesto cosa si festeggiava, e mi han detto Non lo so! Boh… così! Pagata la somma, ti davano un buono per ritirare un'ostrica, e ti mettevano un timbro sul dorso della mano – un leoncino, probabilmente  sottratto alla figlia dei titolari-  e potevi servirti al buffet,  e di champagne a volontà sino alle 10 e mezza. E poi ci sarebbero state anche le danze.
A me dell'ostrica piace giusto la conchiglia, il contenuto mi fa senso e nessuna golosità o curiosità.
Nella zona buffet mi hanno servito  riso coi funghi,  goulash, peperone, di crostini al formaggio con le erbe,  e al pathè, involtino di pancetta  che avvolgeva  non ho indagato cosa – era già buio – una mappazza al purè ,e riso alle patate.
Tutto buono, tranne il riso alle patate, che ho avanzato: c'erano le cozze, e delle cozze, neanche la conchiglia mi piace, da bambina le trovavo sempre sulla spiaggia, e non hanno quindi particolare attrattiva, nonostante il loro nero violetto.
Le danze erano poco convinte, a parte le bambine presenti ed una massaia in ciabatte.
Poi, deus ex machina, è arrivato tra le donne Rocco, l'animatore…smilzo con mcapelli lunghi e biondastri, ha tenuto per un po' il ritmo, Bomba, Waka Waka… anche con lui ballavan sole donne, o esseri similari. Quando questo Rocco si è stancato, le donne si sono sedute, e sono subentrati tre uomini, diversamente semoventi,  uno dei quali aveva uno stile tra la baiadera e un indiano Disney che cammina con circospezione, e gli altri due gli facevano il verso.
A boccette ho perso, e da quando sono tornata a casa mi sono lavata già qualche volta le mani, ma il timbro con leoncino  sembra destinato a durare.
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A otto anni avevo una tartaruga che si chiamava Patrizia, e me l'hanno buttata via perchè era morta. Non ero convinta, ma io ero piccola e gli altri grandi. Non lo saprò mai, se era solo in letargo.

SUPER

Un completo grigio, la cravatta,  i capelli lunghi lisci di un castano rossiccio posticcio, legalti a coda di cavallo,  sta immobile vicino ai ripiani delle salse, sembra un figo, lo sembra perchè si deve sentire, figo, ma quando si gira, ha una faccia da niente. Servizio assistenza, dice un cartellino lucido che gli pende dal collo.

Cè un po' di coda alla cassa, una signora biondo sbiancato, forse una volta erano meches,  ci intrattiene,  pubblico involontario,  mentre la  sua bambina riordina le caramelle sui ripianini vicino alla cassa, scherza, se fosse maggiorenne la assumerebbero, mentre a casa non mette in fila nulla. Il tono della sua voce si alza,  si vuol far notare, infatti Servizio Assistenza ride divertito, divertito ma di che,  viene da chiedersi.  Magari vanno a letto. Vediamo se quando lei sta per finire lui si avvicina. Lei continua a parlare,  sta apostrofando quella dietro,  alla quale essere bionda riesce meglio,  e dice che compie 42 anni domenica, forse si aspetta che qualcuno le faccia dei complimenti, invece quella dietro dice solo "io 24" e  l'altra rimane un attimo in un silenzio interdetto.

Si ripiglia subito, è ora di tirar fuori dal suo carrello rosso le mirabilie acquistate, e vuol pagare con dei buoni, non vuole resti, tanto torna subito a fare dell'altra spesa, e mostra un blocchetto, li deve finire oggi, porta a casa questa, poi torna.

Se ne va, saluta il cassiere che non alza lo sguardo, lei rassicura,"a tra poco" ma sembra ce nessuno ambisca a questa certezza.   Servizio Assistenza non l'ha seguita, si è fermato dalla bionda di 24 anni , le  sorride  chiedendo se è sua la merce nel cestino,  e la ripone  delicatamente sul banco, poi, "con permesso",   porta  via la pigna di cestelli, spingendola sulle rotelle sino all'ingresso, dove si ferma, nuovamente statuario, servendo assistenza.

Suoni.

Il silenzio della notte è bucato dal canto di alcuni uccelli, invisibili, un canto troppo grande per un usignolo, e troppo articolato per un rapace.
Non ho sentito stamattina i gabbiani e le rondini, mi ha svegliato un uomo che prendeva il suo ciclomotore,  che rispondeva ad un altro affacciato alla finestra “Non ho voglia di lavorare oggi, pazienza,  ancora un mese”.
Arrivano parole dall’altoparlante dell’Imbarcadero, so che annunciano una partenza,  poco dopo i tre suoni di tromba del battello la sanciscono.
Una portiera sbatte, la macchina parte.
I passi di una persona che si dirige verso il lago.
Voci di ragazzi che passano.
La vicina di sotto, dal balcone, parla con un’altra signora affacciata alla finestra, sulla piazza, una delle due si chiama Maria, forse entrambe si chiamano Maria. Mi  pare un’abitudine quotidiana, chissà se è una specie di appuntamento sottinteso, o entrambe controllano la finestra, per affacciarvisi casualmente nel momento in cui intravedono l’altra.
Ora, note educate di  un contrabbasso.
Una signora silenziosa sta seduta in vista al balcone, ha una gamba ingessata.
Mi piace stare qui, dove i suoni arrivano distinti, e mi accorgo del silenzio.

A Villadossola per un concerto

Abbandonando il lago Maggiore, la strada si addentra in una valle, tra monti scoscesi e verdissimi, pioviggina. Mi fa specie l'idea di andare verso la montagna, ed incontrare così tanti capannoni, ed aziende. Parecchie sono di  lavorazione del granito, lastre e blocchi sono impilati all'esterno dei laboratori, altri espongono sfere, colonne, lapidi… a Candoglia vedo un monumento rivestito di marmo rosato,  che è  stato usato perfino per i muretti dei giardini, al posto dei mattoni o delle beole.
Mi riconforta incontrare il cartello triangolare col cerbiatto che balza,  proseguendo,  un altro cartello mi segnala che siamo nel Parco Nazionale della Val Grande.
Si incontrano anche dei bei campanili,  sono un po' la mia passione,  penso sempre al mio progetto per un libro fotografico,  giustappunto, ci penso e non ne fotografo mai nessuno: mi capita di vederli  sempre  a distanza,  passando in macchina,  mentre mi piacerebbe andare in giro a cercarli,  magari in motocicletta, che però non guido, quindi non so se questo progetto lo realizzerò mai.
Villadossola, mi sembra strana, quasi tutte case recenti, una piccola Milano  ai piedi di montagne impervie. Il Centro Culturale La Fabbrica, pensi che sia un vecchio opificio, chissà, se una volta lo era se ne è cancellata l'impronta: è una struttura enorme color salmone nel centro cittadino, un teatro a tutti gli effetti, e sfruttato, pure.
Per il concerto dell'Akademie Alte Musik Berlin, il penultimo della rassegna Stresa Festival 2011, è pieno.
Omaggiata  di un posto in prima fila, il concerto è stato per me una piacevolissima sopresa. fagotto, violini, clavicembalo, viola e violoncello, flauto ho potuto non solo ascoltare, ma anche guardare… osservavo i movimenti degli artisti e cercavo di discernere, nell'armonia, il suono dello strumento che ne derivava… mi sembra di aver imparato tantissimo sulla musica, questa sconosciuta. Quello che ho trovato affascinante è stato anche seguire la musica nelle espressioni dei musicisti, che uno di solito ascolta un'orchestra, e li pensa lì belli impassibili e concentrati.
Concentrati  sicuramente lo sono,  ma impassibili no. Si lanciano sguardi d'intesa ammiccamenti prima di cominciare un brano nuovo, ma ognuno ha la sua mimica. Il suonatore di clavicembalo sembrava  sorridere al suo strumento, la suonatrice di viola pure sorrideva, e le veniva la fossetta sulla guancia, e scuoteva i capelli,  trattenuti da un piccolo  fermaglio. Il violoncellista accentuava con il capo  ogni  passaggio, e sembrava soffrire. Il primo violino riccioluto avrebbe voluto danzare, secondo me, mentre le altre due violiniste erano  più  compassate, con la  loro guancia appoggiate allo strumento, o forse viceversa,  seguendo la musica chiudevano gli occhi come a gustare la sublimità e la perfezione del suono.
Insomma,  musica erano i suoni, ma anche i corpi dei musicisti.. ripensavo al film Fantasia di Disney "vedrete la musica, ascolterete le immagini".

Il rito della salamella democratica e sensazioni felliniane.

La Festa Democratica del primo giorno è semideserta, qualche macchina che gira, ancora qualche rumore di martellate, e della prezzatrice nella libreria.
Appena appostata al tavolo per consumare il rito della salamella democratica, un esercito di zanzare arriva di corsa dall'adiacente prato alberato, poi sparisce, forse messe in fuga dall'esercito  dagli offritori di opuscoli, che tristemente di chiedono di comprarli, o mostrano qualche  sparuto giornale, o anche niente… puoi dare qualcosa al primo, al secondo, ma tutti cominciano a sembrare troppi, ed io soffro molto di sensi di colpa, e mi  sento in colpa, essere  alla festa democratica e non dare nulla a chi ha meno di me.  Mentre  consumavo la mia coppetta di gelato crema e spagnola, un giovane si è fermato, aveva sete, gli davo qualche soldo? No… basta, così ho mangiato insieme al gelato dose doppia di sensi di colpa, uno perchè mangiavo il gelato invece di stare a dieta, il secondo perchè io mangiavo un gelato mentre un altro diceva di morire di sete.  Ma ero anche sicura che col mio soldo non avrebbe comprato l'acqua, ma si sarebbe rivolto al tavolino a fianco dicendo di avere sete… troppe volte mi sono capitate cose così, è evidente, è  una tecnica.
Tra i tavoli della griglieria  e della gelateria si aggirava invece un vecchio con un giornale sotto il braccio,  allampanato e con le guance scavate, che ripeteva " Macchè cambiamento, partit de merda, che  cambiamento, sono trent ann ca vegni chi".
Nel gazebo delle danze gli strumenti erano stati approntati, e Radio Zeta si era azzittita. Un'impressione strana, l'assenza di musica nel sottofondo. Una madre ballava in solitaria in un cono di luce con la sua bimba, un soldo di cacio… due anziane signore avevano girato le sedie verso la pista silenziosa, in primissima fila, forse pronte nella speranza di un invito alle danze?
Gli orchestrali sono arrivati, e per incanto pista e piazzetta si sono popolate, nell'onda di un hully gully, mentre una bachata ha poi accompagnato  una coppia di camerieri che danzava  armoniosamente,  incorniciata dalla porta laterale della griglieria.
Un terribile senso di stanchezza e dejavu tra le bancarelle… forse la noia di non aver soldi da spendere in cose superflue.

Manovre

Ieri  sera al tiggì ho sentito Silvio  vantarsi, quale altro governo sarebbe stato capace di concepire una manovra da 45,5 miliardi di euro in 4 giorni, come hanno fatto loro a Ferragosto?   Io non vedo cosa ci sia da vantarsi, gli altri governi non si riducono a doverne fare, credo. Magari hanno un minimo di quel che si dice pianificazione, mentre il nostro pensa di giocare a Monopoli, dove ci si regola in base ai dadi.

Non ho evidentemente fatto il militare, non mi sono laureata, quindi il ritocco delle pensione non mi tange, ma nonostante ciò penso sia una cosa indecente: che l'anno di militare valesse come anno lavorativo, ai fini pensionistici, è un diritto acquisito, il riscatto degli anni di laurea è un diritto acquistato, a fior di milioni, non possono toglierlo così.  D'altra parte il loro calcolo è ovvio: dobbiamo tenere di più al lavoro chi ce l'ha ancora e versa contributi.

Un governo  capace solo di tagliare posti di lavoro, che semmai pensa a rendere più facili i licenziamenti, non fa nulla per il futuro della nazione:
-gli attuali precari e disoccupati, diventeranno anziani senza mezzi di sostentamento, lo Stato dove troverà i soldi per l'assistenza?
– lavoratori precari, che trovano un posto per qualche mese sapendo di doverlo lasciare, presteranno la loro opera al meglio o saranno portati a scaldare la sedia? hanno modo di accrescere la professionalità?
Domande che mi pongo.
 

Crescere.

Quando un bimbino biondo ti appare in cucina con solo le mutandine e ti dice "Ho fatto la caccata" ti viene, no,  da guardare in giro, per terra, con un filo di smarrimento, ma poi chiedi meglio… insomma era orgoglioso, aveva fatto la pipì nel water, una cascata.

Pane secco

Non è stato immediato raggiungere Michela e Luca come eravamo d'accordo, sul lungolago, vicino all'Imbarcadero, dove ci sono i giochi per i bambini.
Prima, ho preso il pane vecchio da dare alle paperelle, ma sono uscita con le pantofole, e sono tornata in casa a mettere i sandali.
Poi, scendendo per le scale,  le ho risalite e ridiscese, dopo aver realizzato di indossare sì i sandali, ma di aver lasciato questa volta  il sacchetto del pane sul tavolo.
Luca mi viene incontro – le nonne sanno tutto – chiedendomi come si chiama la bambina di colore, grandicella, vicino a lui.
Non lo so, e allora glielo chiedo, ma mi risponde "Sono stata sul treno" e mi guarda.
Quando prendo il mio posto sulla panchina, ho finalmente modo di fungere da pista per Saetta Mc Queen e Francesco Bernulli, personaggi di Cars 2, in mezzo a bambini estasiati  che chiedevano a Luca di fargli vedere le macchinine.
Faccio notare a Michela quanto è carina la bimba più piccola dei tre fratellini negretti , ferma sul triciclo, con occhioni sgranati e le treccine raccolte sulla nuca.
Parentesi:  secondo me il termine "negro" o "nero"  non è per forza politicamente scorretto, è che mi sembra ridicolo scrivere sempre "di colore", se hanno un colore diverso della pelle, se sono di una razza umana diversa, è un dato di fatto, mica nego che siano esseri umani con parità di diritti.
Insomma ci sono questi tre fratellini, scurissimi di pelle, magri, lunghi, puliti, ravviati e tutti dotati di tricicli, li avevo notati altre volte a spasso sul lungolago: impossibile non notarli, e  certo, i due più grandi starebbero meglio ormai su una biciclettina.
Il maschietto dei tre fa per strappare una macchina a Luca, che la sa ben difendere, nonostante la differenza di taglia e di età.
Intanto la piccola mi si avvicina, e mi indica il sacchetto del pane: ora, quel pane era tagliato a pezzettini, vecchio anche di un mese,  da usare per la pappa del cane, e ne avevo preso un po' da portare al lago, per le papere, i cigni e le oche, e per far divertire  Luca,  e ancor di più,  me.
Glielo dico, che è il pane per le paperelle, ma sembra non capire, o  forse le importa solo la parola "pane", ed insiste per aprire il cellophane.  Mi guardo in giro, ma non vedo alcun  adulto che possa essere con lei, comincio ad essere preoccupata, perchè se invece di pane vecchio  fosse  stato un pasticcino, non avrei esitato a dargliene uno, due, tre… invece è pane vecchio, lasciato a seccare da tempo in un sacchetto di carta aperto, ed appoggiato sul calorifero spento, e dal quale ci siamo serviti a manate per riempire la ciotola del cane.
Cerco di non lasciarle aprire il  pacchetto, ma  non voglio neanche essere brusca, mi devo arrendere alle sue manine brune, che estraggono un tozzo di pane, sì, il tozzo di pane, come quello delle storie lacrimevoli di Remy, e di Cosetta, e della Piccola Fiammiferaia.
La bimba si è allontanata ed ora mi osserva dal suo triciclo, e sgranocchia il pane, ed io son piena di domande.
Era un capriccio di bambina, o ha veramente fame?
E io mi preoccupo di dar da mangiare alle papere…
E poi, non puoi immaginarti qualcuno che soffre la fame, ben pulito e pettinato… pensi che abbiano almeno il necessario… ma esistono, al di là della fame, la pulizia e la dignità.
Che imbarazzo… o forse, anche un po' di vergogna, la mia.

I 7 punti di Tiptop, non iscritta ad alcun partito.

1) razionalizzazione della Pubblica Amministrazione, con redistribuzione del personale, eliminazione dei doppi incarichi, delle consulenze esterne (giustificate solo in mancanza di personale interno qualificato): il che vorrebbe dire risparmio e funzionalità, e aumento di posti di lavoro in luogo dei doppi incarichi, accorpamento di servizi per piccoli comuni, ok abolizione provincie piccole.
2) Riforma della giustizia (non nel senso berlusconiano), con accelerazione delle procedure e accorpamento di uffici (potenziando l'informatica, si può) e di tribunali poco distanti, lasciando magari uno sportello per le pratiche e le ceritficazioni: non si ha idea di quanto denaro sia bloccato per cause e pignoramenti, e non circola. Udienze fissate per le conclusioni anche a sei otto anni di distanza, cancellerie che a esecuzione immobiliare conclusa ci mettono anche  più di un anno a emettere mandati per pagare le somme ripartite ai creditori; l'Italia sarebbe meno temibile per investitori esteri.

3)Riduzione delle indennità parlamentari, lasciando magari i privilegi sinchè sono in carica… se no, chi glielo fa fare di candidarsi? però, se li vogliono ancora, devono meritare di essere rieletti; blocco delle retribuzioni ai mega dirigenti di enti etc (diritti acquisiti), quando decadono, i successivi avranno retribuzioni dimezzate; vitalizi aboliti, pensioni adeguate ai contributi versati.

4)grandi opere e commesse:benestare degli enti locali, controllo sugli appalti, penali sui ritardi. e finiamola, la salerno reggio calabria, buttiamo a mare il Ponte, e chiediamoci se la Tav serve davvero, e ancora.

5) riforma elettorale: dobbiamo poter scegliere le persone, magari ne cucchiamo qualcuna che si faccia meno gli affari suoi. Prima mi sembrava meno sporca, la politica,  il che è tutto dire, e c'erano persone con il senso della politica, comunque.

6) aumento dell'iva sui beni di lusso (si sottolinea che la cultura non è un lusso)  e "viziosi": i beni di sopravvivenza devono essere accessibili, chi ha di più può spendere di più, chi ha vizi, cerchi di smettere così risparmia; diminuzione delle imposte sulla benzina, che è uno strumento di lavoro; smettere di tagliare fondi a regioni e comuni, che in pratica si finisce sempre a pesare su chi ha bisogno dei servizi; no alla svendita dei beni statali (se no, cosa resta a garantire il debito pubblico?) ma tassazione più alta sugli immobili di lusso (valutazione di mercato) ed anche  in base alla quantità di immobili possedut, ancor più se sfittii.

7)ok la tracciabilità dei pagamenti, no colpire i patrimoni scudati, un patto è un patto, e lo stato deve restare credibile (sigh!), deducibilità al 5% di tutti gli scontrini e ricevute di pagamento che uno accumula durante l'anno. (E' un'idea balzana? )

Per chi avesse avuto il coraggio di leggere sin qui…Le opinioni e le critiche  sono gradite, ed anche eventuali punti 8, 9 etc.che vi venissero in mente.Ovviamente non ho nessuna idea delle cifre che i miei 7 punti metterebbero in gioco, se sarebbero sufficienti o meno… E' solo un abbozzo, però ho cercato di pensare dove si potrebbe colpire senza mettere in repentaglio posti di lavoro, stato sociale, stipendi… che senza questa base, non ci possa essere ripresa di consumi, ci arriva anche un bambino.

Il ragazzo con la bicicletta

Innanzitutto, il cinema Eliseo si presenta tristissimo. In fondo a una galleria  -galleria di quelle cittadine, ovviamente – c'è il botteghino, dove ti chiedono " Va bene centrale in mezzo?" tu ti fidi e dici sì, difficile rispondere "No sotto lo schermo"oppure "No, l'ultima fila in fondo, tanto ho altro da fare". Anche "Centrale di lato" sarebbe una bella risposta,  un signor Veneranda si soffermerebbe sul fatto che se è centrale non può essere di lato, e così via. Due porticine di vetro ai  lati, e si entra nel cinema, un cinema in grigio, che d'estate senza paletot non ti aspetti, e ti stupisci di non trovarci anche la nebbia.  Però, nella sala, le poltrone grige, attrezzate con portabottiglioni,  ti accolgono e ti avviluppano, stai veramente comoda, e poi, quando guardi un film, ti dimentichi dell'incolore che ti circonda.  Nonostante il sadismo della tipa del botteghino, che ti piazza le persone nella poltrona di fianco, in un cinema semivuoto,  così devi anche spostare la borsa e fare attenzione al gomito.

Di questo film, che pure è stato premiato a Cannes, mi sembra si sia parlato poco, erano tutti preoccupati a dare interpretazioni più o meno roboanti del film vincitore, e come succede di solito, le piccole cose quotidiane  non polarizzano l'attenzione, appunto perchè quotidiane, aggettivo per molti sinonimo di "scontate": eppure il quotidiano non è poco complesso, da affrontare, e da capire.
Qui c'è un ragazzino biondo, magrino e incassato nelle spalle,  che cerca il padre, che lo ha lasciato in un istituto e non lo rivuole, deve rifarsi una vita e lo vede come un impedimento.
Stranamente, nessun cenno a una madre. Non sai nulla del passato. Si comincia con questo stato di fatto, il bambino rivuole suo padre, ma della sua vita precedente recupera solo la bicicletta, che suo padre aveva venduto. E questa è la prima grossa delusione nel film, scoprire che la bici non era stata rubata, era invece  certo,  Cyril, che suo padre non avrebbe mai  potuto venderla.  Cyril di corsa, a piedi, in bicicletta, arrampicato, sempre in fuga,  sempre in cerca, mai in pace. La parrucchiera Samantha, incontrata per caso, o meglio, scontrata per caso, gli riporta la bicicletta e lo accoglie nei week end, sacrifica il rapporto con il suo compagno, innervosito dalle stranezze di Cyril, pone riparo al guaio che il ragazzo ha combinato rubando, sotto l'influenza di un  capetto di una banda di bulletti  del quartiere, a Cyril che le chiede scusa per averle ferito un braccio, e se può vivere con lei, risponde tranquillamente sì.
E Cyril alla fine del film  sorride, lo sguardo è meno torvo, le spalle sono più distese, non è più in credito, anzi può permettersi di dare; soprattutto si  avverte che c'è un domani.  La forza della donna è  dire sì, quando la vita sembra sempre dire no, a Cyril, e l'amore e il coraggio riescono meglio di mille psicoterapie. Che poi Cyril chiede a Samantha " Ma perchè mi hai detto di sì, quando ti ho chiesto se potevo venire nei week end a casa tua?" Samantha risponde semplicemente "Non lo so". Ed in effetti, uno si chiede perchè un po' per tutto il film, ma avere delle risposte, non è obbligatorio, o forse non esistono ancora  le parole giuste. Le parole, con il loro significato, descrivono ma anche delimitano, bisogna ancora inventare quelle senza i bordi.
A questo punto, quando si parla di cinema, occorrerebbe dire qualcosa sugli attori: non ne conosco neanche uno: il ragazzino è esordiente ed  efficace, Thomas Doret, la parrucchiera deteterminata è  Cecile de France, che altri e non io hanno già visto in Hereafter,  la regia è dei fratelli Dardenne, dei quali pure non ho visto altri film, e posso solo considerare quanti fratelli fanno i registi. In genere dei film noto o  mi rimane impressa la  fotografia, e qui no. E neanche la colonna sonora.  Certo, la storia ti prende, basta essere genitori, direi, e non vivere con le fette di salame sugli occhi.