Archivio mensile:febbraio 2012

Quante sorprese! una dopo l’altra!

Aprì il pc e poi la posta, e trovò un questionario sul benessere in Azienda.
Qualche giorno dopo trovò una newsletter con ricetta culinaria e intervista al collega del mese: pensò che a quel questionario dovevano aver risposto in modo  ben strano.
Poi ci fu l’invito al rinfresco natalizio, firmato con i nomi propri dell’AD e del DG, che l’aspettano, e sulle prime pensò che fossero i componenti di un complessino chiamato a ravvivare la festa, ma quando realizzò chi fossero, prevalse il suo animalesco senso di diffidenza, appariva sospetto  l’utilizzo di queste nozioni elementari di comunicazione.
Un paio di settimane dopo traslocarono gli uffici, ed il benvenuto della dirigenza nei nuovo locali consistette nell’offerta di una prima colazione, succhi di frutta e brioches e caffè, e il discorsetto.
Qualche giorno dopo, l’ennesimo rinnovo delle assegnazioni delle pratiche, quasi settecento.
Pochi giorni dopo, serpeggiava la notizia della disdetta all’associazione di categoria.
Pochissimi giorni dopo, la conferma della notizia, con l’annuncio ufficiale della disdetta anche  degli accordi che garantivano il mantenimento del contratto in essere quando era stato ceduto il rapporto di lavoro.
Il sistema premiante dei bonus non si tocca, dice l’azienda: certo, prima, per tagliare i costi,  stracciamo i contratti e gli accordi aziendali, togliamo la polizza sanitaria, riduciamo tutto ai minimi, così per il resto della vita avrete anche meno di pensione, ma il bonus lo lasciamo, non siete contenti? No.
L’assemblea ha consegnato ai sindacati il mandato di essere, per una volta, tutti uniti, e di non trattare, salvo dopo la revoca delle disdette.
Una dirigente ha apprezzato la professionalità dei dipendenti acquisiti ex accordo di cessione, però inutile ai fini aziendali e considerava quanto, con le loro pretese di rispetto dei contratti, fossero una  zavorra che rischiava di affossare l’azienda.
Ora, pare che intervengano le segreterie nazionali, e i dipendenti temono che al di sopra delle loro teste vengano firmate cose che non si volevano, tale quale fu  il modo con cui venne ceduto il loro rapporto di lavoro
Nella ridda di voci e di ansie, rabbie e di malesseri che si spargono a macchia d’olio, due sole certezze:
-una, che i sindacalisti,  a stare uniti, non ce la fanno proprio, forse si sono ritrovati in una situazione più grande di loro,
-la seconda, la gara aziendale appena istituita, i dipendenti più veloci nel  raggiungere l’obiettivo fissato,  vinceranno un week end a Parigi per due, un i-phone, una cena per due in un ristorante a scelta della propria città: quello che più si desiderava e sperava, in questo frangente.
Sembra un incubo, e lo è.
Tra le sigle sindacali ci sono desaparecidos, allarmisti, chi fa la gara  a chi ha il parere dell’avvocato più di grido, o chi aumenta il numero degli iscritti.
Il personale si riunisce a crocchi, chi tiene segreti di Pulcinella, chi cerca notizie, chi si sente Che Guevara, e alla prova dei fatti si trasformerà in Don Abbondio: sembrano tutti collaborare, ma ognuno cerca la propria sicurezza, non è una colpa, da secoli il mondo va così.
Su tutto una domanda: che senso ha, o potrebbe avere, la firma di accordi con una direzione che ha dato così palese prova di stracciarli all’occorrenza, fregandosene di legalità e diritti?

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Ricchi e Poveri

Stasera su La Sette, Luca Telese secondo me mal poneva una domanda, cioè se il conoscere i redditi dichiarati dai facenti parte del Governo non desse un’impressione di poca credibilità alla sobrietà  dai medesimi predicata. Nicola Porro affermava invece  che prendersela con i ricchi non fa  diventare meno  poveri i poveri.  Almeno, mi è sembrato che dicessero questo,  ascoltare la tv non è sempre facile nella cucina di casa mia, all’ora di cena.
Argomenti inesauribili direi.
Forse unica in Italia, non mi sono interessata alle dichiarazioni dei redditi di questo Governo. Quando una collega si era risentita per il reddito di Passera, le avevo detto “vediamo anche il lato positivo: lo dichiara, non sappiamo se sia tutto, ma su questo paga le tasse. Ai tempi delle elementari, io pagavo la piena refezione di mia figlia mentre un gioeilliere del centro pagava il minimo”. Son cose che innervosiscono.
Non vedo il nesso, nell’osservazione di Telese, tra ricchezza personale e sobrietà. Possono essere ricchi  e non sobri quanto vogliono, basta che non ricoprano cariche pubbliche: in quella veste, la sobrietà la pretendo, con i soldi nostri, ed anche per l’immagine che tramite loro dà di sè l’Italia. E in ogni caso, non è che se uno è ricco te lo deve sbattere in faccia ogni momento, come faceva il precedente Premier, compro casa a Lampedusa, le donne debbono sposare Piersilvio per risolvere i problemi di mantenimento, ed altre cosucce che ormai spero faccian parte della storia, perchè dovessero far parte delle barzellette, a me non veniva da ridere. Più corretta la seconda osservazione di Telese:  se hanno un reddito elevato, altrettanto elevata è  la possibilità che siano  interessati in imprese e progetti che possano implicare, nell’attività di governo, un  conflitto di interessi, e su questo occorre vigilare.
Ma essere ricchi non è un delitto, e l’obiettivo non dev’essere impoverire i ricchi, ma far arricchire i poveri: riguardo all’affermazione di Porro, che sembrerebbe intendere questo, vorrei precisare che i ricchi sono in ogni caso chiamati a contribuire al benessere comune in maniera proporzionata al loro reddito. E’ evidente per chiunque che togliere, chessò, il 10 % a uno che guadagna 1000 € al mese e ci deve vivere, è diverso che toglierlo a uno che ne guadagna 10.000 €, no? quest’ultimo continua a vivere più che decorosamente, mentre il primo annaspa.
So che spesso si considera di default che uno è ricco perchè ha defraudato qualcun altro: se si è in due con un pollo arrosto, e a uno restano solo le ali rinsecchite, è palese che il resto del pollo sia nelle mani dell’altro. Ma non è detto che si sia trattato di furto: Esaù vendette la primogenitura per un piatto di lenticchie. Credo che possano esistere persone ricche ed oneste, che si sono arricchite per capacità proprie o sgobbando, e non necessariamente alle spalle di qualcuno. Credo sia importante che ad ognuno venga data la possibilità di migliorare la propria vita, questo sì.

Non so come sia andata avanti la trasmissione, ho intravisto una  Fendi, Venditti e Pierluigi Battista, ma non potevo più seguire, mi limito quindi a quello che ho sentito nell’introduzione del programma, e considero come occorra non limitarsi al bel suono della frase, che uno dice Eh si già sono ricchi ma allora cosa dicono di essere sobri, ma anche pensare a cosa significa: le parole sono  uno strumento  e c’è chi le usa con abilità.
Il prete ti chiedeva: Vuoi tu prendere in moglie la qui allegata signorina? Ecco, le domande non sono sempre così dirette… le parole si insinuano, e insinuano.

Piccole macchine crescono.

Appena  compiuti diciotto anni, mi sono iscritta al corso di Scuola Guida, non mi sono posta il problema se mi piacesse o no guidare, lo ritenevo obbligatorio, si cresce, e si prende la patente: alle mie compagne di scuola era sembrato che avessi compiuto chissà quale atto eroico, aver seguito il corso mentre ci si doveva preparare per la maturità.
Diciotto anni, patente, maturità. Questo eroismo sarebbe stato surclassato trentacinque anni dopo da mia figlia: diciotto anni, patente, maturità, e una settimana dopo nasceva Luca.
Papà per la mia maturità (1973) mi regalò  una Fiat 126 blu: le foto delle 126 blu si trovano anche in siti dedicati alle auto d’epoca, e questo non fa bene al mio io.
Sarà che il blu smagrisce,  nella 126 mi sentivo  piccolissima, e dopo aver guidato in autostrada, andata e ritorno Milano Chiavari, tra i camion e le macchinone cattive che mi facevano i fari, morta di paura, l’ho venduta alla mamma di una mia amica cui sarebbe servita per muoversi in  Milano.
Così, col ricavato e la differenza finanziata da papà, cui avrei reso la somma col mio lavoro serale di baby sitter (come diurna non avrei mai retto) passai ad una fantasmagorica Fiat 127 amaranto, così bella che ne ho trovato solo una foto, con questa  tipa che ci sta per svenire sopra, da tanto è bella. Devo dire che a parte il colore – non a caso era in consegna immediata – è stata una felice convivenza per una decina d’anni.  Attraversai l’Italia  per amore una volta in orizzontale, guidando fino a Venezia, ed una in verticale,  sin sulla Sila, per masochismo, visto che poi mi sposai, non con  quello dell’orizzontale.
Se non ricordo male, a decretare il trapasso (notarile) della 127  fu l ‘arrivo di figliolanza nel 1983 e la necessità di introdurre baby pullman e seggiolini sui sedili posteriori attraverso una portiera.  La Citroen Visa,  rossa, mi stufò in breve tempo,  aveva le frecce a quanto pare imprendibili, andavano quando pareva a loro,  funzionavano in modo perfetto quando avvertivano un elettrauto in avvicinamento, in autostrada ed ai semafori invece no.   Quando  ha cominciato a pioverci dentro, tempo una decina d’anni, nel 1994, ho deciso di provare l’americana Ford Fiesta, color grigio antracite metallizzato. Fu la macchina per la scuola guida di mio figlio, e manifestà il suo debole nei finestrini elettrici. Andavano sempre  giù, ma a volte non tornavano più su, ricordo un  agosto, venivo a Milano dalla campagna, e avevo dovuto posteggiare sul marciapiedi attaccata a un muro, lato finestrino giù, perchè nessuno potesse aprire la portiera. 
Poichè il figliuolo manifestava istinti da piccione viaggiatore, decisi di comprare una macchina più sicura, così nel 2004 arrivò la Skoda Fabia Wagon, cui toccarono in sorte gli esercizi di guida della figliuola ;  grazie all’utilizzo comunitario familiare, la  MIA macchina ha anche il merito di essere tra le  più multate di Milano, mi pare sia stata  multata anche a Firenze.  Così, quando  il figliuolo passò le vacanze  in Spagna con degli amici, prese la Fabia e mi lasciò in uso la macchina di uno di loro, ed io scoprii il mio vero unico amore a quattro ruote, la Panda Verde.
Una macchina con 4 ruote, una carrozzeria, i finestrini manuali,  il riscaldamento che fa “freddo, medio, caldo”, i comandi delle luci e dei tergicristalli come dio comanda. Cioè, l’essenziale  che serve per guidare senza complicazioni, perchè io nella Fabia ancora mi perdo, dopo otto anni non so ancora tutte le gradazioni di caldo, mi annodo nelle velocità dei tergicristalli, ogni tanto suona qualche spia, e saranno anche spie, ma tengono il segreto.
Forse ne sono entusiasta perchè l’ho usata solo per un mese… come gli amori estivi, che ti lasciano un bel ricordo.
In ogni caso, di solito non guido volentieri.

tiptop alle crociate.

Oggi pomeriggio nella Sala Bianca del teatro Parenti TornoGiovedì ha organizzato una sorta di incontro e discussione su problemi dell’editoria   #carilibri, in collegamento Twitter e Facebook tipo Tutto il calcio minuto per minuto, solo che  Sabrina Minetti è indubbiamente più avvenente di Nicolò Carosio.
Il titolo #carilibri, hashtag einaudiano, è stato scelto perchè si amano e perchè costano.
Introduce gli argomenti Fernando Coratelli, detto per l’occasione Floris – tra i due quanto ad avvenenza è  invece un bel match – riferendosi ad un articolo apparso sul  Il sole 24 ore di Giorgio Fontana (non l’ho letto nè ne conosco il link),  che riporta come nel 2011 siano apparsi in e-book circa 20.000 titoli e siano stati venduti una quantità che non ricordo di e-reader,con un’ulteriore prevedibile impennata nel periodo natalizio, raggiundendo la cifra di circa 800.000 e-book, calcolati per eccesso, in medio stat virtus. In una sola settimana del 2011 sono usciti tanti libri (cartacei) quanti in tutto il 1950.  E da qui si è partiti con numerose considerazioni  anche squisitamente tecniche, ma non solo.
Innazitutto c’è da chiedersi se non sia eccessiva l’offerta di libri rispetto alla domanda, e questa è una cosa che mi chiedo anche io tutte le volte che entro al Salone del Libro di Torino.
Si considera come la classica filiera dia una garanzia di qualità: cioè l’opera dello scrittore viene editata, curata, pubblicata e distribuita al momento giusto e con la copertina giusta. Successivamente, sul discorso qualità si è tornati, dicendo che non sempre il libro ha un contenuto “degno” solo perchè è lavorato, inoltre, anche l’editor è soggetto a sollecitazioni quali il dover riconsegnare in un breve lasso di tempo etc.
Si parla anche di un rischio di self-publishing in e-book, da parte di quegli autori che non si sentono presi in considerazione da case editrici, e magari hanno una grossa considerazione di sè, si autopubblicano, con o senza editing, certi addirituttura si sono scritti anche il saggio critico.
L’unico risparmio che l’e-book consente è la stampa su carta: diritti, editing, distribuzione, foto di copertina restano: sulla distribuzione resto perplessa.
Il problema grande dell’e-book, secondo alcuni piccoli editori, è la visibilità. Se un libro nello scaffale di una libreria può venir preso e sfogliato e scelto, per un e-book è difficile essere notato nel gran mare di Internet se non è nella prima pagina delle offerte di case editrici o centri commerciali (su questo, mi permetto di dissentire, come si guardano gli scaffali, uno può anche guardarsi i cataloghi su internet: questione di abitudine, conosco chi lo fa). Alcuni librai presenti chiedono che il lettore sia libero di comprare quello che vuole e dove vuole: le librerie delle grandi case soffocano i librai indipendenti, che rivendicano anche un loro ruolo nelle scelte  e nel suggerire le letture ai clienti che chiedono consigli. Nella classifica di vendita degli  e-book i primi tre titoli coincidono con il cartaceo, gli altri sono testi che non riuscirebbero a essere pubblicati in carta (questo mi sembra una buona cosa), ma i  piccoli editori temono l’ingresso dei grandi nella pubblicazione digitale.
Un autore rileva che da quando legge in internet, la sua capacità di concentrazione nella lettura è diminuita, tra testi e collegamenti, ha difficoltà ad arrivare in fondo alla pagina, e questo sta accadendo anche sulla carta.
Viene fatto cenno alla difficoltà a reperire libri di poesie in vendita, segnalando che alcuni blog tematici  mettono a disposizione l’e-book, ma qui si metteva in guardia sulla qualità (però, uno compra l’e-book avendo letto in blog, quindi lo conosce e gli piace), in alcuni blog esiste una redazione che li cura, in altri no.
Emergono anche problemi tecnici, se ho ben capito, ci sono device che van bene con tutti gli e-books ed altri con solo quelli del proprio marchio, e ci sono standard per Android, Amazon etc, ed è difficile raggiungere uno standard che vada bene per tutto.  Ci si chiede se siano uno strumento alla portata di tutti, dal giovane all’anziano, e se non sia lo scrittore stesso a smorfiarsi di essere pubblicato in digitale anzichè rilegato in cartoncino.
Insomma, i toni erano un po’ come se ci fosse una sfida tra il libro di carta ed il libro digitale, e si osservava infine come fossero due cose diverse, destinate, con ogni probabilità ad un mercato e a un utilizzo diverso, e possono benissimo coesistere:  difficilmente nella nostra generazione assisteremo alla morte del classico libro (poi, io ti voglio vedere andare in spiaggia con l’e-book, tra sabbia e sole a picco… semmai in autobus, può esser comodo) nel futuro più futuro si vedrà: certo non possono sparire i libri per bambini, e credo neanche certe edizioni d’arte, e gli e-reader di e-book di ricette avranno lo schermo schizzato di uovo zucchero e farina, come le ditate sulle pagine dei libri di cucina.
Di mio pensavo, quale lettrice, che bello, tutte queste persone lavorano per me… io sono l’utilizzatrice finale. Ho trovato solo verso la conclusione dell’incontro  il coraggio di partecipare alla discussione, raccontando che ho dei libri da sempre, mentre la videoteca che mi ero fatta con i VHS ho dovuto buttarla via, e anche le musicassette,  avevo un blog e mi hanno chiuso la piattaforma,  insomma bisogna tener conto dell’innovazione tecnologica  del mercato, non spendo per un e-reader e gli e-book che poi mi cambia la tecnologia e non li posso più usare. Secondo me occorre andare oltre a questi due strumenti, e poter scaricare, magari a pagamento, da internet sui propri aggeggi in uso, senza mille tecnologie diverse, poi, chi vuole i libri i carta, prenda i libri di carta. E’ vero che fanno così per obbligarti a comprare, ma non ci casco più. E la diminuzione di costi ci sarebbe, perchè  lasciamo i diritti agli autori ed agli editori, si risparmia in carta e distribuzione, intendendola sia come percentuale ai distributori, che nel senso di merce viaggiante.
Alla conclusione dell’incontro, è stato offerto l’Happy Hour Book, secondo il rituale di TornoGiovedì, con vino buono, ed alla presenza di Cappuccetto Rosso e del Gatto con gli Stivali.

Ogni tanto, qualcosa di magico.

Il venerdì 17 non è sempre un giorno in cui tutto va di sfiga, anche se capita di sbagliare uscita in tangenziale, e  non si ha magari la chiave per entrare al Vanghè, e capita di aspettare un po’.
Ad esempio, per me è stato il giorno in cui ho ascoltato Milena Prisco leggere in modo struggente il suo testo, Marco Cavallo è vivo, accovacciata nella quasi totale oscurità, e mentre seguivi il suo tormento, Stefano Giorgi tracciava magie sul telo alle spalle di Milena, in una sintonia perfetta, di immagini, di parole con i suoni padroneggiati da Roberta, il nitrito di Marco Cavallo, il pianto e stridor di denti del luogo dove delle persone – sostantivo non scelto a caso -sono tenute in contenzione.Ancora adesso, dicono gli addetti ai lavori, nonostante la legge Basaglia e nonostante sia idea comune che i matti ora son tutti sguinzagliati in giro, che se ti guardi intorno, o leggi certe cose, pensi anche che sia vero, ma non sono quei matti lì, di Basaglia.
Stefano il mago ha aperto una cappelliera, tutta illuminata dentro, e tracciava segni su un vetro, e quei segni si animavano sul telone, e due biglie correvano  in un coperchio di plastica ed erano occhi sgranati sullo schermo, e gocce di colore che si scioglievano nell’acqua spiegavano il malessere che si sentiva dentro, ed il sogno di libertà, e il coperchio ondeggiava e la marea si ingrandiva sullo schermo. Una magia con qualche pennello, coperchi di plastica dei cioccolatini, qualche sagoma ritagliata, Marco Cavallo con le lunghe zampe e la bambina aggrappata, per correre oltre il cancello, dove ci sono gli alberi verdi.

E poi, Marco Cavallo esiste davvero, era un cavallo, ora è un simbolo, e finchè ci si crederà non morirà.

 

Il gusto del tulipano.

Non mi sembrava fossero in offerta, ma oggi all’Esselunga in quasi ogni carrello c’era un mazzo di tulipani. Nel mio no, perchè da quando ho i gatti, ho perso il gusto ad avere fiori e piante in casa,  li mangiano, e capita che rovescino maldestramente il vaso, è indifferente che sia pieno d’acqua o di terra.  Resiste il fico beniamino in cucina, quello del salotto non ha invece retto all’infanzia della gatta, che ci si appendeva e lo rovesciava sul divano.
Da bambina avevo una passione smodata per i tulipani, li vendevano in vasetti fuori dalla chiesa alla domenica, e facevo i capricci col papà perchè ne volevo uno; la volta che mio padre si era deciso ad accontentarmi, non sapevo scegliere se rosso o giallo o rosa: adesso ci sono anche blu. Gino Bramieri cantava Tulipan.
Due signore anziane, con il cappello, il carrello e i tulipani d’ordinanza, si fermano davanti alla sabbietta dei gatti.
– Non c’è la Sanycat…
– Ma questa è buona, sai, l’unica cosa è che è un po’ scura.
“Mah!” sinora  indifferente alla colorazione della sabbia per i gatti, considero come indubbiamente la Sanycat alla lavanda, grigiastra coi puntini lilla, sia un filo più elegante dell’altra.
Riconosco le due signore davanti a me, alla cassa. Una ha un fare un po’ più spavaldo, disinvolto, l’altra è più minuta e timida, forse la prima è single e la seconda vedova, insomma, adesso devono essere tutte e due sole con il loro gatto e si raccontano le imprese di quello di un’altra signora, che ” ora va sempre a stare sotto il lavandino” il gatto, non la signora, credo-  Nel loro carrello c’è la rivista Due più, e mi viene da sorridere, sono anni che non ne apro una, mi ricordo che una volta trattava molto di sessuologia e problemi di coppia: adesso, dalla copertina ho l’impressione  che sia diventata  tipo  Chi, o  Novella2000, ora Duepiù forse  sta per  Luileil’altro.

 

Impressioni Sanremose.

Confesso… mi sono piazzata in cucina col pc, un occhio al pc, un occhio alla tv, magari anche un orecchio, trattandosi di Festival della Canzone.
Goran Bregovic schiocca le dita alla sua orchestra, ha un piglio da domatore con i suoi leoni, ma  Romagna mia non gli si addice, credo si addica a ben pochi.
Le rughe sono dappertutto a Sanremo, a Morandi gli hanno invaso anche la voce.
Al Jarreau non l’avevo mai visto, e mi ha lasciato un’impressione dolcissima, non tanto per il canto, era la canzone del Padrino, “Parla più piano”, alla canzone non ci facevo più tanto caso, guardavo quest’uomo, come si muoveva, attentissimo, con una quasi  timidezza, come si appoggiasse appena a terra,  ed aveva un tale sorriso, che sembrava venir da un altro mondo, che non c’entra  niente con lo spread e moody’s e l’art. 18 e i bunga bunga.  Forse è un angelo, che mica debbono essere sempre con capelli riccioluti in una profusione di azzurri e di gialli oro.
Credo che con quelle luci che partono con la musica, tempo dieci  minuti mi verrebbe la frenesia di levare le tende.
Ora Lucio Dalla, si è seduto al piano, e non lo si vede più. Mi viene in mente il mio amico di secoli fa, Glauco, a Chiavari, che era bassissimo e aveva una mini minor, e quando vedevamo arrivare una Mini vuota, era lui.
Morire che mi ricordi il nome di un cantante o un titolo per più di trenta secondi.
Questa serata mi sembra più ordinata della prima, meno fumosa, mi sembra meno anche l’invasione pubblicitaria.
Che il Festival delle rughe continua, ma Patti  Smith è Patti Smith, e anche Because the Night e poi le rughe mica bisogna vederle negative, sono solo un segno del tempo, come la corteccia degli alberi.
A volte, il viso invecchiando avvizzisce, ma nel reticolo di rughe gli occhi continuano a brillare, la bellezza non lo abbandona: ci sono visi che diventano invece maschere deformi, saranno forse persone che non si sono volute bene.
Per esempio Loredana Bertè, che non so se ammirare per la tenacia e il  dolore intrinseco della sua persona.
E comunque, il Festival, importa per la musica, mica per le manfrine, e stasera è stato gradevole, e poi non c’era il sermone, che veramente, anche quello ormai sembra di un altro pianeta, e non  lo stesso pianeta di Al Jarreau.
Irene Fornaciari ha la voce vuota, ma forse dovrei sentire qualche cosa d’altro di suo, o di altro genere.
Stasera è stato bello probabilmente perchè non erano canzoni per Sanremo, che quando le ascolti pensi che non si può più scrivere nulla di nuovo, le ascolti e le senti stentate, tipo   si son seduti lì al tavolino,  ora componiamo: (proprio con i due punti) non lo dicono, ma c’hanno due dadi,  con scritto amore cuore braccia labbra cielo pioggia gelo ruvido lontano pensiero lasciato  piccioni. Qualche volta una canzone riesce, e spacca.

Almanya – Willkommen in Deutschland

Ho deciso di abiurare il titolo italiano di questo film, “Almanya la mia famiglia va in Germania”, la rima è assolutamente orribile e fa pensare al film stupido da cassetta: questo, ha fatto cassetta ma non è stupido. E’ anche vero che il titolo, tradotto letteralmente, riporta ai Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord.
E poi, se è vero che la famiglia di Huseyin Yilmaz va in Germania, nel film va anche in Turchia, e una delle ultime inquadrature del film riporta una frase gentilmente tradottami dal mio multilingue figliolo, cioè la Germania del dopoguerra aveva cercato forza lavoro, ed erano arrivate persone: e questo sa un po’ di benvenuto, no?

Storia in breve: in Turchia Huseyin fatica a mantenere la moglie e la figliolanza, sente parlare della Germania che cerca lavoratori, ci va,  e poi ci porta tutta la famiglia; il giorno in cui lui e la moglie hanno ottenuto dopo anni e anni di attesa il passapporto tedesco, annuncia alla famiglia di aver comprato una casetta in Turchia per le vacanze e costringe tutta la famiglia ad andarci, perchè ognuno aiuti a ricostruirla. Questo il nocciolo, ma la storia, condita con stupori, con filosofie e problematiche dell’infanzia, con amore,  realismo ed incubi notturni,  ha dei momenti di autentica comicità, come di commozione, tant’è vero che in sala, in un giorno qualunque di Milano, che non è Berlino, nè Cannes, alla fine della proiezione molti hanno applaudito, e non mi ricordo che sia capitato prima per altri film. Ho una mia spiegazione… uno entra nel cinema con tutta la sua carica di problemi, e Monti, e l’articolo 18, patrimoniale sì patrimoniale no, e il Concordia, e la Deaglio, insomma, con tutte queste tensioni e ingiustizie, uno guarda questo film, ride, gli scende di nascosto qualche lacrima, piange, assume una dose di ottimismo e dimentica per un’oretta e mezzo tutto quello che c’è fuori dalla porta del cinema, e applaude, l’applauso anche come scarico di tensione, insomma, e comunque meritato.
Da non dimenticare l’insegnamento di Husejin: Noi siamo quello che c’è stato prima di noi, e siamo quello che ci sarà dopo di noi. E’un’affermazione pregna di responsabilità, ed in effetti si è soliti sentir dire in giro solo la prima parte, come scusante.
Sono andata a vedere questo film perchè me lo ha proposto mio figlio, senza saperne niente, anzi, il titolo non mi ispirava, la trama un po’ di più, mi ero fatta l’idea che fosse qualcosa tipo ” Il mio grosso grasso matrimonio greco” e quindi poteva essere almeno divertente. Ecco, se anche  Almanya tratta di immi-emi-inte- grazione come l’altro, è certamente a un gradino superiore. Per me sconosciutissima la regista, Yasemin Samdereli, e sconosciutissimi gli attori, mi sono sembrati tutti pregevoli, perfettamente dentro ai loro personaggi, che non ci pensi più che sono attori, pensi che son direttamente loro, e credo che questo succeda quando si sa recitare. Il paesaggio tedesco non appare,  mentre il brullo paesaggio turco punteggiato di caprette, più volte ripreso,  sembra via via sempre meno brullo, rivelando vallate e, in fondo, il mare, il tutto amalgamato da una colonna sonora che immagino composta con ingredienti ottomani,  e nella quale avvertivo assonanze balcaniche, ignorante come sono di musica turca, che non sia la marcia turca mozartiana  del Carosello di Angelino Super Trim, il mio preferito da bambina.

Grafia

C’era una volta, tanti anni fa, nelle riviste incantate, la posta del cuore, l’oroscopo e la rubrica di grafologia.  Ora, posso sbagliarmi, non ci sono più riviste incantate,  credo che anche la posta del cuore sia in fase calante, sostituita dalle chat,  vanno sempre alla grande invece gli oroscopi, perchè in qualche cosa bisogna pur sperare. Non sono appassionata agli oroscopi, ma so che vanno fatti seriamente, con ascendenti,  cuspidi e un sacco di accessori, e mi stupisco di quelli redatti in tre righe, tipo previsioni del tempo, indifferenziati, cioè, se sei del Leone oggi sei fortunato in amore,  e allora zac, quel giorno lì tutti i Leone inciampano nel partner ideale, magari i Vergine ai quali è stata predetta, per quel giorno, eterna sfiga.  Poi mescolano i caratteri di stampa, e il giorno dopo i Leoni avranno eterna sfiga ed i Vergine saranno fortunati in amore. Che poi le cose son sempre quelle quattro lì, amore, soldi, salute, lavoro. Cioè, “oggi adotterai un gatto randagio”  non lo tengono mai in considerazione.   Ma non pensavo agli oroscopi, quando ho cominciato a scrivere su questa pagina bianca, pensavo alla scrittura a mano, e che anche le rubriche di grafologia mi sembrano quasi scomparse, quelle che determinavano  il nostro carattere in base all’entusiasmo con cui si sciorinavano i puntini sulle i, tipo. Giusto nel lavoro, mi è capitato di vedere perizie calligrafiche, che sono però un’altra cosa dalla grafologia.
Capita sempre meno di tenere la penna in mano, che non sia per apporre la propria firma, o per compilare caselle in  stampatello, calcando bene, o in carattere tipografico minuscolo, quando  annoti un indirizzo e-mail.  Noi donne ci salviamo con la nota della spesa.
Così, utilizzando il pc, abbiamo perso tutti quel  viziaccio di rosicchiare le penne e le matite, buttandoci sulle caramelle di liquerizia,  più dure di un chicco di mais crudo, o alle cicche ripiene, che sicuramente verranno surclassate dalle più nuove 3D.

 

 

Cos’abbiamo nel negozio

Luca (tre anni e mezzo): Papà, tu cos’hai nel tuo negozio?
Papà: Il papà c’ha la…. benzina.
Luca: Mamma, tu cos’hai nel tuo negozio?
Mamma: La mamma ha macchinari per fare cose di plastica, le macchinine e le siringhe!
Luca: Nonno, tu cos’hai nel tuo negozio?
Nonno: Il nonno ha telefoni e cavi.
Luca: Nonna, tu cos’hai nel tuo negozio?
Nonna: La nonna ha tanti tanti fogli di carta. E tu Luca che cos’hai nel tuo negozio?
Luca, ci pensa un po’, sorride che gli vengono le fossette sulle guance e dice: Non lo so.

Ma si sa, che quando qualcosa diverte un bambino, questo lo ripeterebbe all’infinito, ed allora si ricomincia.

Luca : Papà, tu cos’hai nel tuo negozio?
Papà: Il papà c’ha la…. benzina.
Luca: Mamma, tu cos’hai nel tuo negozio?
Mamma: La mamma ha macchinari per fare cose di plastica, le macchinine e le siringhe!
Luca: Nonno, tu cos’hai nel tuo negozio?
Nonno: Il nonno ha telefoni e cavi.
Luca: Nonna, tu cos’hai nel tuo negozio?
Nonna: La nonna ha tanta tanta carta.  E tu Luca che cos’hai nel tuo negozio?
Luca: Bombe!

Ora, siamo tutti più tranquilli.

Ci sono libri generosi.

Vicolo del Precipizio, di Remo Bassini, Ed. Perdisa pop

Ho fortunosamente finito di leggere oggi il libro, tra mille brandelli di tempo, e pensavo no, un libro non si può leggere così, ma non volevo ricominciarlo daccapo, subito: ho preferito  arrivare alla fine, avere l’imprinting della prima lettura, la seconda ti porta a ragionare di più, non solo a cercare le cose che avevi perso, e sono sicura che di cosine piccole, di  pennellatine, me ne sono sicuramente sfuggite, e anche di quelle parole semplici, buttate lì, che ci ritorni sopra, e ti aprono, o riaprono, un mondo, quello dei ricordi.
Vicolo del Precipizio è indiscutibilmente un libro di Remo Bassini, fitto di sigari toscani, le cui volute di fumo sprigionano – o celano – luoghi e volti, le donne.
La Mimma solida come come una strada maestra, l’amletico duello tra Magda e Cristina, Alice condannata a diventare ricordo ancor prima di essere stata, Lucetta seduta alla scrivania.
“Le cose, per farsele piacere, bisogna lasciarle”, il piacere vissuto  come presente fuggitivo,  ma imperituro nella nostalgia, il desiderio incompiuto perchè possa continuare ad essere sognato, i ricordi, insieme ai mezzi sigari ed alle sigarette sono un segno distintivo della sua narrativa. Poi, Remo Bassini ha un suo modo di raccontare le cose che amo moltissimo,   senza urlare,  da giornalista che osserva i fatti, consapevole che la vita è fatta di momenti belli,  e di ingiustizie, debolezze.  vigliaccherie e tradimenti:  lo sguardo del protagonista  è prima di tutto umano, che si rivolga alla vita cortonese  o  all’editoria, ma quando lo  rivolge  verso sè stesso, diventa  impietoso e tormentato.
Leggendo delle storie di Cortona, non sapevo più se stavo a un tavolo di trattoria a contarcela su o nel Decamerone, il Lucarone e la Nina li ho inventati, dice lo scrittore Tiziano, e il bar della Caterina, penso al “Quaderno delle voci rubate” letto ormai un po’ di anni fa, e mi sembra di sentirne l’eco.
Su due frasi in particolare mi sono soffermata a pensare, una nelle prime pagine del libro: Il padre di Tiziano, il protagonista,  dice “A un certo punto della vita, voltandoti indietro, vedi che restano solo i ricordi” non ho potuto non pensare alla mia anzianissima madre, la vita diventa una faccenda dolorosa quando i ricordi li vedi invece  sempre davanti, senza bisogno di girarti,   perchè  ti mancano le energie oltre alla mera sopravvivenza,  e quelli che ti sono cari se ne stanno andando prima di te,  e l’attesa un po’ mette paura, un po’ sembra ingiusta e interminabile.
Ed ancora, il protagonista si incontra con Magda,  e questo incontro non sortisce nel modo in cui il protagonista, ed anche il lettore, un pochino si aspettavano…
“Non è stata una gran cena: avevamo ricordi diversi, Magda ed io” sintetizza benissimo il silenzio e l’incomprensione, lo scorrere parallelo di strade nate da una diramazione.  Capitò a Milano,  per lavoro,  coi capelli ingrigiti,   quello che era stato sempre il mio grande amore romano,  e fu una sensazione particolare durante la cena con lui,  le parole e i cenni avevano già un loro significato, ritrovato, mentre quando conosci qualcuno di nuovo c’è tutta una specie di  esplorazione semantica. Allora parli e parli,  e scherzando si arriva al discorso di cosa non era andato,  e scopri dopo trent’anni che la tua vitalità gli faceva paura, temeva di non stare al passo, e comunque va bene così, si stava bene a cena, a parlare, e sembra che il tempo non sia passato,  e mentre ti racconta di sè, pensi che aveva ragione lui, perchè forse ti saresti annoiata di una vita troppo ordinata e perfetta,  e insomma, quello che ti resta, dopo l’incontro, è che non lo sogni più. E da allora penso che certe cose del passato debbano stare nel passato, perchè il presente non è la loro cornice giusta… e anche la  villa di Baveno del nonno, tutta ristrutturata dagli attuali proprietari, non sono proprio  curiosa di vedere come è adesso, sono terribilmente gelosa dei miei ricordi di quella casa, non voglio che mi vadano via.

E così, mi sono accorta che della trama non ho detto nulla,  pazienza… ci sono libri per i quali è fondamentale, la storia ti avviluppa, ed altri, quelli generosi, che non ti tengono stretta lì a vedere cosa succede dopo, e ti fanno volare via con loro.