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Qualche pensiero dopo L’Avaro.

Quand’ero ragazza l’andare a teatro era un avvenimento,  non era  cosa che si potesse improvvisare, o si potesse andare vestiti come capita: ai tempi erano i grandi teatri, il Manzoni, il Nazionale, il Piccolo… perfino la Boheme alla Scala, non avevo assolutamente idea che ne potessero esistere di piccoli, piccoli davvero,  o piccole compagnie, nè mi sfiorava il pensiero che gli Strehler non nascessero già Strehler,  e gli autori non fossero Brecht, Shakespeare, o Goldoni.
Era comunque un’emozione speciale.
In ufficio un giorno arrivò Silvio, un collega con cui feci buona amicizia, diverso dal bancario tipo – e quando mai non andavo d’accordo con le persone più bizzose?  Lo accompagnai un pomeriggio dopo l’ufficio a iscriversi al corso di mimo di Quelli di Grock, all’epoca erano in via de Togni, a Milano, a un passo da casa dei miei zii.  Un periodo di prova di tre mesi,  un piccolo esame per decidere se continuare o no.  insomma, Silvio riuscì a convincermi ad iscrivermi: mi sentivo già allora incapace di stare in pubblico, il fatto che i mimi per lo meno stessero zitti mi era sembrato rassicurante.   Ma non era cosa per me, mi sentivo strana, e inadatta: una ragazza che già si sentiva strana nell’atteggiamento necessario per fumare una Muratti, figuriamoci a far finta di tirare funi e cose così.

C’è da dire che continuai a cercare il teatro, come spettatrice, fino a quando diventai madre, quando cioè verificai sul campo l’efficacia delle leggi di Murphy:  qualunque cosa tu organizzi prima, e soprattutto se ti vincoli con una prenotazione, ecco, per quel giorno o sera che sia,  i tuoi figli hanno, minimo, o l’otite o l’acetone.
Ora, quasi vecchietta ma non ancora pensionanda,  mi ritrovo a dare una mano con incombenze varie  in un’associazione e in uno spazio dove si respira teatro, teatro ed espressione artistica, e penso che non vorrei  occuparmi d’altro. Vorrei, ma non posso, non posso ancora, non posso fare a meno del lavoro nè di  continuare a sperare che il lavoro non possa fare a meno di me.
Sto imparando a conoscere questo mondo, anzi, universo,  e il mio sguardo ora è molto cambiato,  è mutato in mezzo  a visi,  persone,  idee,  ascolti.
A riprova della ciclicità della vita,  oggi sono andata a vedere uno spettacolo al teatro LeonardoL’ Avaro di Moliere, di Quelli di Grock (ehilà, nel 2014 quarant’anni di vita della compagnia!)  un classico rivisitato, nel quale si mescolava la commedia  e la vita degli attori: se non avessi letto della commedia sul sito del teatro, non avrei saputo  che si trattava della commistione con un’altra opera di Moliere, meno nota, L’improvvisazione di Versailles, un’idea  allegra e ben venuta.
La vicenda credo sia nota al mondo, e non sto a raccontarla… guardavo lo spettacolo e volevo cogliere cosa mi piaceva tanto del teatro.
Una cosa l’hanno detta gli attori alla fine dello spettacolo. “Accade tutto qui”.
Infatti.  Tutto si svolge sotto ai tuoi occhi. Un po’ come i giochi dei bambini, “facciamo che questo è un castello, tu sei il coccodrillo ed io il cavaliere”…  sineddoche, simboli. Una poltrona e un tavolino sono un salotto, e non ti accorgi che non ha le finestre, non ci sono ma è come le vedessi.  Sei attivo, completi le parti che mancano,  e parimenti ridi per cose per cui, a freddo, probabilmente non rideresti, rideresti solo per compiacere  chi le racconta.  Qui… allora, scatta un legame con l’attore, direi.   Parlo del ridere perchè quella di oggi era una commedia.
E poi resto affascinata dai movimenti, che sono un linguaggio ulteriore, i linguaggi sono costituiti da simboli, segni, no?  Movimenti che son spesso come una danza, come una ginnastica, appunto,  artistica.
E infine i costumi. Camiciola beige, culotte a righe, e sono i guitti, gli inservienti. Con un cappello diverso sei cuoco o cocchiere.   Con un giacchino di velluto diventi il segretario, con un giacchino dorato il figlio dell’avaro, con una gonna lunga e una cuffia la modesta Mariana, con un cappello vistoso e due gote rosse  la combinatrice di matrimoni Frosina.
Credo sia questa magia qui che mi piace tanto, questa alchimia così semplice e vitale.

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Ricetta estiva

Prendete un’anguria, portatela in cucina.
Appoggiatela su un carrellino.
La gatta entra in cucina e si spaventa da morire vedendo quel coso verde minaccioso che prima non c’era, diventa lunga un metro, annusa circospetta, oscillando il capino da destra e sinistra, e se ne va, non convintissima.
Se non avete il frigorifero portatile per angurie, togliete dal frigo tutto quello che c’è e metteteci l’anguria: l’anguria si gusta meglio a temperature esterne intorno ai 36°-40°. Potete anche riempire la vasca da bagno di acqua fredda e mettercela, il nipotino alla sera sarà entusiasta di giocare con una astronave invece di paperelle e mini-pony.
Un’ ora prima di uscire di casa portando l’anguria da offrire nella serata, toglietela dal frigo, appoggiatela in piedi sul tavolo di lavoro,  controllate che stia ben ferma e tagliate come fosse un coperchio l’estremità opposta.
Ora, dovete solo svuotare l’anguria e tagliare il contenuto a pezzetti tipo macedonia, senza i semi, aggiungervi qualche cucchiaiata di zucchero e servirla dentro l’anguria stessa, usata come mastellone, e qui potete sbrigliare la vostra fantasia, sfoggiando  finalmente il corso di scultura che avete frequentato dieci anni fa prima di impiegarvi chessò alle poste.

Io ho optato per il sobrio mastello liscio.
Ora, per svuotare l’anguria, prendete un lungo coltello e passatelo al confine tra il bianco e il  rosso. Capovolgetela pure, non uscirà neanche un pezzo d’anguria. Allora con un coltellino tagliate uno spicchio più piccolo, guantatelo, cederà. Mettetelo in una terrina grande, perchè dovete andare avanti a togliere il resto. Ce la farete con Il coltellino, le mani, la paletta della torta, un cucchiaio. Poi, se volete allisciate col coltello il bordo interno, ma  a quel punto state già odiando l’anguria, posate il coltello grosso, state per diventare pericolose. Vi verrà anche il pensiero “forse dovevo usare un cavatappi”. Pensate anche: ma come ci stava dentro nell’anguria tutta quella roba lì? Niente paura, è la stessa sensazione quando cambiate casa e vi preparate per il trasloco.
Rincuoratevi: la gatta per tutto questo tempo ha fatto il tifo per voi, è soddisfatta della vostra vittoria.
Ora, dovete fare a pezzi piccoli, tipo macedonia, l’interno dell’anguria testè estratto, togliendo i semi. Dopo un po’ che lo state diligentemente facendo, vi accorgerete che dovevate cominciare due ore prima di uscire, non una sola, quindi, ricordatevelo per la prossima volta Ora siete in ritardo, non importa, dovete riempire l’anguria a un livello decente, avevate detto che portavate al Van Ghè l’anguria ora non potete andare senza.
Cospargete un po’ di zucchero, mescolate, chiudete con la pellicola cellophane e mettetele il suo coperchio, il pezzo tagliato all’inizio.
Andate, con un bel sacchetto robusto che non perda, mettete l’anguria nel seggiolino del bambino e… buona serata!

senza titolo

La solitudine è un sentimento strano e contradditorio, non a caso ti coglie quando sei in compagnia, o sei in mezzo a una folla, e poi esser soli, proprio soli non è facilissimo. Perchè quando ti senti solo, tu non lo sai, ma c’è magari qualche affetto in giro che tu non hai mai immaginato, e sbuca che tu non lo aspetti.  Ma la solitudine non c’entra neanche con l’affetto. Forse c’entra con la paura. Io ho paura. So anche che le cose le affronto, ma non è che non le tema. La solitudine peggiore, forse, è sapere che nessuno può aiutarti,  e tu non sai da che parte andare. Di là c’è la paura, di qua, un muro.
Mi ritrovo al buio, con la luce del pc e una lampadina fioca, perchè andandosene a dormire il capofamiglia ha spento lo spegnibile. Me no, non c’è ancora riuscito, qualche volta ci va vicino.
Sento lontano rintocchi leggeri, di una campanella, guardo l’ora, 0.01. Un pizzico di paura ce l’ho, il paranormale è sempre stato affascinante, forse un po’ ci credo.  Poi mi ricordo, sono i riti buddistici del capofamiglia, seguirà la litania, il cane chiuso fuori dalla porta della camera.
Vorrei ci fosse ancora mio padre, la sua esperienza… la certezza che penserebbe il meglio per me. Mi protegge. E’ via dal mondo da quasi trent’anni, ma sono sicura che mi darebbe i consigli giusti. Sono sicura che non si stupirebbe di Facebook e degli immigrati e di Moody’s.
Il meccanismo è sempre lo stesso, è inutile che ce lo nascondiamo, che appaiano i Grilli e così. Adamo ed Eva, Caino e Abele, Esaù e Giacobbe e i mercanti nel Tempio  si ripeteranno all’infinito.
Così, scherzando su Facebook ho riascoltato Elettrochoc, suonata da Mauro Sabbione, e mi son trovata a desiderare che non finisse mai, avrei voluto esser di nuovo immersa nel concerto di sabato scorso. La musica a volte questi scherzi li fa, che ti commuovi. Un po’ come quando vedo il mio lago.

Live after Live for Van Ghè

The show must go on. “ho dimenticato il plettro, tu ne hai uno? ” no non fumo e non suono la chitarra  “quando arrivi fammi uno squillo” , “sei lì?  chiedi al bar di fianco se ci possono dare del ghiaccio, solo se possono, poi arriviamo noi” “sì possono” “siamo in ritardissimo, riesci a fare andare la lavapiatti per spolverare i bicchieri?” No, non riuscivo, tasto “eco”, manopola, ma “on”? La manopola non faceva scattare nulla, il contatore era sul rosso, le spine erano dentro…  Un pensiero, all’inizio le poesie,  le poesie recitate su rumore di lavapiatti dietro il sipario,  siamo troppo avanti qui al Van Ghè… Per fortuna l’intervento del primo uomo arrivato  – una ragazza pisolava sul soppalco, si era svegliata, ma non avevamo risolto-  schiaccia il tasto giusto, di fianco a quello “eco”. Poi arrivano gli strumenti… tutto pieno di strumenti. Laura si allunga sul trabattello a orientare le luci, i leggii sbocciano come fiori in primavera, si allungano i gambi. Perfetto, siamo pronti, peccato che le cibarie son bloccate in tangenziale. Comincia ad arrivare gente, e poi ancora gente, tutti che si salutano, si riconoscono, si abbracciano … ma ci guardo:  siamo tutti noi, ma dico, uno di pubblico, uno? Arrivano le cibarie, e il buon vino, e il registratore di cassa a riempire la tavola decorata con fiori, origami colorati creati dalla ragazza che non pisolava più. E del meccanismo dei  buoni e tagliandini, si capisce nulla, è la prima volta che proviamo a far così per le consumazioni. La scaletta, il mio memo degli artisti scritto su un pezzo di carta, poco più che un francobollo, tutta rigirata che nessuno ci capiva più niente.
Ma alla fine ci siamo stati tutti, e il pubblico, e il violoncello, e l’insolito piattino di taleggio e cachi della Divinacomida, e grazie alla poesia di Francesca Genti,  Manuela Dago e Paolo Gentiluomo, a Roberto Deangelis, a Patrizio Luigi Belloli, alla recitazione di Camilla Barbarito   e di Pasquale Conti, alla musica di Giangilberto Monti, Alessio Lega, Balen’ Arrubia, Matteo Passante, Cesare Livrizzi, agli accompagnamenti di Fabio Marconi e Guido Baldoni, e il gruppo Monteforte, Tripodi, Viganò,  Minguzzi sempre disponibile a coccolarci  mirabilmente con le loro note. Ma grazie davvero!

LIVE for VAN-GHE’

LIVE FOR Van-Ghè

L’ Ambulatorio d’Arte Van-Ghè organizza e promuove spazi e tempi di godimento delle arti, nell’intento di promuoverle a lavoro quotidiano.

Van-Ghè raccoglie, dagli ambiti di riabilitazione psichiatrica in cui lavora, l’esperienza della cura quotidiana e trasversale per un pensiero che si adoperi a restituire la realtà, sostenendola.

Venerdì sera 5 ottobre 2012 a partire dalle 19.00 al Van-Ghè verranno a trovarci tanti amici affezionati e sostenitori,
Camilla Barbarito, Patrizio Belloli, Pasqualino Conti, Manuela Dago, Roberto Deangelis, Francesca Genti, Alessio Lega, Cesare Livrizzi, Giovanni Monteforte, Mimmo Tripodi, Matteo Passante, Maddalena Bianchi, Mino Di Martino, Christian Sgarella ed altri ancora…
Ed anche tu, ci contiamo!
Gli artisti si alterneranno in compagnia di buon cibo e ottimo vino.
La serata è organizzata per raccogliere fondi per l’attività dell’associazione.
Il prezzo del biglietto sarà di € 10,00, comprensivo della tessera associativa valida un anno; il prezzo delle consumazioni sarà a partire da 1 euro per il vino e 2 euro per le vivande. Ci sarà anche la possibilità di acquistare abbonamenti per la stagione 2012/2013.
Al Van-Ghè ti aspettano!  passa-parola!

Via privata Bastia 15 -Milano
(zona Ripamonti, angolo via Serio)

tram 24, filovia 90-91, 92

l’ex Macello (mica la macelleria sociale)

Del 25 luglio devo ricordarmi innanzitutto piazza Bologna, ore 18.55, probabilmente sono stata fotografata e mi arriverà la multona con cui mi levano i punti della patente. Stavo guardando dove andare in località semisconosciuta, e non mi ero accorta che c’era un semaforino, quando ho sentito ringhiare dei motori che si stavano avventando su di me… ho fatto una volata portandomi in salvo, ma che batticuore. Viale prima Lucania, poi Puglia, poi Molise… in punta di ruote cerco il 68, al 60 titubo, le macchine posteggiate sembrano infittirsi, posteggio. Arrivo al 68, mi siedo sul lato della scalinata, aspetto Laura. Davanti al Macao c’è un bel posteggione libero,: inevitabile, Murphy è sempre con me.

Aspetto Laura.   Qualche gradino  sopra è seduto un tipo, mi pare di averlo già visto, chissà in quale epoca della mia vita. Penso che invecchiando sto ringiovanendo, sto facendo cose che da ragazza non ho mai fatto, tipo questa, andare in un centro sociale che okkupa l’ex-macello. Ma anche il tipo sopra mi scruta, poi mi sorride. Il tipo sopra, Fiorenzo, si è ricordato dove mi ha visto,  a una riunione del Vanghè, aspettava Laura, e stava pensando che invecchia ringiovanendo, facendo cose che da ragazzo non ha mai fatto, tipo entrare in un centro sociale che okkupa l’ex-macello.

Entriamo seguendo Laura, e  mi sembra bellissimo, e tutto pulito e ordinato, nei limiti di un recupero dallo stato di abbandono.  Stanno scattando una foto, ci sono le lampade, il telo, la modella che si siede sulla chaise longue, è al sole.

Troviamo il tavolo del bando già nomato “cura”, ora “disagio mentale”, troviamo anche un Ferdinando,  troviamo un po’ di altri.  Insomma, di progetti su questo argomento, al Macao ne sono arrivati un po’, bisogna studiare come svilupparli. Non sono tutti presenti, complice l’agosto alle porte, si teorizza molto, cercando una strada da percorrere, perchè non c’è ancora una formulazione su cui lavorare, ed a questa dobbiamo pensare, a costituire una pallotta d’argilla, la costola da cui partire.   Comunque,  è assodato che il problema del disagio c’è, e l’arte si è dimostrata un ottimo coadiuvante,  se non la medicina stessa. Sono presenti alcuni che lavorano nel settore, due musico-terapeuti che scoprono di aver frequentato la stessa scuola, e Laura, e un altro che opera mediante l’attività teatrale. Un altro invece, internato causa depressione,  ha provato anche cosa vuol dire terminare la riabilitazione,  e tornar fuori, senza supporti di alcun tipo, ma ha reagito, direi, ed ora si sta dedicando a una raccolta di fotografie sui manicomi prima e dopo Basaglia. Sono presenti altre eterogenee persone interessate al discorso, habitué del luogo.  Al “presentiamoci” la blogger si è un po’ sentita morire, perchè nulla sapeva di recuperi mentali, semmai di alcuni casi  irrecuperabili a lei molto vicini,  nè sapeva di teatri e musiche ad hoc.
“Sono Cristina, svolgo un lavoro impiegatizio che non ha nulla a che fare con quello che serve qui, e sono qui perchè… perchè Laura mi ha chiesto se volevo venire, ed ho detto di sì.”
Certo che a sentirne parlare, poi ci fai più caso, ti rendi conto di quante persone intorno non stiano bene, già solo sulla filovia che prendo tutti i giorni per andare al lavoro. Ma un’immagine mi resta, dei discorsi sentiti in questi ultimi giorni,  ieri al Macao o ascoltando Laura alle riunioni.  Un riabilitato, che si sveglia alla mattina, solo nel monolocale assegnatogli, e inizia la sua giornata, come la passa,  cosa pensa,  che stimoli sente,  cosa cerca di fare,  in che direzione?
Cioè, non è un’immagine di desolazione, non viene da pensare alla sua estrema difficoltà?

Vanghè

La serata di ieri sera, per quanto interrotta, sono rincasata presto, mi è sembrata meravigliosa, e chissà cosa ho perso….
E’ stata un po’ una sorpresa, non avevo letto programmi precisi, e poi, se appena posso, a priori, al Vanghè vado, che si stia bene, che l’intrattenimento sia di qualità, per me è scontato, i programmi li salto anche.

Presenti, tanti, alla serata di “chiusura” delle attività della stagione 2011-12, che poi chiusissimo mi sa che non starà. Presenti anche tanti artisti, molti che proprio non conoscevo, ma d’altra parte non ho la presunzione di conoscere tutto e tutti, ho fatto per anni una vita tra lavoro famiglia, scuole, ed è dal 50esimo compleanno che mi sono regalata, e pretendo, di metter il naso fuori da quel circolo “vizioso”, ed il terreno da recuperare è tanto.
Così, oltre alla schiettissima poetessa Anna Lamberti Bocconi,  ho  ascoltato i cantautori, Folco Orselli e il milanesissimo Giangilberto Monti, e  Ruggero Dondi che si è cimentato con  poesie di Campana scritte da lui, con molta verve, e sorpresa, batteria basso tromba e chitarra, son scivolate via le note di tre brani di jazz.
E quando sono andata via si stava preparando Roberto Zanisi,
Con molta timidezza, quasi vergogna, si  faceva cenno ad un cartello, con delle formule di abbonamento per gli spettacoli del prossimo anno… ma che vergogna e vergogna, il Vanghè deve crescere e prosperare, che se lo scopo dell’associazione è supportare il disagio mentale, ci fa star bene anche noi, non ufficialmente mentalmente disagiati, ma tanto tanto stanchi  e ci piace trovare, in  via Bastia 15, a Milano, disperso tra  casone e capannoni, la fetta di mondo che ci offre il Vanghè.

 

 

Evento con sottotitoli.

Il I Festival della letteratura di Milano,  è nato da un’idea che riguardava gli scrittori italiani “d’altrove”, che poi si è via via estesa,  e questo non saprei dire se sia stato  un bene o un male: in un territorio dove allignano movimenti tipo la Lega, e dove gli stranieri, comunitari e non, sono numerosissimi,  porre l’accento sull’unità culturale, o  condivisione che sia,  non nuoce certo all’ambiente.
Ieri sera, organizzata da Torno Giovedì  in uno dei posti più belli di Milano, lo dico sempre del Vanghè, si è parlato del libro di Francesca Bettelli, il suo primo,  La fabbrica dei fantasmi, Gaffi Editore.
“Mia sorella non mi crede, ma io l’ho vista.
Era un treno come gli altri scuro silenzioso nessuna scritta…poi eccola, una mano infilata tra una fessura delle assi. Senza vita.
Non riesco a dimenticarla.
Continuo a vederla.
Perchè portano i bambini alla fabbrica?”
Un libro di voci, voci senza un nome, in un posto senza un nome, che si sa dov’è, ma potrebbe essere ovunque, nella nostra vita quotidiana, frenetica, nella quale anneghiamo i nostri fantasmi. Potrebbe succedere ancora, succede tante volte, e non ce ne accorgiamo…l’indifferenza, la paura, il nostro orticello.  Dire “Il Re è nudo”
Questa cosa delle voci mi ha ricordato il buio, ed il tintinnio nel museo ebraico di Berlino, e lo spiraglio di luce lassù.
Ma in questo libro, che leggerò, le voci sono altre, quelle di chi vive intorno alla fabbrica, e di un militare, e di un fantasma:  Margherita Remotti ha interpretato il ragazzo, la ragazza, il militare, con il solo ausilio della voce, di una sedia e di un tavolo, cambiava la scena, ci catturava.  Frasi semplici, scandite che nel contesto dicono tanto di più, delle nostre scelte e delle nostre non scelte.
Un vibrante Fernando Coratelli, ha introdotto le letture, e il dialogo con l’autrice.
I frequenti applausi erano sottolineati  dal leggero abbaio di NicolaTesla, un giovane carlino, che ha pensato bene di sottotitolare con ringhio moderato alcune parti della lettura, ma occorre dire che con argomenti di tale tensione emotiva,  un sorriso non ci stava male.

Angelini Manfredi Nahum Spiccio Vanghè, in ordine alfabetico, che se no non saprei come fare

Ordunque, quelle sere in cui mi capita di andare  VanGhè, se appena riesco mi piace portare qualcosa da mettere sul tavolo dell’aperitivo, e così il sabato pomeriggio 28 aprile ho preparato il mio cavallo di battaglia, una torta salata   seguendo la ricetta “apri il frigo e guarda cosa c’è” ed è toccato a spinaci, zola e brie.
E feci bene, perchè a me non piace molto il pesce, perchè quella sera, in cui andavo a sentir musica di  sicuro pregio,  che in Sanremout mica si parla di fole,  il cantautore ligure si sarebbe dato  alla cucina: indossato il grembiulone maitre Angelini si è ritirato dietro le quinte a preparare il sugo di muscoli,  ad affettar patate e aringhe, ed a e tritare prezzemolo, in quantità industriale. Dovevamo essere in venticinque, infatti, e si era ignari che il numero sarebbe più che raddoppiato, chè siamo italiani, e a nulla puote  scrivere nella locandina di  prenotare.
E poi l’acqua non bolliva mai, e come accade nelle cose compartecipate occorreva rintracciare chi avesse riempito il pentolone formato naja per sapere quanto sale ci avesse messo.
L’acqua non bolliva, e dopo anche la pasta era lunga a cuocere,  Marco Spiccio si è messo al piano e suonava in modo tale, e anche diceva cose che facevano un po’ ridere, ma anche sorridere,  che insomma l’acqua poteva anche non bollire mai, andava bene così:  però  non capisco la platea milanese, cioè, proprio milanese dura…  Con la facoltà di scegliere cantautori, di dove li poteva mai scegliere, la platea? di Milano, e tè giù una canzone di Jannacci. Ma io mi dico, questi musicisti son tutti liguri, son qua a Milano che di solito sono i milanesi che vanno in Liguria, e gli chiedi Jannacci? E Conte no, per dirne uno*? Ma è andata lo stesso, gli spartiti sul piano di Spiccio hanno la dimensione di una Bibbia.
Così mentre vai a sentir musica dai una mano ad apparecchiar la tavola, e cerchi di scattare qualche foto in giro, che un po’ ti senti anche rompiballe con la macchina fotografica  in mano, col teleobiettivino, che sembreresti una gran fotografa e invece  il libretto di istruzioni della Lumix Panasonic non sei mai stata in grado di decifrarlo, ti manca la laurea in fisica. Però quando volevi fare fotografie allo chef che rimestava pasta e sugo, che ci volevano muscoli anche nelle braccia e non solo nel sugo, da tanta era, e vedevi che occorrevano altri piatti e altri cucchiai, hai anche appoggiato la macchina e lavato i piatti e i cucchiai delle portate di patate e aringhe, e le mani avrebbero saputo di aringa per tutta la sera, che poi andandosene  in fine di serata, al saluto del maestro Angelini  con tanto di baciamano, ti sei scusata, “Ma so di pesce” , “anch’io!” ha risposto ridendo lui.  Beh, tanto è a me che il pesce non piace. Ma anche al ragazzo seduto a tavola davanti a me, non piaceva il pesce, e dopo aver assaggiato le patate prezzemolate con l’aringa, e la pasta con i muscoli, si è circonfuso di luce “mangerò pesce tutta la vita!”. Quindi al Van Ghè capitano anche miracoli, ma non mi stupisce più di tanto, in un posto dove si sta tanto bene.
Sono giusto riuscita a perdere l’inizio del concerto perhè ho dato un passaggio alla metropolitana verde ad un amico che veniva da fuori, poi vedrò  se mi sono presa anche un paio di multe lungo la strada del ritorno al Vanghè. Così ho potuto ascoltare un paio di canzoni ancora dell’Angelini, e non chiedetemi mai un titolo, non li saprò mai, non me li ricordo,  ed allo Spiccio pianista si  era aggiunto il Nahum chitarrista, che ho scoperto essere quel signore, già seduto piuttosto vicino a tavola, e che si metteva sempre tra me e lo Spiccio quando volevo fotografarlo dal mio posto, ma anche egregio compositore, come si è accertato in loco, con testo di Angelini.
All’Angelini è subentrato Max Manfredi, con chioma garibaldina per sua stessa ammissione, e la serata si è chiusa con Angelini, e insomma, si capisce che quei quattro lì sono amici e fanno le cose divertendosi, questa era l’atmosfera che si sentiva,  senza quel dualismo io sono l’artista e te sei il pubblico, buono lì.

*mi hanno giustamente segnalato che Conte è piemontese, ed infatti è nato ad Asti, non mi sono neanche mai sognata di controllare, perchè per me è genovese, come fosse una di quelle cose che nasci e le sai. Chiedo quindi venia. E pare che il nome sia stato proposto, ma mica ho sentito dal mio angolo!

Ogni tanto, qualcosa di magico.

Il venerdì 17 non è sempre un giorno in cui tutto va di sfiga, anche se capita di sbagliare uscita in tangenziale, e  non si ha magari la chiave per entrare al Vanghè, e capita di aspettare un po’.
Ad esempio, per me è stato il giorno in cui ho ascoltato Milena Prisco leggere in modo struggente il suo testo, Marco Cavallo è vivo, accovacciata nella quasi totale oscurità, e mentre seguivi il suo tormento, Stefano Giorgi tracciava magie sul telo alle spalle di Milena, in una sintonia perfetta, di immagini, di parole con i suoni padroneggiati da Roberta, il nitrito di Marco Cavallo, il pianto e stridor di denti del luogo dove delle persone – sostantivo non scelto a caso -sono tenute in contenzione.Ancora adesso, dicono gli addetti ai lavori, nonostante la legge Basaglia e nonostante sia idea comune che i matti ora son tutti sguinzagliati in giro, che se ti guardi intorno, o leggi certe cose, pensi anche che sia vero, ma non sono quei matti lì, di Basaglia.
Stefano il mago ha aperto una cappelliera, tutta illuminata dentro, e tracciava segni su un vetro, e quei segni si animavano sul telone, e due biglie correvano  in un coperchio di plastica ed erano occhi sgranati sullo schermo, e gocce di colore che si scioglievano nell’acqua spiegavano il malessere che si sentiva dentro, ed il sogno di libertà, e il coperchio ondeggiava e la marea si ingrandiva sullo schermo. Una magia con qualche pennello, coperchi di plastica dei cioccolatini, qualche sagoma ritagliata, Marco Cavallo con le lunghe zampe e la bambina aggrappata, per correre oltre il cancello, dove ci sono gli alberi verdi.

E poi, Marco Cavallo esiste davvero, era un cavallo, ora è un simbolo, e finchè ci si crederà non morirà.