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nostalgia

Qualche volta mi viene voglia di tirar giù dall'armadio la mia scatola delle lane, e vedere di far qualcosa, chessò, un golf per il nipotino, o coi cotoni, il mininmo sindacale,  almeno una patina per le pentole. Poi mi immagino  ferma sul divano a sferruzzare, e penso che non durerei molto, e poi, trovare un posto a sedere sul divano di casa, è quasi impossibile, e poi, il micio Zampi è goloso di fili… insomma, l'idea mi passa. Però, le scatole della lana, dei cotoni e del punto a croce, continuo a tenerle.

La massaia è demodè.

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Quando non vivi quotidianamente in un posto, che ti è però abbastanza familiare,

e ci torni dopo un po’, ti  accorgi dei suoi cambiamenti,  e ti rendi conto della direzione che han preso, o ci fan prendere, alle nostre vite.

Stradella è un piccolo centro dell’Oltrepò Pavese,  e porta un nome giustamente vezzeggiativo, se si gira a piedi nel centro sono casette, cortili, case padronali, vicoli, la piazza  quella bella  con l’acciottolato… niente da invidiare agli  altri centri storici, quindi, c’è tutto quel che serve.

Ho cominciato a frequentarla quando si è trattato di sistemare alla meglio il rustico del capofamiglia nell’Oltrepò.

C’era l’arrotino che vendeva coltelli di tutti i tipi, e c’è ancora, credo sia un mestiere immortale in una zona di vigneti e giardini.

C’era un grande negozio di casalinghi che vendeva anche le stufe e le cucine economiche, a legna, e c’era il materassaio, un omino minuto, sardo di origine, che si muoveva in una bottega tutta piena di lane e crini, e tele fiorate: del negozio di casalinghi, il locale con il fronte sulla via grande  è diventato un “kebab”,  e  i locali sul retro portano il cartello affittasi.

Gli unici piccoli supermercati  che conoscessi, il Gulliver affiliato Standa ed uno Skipper, sono stati via via affiancati da Unes, Lidl, ed altri discount: un duro colpo è stato inferto poi all’Unes di Stradella, situata al confine col comune di Broni, quando esattamente di fronte è sorta l’Esselunga di Broni, al confine con Stradella.

Tra le boutique del pane, resiste ancora una panetteria buia, con le piastrelle di graniglia, un  bancone severo, ripiani solo  con confezioni di pasta secca, di marca, e la fornaia serve solo  pane, la  mica, il pane del posto, che puoi tagliare per giorni, e la treccia.

I bar, i tradizionali bar di paese che ancora c’erano nelle vie principali,  anch’essi il più delle volte poco luminosi,  bancone in alluminio un po’ ammaccato,  tavolini  e seggioline in formica verdolina, ora portano nomi trendy,  hanno sgabelli, e tavoli di legno, poltroncine, lo staff  di un bar che ha la pagina su Facebook porta la maglietta con il nome del locale.

Devo vedere come sia ora il Flamingo, la discoteca dall’insegna rossa e gialla, mi sembra abbia cambiato nome.

che io sapessi. Il mercato il martedì, la domenica solo di alimentari.

Anche il mercato sta cambiando, aumentano le bancarelle cinesi, diminuiscono i casalinghi e gli articoli da massaie.

La massaia è demodè.

I paesi più piccoli, le frazioni, sembrano ancora resistere all’omologazione, alla perdita di identità.

L’evoluzione fa parte della vita e della storia, è naturale quindi  notare cambiamenti, ma non so se anche i nostri predecessori abbiano avvertito  quella sensazione che sento sempre addosso io, come se qualcuno volesse che siamo in un certo modo, tutti a fare la stessa cosa in uno stesso momento, a desiderare le cose che ci mette lì apposta per desiderarle.  

 

 

 

Cadorna è nato in via Cadorna 18, o 20.

Non saprei dire esattamente, la lapide è proprio a metà tra i due numeri civici, per altro poco distanti tra loro. C’ è poi un’altra targa, L’Oca Giuliva, Wine Bar e Cucina, ma questo è il n.20 di sicuro, si capisce guardando dentro l’antico cortile con il portico e con le volte. Chissà se le fiabe cominciano con c’era una volta, perchè adesso le volte si usano meno, e raccontano di castelli maghi sotterranei draghi e principesse, che anche quelli non ci sono più, come una volta (appunto).
Nell’aria di questo pomeriggio ancora indeciso se darsi alla pioggia o no, senti il profumo di legna, che brucia in qualche camino. La strada è semideserta, la carreggiata di ciottoli è scomodissima,li posso contare attraverso le suole anche se non consunte, meglio stare nelle strisce di granito per i pnenumatici. Incontro solo persone anziane… che sia per questo che ho scelto questa città, senza rendermene conto?
Faccio un po’ di spesa. L’addetto al banco,  in fondo, scherza con i clienti " prima non c’era nessuno, adesso mi arrivate in dieci"e poi "Mi sa che domani piove e niente pesciolata,dovevamo andare con le barche a pulire le rive, sa che buttan giù di tutto nel lago, le carcasse di biciciletta e cose così, e dopo facciamo la pesciolata".
Alla cassa del supermarket dico che pago col Bancomat, e la cassiera mi dice "Allora dobbiamo andare di là" Un po’ perplessa la seguo nel retro negozio.
"Permesso permesso permesso" due bambinetti semisdraiati su uno skateboard in discesa in via Ruga, verso il lago, dove c’è la mostra della camelia. Ruga, perchè si dà questo nome a una via, forse un corrucciamento toponomastico? Le camelie sono fiorelloni bellissimi,
bianchi rossi rosa e screziati inondano di colore le sponde dei laghi,. Quanta gente in giro con un sacchetto di cellophane con dentro una pianticella di camelia. Io non la compro, non so dove tenerla, e poi, è fiorita per una settimana, dieci giorni, poi resta il cespuglione. Quando sfioriscono, i petali caduti a terra diventano un tappeto color ruggine.
Mi siedo sulla panchina a guardare il lago, delle bucce d’arancia galleggiano. Poche papere, un cigno. Uno svasso, anche.
Arriva in volo un altro cigno, maestoso, lento… rimaneun attimo fermo nell’aria, sospeso… abbassa le zampe nere palmate e comincia l’ammaraggio, e le zampe a contatto con l’acqua poco dignitosamente,  fanno flap flap flap flap, come in un cartone animato…ora gallegggia e si ridà un tono, sistemandosi le piume sul dorso.

Foglie gialle, rosse, brune, sparse sul marciapiedi. Foglie brune impastate di fango sul prato, dove piedi frettolosi hanno cancellato l’erba. I miei invece indugiano nel tappeto di foglie gialle sotto ai tigli, che scrosciano, non ci sono le castagne, i ricci nascosti che cercavo spostando le foglie secche sfrigolanti. col bastone. Ed i nespoli in questo autunno sono fioriti.

 

Venerdì, a Venezia.

In treno anche il tempo corre  veloce sulle rotaie, non ho mai giocato a scacchi alle sei e quaranta del mattino ed infatti ho perso. A scacchi, perdere, è quello che ho fatto sempre, a qualunque ora. Noto con me stessa che uso il verbo fare, e non il verbo capitare… mi accollo le mie manchevolezze. Non ho mai incontrato nessuno che mi lasciasse vincere, neanche mio padre, e non solo a scacchi. Meno male.
Un voce annuncia che per un disservizio il treno terminerà la corsa a Mestre, e non a Venezia SL. Santa Lucia, non Sulla Laguna come pensavo da ragazzina. La voce precisa soddisfatta che sul binario 1 ci sarà un treno regionale che partirà alle 9.06 diretto a Venezia. L’Eurostar si ferma, e sono le 9.04, senza bagaglio si va spediti, saliamo sul Regionale, e dopo di noi sale una signora artefatta che, con accento romanesco, intratterrà senza sosta il suo accompagnatore. Le porte si chiudono, siamo in piedi in un’atmosfera di caldo umido,  il treno non parte e viaggiatori furiosi o imploranti picchiano le porte, inesorabilmente chiuse. Tutti scontenti, insomma. Però poi parte, e come parte praticamente è arrivato, tale è la distanza tra Mestre e Venezia.
Mi sento sollevata, mi sembra già tanto essere arrivata a Venezia in un giorno di sciopero nazionale dei trasporti.
All’edicola ci muniamo di cartina, e ci dissuadono dall’acquistare il biglietto per il vaporetto, non rimborsabile. Il servizio è irregolare, non ne hanno visto passare uno. L’Arsenale è solo in fondo a Venezia, dalla parte opposta alla Stazione. Venezia non è grande, non si è mai espansa, per forza, le isole son finite, anche se oggigiorno non si puo’ mai dire.
Però Venezia è su e giù, Venezia è calli campi e sotoporteghi…Venezia è che ovunque vada lo sguardo lì vorresti fermarti a guardare meglio, ad assaporare. Attraversadola di fretta alla mattina abbastanza presto, quando non c’è ancora tanta gente in giro, ti accorgi anche del quotidiano di Venezia, che vita complicata sia… Sicuramente, sembra complicata a chi non ci è abituato.
Ci sono, ordinatissimi,  i sacchettini  dei rifiuti fuori delle case, e passano dei carretti a prenderli, e poi buttano i sacchi neri nei barconi, verdi come i camion di Milano. Quasi ovunque la raccolta del pattume è colorato di verde, una simulazione ecologica. Ti accorgi che non vedi in giro bambini, e pensi ai passeggini, e tutte le scale dei ponti che ci sono, e allora ai disabili e poi ai vecchietti, chissà se dietro quelle finestre ci sono persone che non possono uscire ma non vogliono lasciare la loro Venezia. In fondo, come in ogni paese, per gli anziani, i malati, lasciare la propria casa è come fare un passo verso la fine. A Venezia credo non esistano ascensori, e anche i fili d’erba sono rarissimi. Forse,  dietro le porte,  per me passante rigorosamente chiuse,  ci sono anche giardini.
Forse, la sera, qualcuno preferisce accendere le candele.
Venezia  è uno stato d’animo.

piscina

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A volte mi chiedo se so ancora scrivere.

Ma non è questo il problema… occorre solo riprendere la mano, l’abitudine, perché il pensiero ce l’ho.

Come sempre, catturo sensazioni e pensieri e ironie pensando di scriverne,  ma non lo faccio e si allontanano nel tempo, perdendo di freschezza, e allora non le scrivo più.

Un po’sto avvertendo l’insofferenza a star seduta a lungo ad un tavolo, a causa forse del lavoro in ufficio che è diventato assai gravoso.

Eppure mi manca, mi manca  tanto, ed ho anche idee per costruire  qualcosa  di più di un post.

Sono nella casa di campagna, e la cicala mi fa compagnia dalla finestra aperta. Ho fotografato la piscina da megalomani comprata al piccolo principe dal suo papà, mi chiedo partendo stasera dove la mettiamo. Forse nel garage capovolta.

O forse non arriverà a stasera perché il cucciolo Boris la mangerà prima, è anche per quello che l’ho fotografata.

La Princess ha messo l’acqua, perché si riscaldi, e le cavallette ne sono state entusiaste.

I curiosi giochi della luce: se guardo fuori dalla finestra non lo vedo, se guardo nel riflesso dello specchio  c’è uno sciame di moscerini.

Sono qua, ancora una volta davanti a questa finestra, una profusione di verdi e gialli e ocra…. ma la mia vita ormai è anche un’altra.

vacanze- dose 1

tra poco parto, per Moneglia, una settimana in vacanza, con una mia collega. Parto stanca  stanca stanca…
Il lavoro sta diventando una cosa allucinante, un ritmo a cui non sto resistendo. Forse ve ne siete anche accorti, scrivo meno, leggo meno qui e non è per disaffezione. Un po’ Facebook, un po’ che  andandomene a vivere da sola ora ho due case da seguire, ma se in ufficio mi capitava di scrivere furtivamente qualche breve post, o fare qualche commento, ora non c’è più il tempo.
Ben venga intanto questa breve vacanzina.

C’è voluto del coraggio stamattina, con la luce senza forza che filtrava a stento  grigia dalla finestra, e i caloriferi spenti, ad uscire dal letto e buttarsi sotto la doccia, e regolare l’acqua… ma altrettanto coraggio a chiudere il getto caldo, e mettere il piede fuori dalla nuvoletta di vapore acqueo.
Una cosa del vivere da soli, è che si è l’unico produttore di calore animale in giro per casa. 

Le camelie hanno lasciato il posto alle azalee

Ed anche i fiori bianchi, e rosa, e gialli degli alberelli e delle siepi stanno lasciando il posto alle fogliioline verdi e tenere. Foglioline che crescendo diventeranno impolverate e  torride, ma non voglio pensarci.
Anche quei grovigli grigi di foglie e di frutto, rimasti sui platani che vedo dalla finestra,  sono scalzati dalle foglioline.
Voglio godere della loro lucentezza e non pensare alla polvere secca dell’estate.
La trapunta del letto è un po’ tutta tormentata, l’alternanza del caldo e del freddo, ed i passaggi dei gatti.
I gatti irrequieti nella casa nuova, così rumorosa, così  "sulla strada",  di notte c’è sempre qualcuno che passa urlando, o le moto, e il tram che sferraglia all’alba.
Gatti quatti, guardinghi, felpati… spazi da conoscere, salti da calibrare, impronte sul lavandino, si strusciano,  ti scrutano dalle postazioni sconosciute, ma ora conquistate.
Dico dei gatti, ma potrei anche dire di me.

che c…,la neve!

tornare in ufficio oggi dopo due settimane in malattia per una distorsione…
Onestamente sono un po’ preoccupata, andare vado, hanno detto che si circola, il problema è la neve che continua a scendere…
Io vado…ma  poi torno?
L’ufficio dista circa 8 km e devo prendere due mezzi…
Ho cercato gli stivaletti da neve… si sbriciola addiritttura il rivestimento… vabbè provo, poi li butterò via, i moon boot arancioni forse sarebbero meglio ma non mi ci vedo in autobus…
La neve ha un suo fascino…in città, solo guardata dalla finestra.
In vacanza, non in città , è meravigliosa, ed anche godibile.

Occhi chiusi,
dolcezza, la pelle.
Leggere le parole
una volta vere,  e vive
ora rantoli di agonia 
La testa piena
velata d’angoscia.
Altri parlano di cose
è la tua vita,
la mente  fugge via.
Non sanno.
Eri viva altrove.
Fine.
No, non può
Non sai,
ma lo sai..
Ora è silenzio.
Le ore passano, non ti accorgi,
sprecate,
pensare non  riporta nulla.

SFIGA

Ieri entrando alla Feltrinelli c’era un buco nel marciapiede e ho sentito una fitta lancinante al piede, quello già vittima della caduta in bici di fine giugno, e dell’inciampamento rovinoso del primo di dicembre.
Non è gonfio neanche stavolta però non l’appoggio proprio, mi sa che questa volta la radiografia ci vuole.
Sono stufa stufa stufa della serie di sfighe piccole e grandi, oggi avevo anche l’appuntamento con l’imbianchino e invece non cammino.
Che poi devo ancora prendere dei regali di Natale, dei pochissimi che faccio, e contavo in questo week end, che in ufficio devo farci notte con tutto il lavoro che c’è, tanto che pensavo di rinunciare alle ferie.
Uffi uffi uffi, e uffi.

Diagnosi: distorsione tibiotarsica
Prognosi: 20gg
Cura:  tensoplast, piede in alto, ghiaccio, stampelle,  antidolorifico….
e per le palle rotte?  non ci ho pensato a chiedere.

pensieri sparsi

Finalmente, uscire per andare in ufficio dopo due settimane chiusa in casa.  Ero un po’ frastornata dalla gente in giro, e camminare. La luce calda di vapore del panettiere, la vetrina del tabaccaio stracolma di grattati e vinti, due inviti, due approcci diversi.
L’arrivo in ufficio,  e rispondere come stai, che poi diventa un ritornello, in effetti chiedono ci ripensano e sorridono, mica è da tutti inciampare nel piede della scrivania del capo, riprendersi dall’abbraccio di un altro tavolo provvisto di ciotola di caramelle, e botte e lividi che ancora non sono andati via, ed il capo precedente geloso, dice, non  ti ho mai fatto un effetto così io.
Nell’intervallo ho accompagnato una collega all’ Upimc he voleva vedere giochi da regalare. Sì  sì vengo, le ho detto, ma guarda che cammino piano, te che vai sempre come una lippa.
Guardarsi intorno tra le cose, e sentirsene stanca. Il rosa per le bambine, l’azzurro per i maschietti. I cuoricini per le bambine, le scritte per i maschietti, sulle tutine. E i giochi per i piccolissimi, quanti di stoffa con dentro suonerie, che i bambini li sbausciano e poi li buttano per terra, effetto cotoletta, che poi come li lavi ogni tre per due con il congegno dentro… Mi sentivo urlare dentro un potente non ho  voooooglia.  Fare un regalo è una cosa bellissima, è uno slancio, è dare, è  capire…. mi sento ribellare,  non  voglio regalare niente, ora, non mi viene. E mi aggiravo allora  tra i casalinghi, ma mi ritrovavo a guardarli con timore, come non dovessi dar loro tanta confidenza, come testimoni di uno strappo…  perchè domani, che vista l’ora ormai è oggi, avrò le chiavi di casa, e ho messo una torcia nella borsa per leggere i contatori della luce e del gas.
Vado a dormire che tra due ore mi sveglio, ma è che, come spesso mi capita, ho dormito sul divano sino a poco fa. Che poi  qui mi si sgrida e mi si dice che mi si vede sempre al pc, e invece no, il pc era acceso, ed io dormivo, dormivo invece di leggere, che sul divano finisco così.
In cortile si sente cinguettare, non credevo che anche in inverno i passeri o chi per essi si svegliassero già, che è freddo e buio, pensavo fosse una cosa della primavera.
.

Marilyn

Una serata un po’ così

con pensieri un po’ così

di quelle che vorrei qualcosa che mi facesse sorridere “dentro”

e invece anche il nipotino dorme, che lui mi ride e mi chiacchiera

in questi giorni che sono sempre in casa,

e parole scritte,  rilette

a cui non so

se voglio credere più,

cioè, voglio, ma so che mi fa solo male,

è qualcosa di fragile che continua a cadere

eppure non si rompe.

E allora cazzeggio un po’, ieri mentre cercavo nel web

un’immagine per il compleanno del blog, mi ero imbattuta in questa

e l’ho trovata stupenda, però c’era il fumetto con happy birthday

e mi son fermata a guardarla,

un oceano di femminilità

e oggi l’ho cercata senza il fumetto

e ho sorriso all’idea di metterla come avatar

magari in feisbuc

e i miei cugini vedono il mio nome e il mio cognome

e anche il capofamiglia

e questa immagine.

Insomma se fossi stata una donna

cioè, lo sono, ma una  bella donna,

tra tutte avrei voluto esser come lei,

che però pur bella così, il sorriso “dentro”

una sera non l’ha trovato.

Anche se a volte mi capita di pensare che son proprio

e stufa e stanca

e che quasi vorrei morire

sono la prima che non mi credo.

Però è proprio  bella.

marilyn_monroe_32

E se voi voleste assomigliare a qualcuno?

 

Le luci delle macchine, le luci natalizie, dorate e rosse.
Ho le dita gelate, ed anche dei guanti di lana viola comprati per tre euro al mercato, sono nella borsa e non ho voglia di tirarli  fuori.
Mi piace il viola, peccato che il gatto mi abbia mangiato pezzetti del golf a collo alto viola cachemire, lo stesso punto di viola dei guanti e della sciarpa luccicante  lieve mescolata col verde. Mi ha mangiato un pezzetto del collo, ma non si vede perchè si arrotola.
Chissà perchè il viola deve portare sfortuna, forse per via dei paramenti in chiesa e della quaresima, ed allora per gli spettacoli buttava male, qualcosa così. A me piace, mi piace nei fiori, mi piace quando lo indosso, anche se non è che sono proprio un fiore.
Comincia il Natale, cominciano le domande sul senso del Natale, il merchandising di Babbo Natale  con le sue renne, le azioni in ribasso di Gesù Bambino, il bue e l’asinello ancora vanno.
Quest’anno non voglio parlar male di Natale nè degli ipocriti pranzi familiari, voglio tener calda dentro di me la sensazione di una famiglia sgangherata che per una volta ha saputo funzionare.
Guardo nel vetro del finestrino una faccia con dei capelli un po’ corti e e gli occhiali, le labbra  quasi serrate. Gli occhi dietro le lenti sono un po’ così, quasi tristi, forse perchè son chiari. Mi vien voglia di dirle qualcosa, a quella faccia. La guardo interrogativa. Sorride, prova a sorridermi. Bene così.