Archivi tag: feelings

m'ama non m'ama

Passo davanti ad una cancellata, nella pausa pranzo, al di là c'è un prato, ed un ritrovo per gli anziani del quartiere.
D'estate, al martedì pomeriggio, attraverso le finestre aperte mi  arrivano le loro musiche da ballo.
Il prato non è ancora stato tagliato, e vicino alle sbarre ho visto delle pratoline corpulente… m'ama non m'ama, ma no, mi son detta, tanto stavolta so come va a finire, non c'è più la suspence.
Quanti ne ho spiumati, di quei poveri fiorellini.
Bambina, con la Gloria e la sua mamma al Parco Sempione  ne raccoglievo mazzolini da portare a casa alla mia, di mamma, che, non lo sapevo allora, era fuori, con ogni probabilità seduta a  qualche tavolo di ramino.
Le pratoline diventavano anche il riso con lo zafferano, quando si cucinava per le bambole.
Crescendo, il gioco con le pratoline si era fatto più complicato… m'ama non m'ama… non m'ama, per forza, ho preso due petali insieme, 'spetta che rifaccio.

Annunci

Fili, spilli, e nastri, soprappensiero.

I bottoni a forma di corno, e  color corno, erano del montgomery, e quelli rossi dovevano essere della giacca di una mia sorella, e quelli piccoli rosa carnicino di un golf aperto davanti che mi ha fatto la mamma e non mi è mai piaciuto, tutto smollaccione, forse lo apprezzerei adesso, che mi piace annidarmi nei golfoni.  Nel sacchettino col bordo di pizzo Sangallo c'è ancora il bigliettino, Camilla e Maurizio, 14 giugno 2003, oggi hanno un bel bambino. Nella scatola della stilografica avevo messo gli uncinetti, grossi da lana, medi da cotone perlè, e sottilissimi. Ci metto anche gli spilloni della maglia, quelli che si usano per tenere i punti dello scollo. Con la lana, ad uncinetto, ho fatto una coperta di lana, seguendo le istruzioni di un giornale femminile, che riproduce il paviemento della Certosa di Pavia, ed altri plaid con gli avanzi, a quadratini, patchwork. Con gli uncinetti medi confezionavo patine colorate, con quelli sottili pizzi rotondi, o quadrati. La zia Liliana mi aveva commissionato una tovaglietta per coprire la lavatrice. Non sono mai stata abile nel fare i golf, a meno che non fossero per bambini, però anche con i ferri e avanzi delle lane che usava la mamma ho fatto un paio di coperte.
Il puntaspilli è pieno di aghi con fili ancora infilati: la signora Margherita, dell'oratorio, insegnava alle bambine il ricamo, e mi ci son messa anch'io,  mamma, a ricamare, a rifinire gli occhielli, e poi il punto croce. Era molto attenta, Margherita, a non sprecare il filo, e l'adoravo, era la nonna come non l'avevo avuta, era una donna forte che aveva perso una figlia e ne stava allevando i figli.
Non so più niente di lei, forse c'è ancora, vecchissima, le donne come lei non muoiono. Mia nonna, la mamma di mio padre, era invece una donna malmustosa che seduta sempre al tavolino rotondo del salotto, impartiva ordini a tutti, e faceva capricci perchè era vecchia, però aveva sempre le caramelle di menta fondenti Perugina, che mi piacevano tantissimo, e mi dava i cioccolatini Caffarel a forma di ghianda, e di fiore.
Riordinare il cassetto delle cose del cucito non è impresa da poco.

stasera la micia non è ancora tornata a casa

Mi ero allontanata ieri dalla casa nell’Oltrepò, per andare a Milano incontro alla Princess ed allo Tsunami che tornavano dal mare, con solo  80 minuti di ritardo del treno.

Attesa snervante in stazione, un ritardo accresciutosi di cinque minuti in cinque minuti, aggiunti sul tabellone  nel momento in cui ci si aspettava di veder comparire il numero del binario.

Non sapevo che il giorno dopo avrei patito un’attesa ben peggiore.

Oggi,  quando sono arrivata in campagna  buon’ultima, la Princess mi dice smorfiata che non vede la micia.

Il capofamiglia ha dato da mangiare allo zoo domestico, ed i gatti nella mattinata giravano per casa: non ero preoccupata, sarà restata al sicuro sotto qualche letto, udendo i chiacchiericci dello Tsunami, le ho detto

Quando salgo al piano di sopra, vedo movimenti di coda sotto il cassone del letto, ma è il micione che esce a salutarmi.

Della micia nulla, sarà in giro, sotto qualche cespuglio, oggi c’è  di nuovo il sole: nei giorni precedenti erano stati pigroni e casalinghi, un po’ l’adattamento dalla città alla natura selvaggia, un po’ il maltempo: quando provavano ad uscire,  i gatti agitavano schifati le zampette bagnate dall’erba e tornavano di corsa in casa.

Stasera il micione si aggira da solo, da solo vuole la pappa e da solo mi cammina davanti.  Ogni tanto  arriva, e credo che sia lei, ed invece no, è il mio micione sbirolo, lungo lungo e un po’ sbilenco sulle zampe dietro, Zampito, si chiama. La micia, nome ufficiale Elvira, in realtà è sempre stata chiamata Micia, o Mizzy. Nera, occhi gialli, segni particolari la pancina un po’ spelata; le stavamo curando spray la dermatite, forse ha deciso che non avrebbe tollerato oltre il sopruso di quel colpo di seltz.

Il micione non sembra risentire della mancanza della micia, omertoso non mi vuole dire dove è andata.

Può essere che torni, anche tra qualche giorno, non ricordo però sia stata lontano così tanto: è una micia d’appartamento, ma il fatto suo ha sempre dimostrato di saperlo.

Qui intorno non è: non risponde ai richiami, non  arriva per la pappa, non sentiamo miagolii, e non l’abbiamo vista nei possibili nascondigli.

Quello che è insopportabile, è pensare che magari si è fatta male e non riesce a tornare a casa.

E’ anche insopportabile pensare che forse non saprai mai più nulla.

E chi vuole può pensare che è solo un gatto,  e che nel mondo succede ben altro, tragedie dove non sai più nulla delle persone: si lo so, ma  esiste anche questo piccolo mondo personale, ed al cuor non si comanda.



scene da un matrimonio

Lo sento, che non vuole fare colazione con me presente.
Mette la bustina del the nella teiera, non ricompare sinchè non ho terminato il mio caffelatte. Forse saranno coincidenze, ma nei week end, se ci svegliamo alla stessa ora, capita così.
Entrambi mangiamo gli oro saiwa,  sono confezionati in cellophane, tre righe da otto biscotti.
Io faccio una disordinata zuppetta, consumando due file di biscotti.
Lui ne mangia 4, che mette in fila sul coperchio della scatola di latta, con la marmellata di arance amare, che si fa lui stesso.
Mi sono chiesta, se io di biscotti ne mangiassi 11? o 17?
Ammetto, sono crudele.

Entra nella sala bassa una persona di statura medio bassa, occhiali, capelli abbastanza corti, neri. L’amica ci lascia soli al tavolino, con la persona si dirige  verso i microfoni, si siedono sulle sedie appoggiate alla parete. Le luci si abbassano, o meglio, ne vengono spente alcune.  La poetessa in  milanese inizia a declamare le sue poesie. Scruto la persona,  ha aperto la giacca, ha una maglia, potrebbe quasi avere il seno, poco. La sbircio, sento che mi osserva. Penso che sia una donna cui piacciono le donne, poco fortunata nell’aspetto esteriore.
"Te si vede che sei un uomo" bisbiglio al mio vicino. Ride… piano, leggono le poesie non si deve disturbare. Io le ascolto, un po’ mi perdo però, come sempre quando ascolto leggere, e come mi succedere per i testi delle canzoni, se cerco di ascoltarli attentamente, se cerco di coglierne le parole scindendole dalla musica. Lo stesso nel comprendere il dialetto milanese, la lingua milanese come l’hanno chiamata i due poeti… mi restano nel pugno le parole che stanno dicendo, e quelle prima han fatto puff. Quando si va ad una lettura, sarebbe bello anche avere il testo, per una zuccona come me.
Un po’ mi perdo anche perchè osservo la sua mano, la mano del mio vicino, e penso che non ho avuto prima tanto modo di fare questa conoscenza tattiloftalmica, tattile con gli occhi, cioè. Scelgo oftalmica invece di visiva perchè sono reduce dalla visita oculistica, il cristallino si tiene ancora.
Un po’ mi perdo anche perchè le mani ora stanno imbrigliate sotto il tavolino, la mia e la sua, e si carezzano, e penso quanto è dolce, ed incredibilmente normale questa sensazione.
Succede anche che la serata finisce, e le luci si riaccendono, e comunque stiamo vicini a parlare con gli altri, e  poi usciamo,  e  arrivati alla mia macchina sembri impossibile lasciarsi… è come una telefonata, in cui si dice ciao ci sentiamo, e poi torna in mente qualcosa da dire, e si riprende, e nessuno fa click. Ma un click alla fine deve esserci, però sorrido, mentre avvio la macchina, sorrido perchè rivedo il suo,  di sorriso, che è buono, e penso come siamo semplici, è questo che è incredibile.

Le parole e il caleidoscopio.

La sveglia che non suona, nel semibuio, le tapparelle di legno, azzurro un po’ scrostato, non le tiro mai completamente giù.  Filtra una luce,  non è luce veramente però, è blu, promette che sarà una giornata serena.  Serena come me… no, non so fino a che punto mi sento serena, mi sento forte però, anche se ho questo mal di schiena che mi tormenta da un po’,  ormai sospetto del materasso economico. Il silenzio della mia stanza è frantumato dallo sferragliare del tram. Chissà, quando i platani dismetteranno le fuligginose rimanenze dell’anno scorso, e  spunteranno le foglie nuove e le infiorescenze, forse gli uccellini prenderanno coraggio, li ascolto timidi, e soverchiati. I rumori tendono a salire nell’aria, son leggeri…la strada è sul balcone, spesso qualcuno urla di notte, ma non capisco le parole.
Leggo prima di farmi il caffè, queste parole nel blog di un’amica, immerse tra altri suoi pensieri.
"Troppe parole e poca comunicazione, bisogna sempre pensare che ogni parola che ci viene detta è già stata detta, o lo sarà, prima o poi, a qualcun altro.

La parola è un mezzo di comunicazione ingannevole, illusorio o deludente."
Lascio il commento . "Mi son fermata sulle parole, che sono la mia passione… è giusto pensare che sono già state dette, e verranno dette ancora… ma le parole sono come un infinito caleidoscopio… e non saranno mai le stesse, dipende dall’animo e dal momento’ da chi le dà e chi le riceve…. "
Il caleidoscopio… può contenere pochi poveri pezzi, e può essere complesso, ricco, ma il ricomporsi dei frammenti  ha sempre un suo bello.
Un po’ come la vita, quello che ci dà, e le  cose che non possono fermarsi mai, un piccolo movimento del tubo e cambia la disposizione, bisogna guardarci dentro, e vedere che è bello lo stesso.

(immagini prese dal web)

Eri infreddolita,ti sei lasciata andare sul sedile del filobus, immersa nei pensieri, più o meno maliconici, più o meno come l’alone che il fiato lascia sul vetro  e che osservi ritrarsi piano piano e sparire.
Ci sono momenti in cui ci si sente soli davanti alle cose, per quanto tu faccia e dica e lotti e ti ostini, e non ci puoi fare nulla. è  l’assenza della presenza…non ci sono braccia che ti accolgono, nessun sussurro che vuoi sentire "son qui con te". E poi vedi la luna piena immobile sul Naviglio, e le luci bianche e le coppie di luci gialle che scorrono, e non piangi, comunque non piangi più.

A volte non riesco a discernere il dolore. Quanto il dolore sia profondo,  e quanto invece ci giochi l’abitudine.
Quando una storia finisce, e non è stato detto con le parole che è finita, lo capisci dai fatti, ma non lo riesci a sentire dentro di te, non ci credi fino in fondo, e ti capita sott’occhio una foto che avevi salvato nel pc, che lasciavi a volte nella  sera come sfondo, a farti compagnia,  e ora la guardi, e cogli lo sguardo e il viso che hai accarezzato e la bocca che ti parlava  e ti baciava e conosci ogni piega ed espressione di quel volto, e pensi che mai più… E’ uno strappo dentro che si ricuce con un forse, forse mai più. E pensi che se fosse per te sarà ancora, e magari capiterà che sarà. Perchè non saprai negarti, in fondo non ci pensi nemmeno.
Questo è farsi male. Un passaggio obbligato verso l’anestesia.

maschere e sorrisi

Capita, di accoccolarsi ai piedi di qualcuno,  ascoltarlo e sorridere.
Un giorno, intimamente,  lo ascolti carezzandogli il viso
Lui trattiene la tua mano tra le sue, e vicini lo ascolti e sorridi.
Un giorno si sposta più in lì, cominci a sentire una fitta, ma lo ascolti e cerchi di sorridere.
Un giorno lo trovi seduto, al di là di una riga tracciata  sulla sabbia, e tace, e non sai se continuare a sorridere.
Un giorno ti tende la mano, tremi un po’ nel prenderla, e cerchi di sorridere.
Un giorno ritira la mano, e non sai sorridere.
Il solco nella sabbia c’è sempre, ed anche il silenzio è rotto da poche parole.
Un giorno la mano ti sfiora, un giorno si nega.
Il sorriso non riesce più, ci sono le lacrime e la confusione.
Rivedi lo spettacolo delle parole,
Le stesse, ripetuto all’infinito.
Prevedibile.
Prigioniere.
Assume i contorni di una maschera grottesca.
Le lacrime non ci sono più.
Il sorriso è amaro.
Il sole risorge, ma è la terra che gira.
Ci si alza e ci si incammina sulla sabbia.
Il vento sulla sabbia.

Come tutte le cose nella vita, anche Facebook ha i suoi lati negativi e quelli positivi. E’ una finestra che tengo aperta nel mio pc, insieme a Splinder, MSN e la mia mail principale. Tanti amici ora "vivono" anche lì.

Non ho rintracciato molte persone del mio passato,  ogni tanto mi viene in mente un nome, provo a digitarlo e di solito non c’è. Però l’altro giorno ho trovato una mia compagna delle elementari, ci siamo scambiate i numeri di telefono, un breve status, cercheremo di incontrarci.

In ufficio si parlava del fenomeno Facebook, ed appunto dicevo che non è ‘sta gran cosa, non è molto dissimile dalla piattaforma di splinder,  e c’è meno privacy – che stabilire dei confini alla privacy non è sempre carino, tant’è che mi ritrovo tra gli amici che posson legger tutto il capofamiglia e parenti che non vedo mai, che a dire il vero non leggo, e neanche loro me, immagino.

Una collega mi diceva che senso ha ritrovare una compagna delle elementari se intanto non la sentivi più… se c’era un qualcosa, si sarebbe rimaste amiche nella vita, sino ad oggi: non sono molto d’accordo.

Al di là dei significati più o meno profondi, o intensi, che si possono dare alla parola AMICO, penso che da bambini non sia sempre facile mantenere un rapporto, ci sono tanti condizionamenti degli adulti, in una città basta un cambiamento di zona; una delle mie amiche più care è una compagna delle elementari, ma l’ho ri-conosciuta da adolescente. Con la compagna trovata attraverso Facebook non sono stata particolarmente amica, anche perchè a quell’età, tornata da scuola, passavo la maggior parte delle mie giornate da sola, era raro poter invitare amiche o andare da loro, ma ero contenta lo stesso, non sapevo che potesse essere diverso da così.

Ma anche se non eravamo amiche, restiamo sempre due donne con dei ricordi  in  comune, e con un trascorso, al femminile, da raccontarci, da confrontare… io penso che sia bello incontrarsi… chissà se si ricorda del mio eroismo, quando era stato trovato uno scarafaggio in un vasetto di farina nell’armadio della classe, e sono stata l’unica coraggiosa, che manco la maestra, ad andarlo a rovesciare nel w.c….

la bugia

Alla  bugia si appoggia la candela e si accende quella fiammella  con cui ci  piace giocherellare,  piegarla con un leggero soffio, sfiorarne la punta con il dito.
La cera liquefatta scorre lungo il torsolo della candela come lacrime  colorate, la  fiammella cara all’intimità, serena certezza nelle notti di temporale, compagna dei giochi di ragazzi,  le mappe dei tesori scritte con l’inchiostro simpatico e sigillate con la ceralacca.
La bugia è anche una cosa che si dice, a volte per non ferire, a volte perchè si ha paura, non è un’arma da offesa, ma uno scudo.
Mi capita di sorriderne.

basta 2008 anno bisesto

Un anno pesantino, a livello mondiale, a livello nazionale, ed anche nella mia sfera personale.
Ho continuato a dire, un anno di sfiga davvero, dominato dalla Legge di Murphy del tipo:
"La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro verso il basso su un tappeto nuovo è proporzionale al valore di quel tappeto" .

Ho continuato a dire ma che sfiga ma che sfiga anche ieri, quando in un breve lasso di tempo la colf mi ha detto che non veniva più per un mese, che il cucciolo che i miei vogliono prendere ce lo volevano dare per la Befana, e che dopo l’Epifania i ragazzi volevano andare via dieci giorni (cosicchè il cucciolissimo sarebbe rimasto solo in casa dodici ore al giorno in balia dei due gatti) e che nella mia macchina si accendeva la spia di guasto.
E oggi usciti per portarla dal meccanico si sono accorti che qualcuno nella notte aveva rotto il vetro dell’auto del ragazzo di mia figlia per rubare il navigatore, nascosto nel cruscotto.

Non mi sento alla fine di dire che questo sia stato un anno di sfiga.
E’ stato un anno come è la vita.
E’ stato un anno duro, difficile e tormentato, un anno di sensazioni forti, trascorso tra gioie e prove e scelte non facili.
E’ stato un anno che mi regalato dei momenti dolci e immensi, inaspettati, e  tutti per me.