12 anni schiavo


Che si vada a  vedere un film con questo titolo e ci si aspetti di farsi quattro risate, no certo, ma non c’è motivo di sorridere per tutta le due ore del film.  a saperlo sorridevo di più  durante le scenette di vita familiare all’ inizio del film.     Neanche si va a vedere un film con lo scopo di sorridere tutto il tempo, dentature bianche catarifrangenti nell’oscurità della sala,  volevo solo far capire la tensione presente in tutto il film.
Quando sono uscita dal cinema, avevo una domanda, perchè adesso un film così?  Ho poi scoperto che il regista,  omonimo dell’ americanissimo  scavezzacollo dai capelli gialli, che ci ha lasciato già da una trentina d’anni,  era un robusto inglese di colore, che forse aveva qualche rimproverino da fare agli americani,  a quei cruentissimi migranti europei che si erano imbarcati sulle caravelle.
Durante il film,  cercavo nella memoria scene de “La capanna dello zio Tom” , perchè “Catene” e “Mandingo” mica li ho visti.  La capanna dello zio Tom  mi faceva piangere, da bambina, sia come film che come libro,  ma nel ricordo mi sembra un Male quasi bonario, in confronto al Male  rappresentato in questo film,  per il quale l’unica consolazione era invocare la nemesi, un giorno.  Se allora la sofferenza mi commuoveva,  ora mi ispira ribellione e raccapriccio, ma non credo che il motivo sia la mia età più stagionata e l’esperienza di vita stagionata,  sono ancora capace di piangere  come una fontana davanti a certi film.  Il primo piano sulle piaghe, lo strappo dei figli alla madre, la bimba destinata ai pedofili del Nordamerica, i soprusi sono al limite del compiacimento.
Non so fino a che punto il film mi è piaciuto, non lo taccio di qualunquismo perchè è una storia vera, e le biografie non sono mai qualunque.  Il protagonista,  interpretato da un attore dal nome  indicibile o per lo meno per me irricordabile, Chiwetel Ejiofor,   non è così accattivante, l’unica scena in cui mi sono sentita partecipata è stata quella in cui, durante il funerale di uno schiavo, si sblocca e  canta  il gospel con veemenza, insieme a tutti gli altri, un misto di rassegnazione e di forza.  Bass/Brad Pitt piomba nel film come un angelo salvatore, deus ex machina,  un architetto canadese abolizionista che dirige gli schiavi dello schizzato Edwin Epps nella costruzione di un gazebo. Di punto in bianco si mette a fare un panegirico allo schiavista, conquistando la fiducia del nostro  Solomon Northup, che lo supplica di avvisare la famiglia a Saratoga di dove sia finito e di venirlo a salvare, con i suoi documenti di uomo libero. Risparisce e appaiono i salvatori di Solomon.  Insomma, un personaggio poco amalgamato nel contesto del film, ma l’importante è, che amalgamato o no,  nella realtà del 1853 abbia salvato Northup,  che ci ha lasciato il libro delle sue memorie e ha passato il resto della sua vita a combattere la schiavitù.
Certo che, 12 anni schiavo… nel film nulla ti fa pensare al tempo che passa, sembra sempre immobile, immobile come la condizione degli schiavi e i campi di cotone.
Bellissime le foto di natura della Louisiana e del Mississippi.

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4 pensieri su “12 anni schiavo

  1. ohannes choukhadarian

    Questo film, che è qui molto ben raccontato, mi ha annoiato in un modo che è forse indicibile. Si faccia per ciò conto che il commento qui firmato non è mai stato scrito, yawn (in realtà, sbadiglio al solo pensiero d’averlo visto, sul serio)

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  2. sandra

    Non l’ho visto, lo vorrebbe vedere mio marito, io temo un po’ le scene particolarmente crude. Mia mamma invece ha comprato il libro. La capanna dello zio Tom è uno dei classici della mia infanzia, con Pattini d’argento e Piccole donne che ho molto amato. Ha casa, sempre sul tema, ho l’intera raccolta di DVD di Radici, che ci teneva inchiodati alla TV a fine anni 70 inizi 80 credo. Un caro saluto.
    PS. Tu al cinema vai al Gloria? O sei più tipo da Anteo? : )

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