Il Grande Gatsby di Luhrmann

Come per Anna Karenina, film visto di recente, la visione è stata inizialmente traumatica: memore della versione cinematografica del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, mi aspettavo una trattazione più soft, soffusa, pacata e allo stesso tempo incalzante. Le due locandine, coloristicamente, mi sembrano rendere l’idea della differenza tra le due trasposizioni.
Il libro, l’ho letto più di quarant’anni fa… il film ha quasi quarant’anni, andando a vedere il remake – che  non è un remake , però – di Baz Luhrmann pensavo, però, cavolo, forse era meglio se davo una rilettura al libro prima. Insomma, al cinema mica sempre si deve andare improvvisati,  qui per esempio potevano fiorire paragoni a tutto spiano.  Quarant’anni fa… mamma mia ma quanti anni ha Redford? nato nel 1937… 76… Di Caprio 39.
Ho guardato questo film inizialmente cercandovi il romanzo e la precedente versione cinematografica,  poi mi sono accorta che era sbagliato, ” non si replica il passato” dice Nick Carraway  nel film , risponde Gatsby  “Certo che si replica”, per forza lo dice,  è abituato a dominare, ma questa seconda affermazione non mi serve.
Se la locandina antica può baluginare emozioni non dette, la locandina dell’ultimo Gatsby ha invece colori decisi, e la povera Daisy vi appare come soverchiata dalle figure che la circondano: è voluto, o casuale? questo personaggio centrale – secondo me Daisy lo è, non meno di Gatsby –  sembra in balia di ciò che le accade intorno, e di chi le sta intorno, tra collane di perle che si rompono… la sua, quando riceve una lettera di Gatsby poco prima del matrimonio, e la collana di Myrtle nel litigio col marito, che la spingerà a correre nella strada e morire. Fatica Daisy a distinguere tra i suoi sentimenti e quelli che gi altri vogliono che lei provi,  e mi pare, Carey Mulligan, sia assai più viva della fantasmica Mia Farrow, per come me la ricordo, lo pensavo  guardando gli occhi brillanti  e contagiosi di questa ragazza, questo suo sorriso irresistibile.
Anche  Tom Buchanan è reso benissimo, nel suo senso animalesco, da Joel Edgerton ricco arricchito da generazioni che detesta gli arricchiti freschi, e Tobey Maguire ha interpretato magnificamente l’essere nè carne nè pesce  di Nick Carraway – se fossi uno scrittore  mi piacerebbe senz’altro chiamarmi così – quell’aria un po’ osservatrice e smarrita, quel cercare di essere all’altezza – sempre che sia un’altezza – delle circostanze.  Dolenti note per quanto riguarda l’osannato Leonardo Di Caprio, che a parer mio continua ad avere un viso da eterno ragazzo ed un fare da studente di college che vuole sembrare già uomo, ed in questo ruolo secondo me non ci stava proprio,  non mi pareva credibile.   Cioè, non gli leggo nel volto che nasconde segreti, una sofferenza, trascorsi bui, ha il suo bel facciottino rotondo, gli occhi celesti, i capelli biondi… non è del tutto vero che l’abito non fa il monaco, un po’ si sembra quello che si è… o no?
Mi hanno lasciato un po’ interdetta le feste di Gatsby,  che per un effetto certamente  voluto non erano propriamente stile anni ’20,  musiche,  e anche atteggiamenti, sembravano più una sarabanda da discoteca, cioè, la descrizione di Francis Scott Fitgerald ma giusto giusto un filino esasperata… stelle filanti d’argento, fuochi artificiali.  La connivenza dela polizia, il cui capo compartecipava ai divertissement offerti da Gatsby, la folta schiera di imbucati, il fatto stesso che Gatsby possa essere un gangster, direi che ai giorni nostri non ci sorprendono  più, ne leggiamo tutti i giorni sui giornali.
Un particolare gradito, le inquadrature di un trombettista, che suonava sulle scale di sicurezza di un palazzo di New York, a scandire i momenti della festicciola orgiastica ordita da Tom Buchanan con l’amante,  nella quale aveva coinvolto il perplesso Nick.
Insomma, il film è piacevole nel complesso, anche se lo sento lontano dalla traccia rimastami dalla lettura del romanzo, come dicevo molto lontana nel tempo: la stessa impressione che avevo avuto per Anna Karenina, di una mia lettura, di un mio ricordo diverso del libro, solo che  mi era parso inguardabile proprio il film , anche considerato a sè stante.

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4 pensieri su “Il Grande Gatsby di Luhrmann

  1. guido Tedoldi

    Questa recensione di Gatsby mi pare molto centrata. A parte un particolare: la figura di Leonardo Di Caprio. Questo attore nelle ultime apparizioni sembra stia citando sempre più un altro grande del cinema del passato: Orson Welles. Cerca i suoi ruoli in grandi produzioni, o perlomeno parti riconoscibili. Nel Gatsby di Baz Luhrmann mi sono sembrate molte le citazioni a «Quarto potere» di Welles, sebbene le vicende narrate siano diverse. Ma uguale o molto simile è la grandiosità delle ambizioni dell’essere umano, la volontà di accumulare denaro non per il gusto di tenerselo o di dire agli altri quanti zeri ci siano sul conto in banca, bensì per poter realizzare visioni grandiose.
    Anche fisicamente mi pare che Di Caprio stia realizzando un percorso simile. Quello che era un ragazzo, e che ancora (come ha giustamente notato TipTop) ha nel volto i tratti di uno studente di college – si veste con giacche di taglio sartoriale in modo da mostrare quelle spalle, quell’atteggiamento del corpo… alla Wells, appunto.
    È bello un cinema così, che non dimentica il passato bensì lo ammira e lo cita.

    Guido Tedoldi

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  2. giovanni choukhadarian

    Baz L è specialista in transcodifiche; e qui aggiunge un carico pesantissimo, com’è il 3d. Di Caprio sarebbe entusiasta del parallelo con Welles naturalmente, e a me dispiace perdere questo film qui, anche in virtù della recensione appena letta, così partecipe nella sua delusione di fondo

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