C’è sempre un modo d’entrare.

C’è sempre un modo di entrare, rassicura Claude.
Uno strano film, Nella casa, avvolgente come il Bolero di Ravel, con la tensione di un thriller, senza sembrarlo.
Un professore sconsolato, con una moglie gallerista, un sedicenne infernale, una famiglia ignara i protagonisti.
Nel liceo dove insegna Germaine, diventa obbligatoria la divisa, e tra tanta uniformità e tra tanti temi spicci che parlano di cellulari e di pizze il professore si trova a leggere quello di Claude, che racconta del suo week end trascorso invece a casa di un compagno a spiegargli matematica, con osservazioni sarcastiche e amare sulla casa, la famiglia, Non solo, precisa di aver deciso di voler entrare in quella casa, dopo un lungo periodo di osservazione dall’esterno, dalla panchina del parco di fronte.  Il professore resta affascinato dal talento, e lo stimola a continuare, a migliorare, suggerendogli i trucchi del mestiere, dimentico della morale.
Ora, quello che fa Claude, il talento sedicenne che dice di preferire la matematica perchè, al contrario delle lettere,  non delude mai, non avrebbe in sè niente di particolare, se non l’essere un  tantino maniacale nella sua  predeterminatezza: osserva una famiglia di un compagno, lui che una famiglia normale non ce l’ha, e desidera farne parte, aiutandolo nei compiti, ma finisce ad essere dominato dall’immagine femminile, madre e donna dei due Rapha (il compagno e il padre portano lo stesso nome), che incarna il desiderio, della madre e della donna.
La storia, la realtà, diventa speciale perchè viene raccontata. Il professore, frustrato autore di un romanzo banale, cerca come una rivincita personale nell’esortare l’allievo, perdendoci la testa e la dimensione anche morale – una sorta di fascinazione, talchè viene sospettato di passione amorosa dai professori e financo dalla moglie, che è quella che lo riporta puntualmente al concreto, anche nella lettura dei temi del ragazzo, che finiscono sempre con la parola “continua”, che per il professore sembrano essere diventati una specie di droga, non ne ha mai abbastanza, quasi un gusto voyeuristico, assimilabile a quello provocato da certi programmi TV, com’era Il Grande Fratello. Quello che Claude sta facendo è immorale nel momento in cui riguarda affetti ignari, che rimarrebbero feriti da quello che scrive di loro, dal venire a sapere di essere spiati, analizzati, usati. Lo sguardo gelido del minorenne che viviseziona la realtà per scriverne sembra soggiogare, e semina distruzione, il suo talento è freddo come lo sguardo, l’anima è dannata.
Da spettatrice, sentivo come avvolgermi da una cappa,  avviluppante come l’andamento del Bolero,  sarebbe arrivato il momento dell’ esplosione, della disgregazione, ed avevo allo stesso tempo sia il desiderio di scrollarmela via, la cappa, che  quello di assistere alla fine, forse perchè in questo film le chiavi di lettura sono molteplici, il talento,  lo scrivere, l’insegnamento, la realtà e l’immaginazione, la famiglia, la morale, e ci sarà chi ne trova anche altre, e insomma volevo capire dove il film voleva andare.
Dove voleva andare? su un’altra panchina, a guardare le finestre aperte e illuminate di un condominio, in ognuna delle quali delle persone vivevano la loro vita.
Un film  che  mi ha lasciato un po’ perplessa, con dei personaggi di scarsa simpatia ed empatia,  eccetto la moglie del professore, forse l’unica positiva, e secondo me bellissima Kristin Scott Thomas;  forse a causa di insufficiente rodaggio, mi è stata insopportabile per tutto il film il labbro e  la  dentatura superiore di Fabrice Luchini, il professore.

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Un pensiero su “C’è sempre un modo d’entrare.

  1. Sandra Bolelli

    Mi hai incuriosita! Non conosco nessuno degli attori di questo film, ma la storia sembra bella. Poi c’è anche il riferimento al Bolero, che a me sembra una musica così romantica

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