L’urlo

Mi  chiedi, appoggiata al tuo trespolo quadrupede, di aiutarti a infilare la giacca per andare al ristorante,  infilarla però  sopra lo scialle, e lo facciamo, e ti sistemo le maniche del vestito tirandole da dentro  quelle della giacca, e tu cerchi di guardarti dietro, la giacca così acconciata mi chiedi se fa difetto.  Ma tu mamma c’hai 98 anni e ti preoccupi se la giacca, o la gonna ti fanno difetto.  Io, non mi guardo neanche, so che faccio difetto da tutte le parti, ma sicuramente hai ragione tu, è giusto fare come te.
Mamma, ma come fai, ma come si fa? Io, alla mia morte, non ci penso mai, non mi spaventa, non esiste, per ora, ci penso come una minaccia, per affermare quanto sia indispensabile.   Ma tu, tu ci pensi? alla tua età, che ormai sono tanti gli anni che uno si aspetta che arrivi,  e arriva invece un altro compleanno, e poi un’altro… A volte sei rabbiosa,  e dici che sei stufa di stare seduta lì ad aspettarla,  dici che bisogna vivere fino a ottant’anni, dopo è una noia e un tormento. Ma lo dici perchè sei arrabbiata,  è un po’ un ricatto che ci fai, per farci sentire in colpa perchè non stiamo intorno a te come e quanto vorresti.
Tutti sappiamo che dobbiamo morire, in questo siamo tutti uguali, e ogni attimo che passa ci avvicina alla morte, i più pessimisti dicono che si comincia a morire quando si nasce. Però vivere ci distrae da questo pensiero, facciamo tante cose.
Ma quando non si riesce a fare quasi più niente, ed aprire il tappo a vite dell’acqua minerale diventa un’impresa, e ci  si sente inutili? O sono io che ti guardo dal di di fuori, e penso da presuntuosa che tu debba sentirti  inutile, tu invece non lo pensi affatto, ai tuoi occhi  siamo degli incapaci che non stiamo a sentire i tuoi consigli, le tue raccomandazioni, non stiamo attenti quando fa freddo, e ci sono persone intorno che non vanno bene, non ci dobbiamo fidare, sono ordinarie, e tu sai badare benissimo a te stessa, non hai bisogno di nessuno.
Pensi a come  dividere quei tuoi pochi gioielli rimasti, pensi all’affanno per noi che dovremo sgombrare quel tuo mare di vestiti da antica signora, e le borsette, e io ti mando all’inferno, cosa ci pensi adesso, ci penseremo. Non si  parla mai di quest’altra cosa,  se magari hai paura, che non si sa come sarà,  magari ti farebbe bene parlarne, ma chiedertelo è doloroso, ma non facciamo mai discorsi intimi, sei anche un po’ sorda e questo limita molto, si perde la pazienza a spiegare tutto  più volte, o forse non ci pensi neanche, eviti il pensiero come la peste, ricordo la paura del parto che avevo, e allora non ci pensavo mai, come sarebbe stato, partorire, non ci pensavo  per non averne paura, ed i giorni della gravidanza trascorrevano.
Mamma, ora non trascorrono più, me li sento sfuggire, i giorni, son diventati troppo veloci per stargi dietro.

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