L’arte del commercio, a Baveno.

Mentre a Milano la mia attività commerciale si imperniava sulla rivendita di prodotti già finiti, nel mese di agosto, nella villa di Baveno, cercavo di trovare nuove vie, puntando anche alla produzione, ed ai prodotti  a km 0, precorrendo notevolmente i tempi. Infatti, dovevano ancora arrivare i tempi in cui si produceva per la massa, importando a tutto spiano, così le fragole c’erano tutto l’anno, e i ravioli non erano più il piatto della domenica ma delle entità a cottura sempre più breve, ed anche i tempi dopo, quelli del ritorno nostalgico al prodotto del contadino, un paio di appezzamenti più in là.
Insomma, il giardino della villa dava parecchi spunti.
I mazzolini di fiori, non interessavano a nessuno, sovrastati dalle dalie, dalle zinnie e dalle ortensie con cui il Gianni, il giardiniere, riempiva a profusione i vasi nei saloni: al massimo, la margheritina per un m’ama non m’ama piaceva alle mie sorelle più grandi, ma bisognava cogliere il momento giusto, anzi, il sospiro giusto. E comunque, sono convinta che m’ama non m’ama possa dare validi risultati anche  con una zinnia.
Anche i finferli raccolti sotto i pini dove c’erano le altalene avevano scarsa presa: erano sempre troppo pochi per dare sapore a un risotto destinato ad almeno dieci commensali.
Allora, prendevo un secchiello, e dicevo alla mamma, seduta in terrazza con le zie, che andavo nei campi sopra il campo da calcio.
Al campo da calcio si accedeva dall’orto, salendo dei gradini, ed il cancello stava sempre aperto; il prato era tutto cintato, ed era stato  tenuto rasato sino a quando i ragazzi di casa  non erano cresciuti e avevano cominciato a pensare ad altro; il Gianni passava ormai raramente con la falce ed ai bordi crescevano i rovi, con le more. Ai terreni sopra questo campo si accedeva proseguendo ancora nell’orto, e costeggiando la serra in salita.
A me piaceva invece arrivarci costeggiando all’esterno il nostro orto, percorrendo un sentiero tra i faggi ed i castagni, con un pezzo di ramo a mo’ di bastone. Volevo arrivare all’albero di fichi, ed al noce. Ma ero sola, non mi accompagnavano nè il cane del giardiniere, nè la bassotta di mia cugina, non erano i miei cani, e stavano coi loro padroni, nella loro intrinseca fedeltà: capitava così che sentissi un fruscio, ed allora mi giravo e scappavo, correvo in discesa verso casa, ed avevo paura di inciampare e cadere, che allora il mostro sconosciuto mi avrebbe sopraffatto. Per un po’, non andavo più… e quando andavo, la salita era sempre più breve, tornavo sempre prima sui miei passi.  Evidentemente crescevo, prendevo coscienza della paura e dei rischi, o semplicemente, cominciavo a risentire del fare le cose da sola, ero ben contenta quando qualcuno aveva voglia di fare una camminata e veniva con me.
Fu così che cominciò il commercio dei pinoli. Al bordo del prato vicino a casa c’erano una decina di pini marittimi, con le loro belle pigne piene di resina, ed io perlustravo il vialetto con la ghiaia, ed il prato,  raccogliendo i pinoli.  Mi sedevo vicino ai gradini della terrazza, ai piedi di una statua di bronzo,  un ragazzetto con un libro in mano, con scritto Credere Obbedire Combattere, mi spiaceva che non potesse mai girare la pagina, e rompevo i gusci.  Vendevo con successo  i pinoli a una lira l’uno, mi sembrava un prezzo equo,  considerato il lavoro che ci stava dietro.

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