L’arte del commercio, a Milano.

Quando  mi accompagnavano a scuola, in terza elementare, ci feramavamo dal panettiere per comprare la focaccina  per merenda,  venti lire, la panettiera la faceva su nella carta oleata, e poi la metteva nel sacchetto marroncino,  i sacchetti di cellophane non facevano ancora parte del quotidiano. Mentre aspettavo, guardavo le caramelle, che nei loro scomparti si accalcavano contro il vetro del banco: mi attiravano le rosse Rossana, ma nutrivo una vera passione per i fruttini, palline colorate che sulla carta avevano il disegno di un carretto siciliano.
Fu così che, pensando alle mie sorelle che rubavano alla mamma le caramelle da offrire alle amiche che venivno a giocare a canasta, mi si accese il simbolo del dollaro nella pupilla, come succedeva a zio Paperone.  Allenata dai problemi che ti facevano risolvere  nella scuola elementare di allora, tipo, quanto tempo ci vuole a riempire una vasca da bagno che perde, ero arrivata a fare il seguente conto: se un etto di caramelle costa cinquanta lire e sono venti caramelle, se le rivendo alle mie sorelle a cinque lire l’una, per loro non è molto, e dopo avrò cento lire, e comprerà due etti di caramelle guadagnandone duecento.  Il mercato funzionava benissimo, le  sorelle venivano a cercare  le caramelle  dalla giovanissima spacciatrice con una notevole frequenza, ormai le avevo in pugno.  Non divenni comunque ricca, solo benestante, perchè le caramelle piacevano anche a me.

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4 pensieri su “L’arte del commercio, a Milano.

  1. giovanni choukhadarian

    Guarda, domattina faccio un passo da zia Adele: sua nuora o cognata m’ha detto d’averla vista bene, nei giorni scorsi, mentre io, l’ultima volta che l’ho aiutata ad andare in farmacia a prendere una medicina che non avevano mica l’avevo trovata così in forma. Una volta in casa, mi dirà di prendere le caramelle, che adesso tiene sul tavolo in salotto, non più sul carrello, al ripiano di sotto: e verificherò se sono Baratti, come non credo, o qualche altra marca. Le Dufour, ti dico, escludo di avene mai prese da lei

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