c.v.d., la d magari anche come d di disdetta.

Il solito teatrino, avrei preferito dire la solita pantomima, ma qui parlavano tutti.
Si è consumato nella odierna votazione il primo atto della crisi aziendale, ma era tutto previsto, è andato proprio come era previsto. E forse come doveva andare.
L’azienda voleva ridurre i costi del personale, ed alla fine ci è riuscita.
Tutto come da copione: reazione infiammate alla notizia delle disdette contrattuali, pellegrinaggi da avvocati juslavoristi, pedinamento dei colleghi sindacalisti con diffusione più o meno nascosta più o meno fedele delle loro affermazioni, prontamente diffuse in 3D.
Proprio come funzionano anche le cotte da ragazzini.
Dal “Non vogliamo trattare senza la revoca delle disdette” uscito dalla nostra assemblea milanese i sindacati nazionali hanno invece buttato lì alla direzione un “trattiamo invece un art.18 nell’ambito del contratto disdettato, che non dovrete più disdettare” e, disdetta,  l’azienda che sembrava ferma sulle sue posizioni irrevocabili ha inaspettatamente aperto alle trattative, previa conferma che le disdette sarebbero state revocate in caso di accordo.
Insomma, con un’opera taglia e cuci ci sono scomparse le ex festività,  la gratifica,  sono stati aperti occhielli, ridisegnati orli, insomma, non credo sia stato un brutto lavoro, quello dei sindacati, per raggranellare il milione di euro di risparmio, senza pesare troppo: indolore certo non poteva essere, e da noi ci  sono tante anime, tante diverse provenienze con conseguenti diversità contrattuali.
Ovviamente secondo i sindacati era il miglior accordo possibile, pena disgrazie eterne che si sarebbero abbattute sul nostro capo: discorso che davamo per scontato, ed infatti è arrivato.
Quindi, con durata triennale – avremo i tagli richiesti  da un’azienda che non ha dichiarato la tensione occupazionale e con quelli assumerà nell’arco dei tre anni novanta giovani e manterrà il sistema di bonus, e non ha toccato se non marginalmente  i dirigenti.
E’ bello che novanta giovani trovino un lavoro speriamo tutti stabile – in gran parte saranno conferme dei precari che già ci sono, il che purtoppo non servirà ad alleggerire il carico di lavoro che abbiamo: in fondo un sindacato deve guardare anche a questo, non curare solo i vecchi iscritti.
Così venerdì c’era stata da noi la prima assemblea per votare l’ipotesi di accordo; erano tante e tali le voci dei ritocchi, che ci siamo rifiutati di votare senza avere uno scritto da vedere con calma: i  sindacalisti del tavolo delle trattative  sembravano seccati, il sindacato indipendente se la rideva, che tutto sommato non è un bell’atteggiamento.
Nelle filiali fuori Milano e nella Sede di Roma, hanno prevalso i sì all’accordo.
Oggi dovevamo dire la nostra, ma io sentivo che non mi si sarebbe alzato il braccio, e quando lo ho detto, una collega mi ha redarguito” sei matta? non scegli quando si tratta della tua vita?” Io a dire il vero le scelte nella vita, un po’ le ho fatte, non tutte quelle che avrei voluto, ma dove sentivo di essere in grado di decidere, di poterlo fare, ho scelto.  In tutta questa vicenda, che scelte ho avuto?
Io avrei voluto una bella class action, ma non c’è stata: bisognava aspettare che si verificasse il danno, la minaccia non bastava, e così nell’aspettare che ci arrivasseun ticket restaurant magari sgualcito,  si è sgualcito invece  il fronte dell’arrabbiatura, sono sopraggiunti i timori e altre considerazioni.
“Voto sì” vuol dire che voglio l’accordo, che i sindacati sono stati bravi: ma io mica lo voglio che mi taglino qui e là, soprattutto perchè questo è solo il primo, tra sei mesi ci chiederanno altro, si è aperta la strada, è stato come creare il precendente, e sembra che il sistema, che sia governo o azienda, sia tagliare sempre là dove c’è il necessario per vivere, e non toccare chi ne ha di più; e soprattutto senza mai  considerare che il problema possa essere nei manovratori, se l’azienda non rende come dovrebbe.
“Voto no ” e allora sto ferma, e sto lì a subirmi un contratto alternativo peggiore, o vado in causa, per ics anni, insieme a quelli che oggi sembrano ancora sicuri di questa linea? Alla causa non ci credo più, non alla presenza di un accordo sindacale accettato dalla maggioranza, in un momento in cui mezza Italia perde invece il posto di lavoro (possibilità per noi un filo procrastinata, per ora), anche se nel nostro caso si trattava di vilipendio dei diritti.  Si doveva fare causa tutti insieme, chi col proprio sindacato, e per conto suo chi non è iscritto, e obbligare l’azienda a togliere quei bonus discriminatori, sufficienti come importo a non toccarci i contratti. E poi non sono capace di stare in causa, sarebbe uno stress insostenibile per un carattere come il mio, che  ama sentirsi “a posto” col mondo.
Insomma, io ho votato astenuto, la mano si è alzata per quello. Che a me di questa storia non è piaciuto quasi niente, e neanche tante persone, soprattutto quelle che vociano, sono sempre contro tutto incasinando tutto, e poi abbassano le penne, e taccio sui salvatori della patria: ho attraversato questi giorni sentendomi sola e confusa, è vero, non sono stata capace di decidere.

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4 pensieri su “c.v.d., la d magari anche come d di disdetta.

  1. Olimpia

    Da disoccupata da pochi mesi ti dico che hai fatto la scelta giusta infondo ci vuole più coraggio a manifestare chiaramente di non approvare nessuna delle proposte fatte dato che la tua era “è” certamente la migliore e più equa …….. in un altro mondo, sicuramente ma qui regna sempre una buona dose di ingiustizia.

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    1. tiptop Autore articolo

      Io sono di quelli che dice”Bisogna andare a votare sempre” perchè ogni voto non dato, è dato a chi ti è sgradito. Però in questo caso, mi sembrava si dovesse votare per quale morte morire, e la mia astensione era tutto sommato come una protesta. Morire, per morire, non dò ragione per forza a nessuno.

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  2. Andrea Rényi (@andrea_renyi)

    orrei dire una cosa spiacevole e scomoda, ce l’ho dentro da mesi, su Facebook meglio evitare polemiche, ma forse questo è il foro adatto. Con tutta la crisi, il rischio di disoccupazione, le tragedie che incombono, ho notato che i lavoratori mediamente (sempre con qualche eccezione) lavorano ancora meno volentieri, meno bene, di prima. Incontro ovunque pessimi servizi, gente meno disponibile, quasi a sfidare il cliente. Il fisioterapista che invece di fare 5 minuti in più per dimostrare al paziente che ci tiene, rendendo in questo modo concorrenziale lo studio dove lavora, rubacchia 2 minuti; l’insegnante della libera università della terza età, in profonda crisi finanziaria, invece di fare l’ora completa pubblicizza per 20 minuti prodotti non suoi e termina la lezione 10 minuti prima dello scoccare dell’ora. Potrei continuare all’infinito. Al loro posto io cercherei di fare più di prima, per rendere il mio servizio non dico irrinunciabile, perché lo sarebbe comunque, visto che non vendo pane, ma almeno farlo sembrare una perdita per il cliente, se non vorrà o potrà più usufruirne. Invece alla fine della lezione decurtata mi sono detto che se il prossimo anno non me la potrò più permettere, non sarà una grossa perdita per come viene fatta, lo stesso sta pensando mio marito tutte le volte quando torna dalla fisioterapia, che fatta in questo modo superficiale serve poco, e allora sarà la prima cosa alla quale rinuncerà… Scusa per lo sfogo, ma si tratta di un fenomeno molto diffuso intorno a me, a Roma, e non lo capisco. Anzi, lo capisco, ma non lo un comportamento sciocco, miope.

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    1. tiptop Autore articolo

      Sarebbe materia più da post che da commenti. Non so se questo è il posto adatto, non è ancora frequentatissimo (“ancora”. è scaramantico.Molti di quelli che passavano in splinder o sono allontanati dal web o sono su FB… ma io voglio che il mio blog resti vivo, e riprenda vigore. Tornando al tuo discorso. non so bene se dare la colpa al clima di disoccupazione, o se siano gli influssi, gli esempi nefasti di chi ci governa, di chi dispone della nostra vita, e uno pensa, che ci sto qui a fare, a maneggiare i polpacci di questo signore, per cavar due lire che poi mangiano per farsi costruire le case a sorpresa. Cioè, la mancanza di prospettive e di miglioramenti, forse. Ma qui a Milano non lo avverto tanto, questo atteggiamento che dici… che sia che a Roma avete Alemanno e noi Pisapia? 😀

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