Lo zio Ulisse.

Oggi, guardando una vignetta dei Peanuts, dopo tanto tempo ho ripensato allo zio Ulisse,  a quei magici libretti che mi prestava da leggere quando andavo a trovare lui e la zia Bianca,  con  i disegni tutti in bianco e nero, nell’epoca in cui Topolino progrediva colorando tutte le pagine di fumetti, ma non l’Almanacco o i minuscoli Albi della Rosa, che mantenevano le pagine alternate, a colori e no, e quelle no, a volte  ci pensavo io con le matite, a colorare la divisa di Basettoni e i fiocchi di Minni e Paperina.
Lo zio non c’è più da tantissimo tempo, mi pare dal mio ginnasio, ho un vago ricordo di contrasti interiori tra le aspirazioni sessantottine e il rito borghese del funerale, ma dovevano avere prevalso i ricordi cari dell’infanzia perchè mi rivedo nel corteo con i miei pensieri confusi sulla concretezza della morte,  forse era la prima volta che si avvicinava così tanto al mio mondo.
Innanzitutto, lo zio, che non era molto alto nè molto bello, era però Conte, e non ho mai  conosciuto nessun altro che usasse il monocolo,  ed è superfluo dire quanto questa cosa mi sembrasse  affascinante, e quante volte avessi cercato di guardare anch’io attraverso quella lente, ricordo delle gran smorfie per trattenerla tra la guancia e il sopracciglio, ma sgusciava sempre via.
Non ricordo assolutamente che lavoro facesse, forse aveva a che fare con assicurazioni, e forse era ingegnere…ora che ci penso ero spessissimo a casa degli zii, che abitavano al piano di sopra, chissà, forse ero sbolognata lì dalla mamma che andava a giocare a carte… a me, però, andava benissimo!  Lo zio lavorava con l’argilla, con abilità, bastoncini appuntiti, spatoline…ricordo come dei vasetti, e fisionomie e costumi d’epoca, poi li colorava, poi la cottura… non ho imparato nulla, ma pasticciato tantissimo, con gusto e fantasia.
Una delle altre sue passioni era l’archeologia, lunghe passeggiate nei campi arati vicino a Bologna, dov’era la sua dimora avita, con lui ed i suoi nipoti, quasi miei coetanei ma figli dei suoi figli, a cercare cocci di ceramica e pezzi di vetro: io non so se contasse balle, quando mi diceva che  quello che avevo trovato forse era un pezzo  romano, però qualche moncone di piatto era riuscito a ricostruirlo.  E intanto raccontava le storie dei romani, degli insediamenti, delle case dei romani, ed io lo ascoltavo, e sognavo di trovare anfore e statue, che nessuno ancora aveva visto passando di lì.  E sempre vicino a Bologna, c’erano dei monticelli dove ci portava a fare camminate, e si trovavano le pietre focaie, diceva,  ed io ne avevo trovata una giallina screziata,  piccola e liscia, ma non riuscivo a trovarne un’altra, per poter accendere il fuoco, perchè a questo punto, se si parlava  di pietre focaie, una bambina bionda dagli occhi celesti sognava le  caverne e i fuochi e i mammuth.
La “terapia zio Ulisse”, passeggiate e natura,  credo sia stata applicata alla maggior parte dei cugini della mia generazione:; le mie sorelle mi avevano anche raccontato che quando erano piccoli loro (io sono arrivata in solitario un bel po’ dopo) loro cugini, ragazzini, giocavano con lo zio nel prato grande della villa di Baveno, inizialmente ripido – lo stesso prato che noi ultimi arrivati si sarebbe fatti a capriole o rotolandosi sul fianco sino a quando si arrivava alla parte pianeggiante – e lo zio Ulisse li metteva in una vecchia carrozzina e li lasciava andare in discesa… !  Ecco, per non dire le volte che dalla villa  si partiva per raccogliere funghi. Lo zio conosceva tutte le piante, gli insetti, le pietre…
Forse, se mi piace “fare”, se sono curiosa, se amo la natura e conosco piante e animali e spio gli insetti, e sogno, lo devo a lui…e sono sicura che se in questo momento nominassi a mio fratello lo zio Ulisse, mi domanderebbe distratto ” ma tu lo hai conosciuto?”.

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2 pensieri su “Lo zio Ulisse.

  1. giovanni choukhadarian

    Questo ritrattino vezzosissimo ricorda quello di zio Napoleone, protagonista di una sola estate nei racconti di Laura B. Era l’unica bambina del gruppo e cominciò a spiccare verso i 7 anni quando, un pomeriggio, si mise a cantare Lola / cosa impari a scuola / manco una parola / balla il charleston. Inoltre, ci rompeva i maroni, perché noi facevamo le partitelle a calcio o a tennis, e lei voleva giocare al dottore, che ancora non abbiamo capito che cosa fosse. Alla fine, se ne uscì con questa storia che lei aveva uno zio, ma però in Toscana, e si chiamava Napoleone.
    In I media faceva spogliarelli nei garage, insieme a Gabriella P. Ora ha 1 figlia che studia Architettura a Genova, suo marito s’è messa con un’altra e lei con un altro etc

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