incipit

Nella grande casa davanti alle Isole Borromee nel pomeriggio restavamo qualcuno dei "grandi", ed io. I miei fratelli ed i  cugini erano sempre con gli amici, si conoscevano tutti tra loro, i ragazzi delle ville, andavano al Verbano, un circolo privato esclusivo, a prendere il sole e a fare il bagno, organizzavano giri in barca, giocavano a tennis. A quei tempi, circa cinquant'anni fa, essere belli giovani ricchi e spensierati poteva essere ancora una cosa sana: facevi sport e ti abbronzavi.
Adesso meno, credo, anche se non faccio  parte della categoria nè ho, come un tempo,  l'occasione di fare da spettatrice.
Nelle vacanze al lago passavo gran tempo da sola, ma non mi spiaceva più di tanto, o con gli adulti.
Nei ricordi di quel periodo della mia  vita,  i "grandi" sono come delle comparse, in fondo non seguivo granchè delle loro vicende, e di poche venivo messa al corrente, mentre della casa e del giardino mi sembra di ricordare ogni angolo.
Non mi pare di aver mai pensato o desiderato che le cose fossero diverse, mi sembrava fosse  normale così, come normale era per me muovermi in una villa enorme, con tre fontane, prati, terreni, statue in bronzo.
Non  mi sentivo sola, non sapevo di far parte di una famiglia benestante. Semmai  volevo un cane o un gatto mio.
Quando la zia Bruna, sorella maggiore di mia mamma, veniva a passare qualche giorno nella villa di Baveno, sicuramente sarebbero venute a trovarla " le Borioli", che io ostinatamente continuavo a chiamare le Jucker:  che potessero esser magari imparentate, non mi ricordo.
Arrivavano a piedi dalla "strada alta", in parte sterrata, la si chiamava alta perchè parallela alla "bassa" che scorreva in riva al lago, e portava sino a Baveno: era sterrata sino a Roncaro, dove c'era la cappella per la messa domenicale.
Insomma, mentre le mie sorelle sbuffavano a sentire il nome delle Borioli, due donnine magre spesso con vestiti a pois, ed i capelli raccolti,  io ero contenta perchè elogiavano per i miei lavori all'uncinetto, che a sette anni avevo appena imparato a fare con la mamma. Patine rettangolari che avevano il bordo come la lama di una sega, patine rotonde che facevo e disfacevo, finchè non riuscivo a farle restare piatte.

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5 pensieri su “incipit

  1. tiptop

    Non so… io invece sento paure, e adesso voglio scriverne, perchè penso  a quell'epoca come un periodo felice,  poi,andando a fondo, scopro che ero piena di paure.

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  2. dannella

    Io ho aperto il cassetto delle memorie quando sono tornata a vivere qui, in questa casa che mi ha visto crescere. Credo sia inevitabile alla nostra età tornare a rileggere il passato con occhi nuovi, con la consapevolezza di oggi. Belli i tuoi scritti, come sempre. 

    Rispondi

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