porte

Qualche notte fa, nel sogno ero nella villa di Baveno, il cuore della mia infanzia. Stava scendendo la notte, ero con la mia famiglia, e fuori dalle finestre si vedevano dei volti, ed avevo paura. Una donna dalla pelle scurita si era messa a dormire seduta appena fuori della porta principale, la vedevo attraverso il vetro Poi era stata la notte, ed era passata tranquilla. Un mio sogno ricorrente è stato a lungo un branco di lupi in giardino, proprio in quella casa. In questo sogno invece si aggiravano nel giardino sconosciuti, che non forzavano per entrare.
A pensarci ora, quante porte in quella casa, e quante vetrate… tutto il pian terreno era a finestre. C'erano due porte che davano sulla terrazza prospiciente il lago, quella sul davant era doppia, la porta a vetri e quella di legno con la sbarra. L'altra laterale, verso il prato con la fontana dei gemelli, me la ricordo solo  col vetro, ma ora che sono grande, non penso che potesse essere solo così. Però, la sera si chiudeva a chiave anche la porta di quel salone, erano quattro saloni in fila, quindi forse sì, c'era solo il vetro. 45 anni fa non si aveva tanta paura, forse la si aveva ma le cose non succedevano, non mi ricordo di furti in quella casa, ma ero piccola, forse a me non lo raccontavano. C'era la porta, quella dove ho sognato la donna, che era doppia, era l'ingresso con la scala che saliva ai piani con le stanze. Poi c'era ancora una porta, considerata più  di servizio, vicino alla scala che scendeva in cucina. Già, per la cucina, si scendeva, una scala di pietra, anche un po' ripida, ti portava in uno stanzone piuttosto buio, con un tavolo in mezzo, ai lati si aprivano le porte di due cantine. Un posto che intimoriva una bambina… ma avanzando verso la luce, si arrivava alla cucina vera e propria, quella con la dispensa, e la cucina  e la legna, e il tavolo dove mangiavano la Piera e la Francesca. La Francesca era la moglie del giardiniere, e faceva la cuoca, e oggi ripensandola mi accorgo che doveva essere timidissima. La Piera invece era di Roncaro, il paesino vicino, e serviva a tavola, e mi ricordo che stirava, sotto un portico appena fuori dalla cucina, che proseguiva nella stanza dei giochi.
Quando c'ero io, la stanza dei giochi era ormai una stanza di rottami, i giochi non erano stati i miei, ma quelli dei cugini più grandi di me. C'era dentro un po' di tutto, anche riviste, leggevo Gente, in bianco e nero, e Stop. Ho assistito all'agonia del grande plastico del trenino, con la galleria, i paesini…un giorno non c'è più stato, al suo posto c'era un ping pong.  Lì non credo che pulisse mai nessuno, tranne forse la sottoscritta con una scopa più grande di lei,  già da piccola davo  segno di voler trasformare nella mia casa qualunque posto dove mi fosse trovata ad essere. Anche lì c'erano porte da chiudere bene per la notte, ma non so come dovessero essere, facevano Piera e Francesca,  prima di tornare alle loro case. Nessuno credo andasse in cucina di notte.  Un piccolo frigorifero e un lavello c'erano anche di sopra, prima della sala da pranzo.
Stavo spesso da sola, e spesso avevo pensieri paurosi, mi avventuravo per le stradine inselvatichite del giardino, ma poi scappavo indietro, altre volte arrivavo, con tanto di bastone di  castagno, fino ai terreni incolti sopra la villa, sopra l'orto, dove c'era un fico e dei castagni… e non avevo neanche dieci anni, e avrei potuto incontrare chiunque.
Forse mia madre stava giocando a carte, forse i miei fratelli erano via con gli amici nelle altre ville. Non mi ricordo che mi cercassero, forse non si accorgevano neanche quando mi allontanavo, o forse lo dicevo, ma mia madre non credo capisse dove andavo, lei non si muoveva mai. Di solito stavo nell'ultimo salone, quello con la porta solo di vetro, stavo sempre lì a leggere, a disegnare, a  schierare  eserciti  delle fiches colorate dei grandi per giocare a pulce sul tappeto. Sono riuscita ad avere in casa mia il cane di bronzo che stava in quella stanza contro la vetrata, ed il quadro con i monelli sotto l'albero di ciliegio. Per me erano Tom Sawyer ed i suoi amici. E ho anche un po' di quelle fiches.

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12 pensieri su “porte

  1. saganne

    In mezzo a tutte queste porte mi sono perduto
    Aiuto, voglio uscire
    Mi butto nel lago?
    La porta che si poteva riparare era ancora incompiuta , perciò era meglio una tenda anche perchè farla costava troppo
    Antonio aveva promesso uno sconto perchè ne doveva fare 32.
    Una di più, una di meno era uguale
    Il problema era che Antonio era napoletano e superstizioso
    per cui quando si fece il conto e comprese che le porte sarebbero state 33,  gli anni di Cristo, preferì regalare un cornetto da mettere sullo stipite sopra la tenda
    Così quando qualcuno giungeva in quella casa, la prima cosa che faceva era quella di ridere e dire "uh, maronnamia, a' casa de' curnuti"!

    SPIEGAZIONE
    ci sono uomini e porte di paglia che però non vanno mai prese alla sprovvista neanche in sogno.
    Altrimenti tutto diventa un atroce incubo!!

    Bel post
    bellissimo blog
    Ammirato

    Rispondi
  2. tiptop

    ahahah!
    (spero che tu non ti sia buttato… l'acqua sarebbe stata troppo fredda!)
    Mi piace ogni tanto lasciarmi andare al flusso di pensieri, da un ricordo ne nasce un altro, e sono veloci…

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  3. delphine56

    Affascinante la tua casa e le sue porte, vagamente ricorda la mia, dove ho vissuto quando ero piccola. Ora non ci posso entrare più, è passata di mano tanti anni fa. Peccato, con lei se n'è andata la mia infanzia.

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  4. Oudisseus

    In questi racconti della "villa" sleggia un'atmosfera affascinante e strana, come se tu e il grande caseggiato foste le sole presenze vive, o ci fosse una sorta di comunicazione fra te e quelle stanze e vetrate. Si entra in quelle stanze insieme alle tue parole e si rischia di non volerne uscire più….
    🙂 Ciao

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    1. giovanni choukhadarian

      Un mondo gnomo ne andava
      con strepere di muletti e di carriole,
      tra un lagno di montoni
      di cartapesta e un bagliare
      di sciabole fasciate di stagnole.
      Passarono i Generali
      con le feluche di cartone
      e impugnavano aste di torroni;
      poi furono i gregari
      con moccoli e lampioni,
      e le tinnanti scatole
      ch’ànno il suono più trito,
      tenue rivo che incanta
      l’animo dubitoso:
      (meraviglioso udivo).

      Il vècchio Montale, che disamava i laghi, non però gli oggetti e, guarda te, forse nemmeno le persone. Gran post davvero, e l’eco del poeta genovese sembra indiscutibile

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