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La vedevo tutti i giorni, seduta per terra contro il pneumatico di una macchina posteggiata sul marciapiedi, di fronte all’ingresso della panetteria.

Alle volte arrivava il mio capo in bicicletta, saliva sul marciapiedi, le allungava una moneta e ripartiva.

 

A me non piace più fare l’elemosina,  da bambina  all’uscita dalla Messa  mettevo fretta al papà perché mi desse le monetine da mettere nei cappelli, sulla scalinata del Corpus Domini, adesso non ho più le idee chiare.

Una volta  per me un povero era un povero, insomma,  leggevo La piccola fiammiferaia,  e Cosetta, e Senza famiglia.  Un povero era un povero,  adesso è un problema complesso.

 

Verso l’ora della chiusura si presentava sulla porta del negozio e la panettiera ucraina le dava pezzi di pizza, e di focaccia. A dire il vero li dava anche a me, oltre a quello che compravo: sorridente e con qualche strafalcione d’italiano mi diceva  che per il giorno dopo non se ne faceva nulla, e più tardi veniva uno che prendeva il pane avanzato per le galline, ma non le piaceva, quel tipo.

Capitava che coi colleghi  si parlasse della zingarella,  a volte, a pranzo durante la pausa: a quell’ora di solito  sostava davanti al nostro ingresso. Era molto giovane, forse tredici anni, dicevano. Era incinta, dicevano.

Era incinta, e per qualche giorno mancò, e poi ricomparve con il bambino nella carrozzina.

Caterina le portava vasetti, vestitini,  pacchi di pannolini, niente denari. “Non le do soldi, perché la sfruttano, così faccio star meglio il bambino” diceva.

Io evitavo anche di incontrare il suo sguardo, continuavo a non sapere cosa pensare.

Non si ribella, non ne ha la forza,  o ha paura, o forse  non le viene neanche in mente, le va bene così, è  la vita delle donne come solo la conosce,  forse.

Nel tardo pomeriggio sta seduta sulle scale della metropolitana, con il bambino in braccio, questo bambino sempre fermo, che cresce sempre attaccato a lei, pulito, e sorridente.

Uscivo all’una nell’afa di luglio, ero sola, lei accovacciata nella magra ombra della fermata del filobus, mi ha chiesto se avevo dell’acqua,  “Te la porto”.

La panetteria ha chiuso, sulla serranda c’è scritto “bestia”, il cartolaio vicino mi ha detto che il territorio è marocchino,  ed il panettiere era egiziano. “Bestia” però era scritto in italiano.

Ormai si vede,  è di nuovo incinta.

Alla fine di novembre è nato un altro maschietto, era davanti al portone dell’ufficio, con il passeggino ed il neonato in braccio

Dopo, è sempre venuta solo col piccolo, e diceva che stava già finendo il suo latte, e Caterina  le portava del latte in polvere.

Mi interrogavo sul figlio più grande,  se conduceva ora una vita da bambino e poteva finalmente camminare e giocare…  o forse no, piangeva perché non era con la sua mamma come era sempre stato abituato. Devo chiedere a Caterina, forse lo sa.

In questi giorni di Natale non l’ho vista.

A me questa  sembra una storia crudele e continuo a non sapere cosa pensare.

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15 pensieri su “

  1. lorypersempre

    E’ una storia disperante ed assurda, figlia delle incivili tradizioni zingare e del disinteresse di noi "gente normale".
    Io ad 11 anni persi la fede vedendo un mendicante stracciato che guardava velocemente l’ora su un orologio da polso nascosto…
    Leela

    Rispondi
  2. tiptop

    Disinteresse non di tutti…  so che un collega -però solo come cosa riferita per cui non so i particolari – si è interessato presso istituzioni varie, assistenziali e non, segnalando la ragazzina… non era competenza di nessuno.

    Rispondi
  3. bicefalo

    beh credo che in qualche legislazione non ricordo più se italica o della perfida albione fare l’elemosina con un bimbo in braccio sia considerato come sfruttamento del lavoro minorile.

    Certo i poveri e i mendicanti ormai (o forse lo sono sempre stati vedi dickens) un’operazione complessa e professionale.

    Tra i mendicanti quelli zingari sono partedella nostra società e cultura e si portano dietro riferimenti oserei dire quasi atavici.

    Nel senso che abbiamo mille preconcetti e anche un’accondiscendenza che non aiuta ad affrontare il problema.
    Perchè i rom non sono una parte non integrata ed integrabile della società e per vari motivi accettiamo il loro stile di vita alternativo che porta con se il fascino della famiglia allargata, di una cas sempre sulle spalle e della libertà delle strade infinite. ma che nel contempo porta con se anche modi di procacciarsi il pane che son osempre al limite.
    Limite che viene toccato quando a fare la questua non vi è un signore con in mano un cappello o una donna robusta che tende la mano, oppure ancora giovani violinisti che imparano il duro mestiere una nota alla volta traballando sul metro he corre veloce.

    A fare la questua mandano i bambini, le ragazzine in cinta, e gli storpi perchè essi ci fanno più pena e quindi siamo più portati ad aprire il portafogli invece che dire loro vai a lavorare ….

    D’altra parte alla fine non è forse anche fare la carità quando si comprano prodotti inutili dai tanti omoni che girano per le nostre strade proponendoci cassette, accendini e altri amenicoli che non hanno nessuna utilità se non quello di farci sembrare di aiutare un lavoratore invece di fare l’elemosina? 

    Rispondi
  4. carezzadiluce

    Risplende il sole
    sull’antica valle dei templi,
    le dieci donne più belle del mondo, sfilano tra le colonne, le foglie
    e la rugiada del mattino.
    Il mare laggiù sembra calmo e bellissimo, ma le sue onde potrebbero uccidere.
    Non avere paura di quello che sei
    (oro che non splende),
    un altro bicchiere di vino
    e tutto andrà a posto.
    Il destino, nascosto tra le colonne,
    ha ancora voglia FARCI L’OCCHIOLINO

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  5. VittoriaFeltri

    Da una parte é una storia crudele. Dal’altra a queste persone (gli zingari intendo) non piace molto integrarsi… in qualche modo preferiscono vivere così: di elemosine.
    Dal loro punto di vista, siamo strani noi che ci alziamo la mattina presto per studiare o andare a lavorare, che ci piace andare in ferie, che ci piace andare al ristorante, che ci piacciono i vestiti eleganti….

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  6. ladygabibbo

     che storia triste, come tutte quelle che vediamo…di fronte a casa mia c’è un parcheggio..ogni tanto arrivano gli zingari col camper…una coppia in particolare..hanno 4 bimbi piccoli…la mamma avrà poco più di 20 anni…la mattina presto vedo lui che esce, si veste, danno una pulita all’interno…poi le va via , coi bimbi..a chieder la carità…

    Rispondi
  7. sambigliong

     carcere di Vercelli, sezione femminile, una decina, forse meno, di anni fa.
    una detenuta italiana, con un cancro al seno e che deve fare delle chemio, sta per essere rilasciata, ha scontato la sua pena.
    c’è un problema: non ha casa né famiglia.
    i volontari di caritas e san vincenzo chiedono in giro, niente di niente.
    se non ha parenti sono affari suoi, e se ha un tumore stessa cosa.
    i volontari insistono, ma fuori dal carcere non arriva nulla.
    la risposta arriva da dentro.
    da una zingara-detenuta che non sapeva.
    appena le dicono del problema dice, Ho una casa io, che ci vada pure; e quando esco possiamo starci benissimo in due.
    è gente strana, infatti.

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  8. tiptop

    Remo, in questo tuo episodio non è la zingara a sembrarmi strana… cioè, un gesto che io stessa non penso farei…ma di strano (assurdo) c’è dell’altro.

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  9. Strato2006

    Sicuramente è una storia crudele… sicuramente la povertà oggi è un problema complesso… ma in un caso come questo, una mano ogni tanto gliela darei. Pazzesco, offende ancora di più la considerazione "in fondo, cosa mi costa?" Siamo entrambi esseri umani, ma quello che per me è un "di più", magari è di vitale importanza per una nella sua condizione…

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  10. ESKIMOVERDE

    bello e crudele, io ormai sono abituato tra treno e tram è pieno di gente che chiede l’elemosina, che poi purtroppo tutti quei denari vanno a finire nelle tasche dei loro aguzzini

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  11. ANTONYPOE

    anch’io non so cosa pensare. o meglio: so cosa pensare in generale, ma poi nel caso specifico è difficile. più che comportarmi con una certa coerenza nella vita di ogni giorno, non saprei

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