TENSOPLAST – via, verso la libertà.

Il taxi  si ferma alla sbarra, qualche minuto di attesa e mi lascia di fronte all’ingresso del ambulatorio ortopedico,  o meglio agli sportelli con scritto prenotazione.
Ci sono due macchinette che distribuiscono i numerini di attesa,  entrambe paiono  indicare sul tagliandino Servizio A,  non meglio precisato che presupporrebbe anche un servizio B:  per non rischiare di sbagliare e attendere per niente chiedo, nessuno sa del B, hanno tutti A.
E’ il mio turno, l’impiegata mi ritira  la prescrizione, mi dà un foglietto, vada alla cassa e torni qui, mi dice.
Vado, c’è una scala da salire, meno male che non ho con me le prescritte stampelle, visto che il piede non fa più tanto male e le uso imbranatissima.
Pago, occorre scendere.
Torno allo sportello,  mi danno un altro numerino,con scritto 264, stanza 6-7, deve andare qui a sinistra (che è la mia destra). Vado.
C’è una porta con scritto ambulatorio, la apro, una rampa di scale. Quando le ho discese, noto un ascensore, dall’aria gelida che ne esce quando si aprono le porte capisco che l’accesso era all’esterno dell’edificio.
Vabbè…ormai son giù, indicazioni però non ce ne erano.
Cerco le stanze, stanze gessi. Un cartello avvisa che i numeri  sono amministrativi e non corrispondono all’ordine delle chiamate.  Ma neanche ad altri ordini, le mie vicine hanno come me stanze 6-7 e vengono chiamate alla 10.  Qua bisogna stare attenti, mica in muta attesa con occhio vitreo.
Infatti…250…259…264. Seduta sul lettino tagliano. Non riesco a distinguere se è il pelo che tira o mi stanno tagliando la carne della gamba. E… via!  Rimango un attimo senza fiato, uno stato parossistico tra il gelo ed il bruciore… il cerottamento non c’è più.
PiaNino AdaGino (4 bambini andavano a scuola, come si chiamavano? ) sono uscita dall’ambulatorio ed ho chiamato un taxi per tornare a casa, ancora una decina di giorni  devo prestare attenzione e far fare ginnastica alla mia deliziosa estemità,  muovendola in su e in giù.
Una considerazione, contando che ho visto più gente stampellata che col braccio al collo.. e se  in un’ ortopedia, si deambulasse meno?  potrebbero mettere, chessò, delle liane.

9 pensieri su “TENSOPLAST – via, verso la libertà.

  1. Gattatequila

    “PiaNino AdaGino, entrarono in giardino. Quanti erano? Come si chiamavano?” Ecco questa é la versione che conosco. Spero che il tuo arto riprenda presto la sua funzione e che non ti servano mia più liane o stampelle. Auguri.

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  2. tiptop

    Ma Lory ti dirò… io non ho chiesto niente, col principio che se sola voglio andare, da sola mi devo arrangiare (nei limiti del possibile)
    Il capofamiglia la prima volta si era offerto di accompagnarmi, ma gli avevo detto di no, il posteggio è impossibile in pieno centro (lui poi all’idea di pagare un posteggio perde la trebisonda, ed io di conseguenza).

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