domande

Tante volte, trovandomi in discorsi sulla morte, ho detto che vivo senza pensarci.
Credo di considerarla un dato di fatto, che tanto dopo non ci sono più, e quindi non ho di che preoccuparmi. Non mi immagino un aldilà.
Mi spaventa di più il tempo che passa, che passa e non ritorna, mi spaventa la disabilitazione, i limiti che l’età, o piuttosto il corpo invecchiato, impone.
Le mani sono più ossute, gli infermieri hanno regolato  le unghie, e le dita  orgogliosamente  portano i due anelli d’oro di sempre.
Non dice voglio tornare a casa, e neanche spero di tornare a casa. Se deve finire che finisca in fretta.  Eppure coscienziosa, la  dottoressa non ha ancora detto se può mangiare, dice all’ausiliario che propone pastina in brodo, riso all’olio, pasta al pomodoro, passato di verdura. Che il far bene, ed il far male, ormai. Ma è giusto, non lasciarsi andare a dire "tanto…. "  tanto lo si dice quando ci si sente perdenti.
Che quando finisce la giornata e l’andirivieni  e si tirano le tende sui quattro letti, nella semioscurità delle piccole lampadine rosse, non possono che avvolgerti i pensieri, davanti ai quali non puoi che esser disarmato.

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11 pensieri su “domande

  1. nonnacarina

    E’ un periodo in cui i pensieri di molti, volenti o nolenti, si aggirano sulla morte.
    E per la prima volta mi sono “veramente” pensata mortale, prima facevo come te, avevo più che altro paura di soffrire…
    E l’idea ora mi sconvolge
    Allora è proprio vero che più invecchi e più ti attacchi alla vita…

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  2. lorypersempre

    Da un paio di settimane, da quando è morta la sua prima cricetina, mia figlia mi affligge sempre con la stessa difficilissima domanda, questa: “Perchè il tempo da vivere è stabilito mentre quando si muore è per sempre?”
    Ho cercato di spiegarle la mia visione della vita, che siamo parte del tutto e che vita e morte sono solo momenti di passaggio ma temo di non averla ancora convinta del tutto…
    Leela

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  3. Crimisia

    ne parlavamo giusto qualche giorno fa con un mio amico.
    Non mi spaventa la morte, non mi spaventerebbe nemmeno la vecchiaia se avessi costruito qualcosa che ancora non son riusciuta a fare.
    Mi spaventa solo l’andare via dei miei cari.
    Quello ogni volta mi ammazza e non riesco ad accettarlo e pensare che fa parte della vita.

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  4. tatabum

    La cosa che piu’ mi turba è che spesso il tempo, piu’ spesso la malattia, ti levano la dignità. Brutta cosa da perdere di fronte a se stessi ed ai propri cari.
    L’alra è lasciare chi siamo convinti abbia ancora bisogno di noi.

    Ti abbraccio

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  5. Seigradi

    Tocchi un argomento profondo.
    E’ vero, non si dovrebbe mai dire “tanto”… ma ho visto con i miei occhi il lento spegnersi di una persona che ora dopo ora chiedeva sempre con maggior insistenza di essere lasciata andare… e per anni è stato così.
    E quindi? Dove sta il “far bene”? Il far giusto?

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  6. Sonorson

    La morte….
    Quello che avevo da dire sull’argomento lo scrissi in occasione della morte di mio padre. L’intenzione era di leggerlo al funerale, poi non lo feci. A lui non sarebbe piaciuto.

    Mio padre (il cadavere di mio padre, dovrei dire piu’ proprimente) ha in tasca una mia lettera, nemmeno una lettera bellissima, che gli scrissi qualche tempo fa. E che pare aver commosso lui e alcuni parenti cui la lesse. Pare che mio padre fosse rimasto sorpreso e molto orgoglioso della mia capacita’ di esprimermi per iscritto. Sembra quindi che il mio saluto a lui debba essere un saluto letterario, di parole. Di parole scritte o di parole pronunciate.
    E allora, dopo le parole scritte, mi fa piacere pronunciare qualche ultima parola anche oggi:
    Ho letto recentemente, in un libro magnifico, “Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal una frase che mi pare adeguata alla situazione: “I cieli e la terra non sono umani, ma vi sono momenti, rari momenti di comprensione, compassione ed amore in cui gli uomini, per pochi attimi, riescono ad esserlo”.
    I cieli e la terra non sono umani: di una non umanita’ che si puo’ leggere in tanti modi, ma che io ho voluto leggere come disumanita’. E’ disumano tutto cio’ che fa la divinita’ ed e’ disumano l’insieme delle atrocita’, comunque riconducibili al dio, che gli uomini hanno compiuto e compiono, quotidianamente.
    Ma credo che esista un trionfo, una gioia ed un riscatto invece tutto umano, un riscatto che non ha bisogno di aldila’ che non esistono ne’ di fedi: il riscatto della vita, del rinnovarsi e del perpetuarsi della vita, della vita corporea, intendo. Il trionfo della negazione del disumano del dio e del disumano dell’uomo che si piega al disumano del dio.

    Cellule ed atomi che si disfano per farsi altre cellule, altri atomi, altri corpi, altre umanita’ che qualcun’altro, ignaro e per tutt’altri motivi, amera’ ed odiera’.
    Vita.
    Splendida, purissima, animale, inarrestabile vita.

    Ed in un momento di grande tristezza e cordoglio come questo invito tutti a riflettere, e a provare compassione non tanto per noi o per mio padre ma soprattutto per quel dio impotente nella casa del quale ci troviamo: quel dio affatto onnipotente che puo’ solo subire il rinnovarsi dei corpi. E la nostra gioia e la nostra tristezza. E l’umanita’ del nostro sentire.

    Quel dio affatto onnipotente che puo’ solo subire il nostro ostinato, umanissimo, scegliere di negarlo.

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