camera dei giochi, forse.

kammerspielE’ la dubbiosa traduzione del titolo del secondo libro di Paolo Colagrande, del quale a quanto pare sono destinata ad essere una fedelissima, avendo assistito a tre presentazioni  in  tutta la mia vita,  di cui due sue, questa e quella di  Fideg l’anno scorso, del quale avevo comprato due libri, uno da regalare, e di Kammerspiel  uno solo, non ho regali da fare.
Un vezzo, secondo me, dire di non conoscere l’esatto significato del titolo,  ma per Colagrande faccio che non importa.
Mi piace il punto di vista della sua scrittura, ma sono parziale, lo sento tanto simile al mio, non so se lui prenderebbe questo per un complimento, ma per me, visto che lo dico io, lo è.
Non c’era molta gente, meglio , ho pensato, perchè a stare in una terrazza imbuto di  tanti palazzi temevo che qualche vecchietto residuale abitativo del centro storico di Milano irritato dagli schiamazzi rovesciasse una qualche secchiata d’acqua. Pensavo di fare una foto al cielo visto dal basso, contornato dai tetti dei palazzotti, ma sono timida e non l’ho fatta, ero timida anche a farmi vedere fare la foto che ho messo qui, venuta un poco sbirola.
Comunque Colagrande mi piace e mi diverte, sul conto dei presentatori  invece qualche dubbio, molto molto giovani, il primo non ispirava nè slancio nè simpatia, il secondo aveva un’aria meno ittica e più verace, con questo non voglio dire che invece che avere la faccia da pesce l’avesse da vongola.

Il libro questa volta l’ho comprato invogliata piuttosto dalla lettura di alcuni passi fatta da Colagrande, che ho avuto modo di conoscere anche attraverso il corso di scrittura, passi assai efficaci, in effetti non saranno stati scelti a caso.
Penso che mi piacerà più del primo, mentre mi pare che il tenore dell’ evento sia stato complessivamente  e di gran lunga inferiore a quella dell’anno scorso, che era sull’onda del premio Campiello e questo no,  ma questi meccanismi non li conosco e non posso dire.
Il buffet pure non doveva essere abbondante perchè è sparito di colpo e non mi sono neanche ubriacata un po’ anche perchè non è facile che mi succeda e poi le  bottiglie erano subito vuote. Sono uscita dalla Rizzoli parlando con Bruna, e purtroppo non mi sono dimenticata del libro nella borsa, come pensavo sarebbe successo, e alla cassa l’ho pagato, che speravo di  passare come una gnorri (ma lo gnorri passa anche o si fa soltanto? devo guardare l’etimo di questa parola, che sarà immagino da ignori) attraverso  i sensori delle porte.  Che non da gnorri non sarei mai capace.
Visto che c’era ancora tanta luce e non avevo nessuna voglia di rinchiudermi in casa, salutata Bruna in Piazza Duomo, ho deciso di non prendere la metropolitana e di andare a piedi all’autobus 50 in Cairoli. E magari se non c’era tanto casino mi fermavo davanti al Castello su una panchina a telefonare. Ma c’era casino e sono salita sul bus. Camminando lungo via Mercanti e via Dante meditavo cosa spinge le persone che non siano turisti a mangiare cotolette di pollo prefabbricate e tre foglie di insalata a 12 € seduti ai tavolini in quelle vie. Non pensavo solo a quello, sia chiaro, ho pensieri di diverse levature, più alti, ma tanti anche molto più bassi.

Vabbè il libro era questo, Kammerspiel, riporto il quantum della casa editrice, dove sicuramente avranno colto il meglio, secondo loro, dovendolo vendere; io non posso dire molto non avendolo ancora letto se non sfogliato in autobus, e qualora dicessi qualcosa  anche avendolo letto sarei senz’altro succintissima.
Posso dire che, controllato a casa su Gugl, ho "vinto" una diatriba sull’autore, erano "Franco lV e Franco l" e non "Franco le Franco lV" l’ho visto sul vangelo Wikipedia.*** E’ che ce li ricordavamo solo noi due, neanche Bruna. Solo che non ho più saputo perchè li stava tirando in ballo, perchè poi ci han buttato fuori dalla terrazza e dalla libreria. Volevo dire invitati ad uscire perchè chiudevano.Anzi, a entrare e uscire, visto che eravamo su una terrazza.

*** rettifica: l’Autore ha visto la copertina e sono Franco l e Franco lV. tradita così da Wikipedia, non me l’aspettavo.

Una rosa è una rosa è una rosa (Gertrude Stein). Tutti conoscono questa famosa massima della grandissima scrittrice americana: significa che ogni cosa ha un suo preciso nome e che quindi il processo di "nominazione" fa la realtà. Nel suo piccolo anche Bisi, protagonista del secondo romanzo di Paolo Colagrande, è un Bisi è un Bisi è un Bisi. In Kammerspiel continuano la sua saga e le sue avventure con i tormentoni su cui l’autore esplicitamente e steinianamente ritorna.

C’è poco da stare allegri: se Anna Karenina si butta sotto il treno, Antigone s’impicca, e Godot non arriva mai, è più facile piangere che ridere. Eppure Bisi non s’arrende, nonostante le multe e le soprattasse, il bancomat che si rifiuta di dargli i soldi, l’affitto e la retta del nido del bimbo Ale. Senza contare che l’Emilia è di nuovo incinta mentre la manovra economica del governo tende a favorire l’acquisto di yacht miliardari. Ci si mettono pure l’Alda che non gli fa più scrivere articoli sul giornale golenale con cui collabora e Criscuolo, il collega raccomandato che lo gabba. E anche gli amici latitano, tutti tranne Joe Martini, il cantante melodico provinciale che ha ceduto all’incanto fluviale: imbarcati sulla Regina d’Africa, i due scivolano incerti avanti e indietro sulla draga dell’esistenza. Joe non metterà più piede a terra, e Bisi? Riconoscerà il proprio fallimento o resisterà? Prima o poi un granello benevolo deve pur cadere nel grande impasto della vita, l’importante è non perdere la speranza.

Con un’intelligenza che gli permette di spaziare da Voltaire a Mina, dalle metafore calcistiche alle mutazioni genetiche di Monod, Bisi scrive come vive: con uno humour irresistibile e un’ironia in stile Kammerspiel con derive Biedermeir.

 

Paolo Colagrande, nato a Piacenza nel 1960, ha vinto nel 2007 il Premio Campiello Opera Prima e ha avuto la menzione d’onore al Premio Viareggio Opera Prima 2007 con Fìdeg (Alet). Scrive racconti su "Panta" e "Linus". È tra i fondatori della rivista "L’accalappiacani", collabora con ttl inserto de "La Stampa".

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6 pensieri su “camera dei giochi, forse.

  1. flaviablog

    Non conosco Colagrande. E’ un’idea, sì.Grazie!
    Quanto alla rosa:
    stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Dicono. Per me è l’opposto. La rosa c’è indipendentemente dal nome. Antica e moderna, nella sua muta evoluzione ed è tale in barba alla nostra necessità di darle nomi. Di definire tutto a parole per averne il controllo ( e così illuderci di tenere imbrigliata la vita).
    La realtà delle cose è autoreferenziale.

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  2. zamora7

    Il Paolo Colagrande ha del genio, mostrato prima in Fìdeg, poi in questo notevole sequel. E’ anche un brào fioeu, il che non guasta, e si circonda di ottimi amici e compagni di merende.
    Bello il post, visivo.

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  3. zamora7

    Franco IV e Franco I ebbero il solo difetto (se può chiamarsi così, del che è lecito dubitare) d’oscurare i generosi Franco III e Franco II.
    Tolto quèlo, tutto bene.

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