l'unico momento di gloria…

Visto che in questi giorni ho scritto poco, per causa di forza maggiore… beccatevi questo.

E’ un racconto che ho scritto nel 2005 per il concorso del Corriere della Sera  “Vivimilano” , che sarebbe l’inserto del giovedì,  l’argomento era una pagina su Milano, massimo due cartelle, cioè 60 righe… è stata una soddisfazione, non ho vinto niente, ma è stato tra i 100 pubblicati (ne erano arrivati più di 3.000…). Beh, dopo non ho combinato più niente, comunque. Il titolo tutto sommato c’entra  quel che c’entra…..

 

LA FRETTA.

E’ cosa risaputa, il milanese ha sempre fretta. Mai come un  pensionato in coda, o la vecchietta con un pacchettino in  mano che alla cassa del supermercato vuol passare avanti, ma queste sono altre storie. Tuttavia a Milano esiste una forza inesorabile, in grado  di bloccare la corsa del cittadino, lasciandolo indifeso alla mercè dei suoi stessi pensieri: l’ATM. Ma da qualche tempo a questa parte, in grado di contrapporsi, un’altra potenza è dilagata ed  accorre in difesa del milanese affinchè possa ancora una volta evitare di trovarsi troppo solo con se stesso: il telefono cellulare. Non devo lasciarmi sopraffare da  sentimenti di inutilità, di solitudine, rendendomi conto  che io, solo io, alla fermata dell’autobus che sta tardando ad arrivare, non ho nessuno da avvisare freneticamente dei miei cinque minuti di ritardo, neanche l’ufficio, lo so che va avanti lo stesso.

Il Garante della Privacy su un mezzo pubblico non può che prendere coscienza della relatività  del proprio incarico e strapparsi i capelli.

Mai come su un autobus si viene a conoscenza dell’orario in cui i viaggiatori amano lavarsi sotto la doccia, delle loro amicizie, inimicizie, suocere cognate… e scappatelle. Sono rimasti in pochi, di solito gli anziani, a guardare ancora ancora fuori dal finestrino, chi  sale, chi scende,  e commentare i lavori stradali in corso col vicino sconosciuto, tanto un discorso generico di lamentela attecchisce sempre. Tutto, pur di non rimanere soli con se stessi,e pensare.

Esiste ancora un luogo dove il telefono cellulare fatica ad esercitare il suo prepotere sulla mente umana, ma ancora per poco: il tunnel della metropolitana. Chi non ha da leggere, o conoscenti con cui parlare, guarda avanti a sé con sguardo vitreo ed indifferente. Non si può osservare qualcuno con attenzione, ci si farebbe subito accorgere, l’ambiente è ristretto, mette a disagio. Sguardi attentissimi fissano il palo al quale si tengono con la mano: quelli con la vista migliore vi riescono a leggere qualcosa scritto in verticale… W… W la… Lo sguardo imbarazzato si sposta:forse sono più sicuri i graffiti sulle porte, almeno , sono indecifrabili, uno pensa quello che vuole, magari c’è scritto qualcosa di intelligente.

Non è più l’ora di punta,  il vagone della linea gialla è semivuoto. Il rumore di fondo del treno è sempre consistente, due persone vicino alla porta si parlano urlando, tutti li ascoltano ma fanno finta di niente.Scendono. Entra un suonatore di fisarmonica con il suo accento balcanico e allegro annuncia “musica italiana  piace a tutti, grande maestro, picola offerta”. Attacca con brevi pezzi di  vecchie canzoni italiane che scorrono via l’uno dentro l’altro, tutti i viaggiatori sono seduti, che guardano fissi davanti a sè. E se tutti si  alzassero e si mettessero a ballare, e le loro figure nere intrecciandosi e ondeggiando a tempo diventassero  sempre più luminose…. Nessuno si è mosso, nessuno ha danzato, eppure per un attimo… Il suonatore insiste “faccio anche bella  musica russa”. Il vagone è popolato da statue di gesso, deluso prende la mia moneta profondendosi in auguri di tanta fortuna.

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5 pensieri su “l'unico momento di gloria…

  1. delphine56

    Se riuscissimo a ballare..che sensazione di libertà, libertà dalla fretta, dall’indifferenza, dalla solitudine. Quelle figure o ombre che abbiamo intorno e che ci guardano senza vederci per paura di essere fraintesi o coinvolti, alle volte forse basta un sorriso per sentirsi meno soli?

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  2. amoreemusica

    Il tuo racconto è molto bello, Cri. Perché poi ti sei fermata? Scrivi molto bene.
    Anche a me è successo un episodio simile, non a Milano, ma nel metro di Parigi.
    Anch’io come te ero lì tra gente in silenzio e assorta nei suoi pensieri.
    Ad un certo punto è entrato un suonatore di fisarmonica: suonava delle vecchie melodie francesi.
    Io non ho mai sentito suonare così in vita mia: era straordinario.
    Alla fine è passato tra la folla della gente, che non l’ha degnato di uno sguardo. Mi ha impressionato una cosa: aveva un vecchio borsellino di quelli a scatto di una volta, dove entrano solo pochi spiccioli.
    Quando è arrivato da me gli ho dato 5 euro; non sono uno straricco che può permetterselo, ma mi aveva dato delle tali emozioni che in qualche modo dovevo ricompensarlo. Mi ha guardato con i suoi occhi tristi, e mi ha detto: “Grazie italiano”.
    Mi sono sempre chiesto come avrà fatto a capire che ero italiano.
    Un abbraccio

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