DIALOGO AL BUIO.

Che  delusione…

Tanta aspettativa tanti timori…

Vorrei tanto fare una descrizione suggestiva di  sensazioni metafisiche e trascendentali… e invece nulla, la solita scema ha fatto il percorso ridendo, e se dovessi dire in tre parole,  “mi sono divertita”.

Innanzitutto l’Istituto dei Ciechi è uno splendido palazzo, e già è  un piacere entrarci,  non ha quell’aria di impenetrabile solennità che altri hanno.

Paghi l’ingresso,  ti fanno compilare un modulo, e ti dicono che in pratica nel percorso devi portare solo te stesso, niente borse, niente telefoni, niente orologi, ed addirittura niente occhiali, che questo mi ha fatto un po’ specie. Gli occhiali non sono luminosi, ed il fatto di averli o non averli, nell’oscurità, penso sia ininfluente, ma forse lo dicono per non perderli o romperli, comunque adesso  che mi sono abituata a portarli sempre mi fanno un po’ da coperta di Linus.

Io mi ero messa il profumo, che non uso spesso, per essere certa di venire ritrovata.

All’inizio del percorso, ci danno il bastone  bianco, con la punta arrotondata perché scivoli meglio,  ci spiegano come usarlo. La scema obietta: Non è che si inciampi nei bastoni degli altri? Qualche volta capita.

Avremo la nostra guida non vedente dobbiamo aiutarci, ci mancherà la vista ma si affineranno gli altri sensi, l’udito, il tatto, il gusto, l’olfatto. La scema ha chiesto ”Mi preoccupa un attimino in questa circostanza l’uso del gusto… non è che dovremo leccare le pareti per non perderci?”

L’idea di tenerci inizialmente alle pareti mi riportava all’esperienza da ragazza, di quando andavamo in fila indiana, tenendoci e toccando con un legnetto la parete della galleria completamente priva di illuminazione. Davvero non ti rendevi conto più dov’eri, e ti potevi ritrovare nel mezzo, dove passavano anche le macchine, erano le gallerie tra Sestri Levante e Moneglia, una volta ci passava la ferrovia, e noi  raggiungevamo un’apertura sulle rocce, per fare il bagno ed i tuffi. Una cosa da paura, a pensarci adesso con occhi di madre.

Non dovremo passare da una stanza all’altra senza la guida e senza il nostro gruppo, qualcuno di voi ha paura, pensa di avere problemi? Guardate che si può uscire dal percorso in qualunque momento. La scema esclama “Avviso che se mi perdo piango”.

Insomma si parte. In una stanza cinguettante scorre un ruscello, si individuano le foglie i tronchi erbe aromatiche ghiaia prato un animale, si attraversa il ruscello su un ponte che traballa.  Incontri e scontri a tutto spiano,  un’incontenibile ragazzina V. sembra essere dappertutto e trovare tutto. La voce della guida mai sentita prima è diventata subito riconoscibile. Anche il golf di F, lo  riconoscevo subito al tatto. Dopo aver trovato un vaso di rosmarino picchiandoci contro col bastone,  stavo poi tastando le scarpe di una pensando che fosse la base del vaso con la lavanda.

Un po’ amorfa la stanza col mare, ed anche l’abitazione, a parte l’emozione di cercare di indovinare i quadri in rilievo appesi alle pareti, non dico niente se no rovino la sorpresa se qualcuno che legge qui poi ci va. La stanza della strada era un po’ più movimentata,  con un frastuono pazzesco, lavori in corso, una motocicletta, un furgone di cui ho indovinato al tatto la marca,  il negozio di ortolano…

Rilassante la stanza del bar dove delle voci al bancone ti chiedono cosa vuoi ordinare, la scema ha detto Io un succo di frutta,  e la voce nell’oscurità ha replicato qui siamo tutti io ed è come non essere nessuno, dimmi il nome. Cristina, eccoti il succo di frutta. Trovare le monete giuste nell’oscurità non è un problema, mi sono abituata a riconoscerle facendo la spesa senza occhiali prima di avere le lenti progressive.

Al bar ci siamo seduti ed abbiamo scambiato qualche  battuta con la guida, M., giovane ma sembrava tanto maturo che  cercando di indovinare la sua età lo ho invecchiato parecchio. Cyn, mia compagna di corso,  gli ha fatto domande strategiche utili per il romanzo poliziesco, dato che il delitto dovrebbe  avvenire ad opera di una cieca durante il percorso, tant’è che abbiamo poi dovuto rassicurare M. che non lo sospettavamo capace di qualche delitto.

Comunque, la scema, a star seduta anche al bar sgranando gli occhioni sul nulla, non si sentiva per niente strana. Nessuna sensazione di disagio, le è caduto il bicchiere di plastica, si è chinata e lo ha raccolto. Anche il ritorno alla luce non è stato frastornante.

Certo è stato strano salutare gli altri compagni di viaggio (4 non erano del nostro corso di scrittura) con un arrivederci, perché in effetti non è che ci fossimo visti poi tanto.

E abbiamo scoperto che fanno gli aperitivi al buio, ed al mercoledì sera le cene al buio, a noi è toccata la merenda.

Poi con Cyn siamo andate a portare la sua penna ad aggiustare da  Er colessi, ed al Bar Magenta, memori dei tempi che furono, ci siamo fatte un panino ed una birra.

Io le penne non le uso quasi più, e la plastica delle mie bic in ufficio è divorata e ruvida fino a metà, per non parlare delle matite, che uso invece molto, comunque sbrindellate come fossero state assalite da una banda di castori.  

Dimenticavo, la scema è facile indovinare chi è.

 

 

Appendice seria (vedi commento 3)

La nostra guida, M, di 26 anni, è nato prematuro e gli si sono "bruciati gli occhi" con le lampade delle incubatrici, ad un anno e mezzo lo hanno operato consentendogli di vedere solo luci ed ombre.

Alla domanda se un cieco puà vivere cavandosela da solo, ha detto di sì. Lui di professione è fisioterapista ed è in grado di arrangiarsi a fare tutto, anche cucinare. Ma non per  tutti i non vedenti è così: come tra i vedenti,  c’è chi si butta a imparare e fare, e chi no. Certo ci deve essere qualcuno che gli insegni le cose, perchè non possono apprendere per imitazione… e questo mi riporta al post sui bambini di qualche giorno fa. E quando noi vediamo un cieco in giro per strada, o col suo cane,  forse non stiamo tanto a pensare che lavoro, che forza di volontà c’è dietro, non voglio dire quanta sofferenza.

 

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26 pensieri su “

  1. tiptop

    ecco, ripensavo al post, forse ho trattato l’iargomento troppo leggermente, quasi che se ne possa superficialmente ricavare l’idea la cecità sia un bel gioco. E’ chiaro che non è per niente un gioco, lo è stato alla fine questa esperienza per , che prima mi intimoriva. Ma io poi sarei tornata a vedere…
    Farò un’appendice seria al post…

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  2. nosacher

    difficile commentare. un mondo senza colori.
    sono stato con gli occhi chiusi per un pò, adesso dico. poi tra le palpebre passava la luce del monitor. ho messo le mani davanti e sono stato un pò così. inizi a sentire le mani sul viso in modo diverso se ti concentri. credo che facciano così.
    grande volontà, indubbiamente grande volontà.

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  3. dianablu64

    Non era per niente leggero il post: quello che posso dirti è che, col tuo racconto, sei riuscita a sdrammatizzare un’esperienza importante, ma non per questo l’hai resa rdicola.
    Provare la sensazione del “buio totale” per 1 o 2 ore può servire a dare un “assaggio” delle condizioni in cui alcuni sono costretti a vivere costantemente. Probabilmente non riusciamo neanche lontanamente a immaginare quali siano tutte le conseguenze che una vita in quelle condizioni possa portare. Ti faccio un esempio: hai raccontato di aver fatto l’ordinazione al bar dicendo “ io prendo…” e ti è stato risposto “io chi? Qui siamo tutti io ed è come non essere nessuno”. Questa cosa mi ha colpito tantissimo perché noi “normali” siamo abituati ad associare una voce ad un’immagine, chi invece è privo della seconda deve e può fare affidamento solo sul suo udito.
    Sono tante piccole cose che fanno ancora più grande il problema, non è solo il fatto di non poter vedere il colore dei fiori o il viso di una persona, ma anche attraversare la strada dove non ci sono i semafori acustici o in ascensore il premere il tasto relativo a al piano dove si deve andare o anche andare a fare acquisti o la spesa al supermercato, perché non esistono cartellini o confezioni di prodotti in braille.
    E’ vero i non vedenti, con la forza di volontà possono far quasi tutto oggigiorno……. Ma c’è sempre quel quasi che rende il loro problema immenso

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  4. amoleapi

    ma non si riuscirà mai a provare, a sentire, neanche lontanamente come si sente una persona con questo problema, tu sapevi sempre che una volta uscita dall’istituto dei ciechi, potevi togliere la benda e vedere tutto, un cieco sa che non vedrà mai.
    Sinceramente io sono contrario a questi eventi organizzati … non saprei come definirli, esperienze … esperimenti … mezze esperienze … attività che godono di contributi pubblici e poi lasciano il tempo che trovano, ciao.

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  5. tiptop

    Amoleapi, non so se ci sono contributi pubblici… noi abbiamo pagato 12 euro a testa e non mi è rincresciuto darli. Poi non è vero che non ti rendi conto…io alla fine l’ho vissuta quasi come un gioco, lo so che io poi uscita da lì avrei usato di nuovo i miei occhi. Però qualcosa ti dà, questa esperienza. La semplice paura di sprofondare nel buio…

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  6. Seigradi

    Io penso che tu abbia scritto nella maniera giusta, nel tuo solito modo normale, divertente e divertito. Anche così hai dato un po’ di normalità ad un mondo che consideriamo sempre diverso da noi.
    Anche io non sono d’accordo con Amoleapi: secondo il tuo sistema di valutazione sarebbe meglio che gli altri restassero altri e noi restassimo noi, senza cercare di incontrarci a metà strada e capirci! E’ un’idea orribile!

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  7. Slasch16

    ne ho conosciuti due, nella mia vita. Mi hanno sempre sorpreso, per la loro autonomia. Uno giocava a carte con noi, scopa d’assi. Uno gli sussurrava all’orecchio le sue carte all’inizio. Se le metteva in un ordine particolare e non ne sbagliava una, gli altri giocatori dovevano limitarsi a dire che carta giocavano. Era piu’ bravo di noi, incredibile.

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